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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 5 cod. proc. civile: Momento determinante della giurisdizione e della competenza

La giurisdizione e la competenza si determinano con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda (1), e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo (2) (3).

 


Commento

(1) Il momento della proposizione della domanda va determinato avendo riguardo al tipo di procedimento: nel processo ordinario di cognizione coincide con la notifica dell’atto di citazione o con il deposito del ricorso; nel rito del lavoro col deposito del ricorso [v. 415]; nel processo esecutivo con la notifica del pignoramento; nei procedimenti d’urgenza con il deposito del ricorso.

 

(2) Per comprendere il significato della norma occorre precisare che per l’identificazione del giudice competente si tiene conto: a) delle norme che regolano (direttamente o indirettamente) la competenza; b) delle circostanze di fatto che incidono sulla competenza (ad es. il luogo di residenza del convenuto, il luogo di conclusione del contratto); c) della domanda (ad es. l’entità della somma di cui si chiede la condanna).

 

(3) Nel caso che la domanda sia proposta ad un giudice originariamente incompetente, divenuto poi competente a seguito di un intervento legislativo (cd. competenza sopravvenuta), la
giurisprudenza è orientata nel senso che, per ragioni di economia processuale, la norma non si applica, per cui questi può decidere la causa nel merito.

 

 

La norma codifica il principio della perpetuatio iurisdictionis: per evitare che il convenuto (modificando lo stato di fatto) o il potere politico (intervenendo sulla legislazione) possano vanificare la garanzia del giudice naturale precostituito per legge, nonché per esigenze di certezza connaturate al processo come mezzo di composizione delle liti, il legislatore considera irrilevanti i mutamenti intervenuti dopo la proposizione della domanda.


Giurisprudenza annotata

  1. Principio generale

Il principio espresso dall’art. 5 c.p.c., il quale stabilisce che la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, senza che abbiano effetto i successivi mutamenti essendo diretto a favorire, e non ad impedire, il verificarsi della perpetuatio iurisdictionis, trova applicazione solo nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice originariamente adito, ma non anche nel caso in cui il mutamento dello stato di diritto o di fatto comporti, invece, l’attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della proposizione della domanda. Cass., Sez. Un., 7 marzo 2005, n. 4820; conforme Cass., Sez. Un., 13 settembre 2005, n. 18126; Cass., Sez. Un., 16 aprile 2009, m. 8999; Cass, 16 luglio 2010, n. 16667.

 

Il principio importa la irrilevanza dei mutamenti della legge (e/o dello stato di fatto) rispetto alla giurisdizione sulle controversie radicate in sede giurisdizionale prima dei detti mutamenti, ma non può operare in relazione a casi in cui i mutamenti stessi siano intervenuti prima che il contenzioso fra le parti sfociasse in liti giudiziarie. Cass., Sez. Un., 7 maggio 2003, n. 6954.

 

Il principio di irrilevanza delle sopravvenienze, stabilito dall'art. 5 cod. proc. civ., essendo diritto a favorire la "perpetuatio iurisdictionis ", non ad impedirla, trova applicazione solo nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice originariamente adito, non anche qualora il mutamento dello stato di diritto o di fatto comporti, invece, l'attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della proposizione della domanda (come, nella specie, per sopravvenuta ratifica della clausola compromissoria stipulata da rappresentanze senza potere). Rigetta, App. Napoli, 30/11/2007

Cassazione civile sez. II  08 ottobre 2014 n. 21221

 

 

1.1. Limiti

Rispetto ad un giudicato sulla giurisdizione sono ininfluenti le norme sopravvenute determinative di un diverso criterio di giurisdizione. Cass., Sez. Un., 30 marzo 2005, n. 6637.

 

 

1.2. Deroghe

La ratio della deroga all’art. 5 c.p.c. disposta, in tema di competenza territoriale, dall’art. 10, D.Lgs. 31 dicembre 1999, n. 491 - che ha espressamente stabilito che i procedimenti pendenti innanzi a sezioni distaccate attribuite, a seguito della revisione delle circoscrizioni giudiziarie operata dal medesimo decreto, a circondari di tribunali diversi dai precedenti, sono devoluti alla competenza dei tribunali e delle relative sezioni distaccate territorialmente competenti in forza delle nuove disposizioni - va individuata nell’intento di rendere immediatamente operante, limitatamente alle sezioni distaccate, la redistribuzione dei procedimenti conseguente a detta revisione. Cass. 23 gennaio 2002, n. 774.

 

L’art. 3, L. n. 126 del 1992, istitutiva del tribunale e della pretura circondariale di Torre Annunziata introduce, in relazione all’esigenza pubblicistica di decongestionare gli uffici giudiziari preesistenti, una deroga al criterio generale di cui all’art. 5 c.p.c. Cass. 4 luglio 2003, n. 10566.

Le disposizioni, in materia di riparto delle giurisdizioni, contenute nel decreto legge n. 220 del 2003, entrato in vigore il 20 agosto 2003, sono immediatamente applicabili anche a controversie sorte anteriormente, atteso che lo stesso prevede, in deroga all’articolo 5 del c.p.c., che le norme contenute ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 3 si applicano anche ai processi in corso. Cass., Sez. Un., 23 marzo 2004, n. 5775.

 

La norma transitoria prevista dall’art. 69, comma settimo, del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, rappresenta certamente una deroga al disposto dell’art. 5 c.p.c., ma solo nel senso che non è sufficiente instaurare una controversia in sede di giurisdizione ordinaria dopo la data del 30 giugno 1998 per escludere la giurisdizione amministrativa esclusiva in materia di rapporto di lavoro pubblico, occorrendo anche che le questioni dedotte in giudizio siano attinenti al periodo di lavoro successivo alla predetta data. Per le controversie instaurate prima, in sede di giurisdizione amministrativa, opera integralmente il disposto del citato art. 5 c.p.c., secondo il quale la giurisdizione è determinata con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, senza che possano rilevare i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo. Cass., Sez. Un., 6 luglio 2006, n. 15344.

 

 

  1. Effetti della pronuncia di incostituzionalità sulla giurisdizione e sulla competenza

Il principio di cui all’art. 5 c.p.c., secondo cui la competenza si determina con riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda, non opera quando la norma che regola la competenza è dichiarata costituzionalmente illegittima, data l’efficacia retroattiva delle pronunce di illegittimità della Corte costituzionale, salve l’avvenuta formazione del giudicato e la presenza di preclusioni processuali già verificatesi. Cass. 11 maggio 2007, n. 10875; conforme Tar Latina Lazio, 28 gennaio 2009, n. 62.

 

Allorquando sia stata dichiarata dalla Corte costituzionale la illegittimità costituzionale di una norma regolatrice della competenza per territorio, va ravvisata l’inapplicabilità del novellato articolo 5 c.p.c., il quale dispone che si abbia riguardo solo allo stato di fatto e diritto esistente al momento della proposizione della domanda, atteso che devesi distinguere tra abrogazione della norma, che opera ex nunc, e pronuncia di incostituzionalità, che opera ex tunc, fatto salvo il limite del rapporto esaurito al momento della pubblicazione della decisione di incostituzionalità. Cass., Sez. Un., 3 luglio 2007, n. 14993; conforme Cass. 23 marzo 2006, n. 6529; Cass., Sez. Un., 21 dicembre 2004, n. 23645; Cass., Sez. Un., 16 novembre 2004, n. 21635; Cass. lav., 26 aprile 2004, n. 7912.

 

A seguito della dichiarazione di incostituzionalità della norma regolatrice della competenza per territorio per le cause civili ove sono parti i magistrati, viene meno la “potestas iudicandi” anche del giudice di appello, se la controversia in cui è parte un magistrato abbia origine da un fatto illecito costituente reato e il magistrato prestava servizio, al momento dell’insorgere dell’obbligazione, nel distretto di corte di appello nel quale si colloca il “locus commissi delicti”, non assumendo rilievo il fatto che il medesimo sia stato “medio tempore” trasferito in altra sede. Cass. 27 settembre 2011, n. 19729.

 

Il principio sancito dall’art. 5 c.p.c., secondo cui la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda, non opera quando la norma che detta i criteri determinativi della giurisdizione è successivamente dichiarata costituzionalmente illegittima, atteso che la norma dichiarata costituzionalmente illegittima - a differenza di quella abrogata - non può essere assunta, data l’efficacia retroattiva che assiste tale tipo di pronunce della Corte costituzionale, a canone di valutazione di situazioni anteriori alla pubblicazione della pronuncia di incostituzionalità, salvo che tali situazioni non siano definitivamente consolidate. Cass., Sez. Un., 21 dicembre 2004, n. 23645; conforme Cass., Sez. Un., 16 novembre 2004, n. 21635; Cass. lav., 26 aprile 2004, n. 7912.

 

Dichiarata incostituzionale la norma sulla giurisdizione, il giudice davanti a cui pendono i giudizi instaurati sulla base della norma incostituzionale, dovrà dichiarare il proprio difetto di giurisdizione. Cons. St., 4 luglio 2011, n. 3997.

 

 

  1. Momento determinante della giurisdizione

Per effetto della nuova formulazione dell’art. 5 c.p.c. (conseguente alla sua sostituzione ad opera dell’art. 2 della legge n. 353 del 1990) il momento determinativo della giurisdizione va fissato non soltanto con riguardo allo stato di fatto esistente al tempo della proposizione della domanda (come sancito dalla norma nella sua precedente versione), ma anche con riferimento alla legge vigente in quel momento, senza che possano, successivamente, rilevare i mutamenti tanto dello stato di fatto quanto delle norme (eventualmente) sopravvenute, dovendosi ritenere esteso anche allo ius superveniens il principio della perpetuatio della giurisdizione, in precedenza non applicabile ai mutamenti di diritto modificativi di essa, ovvero incidenti, in qualche misura, sui suoi criteri determinativi. Con tale previsione il legislatore ha inteso, in realtà, perseguire l’obiettivo di conservare la giurisdizione del giudice correttamente adito in base alla legge applicabile al momento della proposizione della domanda giudiziale, sottraendola a successive diverse scelte legislative, senza peraltro incidere sul più generale principio dell’immediata operatività, in materia processuale, della legge sopravvenuta (pure con riguardo alla giurisdizione), quando valga invece a radicare la giurisdizione presso il giudice dinanzi al quale sia stato comunque già promosso il giudizio. Cass., Sez. Un., 20 settembre 2006, n. 20322.

