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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 421 cod. proc. civile: Poteri istruttori del giudice

Il giudice indica alle parti in ogni momento le irregolarità degli atti e dei documenti che possono essere sanate assegnando un termine per provvedervi, salvo gli eventuali diritti quesiti (1).
Può altresì disporre d’ufficio in qualsiasi momento l’ammissione di ogni mezzo di prova (2), anche fuori dei limiti stabiliti dal codice civile, ad eccezione del giuramento decisorio, nonché la richiesta di informazioni e osservazioni, sia scritte che orali, alle associazioni sindacali indicate dalle parti (3). Si osserva la disposizione del comma sesto dell’articolo 420.
Dispone, su istanza di parte, l’accesso sul luogo di lavoro, purché necessario al fine dell’accertamento dei fatti, e dispone altresì, se ne ravvisa l’utilità, l’esame dei testimoni sul luogo stesso (4)(5).
Il giudice, ove lo ritenga necessario, può ordinare la comparizione, per interrogarle liberamente sui fatti della causa, anche di quelle persone che siano incapaci di testimoniare a norma dell’articolo 246 o a cui sia vietato a norma dell’articolo 247.


Commento

Giuramento decisorio: [v. 233]; Associazione sindacale: [v. 410]. Diritti quesiti: situazioni soggettive che, con il decorso del tempo, si sono cristallizzate, per cui non é più possibile modificarle.

 

(1) Il potere del giudice di assegnazione del termine in sanatoria è discrezionale, per cui il suo mancato esercizio non può essere assolutamente fatto valere con alcun tipo di impugnazione.

 

(2) Il rito del lavoro tende a contemperare, in considerazione della particolare natura dei rapporti controversi, il principio dispositivo, in virtù del quale l’onere della prova incombe sulle parti, con quello della ricerca della verità, assegnando al giudice un ampio potere istruttorio d’ufficio.

 

(3) La facoltà del giudice di richiedere informazioni alle associazioni sindacali presuppone che le medesime siano indicate dalle parti e rispondano a mezzo di loro rappresentanti. Pertanto, rimane esclusa la possibilità di verbalizzare notizie offerte da persone non legittimate a renderle. In ogni caso le osservazioni sindacali possono fornire il fondamento per presunzioni semplici e argomenti di prova.

(4) Nel rito del lavoro sono conferiti al giudice peculiari poteri anche nell’assunzione delle prove per consentire una più efficace ricerca della verità.

 

(5) L’accesso sul luogo del lavoro costituisce una particolare forma di ispezione, dalla quale differisce perché ha ad oggetto solo il luogo del lavoro e perché postula l’istanza di parte. L’accesso è obbligatorio nel senso che non è surrogabile con una consulenza tecnica.

 

 

 


Giurisprudenza annotata

 Poteri istruttori del giudice.

 

 

  1. Ambito di applicazione; 2. Sanatoria delle irregolarità; 3. Potere-dovere del giudice; 4. Presupposti per l’esercizio dei poteri; 5. Ammissione dei mezzi di prova fuori dai limiti del codice civile; 6. Acquisizione di documenti.

 

 

  1. Ambito di applicazione.

Nel rito del lavoro (applicabile in materia di locazione ai sensi dell’art. 447-bis c.p.c.) l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove non siano stati notificati il ricorso depositato ed il decreto di fissazione dell’udienza, non essendo al giudice consentito - alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo di cui all’art. 111, secondo comma, Cost. - di assegnare, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c. Cass. 30 aprile 2011, n. 9597.

 

Nelle controversie in materia di lavoro e previdenza, nelle quali deve essere distinta la fase della proposizione della domanda (editio actionis) che si perfeziona con il deposito del ricorso innanzi all’adito organo giudiziario, dalla successiva fase della instaurazione del contraddittorio (vocatio in jus), che si attua mediante la notificazione alla controparte del ricorso stesso unitamente al relativo decreto di fissazione d’udienza, la riassunzione del giudizio in primo grado, dopo che il giudice di appello, in applicazione degli artt. 353 e 354 c.p.c., ne abbia disposto la rimessione per nullità della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio, comporta la continuazione di quello precedentemente instaurato con conseguente impedimento di decadenze a sfavore dell’attore e non l’instaurazione di un nuovo giudizio. Ne deriva che l’attore, qualora non abbia indicato nell’atto introduttivo i mezzi di prova dei quali intenda avvalersi, decade dal relativo onere, con conseguente inammissibilità di quelli indicati nell’atto di riassunzione perché tardivamente proposti, fermo restando la possibilità, da parte del giudice, di esercitare i poteri istruttori come consentitigli dall’art. 421 c.p.c. Cass. lav., 18 maggio 2007, n. 11628.

