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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 439 cod. proc. civile: Cambiamento del rito in appello

La corte di appello, se ritiene che il procedimento in primo grado non si sia svolto secondo il rito prescritto, procede a norma degli articoli 426 e 427 (1)(2)(3)(4).


Commento

(1) Ove ritenga che il processo, celebrato in primo grado nelle forme ordinarie, debba, invece, essere trattato con il rito del lavoro, la Corte d’appello fissa l’udienza di discussione, assegnando alle parti un termine perentorio per la integrazione delle rispettive difese [v. 426]. Non saranno comunque ammissibili nuove domande, potranno essere assunti solo d’ufficio nuovi mezzi di prova nei limiti consentiti dal rito. Rimangono ferme le decadenze già verificatesi. Nell’ipotesi inversa, invece, la Corte d’appello dispone la regolarizzazione fiscale degli atti, proseguendo la trattazione con il rito ordinario.

(2) Sui rapporti tra rito svolto in primo grado e giudizio di impugnazione [v. 433 nota (2)].

 

(3) Come avviene nell’ipotesi prevista dall’art. 427, la Corte valuta il rapporto dedotto in giudizio sulla sola base di quanto esposto nella domanda.

 

(4) Nel passaggio dal rito del lavoro a quello ordinario non si dovrà tener conto delle prove eventualmente esperite secondo i più ampi criteri del rito del lavoro. La causa, anche a seguito del mutamento del rito, rimane sempre nello stesso grado di appello.


Giurisprudenza annotata

Cambiamento del rito in appello.

 

 

  1. Provvedimento di mutamento del rito.

L’ordinanza con la quale il giudice del lavoro dispone il mutamento del rito e rimette la causa promossa con il rito speciale al capo dell’ufficio per l’assegnazione ad una sezione ordinaria non ha contenuto decisorio e non ha portata vincolante in ordine alla qualificazione del rapporto operato dal remittente; ne consegue la non impugnabilità dell’ordinanza in cassazione né con regolamento di competenza né con ricorso ordinario. Cass. lav., 18 settembre 2007, n. 19345.



 
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