codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 512 cod. proc. civile: Risoluzione delle controversie

Se, in sede di distribuzione, sorge controversia tra i creditori concorrenti o tra creditore e debitore o terzo assoggettato all’espropriazione, circa la sussistenza o l’ammontare di uno o più crediti (1) o circa la sussistenza di diritti di prelazione (2), il giudice dell’esecuzione, sentite le parti e compiuti i necessari accertamenti, provvede con ordinanza, impugnabile nelle forme e nei termini di cui all’articolo 617, secondo comma.
Il giudice può, anche con l’ordinanza di cui al primo comma, sospendere, in tutto o in parte, la distribuzione della somma ricavata (3).


Commento

Giudice dell’esecuzione: [v. 484]; Ordinanza: [v. 483]; Sospensione: [v. Libro III, Titolo VI]. Diritti di prelazione: i creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore (c.c. 2741). La par condicio, però, è derogata se sussiste a favore di un creditore una legittima causa di (—): cioè una causa di preferenza in sede di distribuzione, a scapito dei creditori semplici (detti anche chirografari, in quanto il titolo del loro diritto si affida soltanto ad un documento: chirografo, non assistito da alcuna garanzia). Quando esiste, infatti, una causa di (—) il creditore non concorre con i chirografari, ma ha diritto di far valere per intero il suo credito sul bene oggetto di (—): gli altri creditori concorreranno proporzionalmente su ciò che rimane. Le cause di (—) si dividono in due tipi: privilegi (titolo di preferenza che la legge riconosce al creditore in considerazione della particolare natura o causa del credito: art. 2745 c.c.) e garanzie reali (sono il pegno e l’ipoteca [v. 502]). Le cause legittime di (—) costituiscono ius singulare, per il quale non è ammessa applicazione analogica. Inoltre, non è consentito alle parti di fissare altri casi di (—) diversi da quelli previsti dal legislatore.

 

(1) Legittimati a contestare la sussistenza o l’ammontare dei crediti sono: innanzitutto, il debitore (o il terzo esecutato), il quale ha interesse ad escludere dal riparto uno o più creditori, nella speranza di incrementare il residuo che gli spetta sul ricavato dalla vendita quando siano stati soddisfatti tutti i creditori; e, quindi, i creditori, ma soltanto quando la massa attiva sia insufficiente.

 

(2) Legittimati a contestare l’esistenza di diritti di prelazione sono soltanto (sempre quando la massa sia insufficiente) i creditori e non anche il debitore né il terzo: questi ultimi, difatti, non possono subire alcun pregiudizio poiché i diritti di prelazione incidono soltanto nei rapporti tra i creditori.

 

(3) La sospensione della distribuzione della somma ricavata diviene, da obbligatoria, facoltativa. Il provvedimento, nella parte in cui provvede sulla sospensione della distribuzione — totale o parziale — potrà impugnarsi con reclamo ex art. 624, c. 2 nella sua nuova formulazione [v. 624].


Giurisprudenza annotata

Risoluzione delle controversie.

 

 

  1. Aspetti generali; 2; Rapporti con le altre opposizioni esecutive; 3; Procedimento; 3.1. Competenza; 3.2. Litisconsorzio; 3.3. Istruzione; 3.4. Provvedimenti del g.e. dopo il giudizio di opposizione; 3.5. Impugnazioni.

 

 

  1. Aspetti generali.

In caso di controversia, il novellato art. 512 c.p.c. non prevede più la sospensione obbligatoria della distribuzione del ricavato bensì la mera possibilità di sospendere qualora ricorrano gravi motivi di fumus boni iuris o di periculum in mora. Trib. Reggio Emilia, 21 marzo 2006.

 

In tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, nel computo della durata complessiva dei procedimenti di esecuzione forzata e, segnatamente, di espropriazione immobiliare, devono includersi anche i tempi, ricollegabili a vicende tipiche, impiegati per la risoluzione di fasi «parallele» o «incidentali», quali quelli occorsi per la definizione del giudizio di opposizione avverso il piano di riparto, che ineriscono all’unico processo da considerare. Cass. 9 settembre 2005, n. 18065.

