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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 391-bis cod. proc. civile: Correzione degli errori materiali e revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione

Se la sentenza o l’ordinanza pronunciata ai sensi dell’articolo 375, primo comma, numeri 4) e 5) (1) L’intervento si è reso tra l’altro necessario a seguito della modifica all’art. 375 che ha generalizzato la pronuncia con ordinanza per tutte le decisioni assunte dalla Corte in camera di consiglio, pronunciata dalla Corte di Cassazione è affetta da errore materiale o di calcolo ai sensi dell’articolo 287 ovvero da errore di fatto ai sensi dell’articolo 395, numero 4), la parte interessata può chiederne la correzione o la revocazione con ricorso ai sensi degli articoli 365 e seguenti da notificare entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla notificazione della sentenza, ovvero di un anno dalla pubblicazione della sentenza stessa.

La Corte decide sul ricorso in camera di consiglio nell’osservanza delle disposizioni di cui all’articolo 380-bis.

Sul ricorso per correzione dell’errore materiale pronuncia con ordinanza. Sul ricorso per revocazione pronuncia con ordinanza se lo dichiara inammissibile, altrimenti rinvia alla pubblica udienza (2).

La pendenza del termine per la revocazione della sentenza della Corte di Cassazione non impedisce il passaggio il giudicato della sentenza impugnata con ricorso per cassazione respinto.

In caso di impugnazione per revocazione della sentenza della Corte di Cassazione non è ammessa la sospensione dell’esecuzione della sentenza passata in giudicato, né è sospeso il giudizio di rinvio o il termine per riassumerlo (3).


Commento

Correzione: [v. Libro II, Titolo I, Capo V]; Revocazione: [v. 395]; Notificazione: [v. 137]; Pubblicazione: [v. 133]; Camera di consiglio: [v. 373]; Passaggio in giudicato: [v. 324].

(1) L’intervento si è reso tra l’altro necessario a seguito della modifica all’art. 375 che ha generalizzato la pronuncia con ordinanza per tutte le decisioni assunte dalla Corte in camera di consiglio

 

(2) Il rinvio alla pubblica udienza consegue in ogni caso all’ammissibilità del ricorso per revocazione, a prescindere dalla fondatezza o meno dello stesso.

(3) Tale previsione risponde all’esigenza di evitare che la revocazione ex art. 395, n. 4 possa essere proposta per fini meramente dilatori.


Giurisprudenza annotata

Correzione errori materiali

Il termine perentorio per il deposito del ricorso, previsto dall’art. 369, primo comma, c.p.c., si applica anche alla procedura di correzione di errore materiale delle sentenze della Corte di Cassazione, poiché anche tale procedimento, secondo quanto stabilito dall’art. 391 bis, primo comma, c.p.c., va proposto con ricorso ai sensi degli artt. 365 e seguenti del c.p.c.

Cass. 12 luglio 2011, n. 15346.

 

Nel procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 391-bis c.p.c. non è ammessa alcuna pronuncia sulle spese processuali.

Cass. 4 maggio 2009, n. 10203.

 

In caso di omessa pronuncia sull’istanza di distrazione delle spese proposta dal difensore, il rimedio esperibile, in assenza di un’espressa indicazione legislativa, è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione, non potendo la richiesta di distrazione qualificarsi come domanda autonoma. La procedura di correzione, oltre ad essere in linea con il disposto dell’art. 93, secondo comma, c.p.c. - che ad essa si richiama per il caso in cui la parte dimostri di aver soddisfatto il credito del difensore per onorari e spese - consente il migliore rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, garantisce con maggiore rapidità lo scopo del difensore distrattario di ottenere un titolo esecutivo ed è un rimedio applicabile, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., anche nei confronti delle pronunce della Corte di cassazione.

Cass., Sez. Un., 7 luglio 2010, n. 16037.

 

Il difensore è legittimato a proporre ricorso per correzione di errore materiale avverso l’omessa pronuncia sulla distrazione delle spese se nel corso del giudizio aveva formulato specifica richiesta in tal senso, fermo restando che, concernendo la correzione sia la posizione del soggetto passivo della condanna nelle spese, sia quella del soggetto attivo, riguardo al quale il difensore esercitò il suo ministero, il ricorso (o l’istanza) debbono essere notificati all’uno e all’altro.