 

Il principio espresso dall’art. 5 c.p.c., il quale stabilisce che la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, senza che abbiano effetto i successivi mutamenti, essendo diretto a favorire, e non ad impedire, il verificarsi della perpetuatio iurisdictionis, trova applicazione solo nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice originariamente adito, ma non anche nel caso in cui il mutamento dello stato di diritto o di fatto comporti, invece, l’attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della proposizione della domanda. Cass., Sez. Un., 7 marzo 2005, n. 4820; conforme Cass., Sez. Un., 13 settembre 2005, n. 18126.

 

Il principio della perpetuatio iurisdictionis, di cui l’art. 5 c.p.c. è espressione, rende irrilevanti, ai fini della giurisdizione, i mutamenti legislativi successivi alla proposizione della domanda, i quali, se applicati nella controversia pendente, priverebbero il giudice della giurisdizione che egli aveva quando la domanda è stata introdotta, non già nel caso, inverso, in cui comportino l’attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era inizialmente privo. Cass., Sez. Un., 29 dicembre 2004, n. 24073; conforme Cass., Sez. Un., 5 maggio 2003, n. 6774.

 

Ai sensi dell'art. 5 c.p.c. la giurisdizione e la competenza si determinano avuto riguardo alla legge vigente ed allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda. (Annulla in parte Tar Lombardia, Milano, sez. I, n. 1488 del 2004).Consiglio di Stato sez. III  26 giugno 2013 n. 3486  

 

 

3.1. Criterio del petitum sostanziale

La giurisdizione si determina sulla base della domanda e, a tal fine, rileva non già la prospettazione delle parti, bensì il cosiddetto petitum sostanziale, il quale va identificato non solo e non tanto in funzione della concreta statuizione che si chiede al giudice ma anche e soprattutto in funzione della causa petendi, ossia della intrinseca natura della posizione soggettiva dedotta in giudizio ed individuata dal giudice stesso con riguardo ai fatti allegati ed al rapporto giuridico di cui essi sono manifestazione e dal quale la domanda viene identificata. L’applicazione, ai fini del riparto della giurisdizione, del suddetto criterio implica senza dubbio l’apprezzamento di elementi che attengono anche al merito (con la conseguenza che la Corte di cassazione è in materia anche giudice del fatto) ma non comporta che la statuizione sulla giurisdizione possa confondersi con la decisione sul merito né, in particolare, che la decisione possa essere determinata secundum eventum litis. Cass., Sez. Un., 1°agosto 2006, n. 17461.

 

 

  1. Momento determinante della competenza.

L’art. 5 c.p.c., in ordine alla determinazione della competenza, va interpretato in conformità alla sua ratio, che è quella di favorire, non già di impedire, la perpetuatio iurisdictionis, sicché, ove sia stato adito un giudice incompetente al momento della proposizione della domanda, non può l’incompetenza essere dichiarata se quel giudice sia diventato competente in forza di legge entrata in vigore nel corso del giudizio. Cass. 21 dicembre 2004, n. 23701.

 

Ai fini della individuazione della competenza territoriale del giudice adito, occorre aver riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, come prospettato dalla domanda proposta dall’attore e risultante dai fatti posti a suo fondamento, senza che il giudice possa, ai soli fini dell’indagine sulla competenza, verificare la concreta esistenza del rapporto così come affermato dalla parte ovvero qualificarlo diversamente. Cass. 6 agosto 2004, n. 15300.

 

In caso di pronuncia declinatoria della giurisdizione, il processo, tempestivamente riassunto innanzi al giudice indicato come munito di giurisdizione, non è nuovo ma costituisce, per effetto della "translatio judicii", la naturale prosecuzione dell'unico giudizio. Ne consegue che, in applicazione dell'art. 5 cod. proc. civ., assume rilievo, ai fini della determinazione del giudice territorialmente competente, la legge vigente e lo stato di fatto esistente al momento della proposizione dell'originaria domanda, senza che rilevino i mutamenti successivi. (Nella specie, in relazione ad una controversia di pubblico impiego, la S.C., in applicazione dell'anzidetto principio, ha cassato l'ordinanza del giudice di merito che aveva declinato la propria competenza poiché aveva preso in considerazione la sede di lavoro in atto al momento della riassunzione, mutata in epoca anteriore alla declaratoria di difetto di giurisdizione, e non, invece, l'originario luogo di lavoro esistente al momento della proposizione del ricorso al TAR). Regola competenza. Cassazione civile sez. VI  21 febbraio 2013 n. 4484  

 

 

4.1. Competenza per valore

Ai fini della determinazione della competenza per valore nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, non rileva la circostanza che il provvedimento sanzionatorio abbia ad oggetto una pluralità di violazioni e che, per effetto della somma degli importi delle sanzioni applicabili per ciascuna violazione, si abbia un importo superiore a quello della competenza del giudice di pace. L’attribuzione della competenza al Tribunale postula che l’illecito consista nella “violazione” per la quale è prevista una sanzione superiore nel massimo a Euro 15.493, risultando così evidente che ciò a cui deve aversi riguardo è il massimo edittale della sanzione prevista per la singola violazione contestata. Cass. 12 marzo 2012, n. 3878.

 

Ai fini della determinazione della competenza per valore in relazione a una controversia avente ad oggetto il riparto di una spesa approvata dall’assemblea di condominio, se il condomino agisce per sentir dichiarare l’inesistenza del suo obbligo di pagamento sull’assunto della invalidità della deliberazione assembleare, quest’ultima viene contestata nella sua globalità, sicché la competenza deve determinarsi con riguardo al valore dell’intera spesa deliberata; ove, invece, il condomino deduca, per qualsiasi diverso titolo, l’insussistenza della propria obbligazione, il valore della causa va determinato in base al solo importo contestato e la decisione non implica una pronuncia sulla delibera di spesa nella sua globalità. Cass. 12 agosto 2011, n. 17278; conforme Cass. 22 gennaio 2010, n. 1201.

 

In una causa nella quale l’attore indica con precisione l’ammontare del suo credito e chiede che quell’ammontare gli sia attribuito dal giudice, la formula che nel gergo forense si suole aggiungere “o quell’altra maggiore o minore somma che risulterà in corso di causa” ha natura di un clausola di stile ed è inidonea ad influire sulla determinazione della competenza per valore, sicché quest’ultima resta delimitata dalla somma specificata, non potendo la controversia essere considerata di valore indeterminabile. Cass. 26 luglio 2011, n. 16318; conforme Cass. 30 marzo 2011, n. 7255.

 

 

4.2. Competenza per territorio

Quando viene dedotto in giudizio un rapporto obbligatorio, ai fini dell’individuazione del foro del convenuto ed in particolare del foro della sede di una persona giuridica, il fatto che la sede della stessa fosse in un determinato luogo al momento dell’insorgenza del rapporto dedotto in giudizio è irrilevante, assumendo rilievo esclusivamente, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., la sede del momento di introduzione della lite. Cass. 12 gennaio 2007, n. 453; conforme Cass. 5 dicembre 2005, n. 26391.

 

In tema di foro per le cause di risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, in relazione alla disciplina recata dall’art. 4 L. 13 aprile 1988 n. 117 - per cui la competenza su dette controversie è del tribunale del capoluogo del distretto della corte d’appello, da determinarsi a norma dell’art. 11 c.p.p. e dell’art. 1 disp. att. trans. c.p.p. - trova applicazione, in via di interpretazione sistematica, la regola, dettata in materia di foro per le cause in cui sono parti i magistrati, posta dall’art. 30 bis, comma 2, c.p.c. - derogatoria della disciplina normale sulla cd. perpetuatio della competenza prevista dall’art. 5 c.p.c. e volta ad assicurare, anche all’apparenza, il massimo grado di imparzialità della giurisdizione - per cui la “potestas iudicandi” dell’ufficio giudiziario adito originariamente in primo grado, ma anche di quello adito in sede di impugnazione di merito (sia essa l’appello o la revocazione o, ancora, l’opposizione di terzo), viene meno se il magistrato, del cui operato si discuta, sia esso intervenuto o meno nel giudizio, viene ad esercitare le funzioni nel distretto in cui si situa l’ufficio di merito che in quel momento tratta il processo. Ne consegue, quanto al momento di rilevazione di siffatto sopravvenuto svolgimento delle funzioni nel distretto da parte del magistrato, che, ove tale mutamento di fatto si verifichi nel corso del giudizio, sia di primo grado che di impugnazione di merito, troverà applicazione la regola posta dall’art. 157, comma 2, c.p.c., per cui l’anzidetta situazione dovrà essere rilevata d’ufficio oppure eccepita dalla parte nella prima istanza o difesa successiva alla notizia del trasferimento del magistrato nel distretto; ove, invece, la medesima sopravvenienza di fatto si verifichi nella pendenza del termine per l’impugnazione, troverà applicazione l’art. 38 c.p.c., sicché soltanto nel caso di pertinente e tempestiva eccezione di parte o rilevazione d’ufficio nella prima udienza di trattazione del giudizio di impugnazione si dovrà disporre la translatio del processo al diverso giudice individuato in base alle regole dell’art. 11 c.p.p. Cass. 30 dicembre 2009, n. 27666.

 

In tema di azione di risarcimento danni arrecati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, qualora il magistrato convenuto in giudizio sia trasferito nel distretto di appartenenza dell'ufficio di merito investito della controversia di cui egli sia parte, si determina, ai sensi dell'art. 30 bis cod. proc. civ., che deroga alla disciplina della "perpetuatio " della competenza prevista dall'àart. 5 cod. proc. civ., la necessità della "translatio iudicii" innanzi al giudice competente, da determinarsi a norma dell'art. 11 cod. proc. pen., dovendosi, peraltro, distinguere a seconda che tale evenienza si verifichi nel corso del giudizio di impugnazione di merito, per cui, ai sensi dell'art. 157, secondo comma, cod. proc. civ., la situazione deve essere rilevata d'ufficio, oppure eccepita dalla parte nella prima istanza o difesa successiva alla notizia del trasferimento del magistrato nel distretto, da quella in cui l'evento si realizzi nella pendenza del termine per l'impugnazione, dove trova applicazione l'art. 38 cod. proc. civ. e l'eccezione di parte o la rilevazione d'ufficio deve essere sollevata nella prima udienza di trattazione del giudizio di impugnazione. Regola competenza

Cassazione civile sez. III  14 agosto 2014 n. 17982

 

 

4.3. Competenza per materia

La competenza per materia si determina sulla base della domanda dell’attore e dei fatti posti a fondamento della stessa, senza che rilevi la qualificazione che l’attore abbia dato alla azione proposta, che potrebbe essere artificiosamente prospettata allo scopo di sottrarre la controversia al giudice precostituito per legge. Cass. 27 febbraio 2004, n. 4112.

 

 

4.4. Continenza di cause

Nel caso in cui la parte nei cui confronti è stato chiesto decreto ingiuntivo abbia proposto domanda di accertamento negativo del credito davanti ad un diverso giudice prima che il ricorso ed il decreto ingiuntivo le siano stati notificati, se, in virtù del rapporto di continenza tra le due cause quella di accertamento negativo si presti ad essere riunita a quella di opposizione, la continenza deve operare in questo senso, sempre che la domanda di ingiunzione sia stata proposta a giudice che alla data in cui è stata presentata era competente a conoscerne. Cass., Sez. Un., 1° ottobre 2007, n. 20596; conforme Cass. 18 marzo 2003, n. 3978.

 

 

4.5. Connessione

Qualora nei confronti della stessa parte siano proposte più domande, anche solo soggettivamente connesse, alcune rientranti nella competenza per valore del giudice di pace, altre in quella per materia del tribunale, l’organo giudiziario superiore è competente a conoscere dell’intera controversia. Cass. 13 luglio 2010, n. 16355.

 

 

4.6. Procedimento monitorio e impugnazione congiunta

L’individuazione del giudice competente a decidere sull’appello contestualmente proposto contro una sentenza non definitiva (già assoggettata in precedenza a riserva d’impugnazione) e contro la sentenza definitiva che chiude il processo, dev’essere fatta facendo riferimento alla legge regolatrice della competenza vigente al momento di tale impugnazione congiunta, atteso che l’art. 340, primo comma, c.p.c., stabilisce un preciso collegamento tra le due impugnazioni, nel senso della imposizione dell’esercizio del diritto di impugnazione contro la sentenza non definitiva unitamente a quello contro la definitiva, onde la legge vigente al momento dell’esercizio congiunto dell’impugnazione e rilevante ai sensi dell’art. 5 c.p.c. è quella che regola la competenza in quel momento sull’impugnazione della sentenza definitiva. Cass. 13 giugno 2005, n. 12696.

 

 

  1. Fattispecie di giurisdizione e competenza sopravvenute

Le norme sopravvenute in corso di giudizio che modifichino la giurisdizione e la competenza trovano applicazione anche nei giudizi pendenti se tale giurisdizione o competenza venga, per l’effetto, attribuita ai giudici dinanzi ai quali la causa pende, ovvero dinanzi ai quali la causa stessa dovrebbe essere ripresa o riassunta se fosse dichiarato che, al momento della domanda, essi mancavano della giurisdizione o della competenza che hanno esercitato. Cass. 9 giugno 2010, n. 13882; conforme Cass. 22 aprile 2003, n. 6393.

 

In forza del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, con cui l’ufficio del pretore è stato soppresso e le relative competenze sono state trasferite al tribunale ordinario, giudice unico di primo grado, che la sopravvenuta competenza, per effetto di detto ius superveniens, del tribunale, svolge effetti sananti in ordine alla sua originaria incompetenza, la quale non è più idonea ad inficiare la pronuncia emessa da detto tribunale, ed in fase di impugnazione della Corte d’appello. Cass. 18 luglio 2003, n. 11228.

 

La sentenza emessa in primo grado dal tribunale, allora incompetente rientrando la causa nella competenza per valore del pretore, invalida secondo la legge vigente all’epoca della pronuncia, deve essere dichiarata valida in sede di impugnazione in forza dell’efficacia sanante dei mutamenti di diritto sopravvenuti nel corso del giudizio di impugnazione, essendo il tribunale divenuto giudice unico di primo grado, e pertanto competente in base allo “ius superveniens”, e tenuto conto del fatto che le ragioni di economia processuale, alla base della nuova formulazione di cui all’art. 5 c.p.c. (introdotta dall’art. 2 L. 26 novembre 1990 n. 353), valgono anche nel caso in cui la norma processuale sopravvenuta conferisca la competenza al giudice che ne era originariamente sfornito. (cfr. Corte cost. n. 185 del 1981 e n. 268 del 1987). Cass. 6 aprile 2004, n. 6729.

 

Le norme sopravvenute in corso di giudizio che modifichino la giurisdizione e la competenza trovano applicazione anche nei giudizi pendenti se tale giurisdizione o competenza venga, per l'effetto, attribuita ai giudici dinanzi ai quali la causa pende, ovvero dinanzi ai quali la causa stessa dovrebbe essere ripresa o riassunta se fosse dichiarato che, al momento della domanda, essi mancavano della giurisdizione o della competenza che hanno esercitato. (Nella specie, in presenza di un giudizio promosso per il risarcimento danni da sinistro stradale innanzi al pretore si è affermato che per effetto della soppressione dell'ufficio del pretore e della istituzione del giudice unico di primo grado, intervenuti nel corso del giudizio di primo grado, bene poteva essere chiesta, e liquidata, a titolo di danni, una somma maggiore a lire 50 milioni).

