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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 384 cod. proc. civile: Enunciazione del principio di diritto e decisione della causa nel merito

La Corte enuncia il principio di diritto quando decide il ricorso proposto a norma dell’articolo 360, primo comma, n. 3), e in ogni altro caso in cui, decidendo su altri motivi del ricorso, risolve una questione di diritto di particolare importanza.

La Corte, quando accoglie il ricorso, cassa la sentenza rinviando la causa ad altro giudice, il quale deve uniformarsi al principio di diritto (1) e comunque a quanto statuito dalla Corte (2), ovvero decide la causa nel merito qualora non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto.

Se ritiene di porre a fondamento della sua decisione una questione rilevata d’ufficio, la Corte riserva la decisione, assegnando con ordinanza al pubblico ministero e alle parti un termine non inferiore a venti e non superiore a sessanta giorni dalla comunicazione per il deposito in cancelleria di osservazioni sulla medesima questione.

Non sono soggette a cassazione le sentenze erroneamente motivate in diritto, quando il dispositivo sia conforme al diritto; in tal caso la Corte si limita a correggere la motivazione (3).


Commento

Ricorso: [v. 360]; Giudice di rinvio: [v. 392]; Comunicazione: [v. 136]; Motivazione: [v. 276]. Principio di diritto: è la regola di giudizio cui deve attenersi il giudice di rinvio. Il (—) è determinato dalla Cassazione, non sulla base dell’astratta voluntas legis, ma sulla base della concreta fattispecie cui si riferisce la sentenza cassata.

 

(1) Il giudice di rinvio non può sindacare la correttezza del principio di diritto. Egli, peraltro, è vincolato al suo rispetto solo con riguardo ai fatti che il principio enunciato presupponga come pacifici o già accertati in sede di merito.

 

(2) L’ulteriore precisazione sembra essere destinata ad operare in tutti i casi in cui la Corte non enunci in maniera chiara e sintetica il principio di diritto al quale il giudice del rinvio deve uniformarsi, perpetrando la prassi finora consolidata della formulazione laconica e generica. Quindi, anche qualora il principio di diritto non venisse precisamente enunciato, in caso di accoglimento del ricorso il giudice del rinvio dovrà comunque individuarlo in «quanto statuito dalla Corte».

 

(3) La correzione della motivazione da parte della Corte risponde ad esigenze di economia processuale: sembra, infatti, inutile cassare la sentenza e rimettere la causa al giudice di merito quando l’errore non ha inciso sul dispositivo, che è perciò conforme al diritto. Per l’esercizio di tale potere di correzione è, quindi, necessario che le rettifiche concernano questioni di diritto e non riguardino valutazioni in fatto.


Giurisprudenza annotata

Enunciazione del principio di diritto

Il principio di diritto enunciato dalla Cassazione vincola il giudice del rinvio, che ad esso deve uniformarsi anche se nel frattempo le Sezioni Unite abbiano modificato il principio stesso.

Cass. lav., 6 ottobre 2009, n. 21296.

 

L’interpretazione dei principi di diritto fissati nella sentenza di cassazione con rinvio, specie ove non siano stati espressamente enunciati, ma debbano essere enucleati dall’intero corpo della decisione, non può avvenire mediante estensione dei criteri ermeneutici fissati dall’art. 12 preleggi, atteso che i presupposti per l’applicazione di detti criteri vanno individuati nella astrattezza e generalità del comando normativo e nel riferimento a tutte le fonti del diritto di cui all’art. 1 preleggi, ma deve aver luogo attraverso i criteri interpretativi di cui agli art. 1362 ss. c.c. come è richiesto dalla stretta circolarità tra fatto e principio di diritto destinato a regolarlo, dalla limitazione dell’efficacia del suddetto principio alla singola controversia e dalla ridotta rilevanza del canone letterale di interpretazione nei frequenti casi in cui sia necessario procedere ad una interpretazione logico-sistematica della decisione, riferita all’intera motivazione. Ne consegue che il ricorrente il quale lamenti in sede di legittimità una errata interpretazione della sentenza di cassazione da parte del giudice di rinvio ha l’onere di specificare i canoni ermeneutici violati in riferimento alle parti della motivazione censurate, nonché di indicare le forme in cui si è manifestata la violazione denunziata, altrimenti risolvendosi la censura nella mera contrapposizione di una interpretazione diversa da quella fatta propria dal giudice di rinvio.

Cass. lav., 18 febbraio 2005, n. 3352; conforme Cass. lav., 25 maggio 2005, n. 10979; Cass. lav., 13 settembre 1993, n. 9501.

 

Efficacia vincolante del principio di diritto

A norma dell’art. 384, comma 1, c.p.c., l’enunciazione del principio di diritto vincola il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi, anche se nel frattempo sono intervenuti mutamenti in seno alla giurisprudenza di legittimità. D’altra parte, anche la Corte di cassazione, nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza pronunziata dal giudice di merito, deve giudicare muovendo dal principio di diritto precedentemente enunciato e applicato dal giudice di rinvio, senza possibilità di modificarlo, neppure sulla base di un nuovo orientamento giurisprudenziale della stessa Corte, salvo che la norma da applicare in relazione al già enunciato principio di diritto risulti successivamente abrogata, modificata o sostituita per effetto di ius superveniens, comprensivo sia dell’emanazione di una norma di interpretazione autentica sia della dichiarazione di illegittimità costituzionale.