 

Nell’espropriazione immobiliare, per poter procedere alla distribuzione del ricavato della vendita forzata, è necessario che non vi siano contestazioni in ordine all’esistenza o all’ammontare del credito, perché in tal caso il progetto di distribuzione non può essere approvato, ed occorre accertare l’ammontare del credito contestato mediante un ordinario giudizio di cognizione, in attesa della cui definizione la distribuzione dev’essere sospesa: ne consegue che qualora, nonostante l’avvenuto accertamento del credito, il debitore abbia continuato ad opporsi all’assegnazione, anche parziale, del ricavato al creditore, quest’ultimo non è responsabile della lievitazione del credito, ancorché giustificata dal diritto dell’opponente di ottenere la determinazione definitiva del proprio debito. (Nella specie, il debitore si era opposto al pagamento della somma assegnata al creditore nel progetto di distribuzione, segnalando la pendenza di un giudizio per l’accertamento del credito, all’esito del quale, tuttavia, aveva ribadito le proprie contestazioni, determinando un ritardo complessivo di circa tre anni nella soddisfazione del credito). Cass. 4 agosto 2005, n. 16370.

 

Fino a che la somma ricavata dalla vendita non venga distribuita, la domanda dell’aggiudicatario che tende ad escludere dalla distribuzione fra i creditori una parte della somma ricavata dalla vendita integra un’azione atipica esperibile nel corso del processo esecutivo, al quale è correlata eziologicamente, ed è correttamente proposta nelle forme del ricorso al giudice dell’esecuzione nei confronti di tutti i creditori, avendo la decisione l’effetto di determinare la somma da ripartire tra di essi. Trib. Padova, 13 maggio 2004.

 

Non è precluso al terzo estraneo, che si ritenga leso da una collusione avvenuta ai suoi danni fra emittente e prenditore di un vaglia cambiario, di provare, anche in sede di controversia ai sensi dell’art. 512 c.p.c. promossa contro il prenditore titolare dell’azione esecutiva, fondata direttamente sul titolo cambiario, l’inesistenza del rapporto sottostante e così travolgere anche l’obbligazione cartolare nella quale l’accordo fraudolento si è inverato. Altrimenti il creditore, il quale dispone di tutela (opposizione di terzo revocatoria artt. 404 comma 2 e 656 c.p.c.) allorché la collusione ordita ai suoi danni si realizzi attraverso un provvedimento giudiziale, sarebbe giuridicamente disarmato nell’ipotesi in cui il titolo esecutivo viene creato direttamente dai protagonisti della detta collusione. App. Napoli, 16 dicembre 2002.

 

Rispetto a colui che interviene in una procedura esecutiva avente ad oggetto un bene immobile sul quale assume che l’esecutato gli abbia concesso ipoteca a garanzia del debito altrui, l’esecutato medesimo ha la veste di terzo proprietario, assoggettato all’espropriazione a favore del suddetto creditore sempre che il bene immobile pignorato sia vincolato a garanzia del credito altrui; conseguentemente, l’accertata insussistenza della garanzia reale sul bene pignorato, nell’assenza di altra ragione di credito nei confronti dell’esecutato, esclude l’intervenuto dalla partecipazione alla distribuzione del ricavato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che, dichiarata l’inoperatività della garanzia ipotecaria, aveva escluso che il credito potesse essere ammesso in via chirografaria). Cass. 2 agosto 2001, n. 10608.

 

Nell’azione esecutiva individuale, iniziata o pro seguita durante il fallimento del debitore, da un istituto di credito fondiario, secondo le disposizioni eccezionali di cui al R.D. n. 646 del 1905 - ancora vigenti alla data di entrata in vigore della l. n. 175 del 1991, abrogata solo a far data dall’1 gennaio 1994 dal t.u. di cui al D.Lgs. n. 385 del 1993 - ed il cui art. 17, anche per i prestiti concessi in base alla medesima legge, richiama la disciplina del procedimento esecutivo risultante dal predetto R.D. del 1905 - non è necessario che, per partecipare alla distribuzione della somma ricavata, l’istituto creditore si sia previamente insinuato al passivo fallimentare, in quanto, proseguendo l’esecuzione individuale anche dopo la vendita dell’immobile pignorato, alla distribuzione del ricavato devono applicarsi le regole proprie di tale forma di esecuzione (art. 42, t.u., n. 646 del 1905, fatto salvo dall’art. 51, l. fall., con la conseguenza che incombe al curatore del fallimento del debitore - in sede di esame del progetto di distribuzione o nella fase di contestazione dello stesso - dimostrare che i crediti insinuati prevalgono, in tutto o in parte, in ragione del grado della loro prelazione, su quello dell’istituto mutuante. Cass. 19 febbraio 1999, n. 1395; conforme Cass. 15 giugno 1994, n. 5806.