 

 

  1. Sanatoria delle irregolarità.

In tema di riassunzione, il meccanismo per la riattivazione del rapporto processuale interrotto si realizza distinguendo il momento della rinnovata “editio actionis” da quello della “vocatio in jus”, sicché, una volta eseguito tempestivamente il deposito del ricorso in cancelleria, il termine di sei mesi di cui all’art. 305 c.p.c. non ha alcun ruolo nella successiva notifica dell’atto volta a garantire il corretto ripristino del contraddittorio. Ne consegue che, ove la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza sia viziata od inesistente, l’assegnazione di un ulteriore termine da parte del giudice per la rinnovazione della notifica e il compimento del relativo adempimento prescindono dal rispetto delle indicazioni di cui all’art. 305 c.p.c. rispondendo alla sola necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della “vocatio in jus”, senza che siano estensibili i principi applicabili per il ricorso in appello nel rito del lavoro e per il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo - che, alla stregua del principio della ragionevole durata del processo ex art. 111, secondo comma, Cost., postulano che la notificazione avvenga nei termini di legge senza possibilità per il giudice di assegnare un termine per la rinnovazione - rispondendo la situazione ad una differente “ratio legis”. Cass. lav., 6 maggio 2011, n. 10016.

 

Nel rito del lavoro, qualora il giudice abbia, nell’esercizio dei poteri d’ufficio di cui all’art. 421 c.p.c., assegnato ad una delle parti un termine per porre rimedio alle irregolarità riscontrate nella formulazione dei capitoli di prova, con l’invito ad una nuova formulazione degli stessi, tale termine deve ritenersi perentorio; ne consegue, in applicazione della particolare disciplina di cui ai commi quinto e sesto dell’art. 420 c.p.c., la decadenza della parte dal diritto di far assumere le prove nell’ipotesi di mancata ottemperanza nel termine fissato. Cass. lav., 20 gennaio 2005, n. 1130.

 

Nel rito del lavoro e, in particolare nella materia della previdenza ed assistenza, dove, per la particolare natura dei rapporti controversi il principio dispositivo va contemperato con quello di ricerca della verità materiale, la norma di cui all’art. 244 c.p.c., secondo la quale la prova testimoniale deve essere dedotta con indicazione specifica dei fatti, formulati in articoli separati, sui quali ciascuna persona deve essere interrogata, va interpretata alla luce del disposto dell’art. 421 c.p.c., sui poteri officiosi del giudice del lavoro, e dell’art. 420 c.p.c. sulla funzione integrativa del libero interrogatorio, sicché, quando i fatti materiali siano compiutamente enunciati nel ricorso introduttivo del giudizio, il giudice non può rigettare la richiesta di prova testimoniale sol perché i fatti non sono capitolati a norma dell’art. 244 c.p.c. Cass. lav., 21 marzo 2003, n. 4180.

 

 

  1. Potere-dovere del giudice.

Nel giudizio tra datore di lavoro ed istituti previdenziali o assistenziali aventi ad oggetto l’omesso pagamento di contributi, non costituisce motivo di nullità la circostanza che il giudice, nel corso dell’assunzione della prova, abbia liberamente interrogato i testi indicati dalle parti (nella specie il lavoratore, i cui contributi erano stati omessi), chiedendo chiarimenti in ordine ai fatti esposti dalle stesse od anche - salvo espressa opposizione delle parti motivate da una concreta violazione del loro diritto di difesa - estendendo la prova a nuove circostanze ritenute rilevanti trattandosi di facoltà spettanti al giudice, fermo restando che le eventuali nullità relative alla deduzione, facoltà spettanti al giudice, fermo restando che le eventuali nullità relative alla deduzione, tempestività, ammissione e assunzione della prova testimoniale debbono essere tempestivamente eccepite, rimanendo sanate ove l’atto istruttorio sia stato compiuto senza opposizione della parte che vi ha assistito. Cass. lav., 12 agosto 2011, n. 17272.

