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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 477 cod. proc. civile: Efficacia del titolo esecutivo contro gli eredi

Il titolo esecutivo contro il defunto ha efficacia contro gli eredi, ma si può loro notificare il precetto soltanto dopo dieci giorni dalla notificazione del titolo (1).

Entro un anno dalla morte, la notificazione può farsi agli eredi collettivamente e impersonalmente, nell’ultimo domicilio del defunto.


Commento

Titolo esecutivo: [v. 474]; Precetto: [v. 480]. Erede: colui che, chiamato a succedere per legge o per testamento, ha accettato l’eredità, subentrando in toto o pro quota nei rapporti giuridici attivi e passivi trasmissibili, facenti capo al de cuius. Notificazione: è il meccanismo con il quale si porta a conoscenza di un determinato soggetto l’esistenza di un atto, cui tale soggetto abbia interesse. È uno strumento necessario ed indispensabile per instaurare il contraddittorio. È eseguita dall’ufficiale giudiziario mediante consegna al destinatario o ad altra persona che sia legittimata a riceverla di una copia integrale e conforme all’originale dell’atto da notificare [v. 137]. Domicilio: luogo ove il soggetto stabilisce la sede principale dei propri affari ed interessi (c.c. 43).

 

(1) La norma amplia la portata soggettiva del titolo esecutivo rispetto all’indicazione letterale del titolo stesso. lo nei confronti del successore a titolo particolare, perché non è configurabile la successione del legatario nel debito. Nell'ipotesi in cui il decesso sia avvenuto dopo la formazione del titolo, ma prima della sua notifica, la norma impone che tra la notifica agli eredi del titolo e la separata notifica del precetto intercorra il termine minimo di dieci giorni, per dare agli stessi la possibilità di venire a conoscenza dell’esistenza del titolo garantendo un tempo minimo per adempiere spontaneamente o apprestare eventuali difese [v. 475].

 

 


Giurisprudenza annotata

Efficacia del titolo esecutivo contro gli eredi.

 

 

  1. Condizioni di applicabilità della norma; 1.1. Mancanza di un titolo diretto verso l’erede; 1.2. Accettazione dell’eredità; 1.3. Accettazione con beneficio d’inventario; 2. Modalità; 2.1. Mancanza dell’obbligo di «rinotificare»; 2.2. Dies a quo dell’esecuzione forzata; 2.3. Notificazione collettiva presso il domicilio del defunto; 3. Fattispecie assimilabili; 3.1. Società di persone; 3.2. Ingiunzione fiscale.

 

 

  1. Condizioni di applicabilità della norma.

 

 

1.1. Mancanza di un titolo diretto verso l’erede.

L’art. 477 c.p.c. concernente le modalità della notificazione del precetto contro gli eredi, trova applicazione soltanto nei casi in cui il titolo esecutivo si sia formato nei confronti del de cuius, e non anche quando esso esista direttamente nei confronti dell’erede. Trib. Roma, 24 giugno 1991.

 

 

1.2. Accettazione dell’eredità.

A norma dell’art. 477 c.p.c., 1º comma, il titolo esecutivo ha di per sé efficacia nei confronti degli eredi, in conseguenza dell’accettazione del l’eredità, mentre resta a carico della parte istante il solo onere della previa notifica del titolo all’erede almeno dieci giorni prima della notifica del precetto, che costituisce un’attività esclusivamente processuale, dalla quale decorre il dies a quo per l’ulteriore attività procedimentale. Cass. 24 ottobre 1991, n. 11282.

 

La facoltà del creditore di avvalersi del titolo esecutivo nei confronti dell’erede e, quindi, di notificargli il titolo medesimo ed il precetto, postula, ove si tratti di chiamato all’eredità non in possesso dei beni ereditari, che lo stesso abbia in precedenza accettato l’eredità, espressamente o tacitamente, con onere della relativa prova, in caso di opposizione dell’intimato al precetto, a carico di detto creditore, mentre deve negarsi rilevanza, al fine indicato, ad un’accettazione dell’eredità sopravvenuta nel corso del giudizio di opposizione, posto che la legittimità del precetto va riscontrata con riferimento all’epoca della sua intimazione, a prescindere da vicende successive, ancorché idonee a conferire retroattivamente efficacia al titolo esecutivo. Cass. 10 marzo 1992, n. 2849.