 

Nel procedimento esecutivo l’onere delle spese non segue il principio della soccombenza come nel giudizio di cognizione, ma quello della soggezione del debitore all’esecuzione, per cui il provvedimento di liquidazione delle spese, ancorché autonomamente emesso dal giudice dell’esecuzione, non ha contenuto decisorio, ma solo una funzione di verifica del relativo credito, del tutto analoga a quella che il giudice dell’esecuzione, compie per il credito per cui si procede (ed i relativi interessi) ai fini del progetto di distribuzione e dell’assegnazione della somma ricavata dalla vendita dei beni pignorati e potendo essere, conseguentemente, contestato nella forma dell’opposizione prevista dall’art. 512 c.p.c., non può essere impugnato con il ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 8 maggio 1998, n. 4653; conforme Cass. 11 ottobre 1994, n. 789.

 

Proposto da un creditore intervento nel procedimento di espropriazione forzata, qualora né il giudice abbia esaminato di ufficio l’ammissibilità dell’intervento con riferimento ai requisiti della certezza, esigibilità o liquidità del credito, né il debitore, o alcuno dei creditori, abbia proposto opposizione ex art. 617 c.p.c., al fine di far valere il difetto di tali requisiti, la relativa questione resta bensì preclusa nel prosieguo del procedimento, ivi compresa la fase di distribuzione del ricavato, ma la preclusione resta limitata al profilo formale della ammissibilità, senza estendersi alla questione sostanziale dell’esistenza e dell’ammontare del credito, la quale è utilmente proponibile in tale fase, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 512 c.p.c., tenendo però conto che la controversia insorta in sede di distribuzione della somma ricavata tra creditori concorrenti ha ad oggetto soltanto la sussistenza o l’ammontare di uno o più crediti ovvero la sussistenza di diritti di prelazione, per cui - in mancanza di opposizione all’esecuzione - non rileva l’eventuale illegittimità del pignoramento e dell’esecuzione forzata. (Nella specie - in cui, promossa, con pignoramento presso terzo, l’esecuzione forzata per il realizzo di un credito da prestazione professionale, credito rimasto inadempiuto soltanto per il residuo pari alla ritenuta fiscale d’acconto, calcolata sulla sorte e già versata all’Erario dal medesimo terzo debitore al momento dell’assegnazione del credito stesso, l’amministrazione finanziaria era comunque intervenuta per chiedere l’assegnazione delle somme pignorate - la S.C. ha confermato la pronuncia di merito che aveva ritenuto insussistente il diritto di credito dell’amministrazione stessa, già soddisfatta dal terzo debitore, senza che, in mancanza di opposizione all’esecuzione, rilevasse la legittimità, o meno, della ritenuta operata da quest’ultimo e quindi del pignoramento del credito per l’importo corrispondente ad essa). Cass., Sez. Un., 5 febbraio 1997, n. 1082; conforme Cass. 2 agosto 2001, n. 10608.

 

L’ammissibilità dell’intervento presuppone l’esistenza dei requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito, la cui mancanza è rilevabile d’ufficio dal giudice dell’esecuzione ed è deducibile dal debitore con l’opposizione agli atti esecutivi, mentre l’eventuale inesistenza del credito fatto valere con l’intervento può essere rilevata dal suo debitore nella fase di distribuzione, a norma dell’art. 512 c.p.c. Pret. Napoli, 8 gennaio 1994; conforme Cass. 22 aprile 1993, n. 4763.

 

L’art. 525 c.p.c. quando richiede la certezza del credito per poter intervenire nel giudizio di esecuzione, intende soltanto prescrivere che il credito deve constare di elementi soggettivi ed oggettivi rilevabili da un documento, ma non pure che deve essere stato giudizialmente accertato, sicché è ammissibile anche l’intervento relativo ad un credito sub iudice, salvo il definitivo giudizio di merito sulla sua esistenza, secondo la previsione dell’art. 512 c.p.c. Da ciò deriva che è ammissibile nel giudizio di esecuzione l’intervento dell’amministrazione finanziaria, il cui credito risulti da provvedimenti di natura fiscale, sebbene l’esistenza dello stesso sia oggetto di controversia innanzi alle commissioni tributarie. Cass. 26 gennaio 1987, n. 714.