Cass. 31 luglio 2006, n. 17442.

 

Giudicato implicito

La sentenza di cassazione vincola il giudice di rinvio non solo in ordine ai principi di diritto affermati, ma anche ai necessari presupposti di fatto che il principio di diritto affermato presuppone come pacifici o come già accertati definitivamente in sede di merito. Pertanto, i limiti del giudizio di rinvio non sono soltanto quelli che derivano dal divieto di ampliare il thema decidendum, prendendo nuove conclusioni, ma altresì quelli inerenti alle preclusioni che discendono dal giudicato implicito formatosi con la sentenza di cassazione.

Cass. 13 luglio 2006, n. 15952.

 

Ricorso contro sentenza del giudice del rinvio

La sentenza della Corte di cassazione che dispone il rinvio vincola il giudice di rinvio non solo ai principi di diritto affermati, ma anche con riferimento ai relativi presupposti di fatto, da ritenersi implicitamente accertati in via definitiva nelle pregresse fasi di merito. Conseguentemente, dall’applicazione del principio generale dell’«intangibilità» del decisum statuito in sede di legittimità deriva che il sindacato della Corte di cassazione sulla sentenza del giudice di rinvio, gravata di ricorso per infedele esecuzione dei compiti affidati con la precedente pronunzia di annullamento, si risolve nel controllo dei poteri propri di detto giudice per effetto di tale affidamento e dell’osservanza dei relativi limiti.

Cass. lav., 22 febbraio 2006, n. 3881; conforme Cass. lav., 24 luglio 2001, n. 10037; Cass. 16 novembre 1999, n. 12701.

 

Ius superveniens.

L’efficacia vincolante della sentenza di cassazione con rinvio, presupponendo il permanere della disciplina normativa in base alla quale è stato enunciato il principio di diritto ivi enunciato, viene meno in tale sede quando quella disciplina sia stata successivamente abrogata, modificata o sostituita per effetto di ius superveniens.

Cass. 27 ottobre 2006, n. 23169.

 

Qualora il giudice di rinvio accerti la sopravvenienza di una norma (nella specie, interpretativa), incidente sul giudizio in corso ed entrata in vigore prima della pubblicazione della sentenza rescindente, ma dopo la sua deliberazione, deve dare puntuale applicazione al principio di diritto espresso dalla Corte di cassazione, a nulla rilevando che il collegio abbia omesso di valutarla o la abbia implicitamente disapplicata, non sussistendo, in concreto, l’ipotesi eccezionale di derogabilità all’effetto cogente del suddetto principio derivante dalla sopravvenienza normativa rispetto al momento in cui quel principio venne pubblicamente statuito.

Cass. 16 novembre 2011, n. 24066.

 

Decisione della causa nel merito

La Corte di cassazione, nel cassare la sentenza di appello avente contenuto soltanto processuale, può esercitare il potere, attribuitole dall’art. 384, secondo comma, seconda parte, c.p.c., di negare l’astratta configurabilità del diritto soggettivo affermato dall’attore con l’atto introduttivo del processo e così di rigettare la domanda, purchè sulla questione di diritto si sia svolto il contraddittorio nella stessa fase di cassazione (art. 384, terzo comma, c.p.c.).

Cass. lav., 28 novembre 2011, n. 25023.

 

Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell’art. 111, comma secondo, Cost., nonché di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c. ispirata a tali principi, una volta verificata l’omessa pronuncia su un motivo di appello, la Corte di cassazione può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito allorquando la questione di diritto posta con il suddetto motivo risulti infondata, di modo che la pronuncia da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di appello (determinando l’inutilità di un ritorno della causa in fase di merito), sempre che si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto.

Cass. 1 febbraio 2010, n. 2313.

 

Correzione della motivazione

Il vizio di motivazione, denunciabile come motivo di ricorso per cassazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., può concernere esclusivamente l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia, non anche l’interpretazione e l’applicazione delle norme giuridiche, giacché - ove il giudice del merito abbia correttamente deciso le questioni di diritto sottoposte al suo esame, sia pure senza fornire alcuna motivazione o fornendo una motivazione inadeguata, illogica o contraddittoria - la Corte di cassazione, nell’esercizio del potere correttivo attribuitole dall’art. 384, comma 2, c.p.c., deve limitarsi a sostituire, integrare o emendare la motivazione della sentenza impugnata.

Cass., Sez. Un., 25 novembre 2008, n. 28054.

 

Il potere della Corte di cassazione di correggere la motivazione della sentenza impugnata mantenendo fermo il dispositivo, ai sensi del secondo comma dell’art. 384 c.p.c., può essere esercitato allorquando, essendo conforme al diritto la decisione contenuta nel dispositivo, non lo sia la motivazione; pertanto, tale potere non sussiste nel diverso caso in cui sia denunziata l’omessa motivazione della sentenza impugnata, sia perché esso non consente un apprezzamento dei fatti e delle prove diverso da quello compiuto dal giudice del merito, sia perché la mancanza della motivazione non permette di accertare se la pronuncia sul punto sia stata motivata da erronee considerazioni giuridiche o da valutazioni di fatto.

