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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 432 cod. proc. civile: Valutazione equitativa delle prestazioni

Quando sia certo il diritto ma non sia possibile determinare la somma dovuta, il giudice la liquida con valutazione equitativa (1)(2).


Commento

Valutazione equitativa: valutazione operata dal giudice non sulla base di specifiche norme di diritto, ma secondo il suo prudente apprezzamento, comparando gli interessi delle parti.

 

(1) La norma costituisce un’estensione della facoltà di cui all’art. 1226 c.c., concernente l’ipotesi di liquidazione equitativa del danno da illecito contrattuale. La valutazione equitativa può essere compiuta quando, essendo stata accertata l’esistenza del diritto, risulti impossibile la determinazione del quantum. La norma, pertanto, disciplina un’ipotesi di equità suppletiva o integrativa, perché serve a determinare uno degli elementi oggettivi mancanti di un rapporto giuridico che è stato provato. Il giudice può preferire il criterio equitativo invece di utilizzare, a seconda dei casi, il giuramento suppletorio o il giuramento estimatorio (c.c. 2736) deferibile quando il valore di una causa non è determinabile, con apprezzamento soggetto a controllo di legittimità.

 

(2) Il lavoro straordinario deve essere provato dal lavoratore e non può essere oggetto della valutazione equitativa del giudice, in quanto questa consente la determinazione del valore economico della prestazione lavorativa e non la sua esistenza.


Giurisprudenza annotata

Valutazione equitativa delle prestazioni.

 

 

  1. Valutazione equitativa delle prestazioni.

 

 

  1. Valutazione equitativa delle prestazioni.

Nel rito del lavoro, il potere, conferito al giudice dall’art. 432 c.p.c., di liquidare con valutazione equitativa la somma dovuta al lavoratore quando sia certo il relativo diritto, può essere esercitato dal giudice del merito soltanto nell’ipotesi in cui sia individuata, con adeguata e corretta motivazione, l’obiettiva impossibilità di una determinazione certa dell’importo della somma dovuta alla stregua degli elementi acquisiti al processo; nell’esercizio di tale potere, che è discrezionale e non già arbitrario, il giudice è tenuto a dare congrua ragione del processo logico attraverso il quale perviene alla liquidazione del quantum debeatur, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo. Cass. lav., 20 gennaio 1999, n. 508; conforme Cass. lav., 18 aprile 2002, n. 5603.

 

La clausola contrattuale che prevede, in un rapporto di lavoro, nella specie dirigenziale, l’erogazione di un “bonus” “basato su obiettivi di anno in anno concordati” non è suscettibile di integrazione in sede giudiziale. Infatti, il lavoratore non può invocare la determinazione da parte del giudice ex art. 2099 c.c., che comunque presuppone l’esistenza del diritto all’elemento retributivo ulteriore, posto che non esiste l’obbligo del datore alla corresponsione del compenso aggiuntivo “de quo”, in mancanza di qualsiasi determinazione degli obiettivi condizionanti la spettanza del compenso; non può darsi il ricorso all’art. 432 c.p.c., in quanto la valutazione equitativa della prestazione ha per oggetto il valore economico e non la determinazione sull’esistenza della prestazione. Cass. lav., 16 giugno 2009, n. 13953.

 

Sulla necessità di una congrua motivazione del processo logico attraverso il quale il giudice pervenga alla liquidazione del quantum debeatur, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo. Cass. lav., 23 luglio 2004, n. 13887.



 
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