 

 

1.3. Accettazione con beneficio d’inventario.

L’accettazione dell’eredità col beneficio d’inventario, determinando la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti del de cuius entro il valore dei beni ereditari, comporta una posizione dell’erede del debitore di fronte alle ragioni del creditore del defunto quantitativamente diversa e più favorevole, sicché la stessa va dedotta mediante eccezione, nel giudizio cognitorio, al creditore del de cuius che faccia valere illimitatamente la propria pretesa creditoria, valendo a contenere nei limiti da essa imposti l’estensione e gli effetti della pronuncia giudiziale, la quale, in mancanza di tale accertamento costituisce, nei riguardi dell’erede, un titolo non più contestabile, in sede esecutiva, atteso che il giudicato copre il dedotto ed il deducibile. Cass. 25 novembre 1988, n. 6345: nella specie, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, era stata pronunciata condanna degli eredi beneficiari al pagamento dei debiti del de cuius ultra vires, in base alla considerazione che l’accettazione era intervenuta dopo l’emissione del decreto e che poteva comunque farsi valere in sede esecutiva qualora il creditore avesse aggredito beni estranei all’eredità.

In questo senso, qualora tale eccezione non sia sollevata nel giudizio cognitorio, non è poi più contestabile in sede esecutiva, non essendo ivi deducibile per la prima volta la qualità di erede con beneficio d’inventario. Cass. 15 aprile 1992, n. 4633.

 

 

  1. Modalità.

 

 

2.1. Mancanza dell’obbligo di «rinotificare».

L’art. 477 c.p.c. non impone alcun obbligo di notificare nuovamente il titolo esecutivo ed il precetto agli eredi di una persona defunta alla quale siano già stati notificati sia l’uno che l’altro. Tale obbligo sussiste, invece, se alla persona poi defunta non sia stato notificato né l’uno né l’altro, oppure sia stato notificato solo il titolo esecutivo e non anche il precetto. Cass. 10 ottobre 2008, n. 25003; conforme Cass. 21 aprile 2000, n. 5200, Trib. Reggio Calabria, 18 febbraio 2003: contra: Cass. 25 giugno 1993, n. 7067, il creditore, il quale intende esercitare l’azione esecutiva nei confronti del successore a titolo universale del proprio debitore, deve ripetere la notificazione del titolo, in forma esecutiva, ai successori, anche quando la notificazione di essa sia già avvenuta nei confronti dell’originario debitore; Trib. Catanzaro, 19 luglio 2011: La norma di cui all’art. 477 c.p.c. va interpretata nel senso che, quand’anche la notifica del titolo sia stata già eseguita nei confronti della parte defunta, il titolo stesso è inefficace nei confronti dell’erede sino a quando non venga notificato allo stesso; e nel senso che, per la intimazione del precetto all’erede, occorre rispettare il termine dilatorio di dieci giorni dalla notifica del titolo stesso. Sul piano sostanziale, la prescrizione della notifica del titolo (anche) nei confronti dell’erede non si risolve in mera ripetizione della formalità, ma assolve appunto allo scopo di rendere efficace il titolo nei confronti dell’erede ai fini della esecuzione forzata nei suoi confronti (Nel caso di specie non risulta rispettato il termine dilatorio di dieci giorni, dal momento che il titolo esecutivo è stato notificato unitamente al precetto, che è infatti steso in calce al titolo esecutivo stesso).

 

In materia di riscossione coattiva delle imposte, ai sensi dell'art. 1, comma 2, d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546, è inapplicabile l'art. 477, comma 1, c.p.c., nella parte in cui stabilisce che agli eredi si può notificare il precetto soltanto dopo dieci giorni dalla notifica del titolo esecutivo contro il defunto, in quanto incompatibile con la speciale disciplina degli art. 45 e ss. d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602, in base alla quale l'erede del contribuente deceduto riceve la notifica del ruolo, che costituisce titolo esecutivo, insieme con quella della cartella di pagamento, e dispone, poi, del più lungo termine di sessanta giorni prima che si proceda all'espropriazione forzata. Ne consegue che l'avviso di liquidazione già notificato al contribuente deceduto non va nuovamente notificato ai suoi eredi. Cassa e decide nel merito, Comm. Trib. Reg. Lazio, Sez. Dist. Latina 22/10/2007

Cassazione civile sez. trib.  22 ottobre 2014 n. 22426  

 

 

2.2. Dies a quo dell’esecuzione forzata.

In caso di decesso dell’obbligato successivo alla notificazione del precetto, la successione nel lato passivo dell’obbligazione deve ritenersi verificata anteriormente all’inizio dell’esecuzione e pertanto il processo non potrà semplicemente proseguire nei confronti degli eredi della parte obbligata (come senz’altro avviene, senza che si determini alcuna interruzione e senza necessità di riassunzione, qualora il decesso dell’obbligato avvenga dopo il primo atto di esecuzione, vale a dire dopo l’atto di pignoramento ovvero, nell’esecuzione per il rilascio, dopo il primo accesso dell’ufficiale giudiziario), ma dovrà essere iniziato ex novo nei confronti di questi ultimi, ai quali, pertanto, dovranno essere preventivamente indirizzati gli atti preliminari all’esecuzione, sia pure con il temperamento previsto dal comma 2 dell’art. 477 c.p.c. Trib. Napoli, 30 ottobre 2002.