Cass. 12 luglio 2011, n. 15346.

 

L’attività di specificazione o di interpretazione di una sentenza di cassazione (nella specie richiesta in riferimento alla liquidazione delle spese nei confronti di più parti costituite) non può essere oggetto nè del procedimento di correzione di errore materiale, nè di quello per revocazione, a norma dell’art. 391-bis c.p.c., con conseguente inammissibilità del relativo ricorso.

Cass., Sez. Un., 23 dicembre 2009, n. 27218.

 

 

 

 

Revocazione delle sentenze della S.C.

Avverso le sentenze di mera legittimità della Corte di cassazione non è ammissibile l’impugnazione per revocazione per contrasto di giudicati, ai sensi dell’art. 395, n. 5, c.p.c., non essendo tale ipotesi espressamente contemplata nella disciplina anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006 (applicabile nella specie), né in quella successiva (artt. 391-bis e 391-ter c.p.c.), secondo una scelta discrezionale del legislatore - non in contrasto con alcun principio e norma costituzionale, atteso che il diritto di difesa e altri diritti costituzionalmente garantiti non risultano violati dalla disciplina delle condizioni e dei limiti entro i quali può essere fatto valere il giudicato, la cui stabilità rappresenta un valore costituzionale - condivisibile anche alla luce della circostanza che l’ammissibilità di tale impugnazione sarebbe logicamente e giuridicamente incompatibile con la natura delle sentenze di mera legittimità, che danno luogo solo al giudicato in senso formale e non a quello sostanziale.

Cass., Sez. Un., 30 aprile 2008, n. 10867.

 

È inammissibile la revocazione per contrasto con precedente giudicato delle sentenze della Corte di cassazione che abbiano deciso le cause nel merito, non essendo contemplato dalla legge tale motivo di revocazione in relazione alle sentenze di legittimità, potendo il conflitto tra diverse “regulae iuris”, derivanti da due distinti giudicati sullo stesso oggetto, essere composto con la prevalenza del secondo sul primo, in base all’art. 15 delle preleggi, applicabile trattandosi di vicenda relativa a comandi giuridici.

Cass. 29 dicembre 2011, n. 29580.

 

È inammissibile il ricorso per revocazione proposto avverso una sentenza della Corte di cassazione per il motivo di cui all’art. 395, n. 3, c.p.c. (rinvenimento, dopo la sentenza, di un documento decisivo non prodotto prima per fatto non imputabile alla parte), senza che la mancata previsione di tale ipotesi di revocazione tra quelle ammissibili, a norma dell’art. 391-bis c.p.c., in relazione alla sentenza della cassazione, sia configurabile come vizio di legittimità costituzionale emendabile con pronuncia della Corte costituzionale, giacché tale Corte, con ordinanza n. 205 del 2001, ha dichiarato la manifesta inammissibilità della relativa questione, ritenendo il difetto dei presupposti per una pronuncia additiva, atteso che solo il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità, potrebbe prevedere l’introduzione di un nuovo e diverso motivo di revocazione.

Cass. 10 maggio 2006, n. 10807; conforme Cass. 21 settembre 2010, n. 19973.

 

Benché non espressamente previsto dall’art. 391-bis c.p.c., anche le ordinanze rese dalla Corte di cassazione in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 375 dello stesso codice, sono assoggettabili al rimedio della revocazione, pur sempre circoscritta ai casi dell’errore di fatto configurato dall’art. 395, numero 4, del codice di rito.

Cass., Sez. Un., 30 dicembre 2004, n. 24170.

 

Ne consegue che non è censurabile con il rimedio della revocazione il preteso errore nella forma della decisione (la quale, nella specie, si assumeva essere stata resa nella forma dell’ordinanza, anziché in quella della sentenza.

Cass., Sez. Un., 25 giugno 2002, n. 9287.

