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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 437 cod. proc. civile: Udienza di discussione

Nell’udienza il giudice incaricato fa la relazione orale della causa (1). Il collegio (2), sentiti i difensori delle parti, pronuncia sentenza dando lettura del dispositivo nella stessa udienza (3).
Non sono ammesse nuove domande ed eccezioni (4). Non sono ammessi nuovi mezzi di prova (5), tranne il giuramento estimatorio, salvo che il collegio anche d’ufficio, li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa (6)(7).
E’ salva la facoltà delle parti di deferire il giuramento decisorio in qualsiasi momento della causa.
Qualora ammetta le nuove prove, il collegio fissa, entro venti giorni, l’udienza nella quale esse debbono essere assunte (8) e deve essere pronunciata la sentenza. In tal caso il collegio con la stessa ordinanza può adottare i provvedimenti di cui all’articolo 423.
Sono applicabili le disposizioni di cui ai commi secondo e terzo dell’articolo 429.


Commento

Collegio: [v. 435]; Difensore: [v. Libro I, Titolo III]; Sentenza: [v. 132]; Dispositivo: [v. 420]; Eccezione: [v. 112]; Giuramento: [v. 233]; Ordinanza: [v. 134].

 

(1) La relazione orale e la relativa verbalizzazione non sono richieste a pena di nullità. Per giudice incaricato si intende il giudice relatore [v. 435].

 

(2) Il principio di immodificabilità del collegio trova attuazione solo dal momento in cui ha inizio la discussione della causa.

 

(3) Il collegio che dà lettura del dispositivo deve essere, a pena di nullità, quello stesso davanti al quale si è svolta la discussione.

 

(4) Il giudice d’appello deve operare nel ristretto ambito in cui si è svolto il giudizio di primo grado. Per questo motivo non possono essere proposte nuove domande e nuove eccezioni in senso stretto (cd. divieto dello ius novorum), ma soltanto quelle che costituiscono lo svolgimento logico di quelle proposte in primo grado: sono da ritenersi ammissibili le domande relative a interessi, frutti e accessori maturati dopo la sentenza di primo grado nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza [v. 345]. Sono, altresì, ammissibili le eccezioni in senso improprio, quale ad esempio quella di adempimento dell’obbligazione, oltre alle eccezioni fondate su ragioni o fatti di cui il giudice possa conoscere d’ufficio.

 

(5) Prova nuova è quella vertente su un fatto nuovo, cioè un fatto non allegato nel giudizio di primo grado. Ne consegue che non può essere considerata nuova quella prova che, non essendo stata ammessa dal tribunale in primo grado, sia stata riproposta in appello.

 

(6) Il giudizio di indispensabilità delle prove è rimesso unicamente alla valutazione discrezionale del collegio. Tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità, pur se carente di una espressa motivazione. La violazione del divieto di nuove prove è rilevabile anche d’ufficio.

 

(7) Quanto alla prova documentale, la giurisprudenza prevalente, distinguendo tra prove costituende e prove precostituite ammette, in deroga al divieto dello ius novorum, la produzione di nuovi documenti, anche se non indispensabili, purché siano indicati o depositati negli atti introduttivi.

 

(8) L’assunzione della prova compete al collegio. Se vi provvede il giudice relatore si ravvisa un vizio di costituzione del giudice.


Giurisprudenza annotata

Udienza di discussione.

 

 

  1. Domande nuove; 2. Eccezioni nuove; 3. Nuove prove; 4. Inattività delle parti; 5. Trattazione della causa; 6. Decisione.

 

 

  1. Domande nuove.

Si ha introduzione di una domanda nuova per modificazione della causa petendi, non consentita in appello, quando il fatto che giustifica la pretesa sia alterato nei suoi elementi materiali, e quindi, non sia in questione solamente una diversa qualificazione giuridica (Cass. lav., 15 gennaio 2007, n. 733; Cass. lav., 20 ottobre 2005, n. 20265; Cass. lav., 11 maggio 2002, n. 6794; Cass. lav., 1º marzo 2001, n. 2938; Cass. lav., 9 maggio 2000, n. 5840; Cass. lav., 6 dicembre 1999, n. 13630) ovvero una semplice precisazione di una tematica già acquisita al giudizio (Cass. lav., 22 novembre 2010, n. 23614) quand’anche il bene richiesto rimanga immutato (Cass. lav., 15 giugno 1995, n. 6720); e ciò anche quando gli elementi dedotti in secondo grado erano già stati esposti nell’atto introduttivo del giudizio al mero scopo di descrivere ed inquadrare altre circostanze, e soltanto nel giudizio di appello, per la prima volta, siano stati dedotti con una differente portata, a sostegno di una nuova pretesa, determinando in tal modo l’introduzione di un nuovo tema di indagine e di decisione. Cass. lav., 8 aprile 2010, n. 8342.

 

Nel rito del lavoro, in deroga al generale divieto di nuove prove in appello, è ammissibile la produzione di nuovi documenti, se muniti di speciale efficacia dimostrativa e ritenuti dal giudice indispensabili ai fini della decisione, ma ciò non consente alla parte di introdurre in secondo grado nuove allegazioni di fatto, restandone altrimenti snaturato il giudizio di primo grado, che finirebbe con lo svolgersi sulla base di elementi parziali. Cass. 6 marzo 2012, n. 3506.

