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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 389 cod. proc. civile: Domande conseguenti alla cassazione

Le domande di restituzione o di riduzione in pristino e ogni altra conseguente alla sentenza di cassazione si propongono al giudice di rinvio e, in caso di cassazione senza rinvio, al giudice che ha pronunciato la sentenza cassata (1).


Commento

Giudice di rinvio: [v. 392]; Cassazione senza rinvio: [v. 382]. Domande di restituzione o di riduzione in pristino: trattasi di domande autonome rispetto alla lite principale, con le quali il ricorrente vittorioso chiede che gli vengano restituite le attribuzioni patrimoniali effettuate in base alla sentenza di merito cassata o che siano eliminati gli effetti da essa prodotti .

 

(1) Per ribadire l’autonomia di tali domande si prevede che esse vengano proposte con separato atto di citazione da notificarsi personalmente alla parte. La norma si riferisce non solo alle domande di restituzione o di riduzione in pristino, testualmente richiamate, ma ad ogni azione che si può ricollegare, anche in modo indiretto, alla sopravvenuta inefficacia del provvedimento impugnato, non esclusa quella di risarcimento del danno. Tra le domande conseguenti alla cassazione della sentenza assai frequente è quella di rimborso delle spese giudiziarie relative ai precedenti gradi di giudizio, poste a carico del soccombente che sia risultato vincitore in sede di ricorso. La norma non si applica alle domande conseguenti all’accoglimento dell’istanza di regolamento di competenza [v. 42] atteso che in tal caso ogni domanda va proposta al giudice dichiarato competente.


Giurisprudenza annotata

Domande conseguenti alla cassazione

L’azione di restituzione e riduzione in pristino, che venga proposta, a norma dell’art. 389 c.p.c., dalla parte vittoriosa nel giudizio di cassazione, in relazione alle prestazioni eseguite in base alla sentenza d’appello poi annullata, non è riconducibile allo schema della ripetizione d’indebito, perchè si collega ad un’esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale anteriore a detta sentenza e prescinde dall’esistenza del rapporto sostanziale (ancora oggetto di contesa); né, in particolare, si presta a valutazioni sulla buona o mala fede dell’”accipiens”, non potendo venire in rilievo stati soggettivi rispetto a prestazioni eseguite e ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo e della provvisorietà dei suoi effetti. Ne consegue che chi ha eseguito un pagamento non dovuto, per effetto di una sentenza provvisoriamente esecutiva successivamente riformata, ha diritto ad essere indennizzato dell’intera diminuzione patrimoniale subita, ovvero alla restituzione della somma con gli interessi legali a partire dal giorno del pagamento.

Cass. 20 ottobre 2011, n. 21699.

 

La richiesta di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata, non costituisce domanda nuova ed è perciò ammissibile in appello; la stessa deve, peraltro, essere formulata, a pena di decadenza, con l’atto di appello, se proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo invece ammissibile la proposizione nel corso del giudizio soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione. Resta in ogni caso inammissibile la domanda di restituzione proposta con la comparsa conclusionale in appello, atteso che tale comparsa ha carattere meramente illustrativo di domande già proposte, non rilevando in contrario che l’esecuzione della sentenza sia successiva all’udienza di conclusioni ed anteriore alla scadenza del termine per il deposito delle comparse.

Cass. 8 luglio 2010, n. 10152.

 

Ai sensi dell’art. 389 c.p.c., al giudice del rinvio possono essere richiesti non solo i provvedimenti restitutori o riparatori, in senso stretto, conseguenti alla cassazione della sentenza di merito ma ogni altra azione che si ricolleghi anche in modo indiretto alla sopravvenuta inefficacia del provvedimento impugnato, non esclusa quella di risarcimento del danno, seppure riguardante il comportamento della parte nel giudizio di rinvio.

Cass. 14 febbraio 2011, n. 3634.

 

In tema di giudizio di rinvio, la domanda di risarcimento del danno conseguente alla privazione del bene, dal cui godimento la parte è stata estromessa per effetto dell’esecuzione forzata o coattiva della sentenza cassata, si fonda sul criterio che, una volta annullato il titolo che ha causato la privazione del bene, colui che l’ha sofferta ha diritto di vedersi restituito nella medesima situazione nella quale egli si sarebbe trovato in mancanza di quella privazione, in quanto la parte che invoca la tutela giurisdizionale assume su di sé i rischi collegati all’attuazione di questa. Ne consegue che è irrilevante lo stato soggettivo di chi ha attuato il provvedimento giurisdizionale non ancora definitivo e che la misura del danno risarcibile deve coprire l’intero pregiudizio economico subito dal soggetto leso.

Cass. 18 maggio 2005, n. 10386.

