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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 484 cod. proc. civile: Giudice dell’esecuzione

L’espropriazione è diretta da un giudice (1).
Nei tribunali la nomina del giudice dell’esecuzione è fatta dal presidente del tribunale, su presentazione a cura del cancelliere del fascicolo entro due giorni dalla sua formazione (3). (1)
(…) (2)
Si applicano al giudice della esecuzione le disposizioni degli articoli 174 e 175 (4).

(1) Comma così sostituito dal D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51.
(2) Il comma che recitava: “Nelle preture fornite di più magistrati la nomina è fatta dal dirigente a norma del comma precedente.” è stato soppresso dal D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51.


Commento

Cancelliere: [v. 57]; Fascicolo: [v. 488]. Giudice dell’esecuzione: è l’organo giudiziario preposto alla direzione ed al regolare svolgimento del processo esecutivo.

 

(1) È necessario distinguere tra il giudice competente per l’esecuzione e il giudice dell’esecuzione. Il giudice competente per l’esecuzione è l’ufficio giudiziario che ha competenza in relazione ad un determinato processo esecutivo; mentre il giudice dell’esecuzione è il magistrato appartenente a tale ufficio, che fisicamente di volta in volta viene designato.

 

(2) La nomina del giudice dell’esecuzione avviene, quindi, necessariamente dopo il pignoramento. Tale atto, con il quale ha inizio l’espropriazione, è, infatti, precedente alla formazione del fascicolo dell’esecuzione. Fino a quando non venga fisicamente nominato il giudice dell’esecuzione, qualunque istanza va proposta al Presidente del tribunale competente.

 

(3) L’ultimo comma dell’articolo consacra il parallelo tra la figura del giudice istruttore [v. 168bis] e quella del giudice dell’esecuzione. Le due funzioni possono cumularsi in quelle parentesi di cognizione che, nel processo esecutivo, sono rappresentate dalle opposizioni: difatti, quando sia competente per valore, il giudice dell’esecuzione assume le funzioni di giudice istruttore nell’eventuale giudizio di cognizione.


Giurisprudenza annotata

Giudice dell’esecuzione.

 

 

 

  1. Giudice dell’esecuzione.

In tema di esecuzione forzata, il potere del giudice dell’esecuzione di revocare i propri provvedimenti, ai sensi dell’art. 487 c.p.c., concorre con quello delle parti di impugnarli con opposizione agli atti esecutivi, con la conseguenza che, qualora, proposta tale opposizione, il giudice revochi l’ordinanza opposta, l’opponente perde interesse all’instaurazione del giudizio di merito sull’opposizione, finalizzato alla rimozione del provvedimento stesso. Cass. 6 dicembre 2011, n. 26185.

 

L’attività del giudice dell’esecuzione ha carattere giurisdizionale e, pertanto, possono configurarsi, rispetto ad essa, questioni di giurisdizione nei confronti sia della pubblica amministrazione, sia dei giudici speciali, sia dello straniero. Cass., Sez. Un., 7 maggio 1973, n. 1195.

 

I provvedimenti emessi dal giudice dell’esecuzione sono normalmente assunti, ai sensi dell’art. 487, comma 1, c.p.c., con ordinanza, e sono modificabili o revocabili finché non abbiano avuto esecuzione, costituendo anch’essi espressione del potere di direzione del processo e, in quanto diversamente regolanti quanto già disciplinato dal provvedimento precedentemente adottato, sono soggetti a riesame mediante opposizione agli atti esecutivi. Cass. 15 marzo 2004, n. 5238.

 

Il potere conferito dal vigente ordinamento processuale al giudice dell’esecuzione al fine di pervenire al soddisfacimento dei creditori precedenti o intervenuti è un potere di direzione del processo esecutivo che si concreta nel compimento della serie successiva e coordinata degli atti che lo costituiscono, cioè nel compimento diretto di atti esecutivi e nell’ordine, ad altri impartito, di compimento di atti esecutivi, nonché nel successivo controllo della legittimità e opportunità degli atti compiuti, con il conseguente esercizio del potere soppressivo e sostitutivo, contenuto nell’ambito e nei limiti segnati dalle norme di rito che disciplinano il processo esecutivo. Cass. 22 dicembre 1977, n. 5697.



 
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