Cassazione civile sez. III  07 marzo 2014 n. 5420

 

 

  1. Casistica

 

 

6.1. Pronunce pretorili

Qualora sia stata pronunciata sentenza non definitiva dal pretore anteriormente al 2 giugno 1999 e sia stata fatta riserva di impugnazione e, quindi, la sentenza definitiva sia stata pronunciata dal giudice di pace, dopo quella data, sull’appello congiuntamente proposto avverso le due sentenze è competente - ai sensi dell’art. 341 c.p.c., come sostituito dall’art. 73 del D.Lgs. n. 51 del 1998 - il tribunale e non la corte d’appello. (Cass. 13 giugno 2005, n. 12696) Ugualmente, nei giudizi di legittimità relativi a impugnazione di sentenze pretorili in materia di sanzioni amministrative e pendenti alla data di efficacia del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, (prevedente la soppressione dell’ufficio del pretore con trasferimento delle relative competenze al tribunale ordinario), l’eventuale rinvio a seguito di cassazione della sentenza pretorile va disposto in favore del tribunale quale giudice unico di primo grado, non rientrando l’ipotesi de qua tra quelle per le quali è prevista la prosecuzione del procedimento, secondo le norme anteriormente vigenti, davanti all’ufficio del pretore transitoriamente mantenuto a norma dell’art. 42 del decreto stesso, e non potendo trovare applicazione, per altro verso, l’art. 98 del D.Lgs. 30 dicembre 1999, n. 507, che ha in parte trasferito al giudice di pace le competenze in materia di sanzioni amministrative, non essendo la norma applicabile retroattivamente, stante il disposto dell’art. 5 c.p.c. Cass. 22 gennaio 2003, n. 925.

 

 

6.2. Tributi

L’art. 12 della legge n. 448/2001, a decorrere dal 1 gennaio 2002, ha attribuito alle Commissioni tributarie la cognizione di “tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie” assegnando così, nuovamente, ad esse le controversie in materia di tasse automobilistiche. Ne deriva che per i ricorsi depositati anteriormente alla data di entrata in vigore della citata legge sussisteva la giurisdizione del giudice ordinario, in quanto, in base all’art. 5 c.p.c., la giurisdizione e la competenza si determinano con riferimento alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della domanda che, nei procedimenti promossi con ricorso, coincide, non con la data della sua notificazione alla controparte, ma con la data del suo deposito nella segreteria del giudice. Cass., Sez. Un., 23 maggio 2008, n. 13359.

 

Tenuto conto che l’ingiunzione opposta dalla società concessionaria con la quale questa chiede il pagamento dell’imposta comunale di pubblicità costituisce, non un atto dell’esecuzione, ma un atto prodromico all’esecuzione alla stessa stregua della cartella di pagamento, l’impugnazione avverso di essa proposta per contestare la pretesa tributaria appartiene alla giurisdizione del giudice tributario ai sensi dell’art. 2. del D.Lgs. n. 546/1992, sia secondo la formulazione previgente alla riforma introdotta con la legge n. 448/2001, in quanto alla lett. h) venivano riservate alla giurisdizione del giudice tributario le controversie relative ai tributi locali (come l’imposta di pubblicità), sia secondo la formulazione seguita all’indicata riforma, giusta la quale il giudice tributario ha giurisdizione sulle controversie relative ai tributi di ogni genere e specie, comunque denominati, compresi i tributi comunali (tra i quali l’imposta di pubblicità). In questo secondo caso, peraltro, quand’anche si volesse sostenere che in precedenza il giudice tributario difettasse di giurisdizione, quest’ultima sarebbe egualmente sussistente in ragione di quanto dispone il principio della perpetuatio jurisdictionis espresso dall’art. 5 c.p.c., qualora, come nel caso in esame, il giudice tributario sia stato adito fin dal ricorso originario. Cass., Sez. Un., 31 marzo 2008, n. 8273.

 

 

6.2.1. Contributi a favore dei consorzi di bonifica

In materia di contributi spettanti ai consorzi di bonifica, la giurisdizione sulla domanda con la quale il contribuente chiede la restituzione delle somme versate a tale titolo spetta alle commissioni tributarie, per effetto dell’art. 2 del D.Lgs. n. 546 del 1992, come novellato dall’art. 12 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, avuto riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda e non anche a quella dell’epoca dei versamenti di cui viene chiesto il rimborso. (Cass., Sez. Un., 30 gennaio 2008, n. 2027; vedi anche: Cass., Sez. Un., 4 giugno 2002, n. 8087; conforme Cass. 10 aprile 2003, n. 5647; Cass. 26 ottobre 2000, n. 14099.