 

 

  1. Rapporti con le altre opposizioni esecutive.

Le opposizioni regolate dall’art. 512 c.p.c. sono dirette ad accertare il diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato, e hanno dunque ad oggetto il credito nella sua esistenza, nel suo ammontare e nel suo carattere privilegiato. Viceversa, l’opposizione ex art. 615 c.p.c. ha ad oggetto il diritto di procedere in executivis e mira a travolgere l’intero processo. La differenza tra i due rimedi risiede dunque nel differente oggetto senza che, ove l’impugnazione sia proposta dal debitore esecutato, possa attribuirsi alcun rilievo alla presenza o meno del titolo esecutivo in capo al creditore contestato. Nella fase di distribuzione della somma ricavata dall’espropriazione forzata, l’azione svolta dal debitore esecutato contro il creditore procedente, che, nella esecuzione da lui promossa e proseguita, sia intervento in forza di un secondo credito, del quale soltanto si intenda contestare la sussistenza, la misura o la collocazione, si qualifica necessariamente come azione ex art. 512 c.p.c. Cass. 23 aprile 2001, n. 5961; conforme Cass. 2 novembre 1993, n. 10813.

 

Il giudizio di opposizione al progetto di distribuzione approvato dal giudice dell'esecuzione, ancorché è qualificato dall'opponente "azione revocatoria del piano di riparto", rientra tra i giudizi di opposizione agli atti esecutivi introdotti ai sensi degli art. 512 e 617 c.p.c. Ne consegue che, ai fini della liquidazione delle spese di lite, non trova applicazione l'art. 6 comma 1 d.m. 8 aprile 2004 n. 127. Cassa e decide nel merito, Trib. Firenze, 20/06/2011

Cassazione civile sez. VI  21 febbraio 2014 n. 4222  

 

Nelle controversie distributive ex art. 512 cod. proc. civ. (nel testo anteriore alla novella del d.l. 14 marzo 2005 n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005 n. 80), quando sia stata sospesa, in tutto o in parte, la distribuzione della somma ricavata, per la riassunzione del processo esecutivo, senza che il giudice dell'esecuzione abbia fissato termine perentorio a tal fine, trova applicazione non l'art. 627 cod. proc. civ. (regolante le opposizioni esecutive caratterizzate da un differente "petitum" rispetto alle opposizioni cosiddette distributive,) ma, in difetto di apposita previsione normativa, l'art. 297 cod. proc. civ., sicché il termine per la riassunzione decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado o di appello che abbia deciso la controversia distributiva. Rigetta, App. Venezia, 14/05/2010

Cassazione civile sez. III  19 dicembre 2014 n. 26889  

 

Ogni contestazione avente ad oggetto l’ammontare delle spese indicate in precetto deve essere sollevata dal debitore in sede di distribuzione del ricavato o, eventualmente, con il mezzo dell’opposizione agli atti esecutivi qualora voglia impugnare ex post la liquidazione operata dal giudice, essendo invece inammissibile l’opposizione all’esecuzione. Trib. Monza, 18 aprile 2001.

Se il giudice dell’esecuzione, adito ai sensi degli artt. 630 e 617 c.p.c., qualifica, pur se erroneamente, la controversia come insorta in sede di distribuzione del ricavato (art. 512 c.p.c.), poiché questa introduce un ordinario giudizio di cognizione, e la qualificazione è vincolante al fine di individuare i mezzi di impugnazione, la sentenza che la definisce non è ricorribile in Cassazione, ma impugnabile secondo i criteri generali. Cass. 15 settembre 1997, n. 9201.

 

L’ordinanza con la quale il giudice della esecuzione mobiliare, provvedendo alla distribuzione della somma ricavata dalla vendita dei beni pignorati, risolve una contestazione in ordine ai criteri di distribuzione, che non atteneva né all’esistenza dei crediti, né a quella di diritti di prelazione, ma solamente alla graduazione dei crediti stessi, non decide una opposizione alla distribuzione ai sensi dell’art. 512 c.p.c. e non ha carattere decisorio e contro di essa può essere proposta opposizione agli atti esecutivi, avendo ad oggetto il modo e non il merito dell’esecuzione, con la conseguenza che la immediata proposizione in sua vece del ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. è inammissibile. Cass. 18 giugno 1996, n. 5578.

 

L’ordinanza di rigetto dell’istanza di revoca di un provvedimento di assegnazione disposta dal giudice dell’esecuzione ai sensi del comma 2 dell’art. 529 c.p.c., non avendo il carattere della definitività, non è impugnabile con il ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., bensì è soggetta all’opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), oppure, ricorrendone i presupposti, all’opposizione in sede di distribuzione del ricavato (art. 512 c.p.c.), ove all’assegnazione si debba attribuire funzione satisfattoria. Cass. 15 febbraio 1996, n. 1164.

 

L’opposizione al piano di riparto delle somme ricavate dalla vendita dei beni pignorati deve essere proposta, a pena di inammissibilità, nella forma della opposizione agli atti esecutivi e, quindi, nel termine di cinque giorni dal deposito del piano di riparto. Trib. Roma, 14 luglio 1994.

 

La questione relativa all’ammissibilità dell’intervento di un creditore nel processo esecutivo può essere sollevata attraverso un’opposizione agli atti esecutivi, la cui decisione, non incidendo sul merito della pretesa fatta valere dall’intervento, viene emessa dal giudice dell’esecuzione con una pronuncia che ha un’efficacia limitata al provvedimento stesso, nel duplice senso della riproponibilità della domanda d’intervento se maturino in seguito le condizioni della sua ammissibilità e, rispettivamente, della successiva autonoma proponibilità, in sede di distribuzione della somma ricavata, di ogni eventuale questione inerente all’esistenza ed all’ammontare del credito e dei diritti di prelazione, secondo la previsione dell’art. 512 c.p.c. Cass. 26 gennaio 1987, n. 714.

 

 

  1. Procedimento.

 

 

3.1. Competenza.

In materia di procedimento civile esecutivo, nelle cause di opposizione all’esecuzione, di opposizione di terzo all’esecuzione o per le controversie distributive di cui all’articolo 512 del c.p.c., la competenza per valore e per territorio è verticalmente ripartita, a partire dal 2 giugno 1999, tra tribunale e giudice di pace, trovando con riferimento a esse applicazione i criteri generali del valore e del territorio proprio dell’ordinario giudizio di cognizione. Ne consegue che nei suddetti giudizi di opposizione la competenza per valore va determinata come segue: in caso di opposizione proposta dal debitore o dal terzo assoggettato all’esecuzione si ha riguardo al valore del credito per cui si procede o della parte di credito in contestazione; in caso di opposizione proposta dal terzo ex articolo 619 del c.p.c., si ha riguardo al valore del diritto affermato come causa della domanda; quanto all’opposizione in sede di distribuzione del ricavato ex articolo 512 del c.p.c., in base al valore del maggiore dei crediti contestati essendo il cumulo delle domande proposte contro persone diverse escluso ai sensi dell’articolo 10, comma 1 del codice di procedura civile. Trib. Mantova, 2 gennaio 2005.

 

In materia di procedimento civile esecutivo, in caso di opposizione all’esecuzione già iniziata, il giudice (nel caso, il giudice di pace) individuato come competente per valore ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 615 e 17 c.p.c., è competente a decidere anche il merito della controversia; in quanto giudice dell’opposizione e non dell’esecuzione, esso è viceversa incompetente a decidere le domande di assegnazione e di restituzione. Cass. 20 settembre 2002, n. 1375.

Conf.: Il giudizio di opposizione ex art. 512 c.p.c. - non essendo compreso tra quelli elencati nell’art. 50-bis c.p.c. - spetta al tribunale in composizione monocratica. Trib. Torino, 6 giugno 2001.

 

L’ordinanza con la quale, nel procedimento previsto dall’art. 512 c.p.c. per la risoluzione delle controversie sulla distribuzione della somma ricavata, il giudice dell’esecuzione rimette le parti davanti al giudice competente per valore ha contenuto decisorio ed è quindi impugnabile con regolamento di competenza ad istanza di parte. Cass. 14 agosto 1991, n. 8845.

