codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 434 cod. proc. civile: Deposito del ricorso in appello

Il ricorso deve contenere le indicazioni prescritte dall’articolo 414. L’appello deve essere motivato. La motivazione dell’appello deve contenere, a pena di inammissibilità:
1) l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;
2) l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.
Il ricorso deve essere depositato nella cancelleria della corte di appello entro trenta giorni dalla notificazione della sentenza, oppure entro quaranta giorni nel caso in cui la notificazione abbia dovuto effettuarsi all’estero (1) (2) (3).

 

 

 

 

 

 


Commento

Notificazione: [v. 137]; Sentenza: [v. 132].

 

(1) Nel caso di mancata notificazione della sentenza, l’appello deve essere proposto nel termine di sei mesi dalla pubblicazione della stessa. L’omessa proposizione dell’appello nei termini determina il passaggio in giudicato della sentenza [v. 324] e la inammissibilità della impugnazione tardivamente proposta.

 

(2) Se il ricorso in appello è depositato presso la cancelleria del giudice entro l’anno dal deposito della sentenza di primo grado, la notifica, anche se eseguita dopo l’anno, va eseguita ai sensi dell’art. 330 e quindi al procuratore costituito in primo grado e non alla parte personalmente.

 

(3) Anche in appello deve essere reiterata la richiesta di mezzi istruttori domandati e non ammessi in primo grado, senza che vi possa provvedere d’ufficio il giudice di secondo grado, in quanto l’esercizio del suo potere discrezionale non può servire a sanare decadenze nelle quali sono incorse le parti.


Giurisprudenza annotata

Deposito del ricorso in appello.

 

 

  1. Contenuto del ricorso; 2. Termini; 3. Deposito.

 

 

  1. Contenuto del ricorso.

Nelle controversie di lavoro il difetto di trascrizione della procura al difensore nella copia notificata di un ricorso in appello, è privo di rilevanza quando la prova del tempestivo conferimento della procura può desumersi dall’originale del ricorso, sottoscritto dal procuratore prima del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza e di nomina del relatore. Pertanto, la mancanza dell’indicazione di elementi essenziali nella copia del ricorso consegnata all’appellato in sede di notifica, contenuta invece nell’originale dell’atto stesso, determina una nullità che investe non il ricorso predetto ma solo la notifica del medesimo, ove la stessa non sia autonomamente idonea a far conoscere al destinatario il contenuto dell’atto notificato che è sanata dalla costituzione in giudizio del convenuto. Cass. lav., 22 novembre 2010, n. 23625.

 

Pur non potendo essere stabilito in via generale e assoluta il grado di specificità dei motivi è però necessario che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata vengano contrapposte quelle dell’appellante volte ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime. Cass. lav., 19 febbraio 2009, n. 4068; conforme Cass. lav., 18 aprile 2007, n. 9244; Cass. 20 gennaio 2006, n. 1108; Cass. lav., 11 maggio 2004, n. 8926.

 

Detto onere di specificazione non può ritenersi assolto dal mero dissenso avverso i conteggi elaborati dal consulente tecnico d’ufficio attraverso l’allegazione di copiosi conteggi di parte, trascritti in molteplici pagine e materialmente spillati all’atto di appello, elaborati dalle associazioni sindacali su documentazione reperita successivamente alla pubblicazione della sentenza di primo grado, traducendosi la contestazione in una censura per relationem che, oltre ad introdurre inammissibili documenti nuovi nel giudizio di appello, è inidonea a consentire al giudice del gravame di percepire in alcun modo il contenuto delle contestazioni, non valendo al riguardo il rilievo, di mero buon senso ma processualmente irrilevante, di poter desumere dalla discordanza tra i dati numerici ivi riportati e quelli elaborati dagli ausiliari del primo giudice le intrinseche ragioni del dissenso alle statuizioni adottate, restando esclusa la possibilità di demandare al giudice dell’appello un’operazione di comparazione dalla quale evincere le pertinenti censure alla consulenza tecnica d’ufficio. Cass. lav., 17 dicembre 2010, n. 25588.

 

Il requisito della specificità dei motivi di appello, previsto dall’art. 434 c.p.c., richiede che l’appellante indichi le parti della sentenza ritenute errate e le ragioni, di fatto e diritto, su cui fonda la relativa impugnazione; ne consegue che detto requisito non è soddisfatto ove la parte pretenda di dedurre l’erroneità - ritenendola logicamente presupposta - di una parte della sentenza attraverso la formulazione di un motivo di impugnazione relativo ad altra parte della sentenza ed altra, diversa, questione di diritto. Cass. lav., 9 giugno 2008, n. 15166.

 

Nella controversia relativa all’adeguamento dell’indennità di mobilità, qualora il giudice di primo grado abbia riconosciuto il diritto all’adeguamento sulla base della ritenuta applicabilità della disciplina riguardante i lavoratori socialmente utili, non incorre nella violazione degli artt. 342 e 434 c.p.c. l’atto di appello che contesti in radice l’esistenza di alcuna disposizione normativa che preveda un meccanismo di adeguamento della prestazione di mobilità, poiché tale contestazione è idonea, di per sé, ad identificare le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali si richiede la riforma della pronuncia di primo grado, senza necessità di un’espressa contestazione con riguardo all’avvenuta applicazione, da parte del primo giudice, di una diversa norma, non utile a regolare la fattispecie controversa. Cass. lav., 21 novembre 2008, n. 27802.