 

 

6.3. Controversie di lavoro

Alla posizione di interesse legittimo in cui si trovano sia il datore di lavoro che i lavoratori, rispetto all’emanazione di un provvedimento di ammissione dell’impresa alla cassa integrazione sia ordinaria che straordinaria, si costituiscono posizioni di diritto soggettivo tra imprenditore, o lavoratori, da una parte, e INPS dall’altra, aventi origine dal provvedimento medesimo ed attinenti, in particolare, al rimborso dell’integrazione retributiva anticipata o alla diretta corresponsione della medesima. Qualora la domanda giudiziale relativa a queste ultime pretese sia stata introdotta nella vigenza di un provvedimento di concessione dell’integrazione (senza che la relativa impugnazione, in sede contenziosa, ne abbia comportato la sospensione dell’efficacia), l’eventuale annullamento da parte del Comitato amministratore - successivo alla proposizione della stessa domanda giudiziale - non incide sulla posizione di diritto soggettivo esistente al momento dell’instaurazione del giudizio, né tantomeno sul regime processuale previsto dall’art. 5 c.p.c., con la conseguente sussistenza, sulla domanda medesima, della giurisdizione del giudice ordinario. Cass., Sez. Un., 10 agosto 2005, n. 16780.

 

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario in riferimento alla controversia promossa, per pretese patrimoniali inerenti il rapporto di lavoro, da un dipendente nei confronti di un centro di istruzione professionale finanziato dalla Regione, qualora la Regione sia chiamata in giudizio dal convenuto, che chiede di essere tenuto indenne dalla pretesa del lavoratore per effetto della convenzione di finanziamento tra di essi stipulata, anche riguardo alla pretesa di garanzia, atteso che la giurisdizione va determinata in base all’oggetto della domanda, che inerisce in tal caso a controversia meramente patrimoniale alla stregua dell’art. 5 della legge n. 1034 del 1971. A tal fine resta irrilevante che la convenzione abbia natura pubblicistica perché relativa a concessione di servizi pubblici attuata dalla Regione sulla base dell’art. 5 della legge 21 dicembre 1978 n. 845. Cass., Sez. Un., 21 novembre 2006, n. 24662.

 

 

6.4. Giudizio di conto

L’art. 58 L. 8 giugno 1990 n. 142, il quale dispone per gli amministratori degli enti locali l’osservanza delle disposizioni vigenti in materia di responsabilità degli impiegati civili dello Stato, ha l’effetto di estendere al settore della responsabilità per danno erariale arrecato dall’amministratore all’ente locale le norme di carattere processuale che attribuiscono la giurisdizione alla Corte dei conti, e, per il principio tempus regit actum, si applica ai giudizi di responsabilità instaurati dopo l’entrata in vigore della legge, ancorché per fatti commessi in epoca anteriore. Cass., Sez. Un., 9 febbraio 2010, n. 2786.

 

Sussiste la giurisdizione della Corte dei conti nei confronti del presidente del comitato regionale di una federazione sportiva per fatti commessi (nella specie, per aver distratto a proprio favore fondi provenienti dalla stessa federazione e destinati alle società sportive) prima della sua trasformazione in associazione di diritto privato, anche se la domanda di risarcimento sia stata proposta successivamente alla trasformazione. Cass., Sez. Un., 20 giugno 2006, n. 14103.

 

 

6.5. Espropriazione per pubblica utilità

Nel giudizio inerente alla determinazione dell’indennità di espropriazione e di occupazione, il principio della operatività della regola propria della procedura prescelta dalla P.A. va applicato con riferimento al tempo della notificazione della citazione introduttiva. Cass. 24 dicembre 2004, n. 23971.

 

 

6.6. Famiglia

Ai fini della dichiarazione di adottabilità del minore, la competenza territoriale inderogabile spetta al Tribunale per i minorenni del luogo in cui si trova il minore quando viene segnalato l’abbandono ovvero a quello che disponga di ufficio i relativi accertamenti, restando in proposito irrilevante, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., l’eventuale successivo trasferimento del minore stesso. Cass. 5 giugno 2006, n. 13180.

 

In tema di competenza territoriale nei procedimenti di affidamento eterofamiliare di minori, qualora il provvedimento iniziale di affidamento, di regola soggetto a durata non superiore ai ventiquattro mesi, necessiti di essere seguito da un’ulteriore proroga o, viceversa, da una cessazione anticipata, queste ultime vicende integrano provvedimenti camerali nuovi, per i quali il principio della “perpetuatio” deve essere temperato con quello di prossimità, sicché il giudice competente per territorio deve essere individuato nel tribunale per i minorenni del luogo in cui il minore legittimamente si trova, in tal modo dando rilievo ad eventuali sopravvenuti cambiamenti di residenza. Cass., Sez. Un., 9 dicembre 2008, n. 28875.

 

 

6.7. Arbitrato

In tema di arbitrato, la disciplina sull’impugnabilità con regolamento di competenza, necessario o facoltativo (art. 42 e 43 c.p.c.), della sentenza del giudice di merito affermativa o negatoria della propria competenza sulla convenzione di arbitrato, recata dal nuovo testo dell’art. 819 ter c.p.c. (introdotto dall’art. 22 D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40), trova applicazione soltanto in relazione a sentenze pronunciate con riferimento a procedimenti arbitrali iniziati successivamente alla data del 2 marzo 2006, disponendo in tal senso, con formulazione letterale inequivoca, la norma transitoria dettata dall’art. 27, comma 4, dell’anzidetto D.Lgs. n. 40, dovendosi, pertanto, escludere che l’operatività della nuova disciplina possa ancorarsi a momenti diversi, quale quello dell’inizio del giudizio dinanzi al giudice ordinario nel quale si pone la questione di deferibilità agli arbitri della controversia ovvero quello della data di pubblicazione della sentenza del medesimo giudice che risolve la questione di competenza. Cass., Sez. Un., 6 settembre 2010, n. 19047; conforme Cass. 28 dicembre 2011, n. 29261.