 

3.2. Litisconsorzio.

In tema di esecuzione forzata, nella controversia in sede di distribuzione del ricavato, ai sensi dell’art. 512 c.p.c., avente origine dalla contestazione sollevata da un creditore in ordine all’esistenza o al grado della causa di prelazione di altro creditore, il debitore esecutato è parte necessaria del giudizio, sicché lo stesso - al pari di tutti gli altri creditori - deve essere convenuto in giudizio, indipendentemente dalla circostanza che abbia o meno partecipato alla discussione del progetto di distribuzione. Cass. 30 gennaio 2012, n. 1396.

 

In tema di controversie sulla distribuzione del ricavato di una espropriazione forzata, ove la controversia tragga origine dalla contestazione sollevata da un creditore in ordine alla esistenza o al grado della causa di prelazione di altro creditore, il debitore è parte necessaria del giudizio. Cass. 13 maggio 2003, n. 7284.

 

Per il disposto degli artt. 512, 541 e 542 c.p.c. la distribuzione del ricavato della vendita forzata deve avvenire con l’accordo di tutti i creditori concorrenti, oppure in contraddittorio tra questi e il debitore escusso, per cui, in caso di controversia in sede di distribuzione, si profila tra tali soggetti una situazione di litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c. e ciascuno di essi deve essere convenuto in giudizio indipendentemente dalla circostanza che abbia partecipato oppure no alla discussione del progetto di divisione. Cass. 14 ottobre 1998, n. 10179; conforme Cass. 18 dicembre 1992, n. 13428.

Parz. contra: In tema di esecuzione forzata, nelle controversie in sede di distribuzione del ricavato, mentre il debitore esecutato è sempre parte necessaria, avendo la decisione in ogni caso effetto nei suoi confronti, il medesimo principio non può affermarsi con carattere di assolutezza con riguardo ai creditori concorrenti, potendosi profilare casi nei quali la controversia non svolga alcun effetto nei confronti di taluno di essi. Ciò è confermato, per un verso, dalla disposizione del secondo comma dell’art. 512 c.p.c., secondo la quale, se il giudice non sospende totalmente il procedimento, procede alla distribuzione della parte del ricavata non controversa; per l’altro, dalla circostanza che, in tema di legittimazione alla proposizione dell’opposizione ex art. 512 c.p.c., il creditore concorrente può considerarsi legittimato alla impugnazione solo quando il ricavato sia insufficiente ed egli possa trarre vantaggio dalla contestazione dell’altrui collocazione. Quanto all’aggiudicatario, questi non può in nessun caso essere parte necessaria nelle controversie di cui si tratta, in quanto la distribuzione del ricavato della vendita tra i creditori non incide in alcun modo sulla sua posizione. Cass. 11 aprile 2003, n. 5754.

 

Qualora in sede di opposizione ex art. 617 c.p.c. ovvero nel caso di controversia in sede di distribuzione della somma ricavata (art. 512 c.p.c.) il giudice dell’esecuzione ordini l’integrazione del contraddittorio nei confronti del debitore esecutato, quale litisconsorte necessario pretermesso e nessuna delle parti abbia provveduto a detta integrazione, il detto giudice non può decidere la causa nel merito, sul rilievo che nessuna delle parti aveva eccepito l’estinzione del processo, ma deve dare atto della impossibilità di prosecuzione del processo per mancanza di una parte necessaria, dovendo altrimenti la sentenza, se impugnata in sede di legittimità, essere cassata senza rinvio a norma dell’art. 382 c.p.c., non potendo essere disposta una seconda volta l’integrazione del contraddittorio, onde il processo non poteva essere proseguito. Cass. 29 agosto 1995, n. 9107.

 

Quando, in sede di discussione del progetto di distribuzione, si contesti la collocazione di un creditore non comparso, è necessaria, per l’instaurazione del contraddittorio nei confronti di costui, che il contestante gli notifichi un ricorso o una comparsa o copia del verbale di udienza in cui è raccolta la contestazione oralmente formulata. Cass. 10 ottobre, 1967, n. 2387.

 

 

3.3. Istruzione.

Nel giudizio che, ai sensi dell’art. 512 c.p.c. (nel testo applicabile nella specie, che è quello anteriore a quello sostituito con effetto dal 1º marzo 2006 dall’art. 39-quater del D.L. n. 273 del 2005, conv. in legge n. 51 del 2006), fosse insorto fra creditori circa la sussistenza o l’ammontare di un credito, le regole della cognizione ed in particolare quelle probatorie erano quelle proprie della cognizione ordinaria e, dunque, il creditore il cui credito fosse stato contestato doveva dare prova del credito allo stesso modo di come avrebbe dovuto darla in un normale giudizio ordinario di accertamento dello stesso. Cass. 25 maggio 2007, n. 12238.