 

La revocazione per errore di fatto, prevista anche per le sentenze della Corte di cassazione dall’art. 391-bis, c.p.c., può essere proposta avverso le ordinanze di detta Corte soltanto nel caso in cui le stesse, nonostante la forma, abbiano carattere decisorio ed attitudine ad acquisire efficacia di giudicato, sicché va esclusa l’ammissibilità della revocazione in riferimento all’ordinanza con la quale la Corte abbia sollevato una questione di legittimità costituzionale, in quanto questo provvedimento ha la forma e la natura sostanziale dell’ordinanza, dato che non decide, in tutto o in parte, la controversia, mentre la dovuta valutazione sulla rilevanza della questione integra una valutazione di contenuto meramente delibativo, priva di carattere vincolante sulle statuizioni da adottare successivamente alla pronuncia della Corte costituzionale.

Cass. 9 giugno 2005, n. 12175.

 

 

 

Errore revocatorio

L’errore di fatto che legittima la revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione consiste in un’erronea percezione dei fatti di causa, che, oltre a dover rivestire i caratteri dell’assoluta evidenza e della semplice rilevabilità sulla base del mero raffronto tra la sentenza impugnata e gli atti e i documenti di causa, nonché quelli dell’essenzialità e della decisività ai fini della decisione, deve riguardare gli atti interni al giudizio di legittimità, e cioè quegli atti che la Corte deve e può esaminare direttamente con propria indagine di fatto all’interno dei motivi di ricorso, e deve incidere unicamente sulla sentenza di legittimità, in quanto, qualora fosse configurabile come causa determinante della pronuncia impugnata in cassazione, il correlato vizio potrebbe essere fatto valere esclusivamente con i rimedi proponibili contro la sentenza di merito.

Cass. 22 novembre 2006, n. 24856.

 

A norma dell’art. 395, primo comma, n. 4, c.p.c., una sentenza può essere oggetto di revocazione solo quando sia effetto del preteso errore di fatto e cioè unicamente nell’ipotesi in cui il fatto che si assume erroneo costituisca il fondamento della decisione revocanda o rappresenti l’imprescindibile, oltre che esclusiva, premessa logica di tale decisione, sìcché tra il fatto erroneamente percepito, o non percepito, e la statuizione adottata intercorra un nesso di necessità logica e giuridica tale da determinare, in ipotesi di percezione corretta, una decisione diversa.

Cass., Sez. Un., 23 gennaio 2009, n. 1666.

 

L’errore in questione presuppone, quindi, il contrasto fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una emerge dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali, sempreché la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione e non di giudizio.

Cass. lav., 29 ottobre 2010, n. 22171.

 

Il giudicato, sia esso interno od esterno, costituendo la «regola del caso concreto» partecipa della qualità dei comandi giuridici, di guisa che, come la sua interpretazione non si esaurisce in un giudizio di fatto, ma deve essere assimilata, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, all’interpretazione delle norme giuridiche, così l’erronea presupposizione della sua inesistenza, equivalendo ad ignoranza della regula juris, rileva non quale errore di fatto, ma quale errore di diritto, inidoneo, come tale, a integrare gli estremi dell’errore revocatorio contemplato dall’art. 395, n. 4, essendo, in sostanza, assimilabile al vizio del giudizio sussuntivo, consistente nel ricondurre la fattispecie ad una norma diversa da quella che reca, invece, la sua diretta disciplina, e, quindi, ad una falsa applicazione di norma di diritto.

Cass., Sez. Un., 16 novembre 2004, n. 21639; conforme Cass., Sez. Un., 17 novembre 2005, n. 23242.

 

In tema di revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione configurabile solo nelle ipotesi in cui essa sia giudice del fatto ed incorra in errore meramente percettivo non può ritenersi inficiata da errore di fatto la sentenza della quale si censuri la valutazione di uno dei motivi del ricorso ritenendo che sia stata espressa senza considerare le argomentazioni contenute nell’atto d’impugnazione, perché in tal caso è dedotta un’errata considerazione e interpretazione dell’oggetto di ricorso.

Cass. 12 maggio 2011, n. 10466.

 

 

 

Ricorso per revocazione: interesse e legittimazione

Nel caso di ricorso per revocazione di una sentenza della Corte di cassazione, la quale abbia dichiarato l’improcedibilità di un ricorso, la omessa, sommaria esposizione dei fatti di causa e la omessa indicazione dei motivi dedotti a sostegno del ricorso già dichiarato improcedibile, determinano la inammissibilità del ricorso. Esse, infatti, comportano la preclusione di ogni decisione nella fase rescissoria del giudizio che dovesse seguire all’eventuale accoglimento della domanda di revocazione, non potendosi supplire a tali mancanze con il riferimento al ricorso per cassazione originariamente proposto e poi dichiarato improcedibile, ostandosi il disposto dell’art. 391-bis c.p.c., a norma del quale l’impugnazione per revocazione delle sentenze della Cassazione si propone con ricorso ai sensi dell’art. 365 e ss. c.p.c., con un richiamo che impone il rispetto delle medesime forme richieste per il ricorso originario e l’applicazione delle medesime sanzioni per la loro inosservanza. Strumentale, poi, rispetto a tale adempimento è quello, sanzionato con l’improcedibilità ex art. 369, n. 4, c.p.c., che impone al ricorrente di depositare gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda, non potendo,in linea di massima, valutarsi la fondatezza dei motivi di ricorso senza procedere al riscontro degli atti e documenti posti a fondamento delle ragioni addotte contro la sentenza impugnata.

Cass. 30 marzo 2000, n. 3875; conforme Cass. 25 febbraio 2005, n. 4068.

 

In tema di revocazione delle sentenze emesse dalla Corte di cassazione, è inammissibile il ricorso che contenga solo la domanda di revocazione della sentenza, ma non quella di decisione sull’originario ricorso attraverso la riproposizione degli argomenti in esso riportati, non essendo siffatto ricorso idoneo ad attivare la eventuale, successiva fase rescissoria.

Cass. 14 novembre 2006, n. 24203.

 

L’art. 366-bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, è applicabile anche al ricorso per revocazione ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c. contro le sentenze della Corte di cassazione (pubblicate a decorrere dal 2 marzo 2006, data di entrata in vigore del detto D.Lgs.), atteso che detta norma è da ritenere oggetto di rinvio da parte della previsione del primo comma dello stesso art. 391-bis, là dove dispone che la revocazione è chiesta «con ricorso ai sensi degli artt. 365 e seguenti».

Cass., Sez. Un., 30 ottobre 2008, n. 26022.

 

Al ricorso per revocazione proposto davanti alla Corte di cassazione nella vigenza del regime giuridico anteriore alla legge n. 69 del 2009, la previsione dell’art. 366 bis c.p.c., secondo la quale la formulazione del motivo deve risolversi nell’indicazione specifica, chiara e immediatamente intelligibile del fatto sul quale si fonda la richiesta revocazione, si applica non solo nel caso in cui il vizio revocatorio abbia ad oggetto l’errore di fatto (art. 391 bis c.p.c.) ma anche quando riguardi una delle altre ipotesi di revocazione richiamate dall’art. 391 ter c.p.c. (Nella specie, il dolo di una delle parti).

Cass. 14 gennaio 2011, n. 862.

 

In tema di giudizio di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, la palese ammissibilità e fondatezza del ricorso giustifica, per ragioni di economia processuale, valutate alla luce del principio costituzionale di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111, secondo comma, Cost., la sua trattazione diretta in udienza pubblica, senza che debba seguirsi l’”iter” procedimentale delineato dal combinato disposto degli artt. 391-bis e 380-bis c.p.c.

Cass. lav., 31 gennaio 2009, n. 2535.

 

L’avvenuta fissazione della trattazione di un ricorso per revocazione in udienza pubblica - anziché, come prescritto dall’art. 391 bis c.p.c., in camera di consiglio - è pienamente legittima, in quanto non determina alcun pregiudizio ai diritti di azione e difesa delle parti; in tal caso, la decisione con la quale viene dichiarata l’inammissibilità del ricorso, se adottata all’esito dell’udienza pubblica, non deve essere assunta con ordinanza, bensì con sentenza, le cui forme debbono ritenersi prescritte (salvo le deroghe che risultino espressamente stabilite dalla legge) tutte le volte che, all’esito di una pubblica udienza di discussione, si adotti un provvedimento collegiale che comporti la definizione del giudizio dinanzi al giudice adito.

Cass. 17 giugno 2011, n. 13299.



 
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