 

Va confermata l’applicabilità dell’art. 5 c.p.c. per i giudizi già pendenti alla data del 2 marzo 2006, con la conseguenza che la questione relativa alla proponibilità della domanda giudiziale in presenza d’una clausola arbitrale resta una questione di merito, e la sentenza che abbia deciso su essa è impugnabile con l’appello e non col regolamento di competenza. Cass. 29 agosto 2008, n. 21926.

 

 

6.8. Emittenti televisive

La cognizione della controversia insorta fra soggetti privati titolari di emittenti radiotelevisive nel vigore della legge 6 agosto 1990, n. 223, avente ad oggetto il «preuso» delle frequenze radiotelevisive, è devoluta al giudice ordinario, atteso che il soggetto che, all’entrata in vigore della detta legge, già esercitava (come nella specie) la gestione dell’impianto, era autorizzato in via transitoria a proseguire nell’esercizio dell’impianto stesso (art. 32), ancorché non munito della concessione amministrativa prevista dall’art. 16; né rileva, ai fini della determinazione della giurisdizione, l’intervenuto rilascio delle concessioni per la radiodiffusione nelle more del giudizio, essendo stato promosso quest’ultimo quando a favore delle parti non era stato emanato alcun provvedimento. Cass., Sez. Un., 26 luglio 2006, n. 16996.

 

 

6.9. Fallimento

Spetta al giudice italiano la giurisdizione con riguardo all’istanza di fallimento presentata nei confronti di società di capitali, già costituita in Italia che, dopo il manifestarsi della crisi dell’impresa, abbia trasferito all’estero la sede legale, nel caso in cui i soci, chi impersona l’organo amministrativo ovvero chi ha maggiormente operato per la società, siano cittadini italiani senza collegamenti significativi con lo Stato straniero, circostanze che, unitamente alla difficoltà di notificare l’istanza di fallimento nel luogo indicato come sede legale, lasciano chiaramente intendere come la delibera di trasferimento fosse preordinata allo scopo di sottrarre la società dal rischio di una prossima probabile dichiarazione di fallimento. Cass., Sez. Un., 20 luglio 2011, n. 15880.

 

In tema di fallimento, il disposto dell’art. 3 della legge 11 febbraio 1992 n. 125, istitutiva del Tribunale di Nola, secondo cui tutti gli affari civili pendenti davanti al Tribunale di Napoli al momento dell’inizio del funzionamento del nuovo ufficio giudiziario, ad eccezione delle cause già passate in decisione, sono devoluti alla cognizione del nuovo Tribunale se appartenenti alla sua competenza per territorio, trova applicazione anche per le azioni promosse dal curatore in epoca successiva alla trasmissione degli atti al Tribunale di Nola ed appartenenti alla competenza inderogabile ex art. 24 legge fall. del tribunale fallimentare, sostituitosi “ex lege” a quello che originariamente aprì il fallimento, operando per esse la “vis attractiva”, in quanto incidenti sulla procedura, cioè volte a realizzare l’esecuzione nel rispetto della concorsualità e a tutelare la “par condicio creditorum”. Cass. 5 dicembre 2008, n. 28867.

 

 

6.10. Proprietà intellettuale

Il nuovo criterio di competenza territoriale introdotto dall’art. 4 del D.Lgs. n. 168 del 2003, istitutivo delle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale e intellettuale presso tribunali e Corti d’appello, si applica a decorrere dal 1° luglio 2003, ai sensi dell’art. 6, D.Lgs. cit., che assegna alla trattazione delle sezioni specializzate le cause iscritte a ruolo da quella data; ai sensi del capoverso dello stesso art. 6, che fa applicazione della regola generale di cui all’art. 5 c.p.c., restano invece assegnate al giudice competente in base alla normativa previgente le controversie già pendenti e iscritte al ruolo alla data del 30 giugno 2003, quale che sia il grado di giudizio nel quale esse si trovino al momento dell’entrata in vigore della legge. Cass. 1° febbraio 2007, n. 2203.

 

 

6.11. Invenzioni industriali

In tema di brevetto per invenzioni industriali, atteso che con la pubblicazione del provvedimento di concessione del brevetto europeo sorge il diritto di privativa sul trovato, il giudice, dinanzi al quale (per essere il prodotto da brevettare privo del requisito della novità), sia stata fatta valere la nullità di una domanda di brevetto europeo non ancora concesso, privo di giurisdizione al momento della domanda, ha - per l’applicazione del principio della “perpetuatio jurisdictionis” - la giurisdizione sulla azione proposta qualora venga pubblicata la concessione del brevetto in corso di causa, che comporta il sopravvenire di una condizione dell’azione, restando irrilevante lo stato del procedimento amministrativo di opposizione di terzi al rilascio del brevetto il cui esito positivo può solo dar luogo alla cessazione della materia del contendere. Cass., Sez. Un., 12 marzo 2008, n. 6532.

 

 

 

 

 



 
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