 

La discrezionalità del potere officioso del giudice di ordinare alla parte o ad un terzo, ai sensi degli artt. 210 e 421 c.p.c., l’esibizione di un documento sufficientemente individuato, non potendo sopperire all’inerzia delle parti nel dedurre i mezzi istruttori, rimane subordinata alle molteplici condizioni di ammissibilità di cui agli artt. 118 e 210 e 94 disp. att. c.p.c. e deve essere supportata da un’idonea motivazione, anche in considerazione del più generale dovere di cui all’art. 111, comma sesto, Cost., saldandosi tale discrezionalità con il giudizio di necessità dell’acquisizione del documento ai fini della prova di un fatto. Cass. 20 giugno 2011, n. 13533.

 

L’ordine di rinnovo della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio (disposto ai sensi dell’art. 291 c.p.c. e, per il rito del lavoro, ai sensi dell’art. 421 c.p.c.) è provvedimento che corrisponde ad uno specifico modello processuale, potendo e dovendo essere emesso sempre che si verifichi la situazione normativamente considerata; ne consegue che l’atto che dispone la rinnovazione della notifica quando una rituale notifica vi sia già stata deve ritenersi nullo ai sensi dell’art. 156 c.p.c., perché non riconducibile al relativo modello processuale, in quanto emesso al di fuori delle ipotesi consentite, e perché inidoneo a raggiungere il proprio scopo, consistente nella valida instaurazione del contraddittorio, essendo tale scopo già stato raggiunto per la ritualità della notifica della quale è stata erroneamente disposta la rinnovazione. La nullità del suddetto atto si trasmette agli atti successivi che ne dipendono, onde non può negarsi l’interesse ad affermare che l’ordine di rinnovazione è stato impartito al di fuori delle ipotesi consentite, in chi, destinatario inottemperante del medesimo, abbia poi subito le conseguenze della propria inottemperanza. Cass. lav., 28 ottobre 2010, n. 22032.

 

L’eccezione di interruzione della prescrizione, configurandosi diversamente dall’eccezione di prescrizione come eccezione in senso lato, può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo, ma sulla base di allegazioni e di prove ritualmente acquisite o acquisibili al processo e, in ordine alle controversie assoggettate al rito del lavoro, sulla base dei poteri istruttori legittimamente esercitabili anche di ufficio ai sensi dell’art. 421, secondo comma, c.p.c., dal giudice, tenuto, secondo tale norma all’accertamento della verità dei fatti rilevanti ai fini della decisione. Pertanto in presenza di un quadro probatorio che non consenta di ritenere sicuramente insussistente un fatto costitutivo od impeditivo l’esercizio di tali poteri istruttori è doveroso ove l’incertezza possa essere rimossa con opportune iniziative istruttorie sollecitate dal giudice. Cass. lav., 14 luglio 2010, n. 16542.

 

 

  1. Presupposti per l’esercizio dei poteri.

Nel processo del lavoro, l’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio in grado d’appello presuppone la ricorrenza di alcune circostanze: l’insussistenza di colpevole inerzia della parte interessata, con conseguente preclusione per inottemperanza ad oneri procedurali, l’opportunità di integrare un quadro probatorio tempestivamente delineato dalle parti, l’indispensabilità dell’iniziativa ufficiosa, volta non a superare gli effetti inerenti ad una tardiva richiesta istruttoria o a supplire ad una carenza probatoria totale sui fatti costitutivi della domanda, ma solo a colmare eventuali lacune delle risultanze di causa. Non ricorrono, pertanto, i suddetti presupposti, allorché la parte sia incorsa in decadenze per la tardiva costituzione in giudizio in primo grado e non sussista, quindi, alcun elemento, già acquisito al processo, tale da poter offrire lo spunto per integrare il quadro probatorio già tempestivamente delineato. Cass. lav., 11 marzo 2011, n. 5878.