 

 

  1. Eccezioni nuove.

Nelle controversie assoggettate al rito del lavoro l’inammissibilità di nuove eccezioni nel giudizio d’appello, stabilita dall’art. 437, secondo comma, c.p.c., riguarda, oltre le eccezioni in senso proprio, le contestazioni della fondatezza della domanda che si risolvono nella generica deduzione di elementi di fatto già conosciuti nel corso dell’istruttoria di primo grado ed ivi non dedotti, essendo precluso all’appellante di ampliare il tema del dibattito in relazione alle sue esigenze difensive; ne consegue che vanno considerate nuove le eccezioni fondate su elementi di fatto e circostanze non prospettate in precedenza, che introducano nel processo un nuovo tema d’indagine ed alterino l’oggetto sostanziale dell’azione ed i termini della controversia, introducendo l’esame di fatti nuovi. Cass. lav., 11 febbraio 2005, n. 2855.

 

Nel rito del lavoro, la denuncia con motivo di appello dell’omesso esame di circostanze di fatto attinenti alla domanda, originariamente non conosciute dal datore di lavoro e legittimamente emerse nel corso dell’istruttoria, non costituisce eccezione o domanda nuova ai sensi dell’art. 437 c.p.c., né è preclusa da decadenze realizzatesi ai sensi degli artt. 414, 416 e 420 c.p.c. Cass. lav., 5 novembre 2008, n. 26592.

 

Nel rito del lavoro, il divieto di jus novorum in grado di appello, di cui all’art. 437, secondo comma, c.p.c. ha ad oggetto le sole eccezioni in senso proprio e non si estende alle eccezioni improprie ed alle mere difese, ossia alle deduzioni volte alla contestazione dei fatti costitutivi e giustificativi allegati dalla controparte a sostegno della pretesa. Ne consegue che, accertata l’invalidità della clausola di risoluzione automatica del rapporto al raggiungimento della massima anzianità retributiva, è ammissibile la deduzione dell’appellante sulla decorrenza del diritto alla retribuzione dalla costituzione in mora e non già dalla data in cui il rapporto sarebbe cessato secondo la clausola nulla. Cass. lav., 25 febbraio 2009, n. 4545.

 

 

  1. Nuove prove.

La preclusione di cui all’art. 437, secondo comma, c.p.c. non opera anche nei confronti dell’interrogatorio libero delle parti che, quindi, ben può essere disposto anche dal giudice di secondo grado ove lo ritenga, sia pure implicitamente, indispensabile onde ricavarne elementi sussidiari del proprio convincimento, da valutare secondo il proprio prudente apprezzamento. Cass. lav., 16 gennaio 2

 

La produzione di nuovi documenti, in deroga al divieto ex art. 437 c.p.c., è possibile anche in caso di giudizio di rinvio qualora essi abbiano una speciale efficacia dimostrativa e siano ritenuti dal giudice indispensabili ai fini della decisione della causa, in quanto dotati di un grado di decisività e certezza tale che, da soli considerati, conducano ad un esito necessario della controversia. Rigetta, App. Firenze, 12/12/2011

001, n. 519.

Cassazione civile sez. VI  11 febbraio 2015 n. 2729  

 

Il lavoratore o l’assicurato, soccombente in primo grado, che impugna in toto la sentenza, insistendo per l’accoglimento delle domande proposte, non ha l’onere di reiterare le istanze istruttorie pertinenti a dette domande che siano già state ritualmente proposte in primo grado, atteso che tale riproposizione è insita nella richiesta di accoglimento delle domande stesse. Cass. lav., 11 febbraio 2011, n. 3376; conforme Cass. lav., 28 agosto 2002, n. 12629.

 

Mentre l’appellante che impugna in toto la sentenza di primo grado, insistendo per l’accoglimento delle domande rigettate dal primo giudice, non ha l’onere di reiterare le istanze istruttorie pertinenti a dette domande e già ritualmente proposte in primo grado, essendo tale riproposizione insita nella richiesta di accoglimento delle domande stesse, invece la parte appellata vittoriosa in primo grado, non riproponendo ovviamente alcuna richiesta di riesame della sentenza ad essa favorevole, deve manifestare in maniera univoca la volontà di devolvere al giudice del gravame anche il riesame delle propria richiesta istruttoria sulla quale il primo giudice non si è pronunciato, quanto meno richiamandosi alle difese di primo grado. Cass. lav., 11 febbraio 2011, n. 3376; conforme Cass. lav., 23 marzo 1999, n. 2756.