Cass. 9 novembre 2011, n. 23328.

 

Anche in ordine ai ricorsi per cassazione, proposti dopo l’entrata in vigore della legge 18 giugno 2009, n. 69 che ha modificato l’art. 101 c.p.c., l’esercizio del potere d’ufficio di correzione della motivazione della sentenza, previsto dall’art. 384, quarto comma, c.p.c., non è soggetto alla regola di cui al terzo comma del medesimo articolo che impone alla Corte il dovere di stimolare il contraddittorio delle parti sulle questioni rilevabili d’ufficio da porre a fondamento della decisione.

Cass. 30 agosto 2011, n. 17779.

 

Il giudice dell’impugnazione, confermando la sentenza impugnata, può senza violare il principio dispositivo, anche d’ufficio, correggerne, modificarne o integrarne la motivazione, purchè la modifica non concerna statuizioni adottate dal giudice di grado inferiore non impugnate dalla parte interessata; pertanto, in assenza d’impugnazione della parte parzialmente vittoriosa (appello o ricorso incidentale), la decisione non può essere più sfavorevole all’impugnante e più favorevole alla controparte di quanto non sia stata la sentenza impugnata e non può, quindi, dare luogo ad una “reformatio in peius” in danno del primo.

Cass. 27 giugno 2011, n. 14127.

 

Alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell’art. 111, comma secondo, Cost., qualora i giudici di merito non si siano pronunciati su una questione di mero diritto, ossia non richiedente nuovi accertamenti di fatto, perché rimasta assorbita e la stessa venga riproposta con ricorso incidentale per cassazione, la Corte, una volta accolto il ricorso principale e cassata la sentenza impugnata, può decidere la questione purchè su di essa si sia svolto il contraddittorio, dovendosi ritenere che l’art. 384, comma secondo, c.p.c., come modificato dall’art. 12 della legge n. 40 del 2006, attribuisca alla Corte di cassazione una funzione non più soltanto rescindente ma anche rescissoria e che la perdita del grado di merito resti compensata con la realizzazione del principio di speditezza.

Cass. lav., 3 marzo 2011, n. 5139.

 

Poteri del giudice del rinvio

La norma di cui all’art. 384 c.p.c. preclude alla Corte di cassazione di pervenire alla decisione nel merito allorché vi siano ulteriori fatti da accertare, ma non ne inibisce la valutazione quando i fatti siano stati già tutti accertati o non siano contestati e non ve ne siano altri, ancora da accertare, suscettibili di poter essere apprezzati o perché mancano o perché la facoltà di domandarne l’accertamento è impedita alle parti dalle preclusioni in cui siano incorse. Ne consegue che, ove in relazione all’”an debeatur” non sussistano ulteriori fatti da accertare e sia univoca la valenza di quelli accertati, il giudice di legittimità può emettere una pronuncia di condanna generica (nella specie, di risarcimento del danno in favore dell’utilizzatore del bene concesso in leasing), rimettendo al giudice del rinvio la sola determinazione del “quantum debeatur” e ciò proprio al fine di agevolare il più possibile la definizione della controversia, in armonia con il principio costituzionale di ragionevole durata del processo.

Cass. 10 settembre 2010, n. 19301.

 

In ipotesi di annullamento con rinvio per violazione di norme di diritto, la pronuncia della Corte di cassazione vincola al principio affermato e ai relativi presupposti di fatto, onde il giudice del rinvio deve uniformarsi non solo alla “regola” giuridica enunciata, ma anche alle premesse logico-giuridiche della decisione adottata, attenendosi agli accertamenti già compresi nell’ambito di tale enunciazione, senza poter estendere la propria indagine a questioni che, pur se non esaminate nel giudizio di legittimità costituiscono il presupposto stesso della pronuncia di annullamento, formando oggetto di giudicato implicito interno, atteso che il riesame delle suddette questioni verrebbe a porre nel nulla o a limitare gli effetti della sentenza di cassazione, in contrasto col principio di intangibilità.

Cass. lav., 23 luglio 2010, n. 17353.

 

Decisione sulla base di una questione rilevabile d’ufficio

Il vizio di motivazione riconducibile alla ipotesi di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c., può concernere esclusivamente l’accertamento dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia, non anche l’interpretazione e la applicazione (e, quindi, anche la non applicazione) delle norme giuridiche. In questo secondo caso - che ricade nella previsione dell’art. 360 n. 3, c.p.c. - il vizio di motivazione (ivi compresa la totale omissione della motivazione) in diritto non può avere rilievo di per sé in quanto se il giudice del merito ha deciso correttamente le questioni in diritto sottoposte al suo esame, supportando la sua decisione con argomentazioni inadeguate, illogiche o contraddittorie, o senza dare alcuna motivazione, può dare luogo alla correzione della motivazione da parte della Corte di cassazione.

Cass. 6 marzo 2008, n. 6041.

 



 
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