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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 520 cod. proc. civile: Custodia dei mobili pignorati

L’ufficiale giudiziario consegna al cancelliere del tribunale il danaro, i titoli di credito e gli oggetti preziosi colpiti dal pignoramento. Il danaro deve essere depositato dal cancelliere nelle forme dei depositi giudiziari (1), mentre i titoli di credito e gli oggetti preziosi sono custoditi nei modi che il giudice dell’esecuzione determina.
Per la conservazione delle altre cose l’ufficiale giudiziario provvede, quando il creditore ne fa richiesta, trasportandole presso un luogo di pubblico deposito oppure affidandole a un custode diverso dal debitore; nei casi di urgenza l’ufficiale giudiziario affida la custodia agli istituti autorizzati di cui all’articolo 159 delle disposizioni per l’attuazione del presente codice.


Commento

Ufficiale giudiziario: [v. 59]; Cancelliere: [v. 57]; Custode: [v. 521].

 

(1) Cioè su libretto postale infruttifero, depositato in cancelleria.


Giurisprudenza annotata

Custodia dei mobili pignorati.

 

 

  1. Custode; 1.1. Sostituzione del custode; 1.2. Funzioni del custode; 1.3. Mancato asporto dei beni e responsabilità del custode; 2. Istituto Vendite Giudiziarie; 2.1. Compenso spettante all’I.V.G.; 2.2. Impugnazione del provvedimento di approvazione della distinta dei compensi.

 

 

  1. Custode.

 

 

1.1. Sostituzione del custode.

In mancanza del pretore titolare e di altri magistrati (di carriera), in sottordine, il vice pretore onorario, che sia l’unico addetto all’ufficio, assume naturalmente ed ipso iure, in veste vicaria, le funzioni giurisdizionali, in senso lato, nessuna esclusa, attribuite al titolare e quindi anche quella del G.E. (nella specie, ai fini dell’emanazione di provvedimento di sostituzione del custode di mobili pignorati), mentre nel caso in cui siano più i vice pretori onorari addetti all’ufficio e disponibili, deve intervenire una designazione da parte dei titolari degli uffici superiori. Cass. 10 dicembre 1971, n. 1644.

 

 

1.2. Funzioni del custode.

Il custode di beni sottoposti a sequestro ha una funzione limitata alla conservazione e all’amministrazione di tali beni, in relazione alla quale gli va riconosciuta la legittimazione processuale attiva e passiva, come rappresentante di ufficio di un patrimonio separato, esclusivamente rispetto alle azioni relative alla medesima funzione. Cass. 30 maggio 2000, n. 7147.

 

Il custode di beni sottoposti a sequestro (nella specie, sequestro conservativo in sede penale) ha una funzione limitata alla conservazione e all'amministrazione di tali beni, in relazione alla quale gli va riconosciuta la legittimazione processuale attiva e passiva, come rappresentante di ufficio di un patrimonio separato, esclusivamente rispetto alle azioni relative alla medesima funzione; ne consegue che il custode di beni sottoposti a sequestro conservativo in sede penale non è legittimato a proporre opposizione avverso la sentenza dichiarativa del fallimento della società i cui beni sono oggetto del sequestro, atteso che tale attività esula dai poteri del custode giudiziario e compete invece alla società fallita e al suo legale rappresentante, a nulla rilevando che ad abilitare il custode a tale opposizione sia stato il giudice del procedimento penale nel quale era stato disposto il sequestro conservativo, atteso che un tale provvedimento non è idoneo ad attribuire al custode poteri che, esorbitando dai limiti della sua funzione, determinerebbero una indebita invasione dell'area riservata ad altri soggetti.

Cassazione civile sez. I  30 maggio 2000 n. 7147

 

 

1.3. Mancato asporto dei beni e responsabilità del custode.

Qualora l’Istituto vendite giudiziarie provveda all’incanto ed all’aggiudicazione di beni mobili nel luogo del pignoramento, senza preventivo asporto ed assunzione della relativa custodia, il diritto dell’aggiudicatario alla consegna dei beni medesimi sussiste nei confronti del custode, e resta di conseguenza esclusa, in caso di mancata od irregolare consegna, la responsabilità dell’Istituto stesso. Cass. 9 luglio 1991, n. 7577.

 

 

  1. Istituto Vendite Giudiziarie.

 

 

2.1. Compenso spettante all’I.V.G.

Il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione approva o riduce il compenso all’Istituto vendite giudiziarie, stabilito dal Ministro della giustizia (D.M. 11 febbraio 1997, n. 109 vigente) a norma del comma 3 dell’art. 159, disp. att. c.p.c. - così come modificato dall’art. 87, l. 26 novembre 1990, n. 353, entrato in vigore dall’1 gennaio 1993 - incide direttamente sul relativo diritto spettante all’Istituto, per le attività dal medesimo svolte, di custodia e vendita dei beni soggetti ad esecuzione forzata, e, pertanto, non essendo atto preliminare o propedeutico dell’atto conclusivo del processo esecutivo, è autonomamente impugnabile, a decorrere dalla comunicazione del medesimo alle parti interessate. Cass. 24 gennaio 2002, n. 843.

 

Il compenso dovuto all’I.V.G. autorizzato all’incanto ed all’amministrazione dei beni mobili pignorati (artt. 534 c.p.c. e 159 disp. att. c.p.c.) nel caso di vendita di quote di società deve essere determinato applicando, per analogia, la disposizione del comma 8 dell’art. 31 del D.M. 20 giugno 1960 che, per la vendita o l’assegnazione dei titoli, nella cui categoria giuridica (art. 1992 c.c.) non sono riconducibili le quote di società, fa riferimento alla normale provvigione bancaria. Infatti, per la vendita delle quote di società, ricorre la medesima ratio che ha suggerito il criterio di liquidazione del compenso per la vendita dei titoli; questi ultimi, a differenza degli altri beni (per i quali il citato art. 31 ha previsto un compenso proporzionale al ricavato della vendita) sono, come le quote di società, privi di una specifica materialità che comporti (o possa comportare) trasporto, ingombro o custodia, e sono trasferibili con forme e modalità analoghe a quelle necessarie per l’alienazione delle quote di società. Cass. 22 febbraio 1995, n. 1956.

 

 

2.2. Impugnazione del provvedimento di approvazione della distinta dei compensi.

Il provvedimento giudiziario di approvazione della distinta dei compensi e delle spese che gli istituti per le vendite giudiziarie autorizzati all’incanto ed all’amministrazione dei beni mobili pignorati (artt. 534 c.p.c. e 159 disp. att. c.p.c.) hanno facoltà di trattenere, ai sensi dell’art. 37, D.M. 20 giugno 1960, sul prezzo ricavato dalla vendita e di riscuotere dall’aggiudicatario, per la parte da questo dovuta, è impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi prevista dall’art. 617 c.p.c. da parte del debitore esecutato e dei creditori, trattandosi di provvedimento che, avendo solo funzione di controllo della distinta, si distingue dal decreto di liquidazione del compenso al commissionario, previsto dall’art. 533 c.p.c., che ha, invece, natura di ingiunzione di pagamento assimilabile al decreto monitorio e come tale soggetto al rimedio della opposizione davanti al medesimo giudice che lo ha emesso, ai sensi dell’art. 645 c.p.c. Cass. 22 febbraio 1995, n. 1956.

 

I compensi dovuti all’I.V.G. autorizzato all’incanto ed all’amministrazione dei beni mobili pignorati (artt. 534 c.p.c. e 159 disp. att. c.p.c.) sono, ai sensi dell’art. 30, D.M. 20 giugno 1960, nell’ipotesi di vendita, per metà a carico del debitore e per metà a carico dell’acquirente. Entrambi, conseguentemente, ne rispondono ciascuno per la sua quota, salvo restando, nel caso in cui più siano gli acquirenti del medesimo bene, la solidarietà di quest’ultimi, ai sensi dell’art. 1294 c.c.; ne consegue che non vi è litisconsorzio necessario tra le predette parti nel giudizio di opposizione al decreto di approvazione della distinta dei compensi e delle spese emesso dal giudice ai sensi dell’art. 37 del citato decreto ministeriale e che le relative cause sono perciò scindibili per gli effetti ed ai fini dell’impugnazione. Cass. 22 febbraio 1995, n. 1956.



 
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