 

 

  1. Inattività delle parti.

Il regime dettato nel rito ordinario per l’inattività delle parti è applicabile anche al rito del lavoro e, ove tale inattività si verifichi nell’udienza prevista dall’art. 437 c.p.c., deve farsi riferimento, rispettivamente, agli artt. 181 (richiamato nel giudizio di secondo grado dal successivo art. 359) e 348 c.p.c., a seconda che nell’udienza in questione non siano presenti entrambe le parti o sia presente solo l’appellato; restando esclusa in entrambe le ipotesi l’immediata decisione della causa, che deve invece essere rinviata ad una nuova udienza, da comunicare nei modi previsti, nella quale il ripetersi dell’indicato difetto di comparizione comporta, nella prima ipotesi, la cancellazione della causa dal ruolo e, nella seconda, la dichiarazione d’improcedibilità dell’impugnazione. Cass. lav., 4 marzo 2011, n. 5238; conforme Cass. lav., 19 ottobre 2004, n. 20460; Cass. lav., 22 agosto 2003, n. 12358; Cass. lav., 5 maggio 2001, n. 6334; Cass. lav., 5 maggio 2001, n. 6326; Cass. lav., 5 dicembre 1997, n. 12354; Cass. lav., 1º aprile 1996, n. 2973; Cass. lav., 26 ottobre 1995, n. 11123; Cass., Sez. Un., 25 maggio 1993, n. 5839; contra Cass. lav., 19 maggio 2003, n. 7837; Cass. lav., 5 aprile 1990, n. 2845.

 

 

  1. Trattazione della causa.

L’omissione della relazione orale della causa all’udienza di discussione da parte del giudice incaricato non comporta la nullità della sentenza, ma integra una semplice irregolarità che non invalida il procedimento e la sentenza stessa, non incidendo sul raggiungimento dello scopo cui tendono le attività in cui si articola la fase processuale e mancando al riguardo ogni espressa comminatoria. Cass. lav., 19 novembre 2010, n. 23495; conforme Cass. lav., 16 febbraio 1998, n. 1615.

 

Nel rito del lavoro, l’esercizio di poteri istruttori d’ufficio, nell’ambito del contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità, involge un giudizio di opportunità rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale, che può essere sottoposto al sindacato di legittimità soltanto come vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., qualora la sentenza di merito non adduca un’adeguata spiegazione per disattendere la richiesta di mezzi istruttori relativi ad un punto della controversia che, se esaurientemente istruito, avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione. Cass. 25 maggio 2010, n. 12717.

 

Nel rito del lavoro, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 c.p.c., l’uso dei poteri istruttori da parte del giudice non ha carattere discrezionale, ma costituisce un potere-dovere del cui esercizio o mancato esercizio il giudice è tenuto a dar conto; tuttavia, per idoneamente censurare in sede di ricorso per cassazione l’inesistenza o la lacunosità della motivazione sul punto della mancata attivazione di tali poteri, occorre dimostrare di averne sollecitato l’esercizio, in quanto diversamente si introdurrebbe per la prima volta in sede di legittimità un tema del contendere totalmente nuovo rispetto a quelli già dibattuti nelle precedenti fasi di merito. Cass. lav., 26 giugno 2006, n. 14731.

 

 

  1. Decisione.

Ai sensi degli artt. 276, 420 e 437 c.p.c., il principio della immodificabilità del collegio giudicante trova applicazione anche nel rito del lavoro, ma solo dal momento in cui inizia la discussione vera e propria, sicché solo la decisione della causa da parte di un collegio diverso da quello che ha assistito alla discussione può dare luogo a nullità della sentenza, non rilevando, invece, una diversa composizione del collegio che abbia assistito a precedenti udienze di trattazione. Cass. lav., 7 luglio 2004, n. 12514.

 

Non è configurabile nullità della sentenza nel caso di mutamento di composizione del collegio né dopo l’assunzione delle prove, né dopo udienze di mero rinvio ancorché formalmente destinate alla discussione. Cass. lav., 2 novembre 1998, n. 10947.

 

Entro questi limiti, l’eventuale mancanza di un formale decreto di nomina del presidente del tribunale che incarichi un giudice di presiedere il collegio che decide le cause di lavoro per una particolare udienza costituisce una semplice irregolarità formale, relativa ad un atto interno, e non determina alcun vizio della sentenza, neppure se il presidente del collegio eserciti il potere di designare sé stesso quale relatore della causa ed estensore della sentenza. Cass. lav., 12 maggio 2005, n. 9968.

 

Nel rito del lavoro, non determina la nullità della sentenza di appello la circostanza che il giudice del gravame, invece di procedere consecutivamente alla discussione di una singola causa, alla deliberazione della relativa sentenza in camera di consiglio e alla pubblica lettura del dispositivo, dia prima corso alla discussione delle varie cause fissate per la stessa udienza e, quindi, dopo la loro decisione in camera di consiglio, provveda ad una lettura cumulativa dei dispositivi di tutte le sentenze. Cass. lav., 25 maggio 2009, n. 11997.

 

Incorre nel vizio di ultrapetizione la pronunzia del giudice di secondo grado che - in mancanza di impugnazione del lavoratore - determini la soccombenza del datore di lavoro per differenze retributive al lordo delle ritenute fiscali ed in misura superiore a quella determinata dal primo giudice, ove anche la somma indicata da questi non sia stata quantificata con lo stesso criterio Cass. lav., 30 marzo 2009, n. 7700.



 
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