 

Nel rito del lavoro, i mezzi istruttori, preclusi alle parti, possono essere ammessi d’ufficio, ma suppongono, tuttavia, la preesistenza di altri mezzi istruttori, ritualmente acquisiti, che siano meritevoli dell’integrazione affidata alle prove ufficiose. Peraltro, l’indisponibilità, che consente la produzione tardiva di documenti suppone che, al momento fissato, a pena di preclusione o decadenza, per la loro produzione, fosse oggettivamente impossibile disporne, trattandosi di documenti la cui formazione risulti, necessariamente, successiva a quel momento. Ne esulano, pertanto, le certificazioni che, pur avendo per oggetto circostanze di fatto quali, con riferimento a prestazioni assistenziali, i requisiti socio-economici al fine dell’accesso all’assegno di invalidità, preesistenti a quel momento, siano state formate, tuttavia, solo successivamente. Cass. lav., 27 luglio 2006, n. 17178.

 

 

  1. Ammissione dei mezzi di prova fuori dai limiti del codice civile.

In tema di risarcimento del danno nei casi di conversione del contratto di lavoro a tempo determinato, la sopravvenuta disciplina di cui all’art. 32, commi 5, 6 e 7 della legge n. 183 del 2011, come interpretata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 303 del 2011, si applica anche in sede di legittimità ove pertinente alle questioni dedotte nel ricorso, dovendosi ritenere che, alla luce di una interpretazione costituzionalmente conforme della disciplina transitoria, si debba prescindere, nell’applicazione dello “ius superveniens”, dalla fase in cui il processo si trovi e trovando tale soluzione conferma nella lettera del secondo periodo del comma 7 che, nel prevedere che “il giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’articolo 421 del codice di procedura civile”, premette l’inciso “ove necessario” con valore disgiuntivo/inclusivo, a dimostrazione che la possibilità di modifiche del “petitum e” di esercizio dei poteri istruttori va modulata in ragione dello stato e del grado in cui si trova il processo. Ne consegue che ove, a seguito di cassazione con rinvio, sia stata ripristinata la sede di merito, la modifica di domande ed eccezioni potrà rendersi necessaria solo in primo grado (in caso di ricorso “per saltum”), eventualmente anche con l’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio, mentre in appello resteranno consentiti solo questi ultimi. Cass. lav., 2 marzo 2012, n. 3305.

 

L’art. 421, secondo comma, prima parte, c.p.c., nell’attribuire al giudice del lavoro la responsabilità e il potere di ammettere d’ufficio ogni mezzo di prova, anche fuori dei limiti stabiliti dal c.c., si riferisce non ai requisiti di forma previsti dal c.c. per alcuni tipi di contratti (sia ad substantiam che ad probationem), ma ai limiti fissati da detto codice alla prova testimoniale, in via generale, negli artt. 2721, 2722 e 2723 c.c. Cass. lav., 25 agosto 2005, n. 17333; conforme Cass. lav., 28 dicembre 1996, n. 11540.

 

 

  1. Acquisizione di documenti.

Nel rito del lavoro, il mancato deposito, da parte dell’appellante, del proprio fascicolo e della sentenza impugnata e la mancata o tardiva restituzione del fascicolo ritirato alla chiusura dell’istruzione comporta che il giudice, ove questi non possa supplire con gli atti di causa, debba ordinare all’appellante medesimo, a norma dell’art. 421 c.p.c., detto deposito e che, in caso di inosservanza dell’ordine, stante la persistente carenza della documentazione necessaria ai fini della decisione, egli debba rigettare nel merito l’impugnazione, atteso che non sono applicabili le norme ordinarie relative alla forme ed ai termini della costituzione in appello. Cass. lav., 9 novembre 2010, n. 22749.

 

La mancata produzione del contratto collettivo post-corporativo, del quale il lavoratore chieda (anche implicitamente) l’applicazione, può comportare il rigetto della domanda (di differenze retributive) nel merito solo in ipotesi di contestazione in ordine all’esistenza e al contenuto di tale contratto, mentre, nell’ipotesi in cui vi sia eventualmente contestazione soltanto in ordine all’applicabilità di tale contratto, sussiste per il giudice il potere-dovere, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., di acquisire d’ufficio, attraverso consulenza tecnica, il contratto collettivo di cui il lavoratore, pur eventualmente non indicando gli estremi, abbia tuttavia fornito idonei elementi di identificazione Cass. lav., 27 ottobre 2005, n. 20864; conforme Cass. lav., 16 gennaio 2004, n. 639.



 
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