 

Inammissibilità delle domande in sede di legittimità

Anche quando la Corte di cassazione, annullando la sentenza impugnata, decide la causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c. così come modificato dalla legge n. 353 del 1990, non è ammissibile nella stessa sede di legittimità, la domanda di restituzione delle somme corrisposte sulla base delle sentenze di merito, dato che per tale domanda accessoria non opera, in mancanza di espressa previsione, l’eccezione al principio generale secondo cui alla Corte compete solo il giudizio rescindente e la stessa, ove il pagamento sia avvenuto sulla base della sentenza annullata, va proposta al giudice che ha pronunciato la medesima, a norma dell’art. 389 (la cassazione con pronuncia nel merito integrando una nuova ipotesi di cassazione senza rinvio), mentre, in caso di pagamento eseguito in forza della sentenza di primo grado, essa avrebbe potuto essere rivolta al giudice di appello.

Cass. lav., 7 gennaio 1999, n. 49; conforme Cass. 18 maggio 2001, n. 6824.

 

Competenza del giudice del rinvio

La domanda di restituzione e di riduzione in pristino ex art. 389 c.p.c. è del tutto diversa, quanto a “petitum” e “causa petendi”, rispetto a quella proposta nel giudizio di rinvio ai sensi dell’art. 392 c.p.c.: si tratta, infatti, di domande autonome, che non comportano la necessaria riunione dei processi, in quanto la prima è indipendente dalla fondatezza della seconda (pur determinando la statuizione del giudizio di rinvio, in via definitiva, quanto dovrà essere corrisposto da una parte all’altra con il conguaglio conclusivo) ed assolve alla specifica esigenza di garantire all’interessato la possibilità di ottenere, al più presto, la restaurazione della situazione patrimoniale anteriore alla pronuncia della decisione poi annullata.

Cass. 20 giugno 2011, n. 13454.

 

In tema di giurisdizione, sulle domande di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione di sentenza cassata per difetto di giurisdizione, con rimessione delle parti al giudice amministrativo, sussiste la giurisdizione di quest’ultimo, configurandosi la fattispecie della “cassazione con rinvio”, in relazione alla quale l’art. 389 c.p.c. prevede la competenza del giudice di rinvio a conoscerne.

Cass., Sez. Un., 10 maggio 2011, n. 10174.

 

In caso di cassazione con rinvio, la domanda di restituzione di quanto prestato in esecuzione della sentenza d’appello poi cassata può essere proposta al giudice di rinvio non solo introducendo un nuovo, distinto giudizio (di cui peraltro può successivamente disporsi la riunione al giudizio di rinvio), ma anche con lo stesso atto con il quale la parte interessata riassume la causa originaria davanti al giudice di rinvio. Infatti, l’obbligo per il vincitore di agire separatamente rispetto al giudizio di rinvio non solo non risponde ad alcuna concreta esigenza del soggetto obbligato alla restituzione, ma, da un lato, viola il principio di economia dei giudizi e, dall’altro, contraddice la regola generale di cui all’art. 104 c.p.c., secondo cui contro la stessa parte possono proporsi più domande, anche non altrimenti connesse.

Cass. 3 agosto 2002, n. 11650; conforme Cass. lav., 9 gennaio 2001, n. 207.

 

La domanda di restituzione delle somme pagate in esecuzione di una sentenza successivamente cassata in sede di legittimità può essere proposta dinanzi al giudice del rinvio anche in via autonoma ed anche nelle forme del procedimento per ingiunzione, a nulla rilevando che competente a conoscere di essa sia, per effetto della competenza esclusiva stabilita dall’art. 389 c.p.c., un giudice collegiale come la corte d’appello.

Cass. 29 agosto 2008, n. 21901.
Cassazione senza rinvio

Le domande di restituzione o di riduzione in pristino, in caso di cassazione senza rinvio, rientrano, ex art. 389 c.p.c., nella competenza funzionale del giudice che ha pronunciato la sentenza cassata o che, come nella specie, si è pronunciato sul lodo arbitrale annullato dalla S.C.

Cass. 9 giugno 2006, n. 13461.

 

Regolamento di competenza

La cassazione della sentenza in accoglimento dell’istanza per regolamento di competenza non può essere definita né come cassazione con rinvio né come cassazione senza rinvio; pertanto, la competenza a conoscere della domanda per le restituzioni di quanto conseguito in esecuzione della sentenza cassata non è soggetta alle disposizioni di cui allo art. 389 c.p.c., ma a quelle che regolano la competenza in via ordinaria.

Cass. 22 ottobre 1974, n. 3027; conforme Cass. 18 ottobre 1968, n. 3362.
Impugnazione della pronuncia del giudice del rinvio

In caso di cassazione con rinvio, competente a decidere sulla domanda di restituzione di quanto prestato in esecuzione della sentenza d’appello poi cassata, come su tutte le azioni conseguenti all’annullamento della pronunzia d’appello, è il giudice di rinvio, la cui pronuncia è ricorribile in cassazione e non appellabile; né il regime di impugnazione muta qualora il giudice di rinvio abbia adottato prima una sentenza parziale e poi quella definitiva del giudizio.

Cass. lav., 22 luglio 2004, n. 13736.



 
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