 

L’eccezione di interruzione della prescrizione, configurandosi come eccezione in senso lato, può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo, semprechè l’allegazione del fatto interruttivo - ove effettuata nel giudizio di secondo grado - sia stata ritualmente compiuta con i motivi di impugnazione, i quali identificano le questioni poste all’esame del giudice del gravame e le ragioni che si intendono far valere in tale sede, così cristallizzando il thema decidendum su cui il giudice è chiamato a pronunziarsi, dovendosi escludere che la mera indicazione nelle “premesse in fatto” e nella parte espositiva dell’atto d’appello sia idonea a soddisfare detto onere. Cass. lav., 9 aprile 2009, n. 8710.

 

In materia di appello, fra i requisiti dell’atto di impugnazione non è prevista, a differenza di quanto stabilito dall’art. 366, n. 2, c.p.c. per il giudizio di cassazione, l’indicazione della sentenza impugnata, la cui individuazione attiene all’oggetto della domanda e, al contenuto dell’impugnazione proposta, restando i relativi accertamenti, non censurabili in sede di legittimità se congruamente motivati, di spettanza del giudice di merito. Cass. lav., 2 luglio 2009, n. 15497.

 

Il thema decidendum nel giudizio di secondo grado è delimitato dai motivi di impugnazione, la cui specifica indicazione è richiesta, ex art. 434 c.p.c., per l’individuazione dell’oggetto della domanda d’appello e per stabilire l’ambito entro il quale deve essere effettuato il riesame della sentenza impugnata; tuttavia, allorquando sia impugnata una sentenza di totale reiezione della domanda originaria, poiché il bene della vita richiesto non può che essere, in linea di massima, quello negato in primo grado, ovvero delimitato dagli stessi motivi di impugnazione così che, ove questi siano «specifici» e chiaramente rivolti contro le argomentazioni che avevano condotto il primo giudice al rigetto della domanda, va escluso che, pur in mancanza di conclusioni precise, possa ravvisarsi acquiescenza alla reiezione di essa, dovendosi ravvisare la riproposizione della domanda negli identici termini iniziali, con le eventuali delimitazioni evidenziate dalla specificazione dei motivi di gravame e dalla eventuale incompatibilità rispetto ad essi. Cass. 16 maggio 2006, n. 11372; conforme Cass. lav., 27 febbraio 2004, n. 4053.

 

La valutazione dell'osservanza dell'onere di specificità dei motivi di impugnazione, di cui agli artt. 342 e 434 cod. proc. civ. - nella formulazione "ratione temporis" applicabile, anteriore alle modifiche di cui al d.l. 22 giugno 2012 n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134 - non può essere effettuata direttamente dalla Corte di cassazione, spettando al giudice di merito interpretare la domanda, mentre il giudice di legittimità può solo indirettamente verificare tale profilo avuto riguardo alla correttezza giuridica del procedimento interpretativo e alla logicità del suo esito, senza poter ricondurre la censura nell'ambito degli "errores in procedendo", mediante interpretazione autonoma dell'atto di appello. Rigetta, App. Palermo, 28/09/2007

Cassazione civile sez. lav.  27 maggio 2014 n. 11828  

 

 

  1. Termini.

La disciplina del computo dei termini dettata dall’art. 155 c.p.c., e, in particolare, la previsione dell’ultimo comma di tale norma, concernente la proroga di diritto del giorno di scadenza, se festivo, al primo giorno seguente non festivo, si applica, per il suo carattere generale, a tutti i termini, anche perentori, contemplati dal codice di rito, compreso il termine breve, fissato dal secondo comma dell’art. 434 di detto codice, per la proposizione dell’appello nelle controversie soggette al nuovo rito del lavoro. Cass. lav., 5 giugno 2001, n. 7607; conforme Cass. lav., 11 giugno 1986, n. 3870.

 

L’inammissibilità dell’impugnazione, perché depositata in cancelleria oltre il termine di decadenza previsto dell’art. 434, secondo comma, c.p.c. e, in caso di mancata notifica della sentenza, nel termine di cui all’art. 327, primo comma, stesso codice, non trova deroga con riguardo all’ipotesi in cui l’impugnazione sia stata irritualmente proposta nella forma della citazione, ancorché questa sia suscettibile di convalidazione a norma dell’art. 156, ultimo comma, c.p.c., trattandosi di inosservanza di un adempimento prescritto a pena di decadenza, dal quale deriva il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado. Cass. lav., 12 marzo 2004, n. 5150.

 

 

  1. Deposito.

Nel giudizio di appello è onere della parte produrre in giudizio il proprio fascicolo di primo grado, essendo esclusa la trasmissione al secondo giudice, unitamente al fascicolo d’ufficio, anche dei fascicoli di parte. Cass. lav., 12 aprile 2006, n. 8528.

 

Al fine di verificare la tempestività della proposizione dell’atto di appello, occorre far riferimento alla data di deposito del ricorso certificata dal cancelliere; tale certificazione fa fede fino a querela di falso, a nulla rilevando altri accertamenti in fatto attestanti circostanze contrastanti con detta certificazione e solo in caso di mancanza della suddetta certificazione la tempestività del deposito dell’atto può essere provata diversamente. Cass. lav., 4 luglio 2002, n. 9706.



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti