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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 487 cod. proc. civile: Forma dei provvedimenti del giudice

Salvo che la legge disponga altrimenti (1), i provvedimenti del giudice dell’esecuzione sono dati con ordinanza (2), che può essere dal giudice stesso modificata o revocata finché non abbia avuto esecuzione.

Per le ordinanze del giudice dell’esecuzione si osservano le disposizioni degli articoli 176 e seguenti in quanto applicabili e quella dell’articolo 186.


Commento

Ordinanza: [v. 483].

 

(1) Hanno forma di decreto, quindi, i provvedimenti riguardanti: il compenso al custode [v. 65], l’audizione degli interessati [v. 485], l’assegnazione o la vendita [v. 530], il compenso del commissionario [v. 533], la pignorabilità dei crediti alimentari [v. 545], il modo ed il termine per il versamento del prezzo [v. 574] o di parte del prezzo [v. 585], il trasferimento del bene espropriato [v. 586 e 590], la decadenza dell’aggiudicatario [v. 587], la liquidazione delle spese di esecuzione [v. 611], le direttive per eliminare difficoltà sorte nel corso dell’esecuzione [v. 613].

 

(2) Il legislatore ha scelto la forma dell’ordinanza dal momento che il giudice dell’esecuzione ha, normalmente, solo poteri direttivi e non anche poteri decisori volti ad accertare, con efficacia di giudicato, i diritti soggettivi.


Giurisprudenza annotata

Forma dei provvedimenti del giudice.

 

 

  1. Provvedimenti negatori della competenza; 2. Modificabilità e revocabilità, limiti temporali; 2.1. Sospensione dell’esecuzione; 3. Ipotesi peculiari; 4. Correzione degli errori materiali.

 

 

  1. Provvedimenti negatori della competenza.

Non è proponibile il regolamento di competenza contro il provvedimento del giudice dell’esecuzione di negazione della propria competenza, posto che, stante la particolare natura e struttura del processo di esecuzione, va esclusa l’applicabilità nel medesimo, in via generale, delle impugnazioni previste per il processo di cognizione, e quindi anche del regolamento di competenza; ne consegue che gli eventuali vizi che riguardano detto provvedimento possono essere fatti valere, oltre che attraverso l’istanza di revoca, solo attraverso il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, atteso che l’errore sulla competenza può essere considerato come rientrante nel concetto di «irregolarità»» di cui all’art. 617 c.p.c. Cass. 30 agosto 2004, n. 17444; conforme Cass. 17 dicembre 2002, n. 18019, Cass. 13 novembre 2002, n. 15957, Cass. 29 settembre 1982, n. 5020, Cass. 4 dicembre 1976, n. 4535; contra Cass. 8 ottobre 1983, n. 5863.

 

 

  1. Modificabilità e revocabilità, limiti temporali.

Il provvedimento del giudice dell’esecuzione di rigetto dell’istanza di modifica o di revoca di un proprio precedente provvedimento rientra nel novero degli atti esecutivi impugnabili (e cioè opponibili o reclamabili) solo quando, pur rimanendo inalterata la posizione delle parti rispetto a tale precedente provvedimento, possa loro derivare pregiudizio dagli argomenti addotti dal giudice a sostegno del diniego, altrimenti consentendosi, mediante l’opposizione agli atti o il reclamo contro il provvedimento negativo, di riaprire a favore della parte decadutane la possibilità di far valere i vizi da cui era affetto il provvedimento precedente. Il provvedimento di rigetto dell’istanza di revoca o modifica, che non arrechi alla parte alcun ulteriore pregiudizio, neppure è ricorribile per Cassazione, ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost. per far valere eventuali vizi formali, che avrebbero dovuto essere oggetto (nei termini di cui all’art. 617 c.p.c.) di opposizione agli atti avverso l’ordinanza precedente. Cass. 9 marzo 2012, n. 3723.

 

Il provvedimento del giudice dell'esecuzione, una volta eseguito, non è revocabile o modificabile dallo stesso giudice, ai sensi dell'art. 487 cod. proc. civ., ma è impugnabile, con le forme e nei termini di cui all'art. 617 cod. proc. civ., senza che l'avvenuta esecuzione osti all'esame nel merito dei motivi dell'opposizione agli atti esecutivi, la cui fondatezza comporta l'annullamento del provvedimento opposto, ponendo nel nulla retroattivamente gli effetti prodotti in sede esecutiva. Cassa con rinvio, Trib. Genova, 20/06/2007

Cassazione civile sez. III  29 maggio 2014 n. 12053

 

Nel coordinamento tra il potere di revoca di cui all’art. 487 e l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c. non si pone un problema di prevalenza dell’uno sull’altra, giacché in mancanza di un limite normativo il potere del giudice dell’esecuzione di revoca dei propri provvedimenti concorre con la possibilità di opposizione agli atti esecutivi. Mentre, peraltro, il potere di revoca può essere esercitato anche dopo la scadenza del termine previsto dalla legge per l’opposizione agli atti esecutivi, per la parte che voglia avvalersi del rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi è necessario il rispetto del termine di decadenza di cinque giorni, che decorre dal momento in cui l’interessato ha avuto legale conoscenza dell’atto ovvero di un atto successivo che necessariamente lo presuppone. Cass. 9 agosto 2007, n. 17460.

 

È inammissibile il ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. avverso il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione rigetta l’istanza di sospensione del processo esecutivo, trattandosi di provvedimento di natura ordinatoria e privo del carattere della definitività, che produce - o nega - l’effetto sospensivo richiesto sull’esecuzione intrapresa, e sul bene oggetto di essa, in via meramente temporanea e, quindi, provvisoria. Tale provvedimento, oltre ad essere revocabile e modificabile da parte dello stesso giudice che lo ha emesso (finché non abbia avuto esecuzione), anche su istanza di parte, è invece impugnabile con opposizione agli atti esecutivi, a norma dell’art. 617 c.p.c., al fine di controllare l’eventuale sussistenza di vizi di carattere formale e processuale, ovvero di vizi logici o giuridici della motivazione in relazione alla presenza o meno del grave pregiudizio che l’esecuzione possa recare alla parte esecutata (o alla probabile fondatezza dei motivi formulati dalla suddetta parte con l’opposizione all’esecuzione, cui la richiesta di sospensione sia correlata). La scelta tra l’uno e l’altro rimedio, esperibile indifferentemente per motivi di opportunità o motivi di legittimità, spetta alla parte interessata. Cass. 6 ottobre 2005, n. 19487; conforme Cass. 5 agosto 2005, n. 16601, Cass. 25 agosto 1997, n. 7979.

 

Il potere del giudice dell’esecuzione di revocare o modificare le ordinanze emesse concorre con quello delle parti di impugnarle con opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), che permane, a differenza del primo, pur se l’ordinanza, di contenuto positivo, ha avuto esecuzione (art. 487 comma 1 c.p.c.). Cass. 17 marzo 1998, n. 2848.

 

I provvedimenti emessi dal giudice dell’esecuzione sono normalmente assunti, ai sensi dell’art. 487, comma 1, c.p.c., con ordinanza, e sono modificabili o revocabili finché non abbiano avuto esecuzione, costituendo anch’essi espressione del potere di direzione del processo e, in quanto diversamente regolanti quanto già disciplinato dal provvedimento precedentemente adottato, sono soggetti a riesame mediante opposizione agli atti esecutivi. Cass. 15 marzo 2004, n. 5238.

 

Il provvedimento del giudice dell’esecuzione di diniego della modifica o della revoca di un proprio precedente provvedimento rientra nel novero degli atti esecutivi impugnabili (e cioè opponibili o reclamabili) solo quando all’istante, pur rimanendo inalterata la sua posizione giuridica che tale precedente provvedimento fonda, possa derivare pregiudizio dagli argomenti addotti dal giudice a sostegno del rigetto. Cass. 15 marzo 2004, n. 5238.

 

Il principio di cui al comma 2 dell’art. 176 c.p.c. - secondo il quale l’onere delle parti di essere presenti all’udienza comporta che i provvedimenti pronunciati all’udienza stessa si presumano conosciuti anche dalle parti non presenti - trova applicazione, atteso il richiamo di cui all’art. 487, comma 2, c.p.c., anche nel processo esecutivo, sicché il termine per le opposizioni contro le ordinanze del giudice dell’esecuzione emesse in udienza decorre dalla pronuncia dell’ordinanza stessa. Cass. 15 dicembre 2000, n. 15863.

 

Ove, in sede di esecuzione forzata di obblighi di fare o di non fare, le contestazioni insorte tra le parti si riferiscano alla sola determinazione delle modalità di esecuzione, il provvedimento del pretore dovrà essere adottato con la forma dell’ordinanza e la tutela dell’esecutato sarà affidata alla richiesta di modifica o revoca della stessa e agli strumenti di cui agli artt. 487 e 617 c.p.c.; ove, invece, sorgano contestazioni sulla portata sostanziale del titolo esecutivo o sul contenuto dell’obbligo, la relativa contestazione dà luogo ad un giudizio contenzioso vero e proprio il cui provvedimento conclusivo è suscettibile di impugnazione con i mezzi ordinari anche ove abbia la forma di ordinanza, dovendo riconoscersi a quest’ultima, in forza del suo contenuto, la natura di sentenza; in entrambi i casi non è, comunque, esperibile l’immediato ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 27 agosto 1999, n. 9012.

 

 

2.1. Sospensione dell’esecuzione.

Il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione provvede in ordine alla sospensione del processo esecutivo - concedendola, negandola o revocandola - è modificabile e revocabile da parte dello stesso giudice che lo ha emesso. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva riconosciuto come legittimamente esercitato dal giudice dell’esecuzione il potere di revoca dell’ordinanza di sospensione dell’esecuzione a seguito di mancata riassunzione del giudizio di opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 616 c.p.c., nel testo originario). Cass. 28 novembre 2007, n. 24736.

 

Il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione provvede in ordine alla sospensione del processo esecutivo non ha carattere irretrattabile sulla competenza, talché non è impugnabile mediante regolamento di competenza. Cass. 18 gennaio 1994, n. 388.

 

I provvedimenti del giudice dell’esecuzione che, ai sensi dell’art. 624 c.p.c., accolgono o rigettano l’istanza di sospensione del processo esecutivo in pendenza della opposizione alla esecuzione ed i provvedimenti indilazionabili che il giudice dell’esecuzione può adottare nel caso di opposizione agli atti esecutivi, non sono impugnabili con il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. perché sono modificabili e revocabili da parte dello stesso giudice che li ha emessi, ai sensi dell’art. 487 c.p.c., e comunque sono impugnabili, in presenza dei necessari presupposti, con il rimedio della opposizione agli atti esecutivi. Cass. 25 giugno 2003, n. 10124; conforme Cass. 6 agosto 2001, n. 10840, Cass. 23 febbraio 1998, n. 1943.

 

Il giudice competente a sospendere l’esecuzione non è il giudice dell’opposizione ad essa, bensì quello dell’esecuzione (art. 624 c.p.c.), e l’ordinanza è da questi revocabile e modificabile pur dopo la riassunzione del processo dinanzi al giudice dell’opposizione e prima della definizione di questo giudizio, perché è di contenuto negativo, e il limite alla revocabilità illimitata delle ordinanze del giudice dell’esecuzione è costituito dalla loro attuazione. Cass. 17 marzo 1998, n. 2848.

 

L’ordinanza di sospensione del processo esecutivo prevista dall’art. 624 c.p.c., è sempre revocabile e modificabile dal giudice che l’ha pronunciata, ai sensi dell’art. 487 dello stesso codice, e tale revoca può essere anche implicitamente contenuta in un successivo atto che inequivocabilmente riveli la volontà della revoca della sospensione, non desumibile dalla mera incompatibilità dell’atto medesimo con la precedente sospensione, richiedendosi che la revoca sia stata considerata dal giudice come il necessario presupposto dell’atto posto in essere. Ne consegue che il provvedimento di distribuzione della somma realizzata dalla conversione del pignoramento, emesso nonostante la sospensione della esecuzione, che, di per sé, non consente il compimento di ulteriori atti del processo esecutivo, non implica la revoca della sospensione quando non risulti, sia pure implicitamente, la necessità che questa preliminare revoca sia stata presa in considerazione dal giudice, sentite le parti. Cass. 27 luglio 1993, n. 8378.

 

 

  1. Ipotesi peculiari.

È inammissibile il ricorso straordinario per Cassazione avverso il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione dichiara l’inammissibilità di un intervento per ragioni di carattere formale. In una tale eventualità il mezzo di reazione è rappresentato, infatti, dall’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., e nell’ambito di tale opposizione sarà possibile sollecitare al giudice dell’esecuzione i provvedimenti indilazionabili o di sospensione di cui all’art. 618, comma 2, c.p.c. (salvo che la parte preferisca sollecitare i poteri di modifica o revoca dello stesso giudice), mentre sarà la sentenza che decida sull’opposizione a essere ricorribile per Cassazione con il ricorso straordinario. Cass. 9 marzo 2012, n. 3723.

 

Nella procedura di espropriazione forzata immobiliare, verificatasi l’aggiudicazione del bene posto in vendita, l’aggiudicatario deve versare il prezzo corrispondente nel termine fissato con l’ordinanza di vendita (art. 585 c.p.c.) ed il giudice dell’esecuzione, se non ricorrono i presupposti per la sospensione della vendita, pronuncia decreto con il quale trasferisce all’aggiudicatario il bene espropriato (art. 586 c.p.c.), impartendo le disposizioni previste per il pagamento delle somme spettanti. Una volta realizzate le suddette formalità, si perviene al risultato conclusivo del procedimento, il quale, quando è compiuto, non può più essere messo in discussione dalle parti attraverso la proposizione dell’istanza di revoca del relativo provvedimento di trasferimento conseguente all’aggiudicazione del bene espropriato (alla stregua dell’art. 487 c.p.c.), essendo invero proponibili solo le impugnazioni interne al procedimento esecutivo stesso, che, se non formulate nei modi e termini di legge, determinano un effetto preclusivo a carico delle parti medesime. (Nella specie, la S.C., sulla scorta di tale principio, ha accolto il ricorso avverso la sentenza che aveva riconosciuto la possibilità di esercitare l’azione di ripetizione di indebito, da parte dell’aggiudicatario del bene, della somma corrisposta quale prezzo della vendita forzata - il cui decreto aveva stabilito che il trasferimento era sospensivamente condizionato all’esercizio del diritto di prelazione da parte del Ministero dei beni culturali ed ambientali, di cui l’Amministrazione si era poi effettivamente avvalsa - previo annullamento della relativa ordinanza di aggiudicazione, quando invece l’interessato avrebbe dovuto esperire i mezzi di difesa interni al processo esecutivo, per evitare di incorrere nella conseguente preclusione processuale, o sollecitando l’ufficio del giudice dell’esecuzione a provvedere sulla destinazione, dopo la caducazione del provvedimento di aggiudicazione, delle somme versate dall’aggiudicatario, oppure svolgendo il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi contro il provvedimento di distribuzione del ricavato). Cass. 30 novembre 2005, n. 26078; conforme Cass. 8 maggio 2003, n. 7036.

 

Con riferimento ad un ricorso per Cassazione avverso un provvedimento del giudice dell’esecuzione, che si assuma emesso previa qualificazione dell’istanza su cui ha provveduto come istanza di revoca anziché come opposizione agli atti esecutivi, qualora non sia stata depositata la richiesta di trasmissione del fascicolo d’ufficio e risulti - nella specie dall’esposizione dei fatti e dai motivi contenuti nel ricorso, nonché dallo stesso testo del provvedimento impugnato - che non era stato formato alcun fascicolo relativamente alla pretesa causa di opposizione agli atti (e dunque non si possa imputare alla parte di non avere osservato l’onere di richiedere la trasmissione di quel fascicolo), il ricorso deve essere dichiarato improcedibile, qualora non si sia proceduto - a norma del n. 4 dell’art. 360 c.p.c. - al deposito degli atti su cui il ricorso medesimo si fonda e perciò quantomeno del ricorso con cui si sostiene d’aver proposto l’opposizione agli atti erroneamente qualificata come istanza di revoca, nonché l’atto contro cui detta impugnazione era diretto, posto che solo sulla base dell’esame di tali atti è possibile vagliare se era stata proposta un’opposizione agli atti ovvero un’istanza di revoca, nonché la fondatezza delle critiche rivolte al giudice dell’esecuzione sulla qualificazione dell’istanza. Cass. 22 giugno 1999, n. 6332.

 

Non hanno natura di sentenza e non sono soggetti a ricorso per Cassazione, i provvedimenti adottati dal giudice dell’esecuzione su istanze aventi carattere di opposizione agli atti esecutivi ove il giudice non abbia qualificato la domanda in tal senso e non abbia inteso esercitare il potere di conoscere e decidere la causa ma abbia confermato l’atto impugnato esercitando i poteri spettantigli ex art. 487 c.p.c. Cass. 9 settembre 1998, n. 8929.

 

Il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione dichiara inammissibile un’offerta di aumento di sesto perché fatta da persona che non ha partecipato alla gara per l’aggiudicazione all’incanto di un immobile, ha natura decisoria e pertanto non è revocabile dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 487 c.p.c., spettando al tribunale in sede di cognizione di verificarne l’esattezza e la legittimità. Esso, in quanto risolve, nell’ambito dei poteri spettanti al giudice dell’esecuzione, il contrasto di interessi tra la posizione soggettiva dell’aggiudicatario e la pretesa dell’offerente con aumento di sesto, è impugnabile con ricorso per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost. Cass. 20 agosto 1985, n. 4442.

L’irrevocabilità del provvedimento che abbia già avuto attuazione, non vieta che il provvedimento stesso, ove ancora impugnabile (ai sensi dell’art. 617 c.p.c. o dell’art. 111 Cost.) possa essere annullato o riformato da parte del giudice dell’impugnazione. Cass. 7 maggio 1975, n. 1776.

 

 

  1. Correzione degli errori materiali.

La procedura di correzione degli errori materiali prevista dagli artt. 287 e ss. c.p.c. deve ritenersi applicabile, benché non espressamente richiamata dall’art. 487 c.p.c., anche nel processo di esecuzione, non ostandovi né il potere del giudice dell’esecuzione di modifica o revoca dei suoi provvedimenti, che non può essere esercitato per quelli eseguiti (art. 553 c.p.c.) o che non necessitano di esecuzione, né la possibilità dell’impugnazione con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, che esclude la revocabilità del provvedimento impugnato, non la sua correzione. Ne consegue che il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione disponga espressamente la correzione di una ordinanza di assegnazione, avendo natura di ordinanza di correzione, ancorché viziato per errore del procedimento o perché assuma come errore materiale o di calcolo un vizio attinente alla formazione del giudizio non emendabile attraverso il potere di correzione, non è impugnabile con ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. bensì resta soggetto alle opposizioni previste per il processo d’esecuzione. Cass. 16 giugno 1992, n. 7399; conforme Cass. 17 luglio 1963, n. 1955.



 
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