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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 429 cod. proc. civile: Pronuncia della sentenza

Nell’udienza il giudice, esaurita la discussione orale e udite le conclusioni delle parti, pronuncia sentenza con cui definisce il giudizio dando lettura del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. In caso di particolare complessità della controversia, il giudice fissa nel dispositivo un termine, non superiore a sessanta giorni, per il deposito della sentenza (1).
Se il giudice lo ritiene necessario, su richiesta delle parti, concede alle stesse un termine non superiore a dieci giorni per il deposito di note difensive, rinviando la causa all’udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine suddetto, per la discussione e la pronuncia della sentenza (2).
Il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, deve determinare, oltre gli interessi nella misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto (3) (4).


Commento

Sentenza: [v. 132]; Dispositivo: [v. 420]; Termine: [v. 152]. Interessi nella misura legale: obbligazione pecuniaria, accessoria al capitale; matura giornalmente in ragione della durata del rapporto obbligatorio e sulla base del saggio percentuale fissato dalla legge.

 

(1) La lettura del dispositivo in udienza è atto a rilevanza esterna e quindi non modificabile. In caso di contrasto radicale tra il dispositivo letto in udienza e quello contenuto nella sentenza successivamente depositata, prevale il dispositivo, ma la sentenza deve considerarsi nulla (nullità da far valere mediante impugnazione), con conseguente impossibilità di ricorrere alla procedura della correzione degli errori.

 

(2) Un temperamento alla rigidità della norma è dato dalla possibilità di rinviare ad altra udienza la lettura del dispositivo, per consentire alle parti di depositare note difensive.

 

(3) Il legislatore, in considerazione del carattere alimentare dei crediti di lavoro (Cost. 36), ha previsto che le somme dovute al lavoratore a titolo retributivo e risarcitorio siano automaticamente rivalutate secondo gli indici Istat [v. att. 150] a far data dalla maturazione del diritto. Il lavoratore, cioè, non è tenuto a provare il maggior danno da svalutazione e gli interessi vengono cumulati alla rivalutazione.

 

(4) L’istituto è applicabile anche ai dipendenti degli enti pubblici e dello Stato, nonché ai lavoratori parasubordinati.


Giurisprudenza annotata

Pronuncia della sentenza.

 

 

  1. Pronuncia della sentenza; 2. Sentenze di condanna al pagamento di somme di denaro; 2.1. Per crediti di lavoro; 2.2. Per crediti previdenziali e assistenziali.

 

 

  1. Pronuncia della sentenza.

Nel rito del lavoro, ai fini dell’individuazione della data di decisione del giudizio rileva il verbale dell’udienza di discussione che attesta la lettura del dispositivo della sentenza, trattandosi di atto pubblico che fa fede fino a querela di falso. Cass. lav., 22 novembre 2011, n. 24573.

 

Nel rito del lavoro solo il contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione determina la nullità della sentenza, da far valere mediante impugnazione, in difetto della quale prevale il dispositivo. Tale insanabilità deve tuttavia escludersi quando sussista una parziale coerenza tra dispositivo e motivazione, divergenti solo da un punto di vista quantitativo, e la seconda inoltre sia ancorata ad un elemento obiettivo che inequivocabilmente la sostenga (sì da potersi escludere l’ipotesi di un ripensamento del giudice); in tal caso è configurabile l’ipotesi legale del mero errore materiale, con la conseguenza che, da un lato, è consentito l’esperimento del relativo procedimento di correzione e, dall’altro, deve qualificarsi come inammissibile l’eventuale impugnazione diretta a far valere la nullità della sentenza asseritamente dipendente dal contrasto tra dispositivo e motivazione. Cass. 10 maggio 2011, n. 10305.

 

L’autorizzazione da parte del giudice a depositare note scritte, in luogo della discussione e delle conclusioni orali previste dal codice di rito (art. 429 comma 1 c.p.c.), implica l’autorizzazione a richiedere per iscritto quello che la parte avrebbe dovuto richiedere oralmente; conseguentemente, non è dubbio che sia tempestiva la richiesta di avvalersi di un contratto collettivo con efficacia retroattiva sottoscritto nel corso del grado di giudizio. Cass. lav., 15 maggio 2007, n. 11094.

 

Nel rito del lavoro solo il contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione determina la nullità della sentenza, da far valere mediante impugnazione, in difetto della quale prevale il dispositivo. Tuttavia, la predetta insanabilità deve escludersi quando sussista una parziale coerenza tra dispositivo e motivazione, divergenti solo da un punto di vista quantitativo, e la seconda inoltre sia ancorata ad un elemento obiettivo che inequivocabilmente la sostenga (sì da potersi escludere l’ipotesi di un ripensamento del giudice); in tal caso è configurabile l’ipotesi legale del mero errore materiale, con la conseguenza che, da un lato, è consentito l’esperimento del relativo procedimento di correzione e, dall’altro, deve qualificarsi come inammissibile l’eventuale impugnazione diretta a far valere la nullità della sentenza asseritamente dipendente dal contrasto tra dispositivo e motivazione. Cass. lav., 27 agosto 2007, n. 18090; conforme Cass. lav., 14 maggio 2007, n. 11020.

 

 

  1. Sentenze di condanna al pagamento di somme di denaro.

 

 

2.1. Per crediti di lavoro.

La domanda proposta dal lavoratore contro il datore di lavoro volta a conseguire il risarcimento del danno sofferto per la mancata adozione, da parte dello stesso datore, delle misure previste dall’art. 2087 c.c., non ha natura previdenziale perché non si fonda sul rapporto assicurativo configurato dalla normativa in materia, ma si ricollega direttamente al rapporto di lavoro, dando luogo ad una controversia di lavoro disciplinata quanto agli accessori del credito dall’art. 429, comma 2, c.p.c.,; ne consegue che non opera il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione stabilito per i crediti previdenziali dalla legge n. 412/1991, art. 16, comma 6. Cass. lav., 5 marzo 2012, n. 3417.

 

Sui crediti del datore di lavoro verso il lavoratore (nella specie, relativi all’esecuzione mal fatta del lavoro) non spettano gli interessi ove non sia stata formulata specifica domanda nè in primo grado, nè in appello, dovendosi escludere l’applicabilità del disposto di cui all’art. 429, terzo comma, c.p.c., e, quindi, dell’automatismo insito in detta previsione, riconosciuto solo in favore del lavoratore. Cass. lav., 12 gennaio 2011, n. 546.

 

 

2.2. Per crediti previdenziali e assistenziali.

La giurisprudenza di legittimità ha, quindi, riconosciuto che a seguito delle sentenze n. 156 del 1991 e n. 196 del 1993 della Corte costituzionale - che hanno esteso ai crediti previdenziali e assistenziali la disciplina dettata dall’art. 429 c.p.c. in materia di crediti di lavoro - la rivalutazione monetaria e gli interessi legali costituiscono una componente essenziale del credito previdenziale o assistenziale, nel senso che esso, maggiorato di tali elementi, rappresenta, nel tempo, l’originario credito nel suo reale valore man mano aggiornato. La disciplina legale applicabile è, pertanto, sempre ed unicamente quella per lo specifico credito previdenziale o assistenziale dedotto in giudizio, con la conseguente impossibilità di ritenere assoggettata la porzione di credito contabilmente imputabile a rivalutazione e interessi ad un regime prescrizionale diverso da quello proprio ascrivibile a somma capitale Cass., Sez. Un., 25 luglio 2002, n. 10955.



 
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