 

 

2.3. Notificazione collettiva presso il domicilio del defunto.

In materia di esecuzione forzata, la notifica in forma agevolata del titolo esecutivo e del precetto agli eredi, che l’art. 477 c.p.c. consente di compiere, entro un anno dalla morte, collettivamente ed impersonalmente nell’ultimo domicilio del defunto - sulla base della presunzione di sussistenza di un rapporto di fatto con tale domicilio - non può essere utilizzata oltre il periodo stabilito dalla legge o al di fuori dei casi espressamente previsti, e ciò in ragione del carattere eccezionale della predetta disposizione; ne consegue che siffatta notifica non può estendersi al pignoramento, vero e proprio atto di esecuzione che, in quanto tale, va indirizzato specificamente a colui che vi è soggetto. Cass. 25 settembre 2009, n. 20680; conforme Cass. 28 giugno 1995, n. 7275.

 

 

  1. Fattispecie assimilabili.

 

 

3.1. Società di persone.

La sentenza di condanna pronunciata in un processo tra il creditore della società ed una società di persone costituisce titolo esecutivo anche contro il socio illimitatamente responsabile, in quanto dall’esistenza dell’obbligazione sociale deriva necessariamente la responsabilità del socio e quindi ricorre una situazione non diversa da quella che, secondo l’art. 477 c.p.c., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato. Cass. 17 gennaio 2003, n. 613; conforme Cass. 14 giugno 1999, n. 5884, Cass. 16 gennaio 2009, n. 1040, Trib. Bari, 10 maggio 2012.

 

Il soggetto minacciato dell’esecuzione in qualità di socio illimitatamente responsabile e sulla base del titolo esecutivo formatosi contro la società - del quale gli va fatta la notifica - attraverso l’opposizione all’esecuzione può, tuttavia, contestare la sua qualità di socio responsabile delle obbligazioni sociali (nell’affermare tali principi la S.C., nel giudizio di opposizione all’esecuzione promosso dal socio, non avendo quest’ultimo contestato la sua qualità di socio illimitatamente responsabile in veste di accomandatario, ha, in base ad essi, ritenuto irrilevante la questione dal medesimo sollevata in ordine al se il titolo - costituito da un decreto ingiuntivo - si fosse formato contro la società o contro di lui). Cass. 14 giugno 1999, n. 5884.

 

Al socio accomandatario compete tuttavia, ai sensi dell’art. 2304 c.c., il beneficium excussionis, che ben può essere fatto valere dal socio in fase esecutiva e che impedisce al creditore sociale di procedere coattivamente a carico del socio senza aver preventivamente agito infruttuosamente sul patrimonio sociale o - perlomeno - senza aver fornito la prova a suo carico circa l’insufficienza del patrimonio della società per la realizzazione del credito. Trib. Torino, 21 maggio 2004.

 

Il decreto ingiuntivo pronunciato a carico di una società di persone estende i suoi effetti anche contro i soci illimitatamente responsabili, derivando dall’esistenza dell’obbligazione sociale necessariamente la responsabilità dei singoli soci e, quindi, ricorrendo una situazione non diversa da quella che, ai sensi dell’art. 477 c.p.c., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato e risolvendosi, altresì, l’imperfetta personalità giuridica della società di persone in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi solo dalla sussidiarietà, mentre la pienezza del potere di gestione in capo ad essi finisce con il far diventare dei soci i debiti della società; ciascun socio, pertanto, ha l’onere di proporre opposizione contro detto titolo, con la conseguenza che, in difetto, in ragione della conseguita definitività del provvedimento monitorio anche nei confronti del socio, questi non può più opporre l’eventuale prescrizione maturata in precedenza. Cass. 24 marzo 2011, n. 6734.

 

 

3.2. Ingiunzione fiscale.

L’ingiunzione fiscale, che sia stata notificata al contribuente, e che, in difetto di tempestiva opposizione, abbia determinato l’incontestabilità dell’accertamento del credito tributario, non perde il valore di titolo esecutivo nei confronti dell’erede, a seguito del sopravvenuto decesso del contribuente, ancorché sia venuta meno la sua efficacia di precetto per decorso del termine di cui all’art. 481 c.p.c. Peraltro, l’azione esecutiva dell’amministrazione contro l’erede resta soggetta alle disposizioni dell’art. 477 c.p.c., e quindi esige una nuova notifica del titolo, e poi, dopo almeno dieci giorni, la notifica del precetto. Cass. 26 febbraio 1990, n. 1436.



 
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