 

In caso di esecuzione forzata e di intervento dei creditori nella controversia sorta in sede di distribuzione della somma ricavata deve escludersi che tutta la documentazione probatoria a sostegno del credito a tutela del quale il terzo interviene debba essere prodotta al momento dell’intervento ex articolo 566 del c.p.c. e non successivamente, all’udienza di discussione del riparto o dopo l’opposizione ex articolo 512 del c.p.c. Le ricordate disposizioni, infatti, si limitano a disciplinare i tempi dell’intervento senza porre alcuna preclusione circa le produzioni documentali, mentre la naturale natura cognitiva del giudizio di opposizione a riparto consente la produzione in corso di causa. Cass. 19 maggio 2003, n. 7771.

 

Le controversie sorte in sede di distribuzione delle somme ricavate dalla procedura esecutiva (sia a seguito della vendita o dell’assegnazione, sia, omessa la fase espropriativa in senso stretto, in dipendenza della conversione del pignoramento) sono regolate dall’art. 512 c.p.c., che le disciplina attraverso le forme di un ordinario processo di cognizione, con la conseguenza che la sentenza resa dal giudice competente per ragioni di valore è impugnabile con l’appello, a norma degli artt. 323 e 339 c.p.c. Cass. 17 gennaio 1998, n. 378; conforme Cass. 4 maggio 1994, n. 4281; Cass. 29 dicembre 1993, n. 12946.

 

 

3.4. Provvedimenti del g.e. dopo il giudizio di opposizione.

Nell’esecuzione forzata per espropriazione immobiliare, formato e depositato in cancelleria dal giudice dell’esecuzione il progetto di distribuzione della somma ricavata dalla vendita, se vengono sollevate contestazioni ed opposizioni all’udienza fissata per la discussione del progetto, su di esse deve decidere il tribunale, a norma dell’art. 512 c.p.c. richiamato dall’art. 598 dello stesso codice; dopo la decisione del tribunale, non potendo più essere sollevata alcuna contestazione od opposizione, è inutile una nuova convocazione delle parti ad una seconda udienza di discussione, ed il giudice dell’esecuzione non deve fare altro che portare ad effetto le decisioni, definitive, del tribunale, traducendole nello stato di riparto della somma ricavata dalla vendita; l’ordinanza del giudice dell’esecuzione contenente lo stato definitivo di riparto chiude il processo esecutivo nella data del suo deposito in cancelleria. Cass. 23 aprile 1982, n. 2534.

 

Compete al giudice dell’esecuzione la rettifica del piano di distribuzione dichiarato illegittimo dal tribunale in sede di giudizio di opposizione al riparto. Trib. Milano, 9 settembre 2003; conforme App. Milano, 29 maggio 1998, Cass. 16 luglio 1965, n. 1570.

 

 

3.5. Impugnazioni.

La sentenza resa in un giudizio di risoluzione delle controversie in sede distributiva ai sensi dell’art. 512 c.p.c., al quale non sia applicabile la novella del processo di esecuzione, perché intrapreso prima della sua entrata in vigore, non è direttamente ricorribile per Cassazione ma impugnabile mediante appello. Cass. 9 novembre 2011, n. 23281; conforme Cass. 29 dicembre 1993 n. 12946.

 

In tema di esecuzione forzata, il provvedimento che chiude il procedimento esecutivo, pur non avendo, per la mancanza di contenuto decisorio, efficacia di giudicato, è, tuttavia, caratterizzato da una definitività insita nella chiusura di un procedimento esplicato col rispetto delle forme atte a salvaguardare gli interessi delle parti, incompatibile con qualsiasi sua revocabilità, sussistendo un sistema di garanzie di legalità per la soluzione di eventuali contrasti, all’interno del processo esecutivo. Ne consegue che il soggetto espropriato non può esperire, dopo la chiusura del procedimento di esecuzione forzata, l’azione di ripetizione di indebito contro il creditore procedente (o intervenuto) per ottenere la restituzione di quanto costui abbia riscosso, sul presupposto dell’illegittimità per motivi sostanziali dell’esecuzione forzata. Cass. 18 agosto 2011, n. 17371.



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti