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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 397 cod. proc. civile: Revocazione proponibile dal pubblico ministero

Nelle cause in cui l’intervento del pubblico ministero è obbligatorio a norma dell’articolo 70 primo comma, le sentenze previste nei due articoli precedenti possono essere impugnate per revocazione dal pubblico ministero:

1) quando la sentenza è stata pronunciata senza che egli sia stato sentito (1);

2) quando la sentenza è l’effetto della collusione posta in opera dalle parti per frodare la legge (2).


Commento

Pubblico Ministero: [v. Libro I, Titolo II].

 

(1) La mancata partecipazione del Pubblico Ministero, che sia prevista come obbligatoria, implica la nullità della sentenza. Solo il P.M. può far valere tale nullità avvalendosi del rimedio straordinario, ma, qualora i termini per impugnare non siano ancora scaduti anche il P.M. dovrà ricorrere ai mezzi ordinari. Il termine per la proposizione di detta impugnazione decorre dal giorno in cui il P.M. ha conoscenza della sentenza pronunciata, senza che egli sia stato sentito, da qualunque fatto o fonte tale conoscenza provenga. Le parti, invece, possono far valere la mancata partecipazione del P.M. quale motivo di impugnazione in sede di appello o di ricorso per cassazione.

 

(2) Ricorre quando le parti convengono di far valere nel processo fatti non veri o prove false per ottenere una sentenza lesiva di interessi indisponibili. In tal modo le parti utilizzano uno strumento lecito per realizzare un fine illecito. La legge violata è una disposizione sostanziale inderogabile (es.: dichiarazione giudiziale di paternità non corrispondente alla situazione di fatto).


Giurisprudenza annotata

Applicazione della norma

Il P.M. è legittimato ad esperire il rimedio della revocazione di cui all’art. 397, n. 2, c.p.c. indipendentemente da quali siano state le sue conclusioni nel giudizio, nel quale è intervenuto, definito con la sentenza revocanda, e quindi anche quando abbia assunto una posizione processuale favorevole alle conclusioni delle parti, accolte nella medesima sentenza, perché, essendo questa il risultato della sottostante volontà delle parti di realizzare uno scopo non consentito dalla legge attraverso l’artificiosa rappresentazione di una situazione diversa da quella reale, anche il P.M. è da ritenersi vittima della collusione, al pari del giudice contro il quale la frode è in via principale rivolta.

Cass. 16 marzo 2007, n. 6302.



 
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