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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 542 cod. proc. civile: Distribuzione giudiziale

Se i creditori non raggiungono l’accordo di cui all’articolo precedente o il giudice dell’esecuzione non l’approva, ognuno di essi può chiedere che si proceda alla distribuzione della somma ricavata (1).

Il giudice dell’esecuzione, sentite le parti, distribuisce la somma ricavata a norma degli articoli 510 e seguenti e ordina il pagamento delle singole quote.



Commento

(1) Qualora non si raggiunga un accordo tra i creditori, la distribuzione della somma ricavata avviene secondo un piano di riparto effettuato dal giudice.


Giurisprudenza annotata

Distribuzione giudiziale.

 

 

  1. Distribuzione; 1.1. Ordinanza di distribuzione; 1.2. Irrevocabilità dell’ordinanza di assegnazione; 1.3. Credito fondiario; 1.4. Intervento del fallimento; 2. Ragioni di contestazione; 3. Contraddittorio; 3.1. Presenza delle parti; 3.2. Litisconsorzio necessario dei creditori; 3.3. Presenza del debitore; 3.4. Intervento; 4. Opposizioni; 4.1. Graduazione dei crediti; 4.2. Creditore unico; 4.3. Rapporti con gli artt. 512 e 615; 4.4. Rapporti con l’art. 617.

 

 

  1. Distribuzione.

 

 

1.1. Ordinanza di distribuzione.

In tema di espropriazione forzata, l’art. 510, comma 2, c.p.c. opera un rinvio di tipo selettivo, non in genere alle norme seguenti dello stesso titolo, ma alle «disposizioni contenute nei capi seguenti»; pertanto nell’espropriazione di beni mobili, a differenza che nell’espropriazione di immobili, qualora i creditori non addivengano all’accordo previsto dall’art. 541 c.p.c. il giudice dell’esecuzione non procede alla formazione del progetto di riparto (in analogia con quanto previsto dagli art. 596 c.c. per l’espropriazione immobiliare), poiché la funzione processuale del progetto è in questo caso assolta dallo stesso provvedimento di distribuzione che il giudice forma all’udienza, o con successiva ordinanza riservata. Pret. Lucca, 25 gennaio 1992.

 

Per il disposto degli art. 512, 541 e 542 c.p.c. la distribuzione del ricavato della vendita forzata deve avvenire con l'accordo di tutti i creditori concorrenti, oppure in contraddittorio tra questi ed il debitore escusso, per cui in caso di controversia in sede di distribuzione, si profila tra tali soggetti una situazione di litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c., e ciascuno di essi deve essere convenuto in giudizio indipendentemente dalla circostanza che abbia partecipato oppure no alla discussione del progetto di distribuzione.

Cassazione civile sez. III  14 ottobre 1998 n. 10179  

 

Anche nella procedura esecutiva promossa da un istituto di credito fondiario ai sensi dell’art. 42, R.D. 16 luglio 1946, n. 646, trova applicazione il principio secondo cui l’ordinanza di distribuzione definisce la fase espropriativa vera e propria ma non anche il processo esecutivo, da ritenersi in corso fintanto che non sia eseguito il pagamento, a favore del creditore assegnatario, della somma ricavata dalla vendita. Pertanto, se tra la data del provvedimento di assegnazione e quella del pagamento intervenga il fallimento del debitore, in forza del divieto di azioni individuali posto dall’art. 51, l. fall., la somma deve ritenersi di pertinenza della curatela. Cass. 17 dicembre 2004, n. 23572.

 

 

1.2. Irrevocabilità dell’ordinanza di assegnazione.

Il debitore espropriato non può esperire, dopo la chiusura del procedimento di esecuzione forzata, l’azione di ripetizione di indebito contro il creditore procedente per ottenere la restituzione di quanto costui abbia riscosso, sul presupposto dell’illegittimità per motivi sostanziali dell’esecuzione forzata, atteso che la legge, pur non attribuendo efficacia di giudicato al provvedimento conclusivo del procedimento esecutivo, tuttavia sancisce la irrevocabilità dei relativi provvedimenti una volta che essi abbiano avuto esecuzione (art. 487 c.p.c.), sicché la proposizione dell’azione di ripetizione dopo la conclusione dell’esecuzione e la scadenza dei termini per le relative opposizioni sarebbe in contrasto con i principi ispiratori del sistema e con le regole specifiche sui modi e sui termini delle opposizioni esecutive, con la conseguenza che la eventuale restituzione, successivamente all’esecuzione forzata, è correlabile solo ad una perdita di validità della procedura esecutiva legalmente accertata. Cass. 8 maggio 2003, n. 7036.

 

 

1.3. Credito fondiario.

A differenza di quanto previsto dagli artt. 723 e 724 del codice di rito del 1865 - che consentendo il pagamento anticipato del prezzo di vendita ai creditori ipotecari e privilegiati nell’ambito del giudizio di graduazione e previo provvedimento del tribunale al solo fine di evitare al compratore l’obbligo degli interessi sul prezzo di vendita, configuravano una mera anticipazione delle somme spettanti all’esito del giudizio di graduazione, senza effetto liberatorio per il compratore - nel sistema delineato dall’art. 48 del t.u. n. 646 del 1905 il pagamento all’istituto di credito fondiario delle rendite degli immobili pignorati, effettuato fuori dal giudizio di graduazione e senza provvedimento del giudice, ha natura definitiva ed effetto liberatorio per il conduttore e per il sequestratario al fine di assicurare liquidità al predetto istituto. Pertanto tale disciplina, avendo natura speciale rispetto alle disposizioni del codice di rito del 1865, non è stata abrogata dal codice di procedura civile vigente il quale, come lex generalis posteriore, ha rielaborato il processo di espropriazione nei suoi principi generali. Cass. 9 aprile 1988, n. 2801.

 

 

1.4. Intervento del fallimento.

Il provvedimento del giudice dell’esecuzione, con il quale venga disposta l’assegnazione di una somma di denaro al creditore procedente, implica che la proprietà di detta somma sia attribuita al debitore fino a quando non se ne realizzi, in concreto, il passaggio nella sfera patrimoniale del creditore (cd. traditio in manum), con la conseguenza che l’eventuale sentenza di fallimento pronunciata prima del materiale pagamento della somma assegnata preclude al creditore la facoltà di pretenderne la consegna onde soddisfare il proprio credito al di fuori della procedura fallimentare, e con la conseguenza, ancora, che l’atto materiale di consegna de quo è viziato da inefficacia ex art. 44, l. fall., senza che sia, all’uopo, necessario l’esperimento dell’azione revocatoria (funzionale all’impugnazione di atti realizzatisi durante il periodo sospetto, e non anche dopo la dichiarazione di fallimento, come il pagamento del terzo debitore del fallito, assegnato coattivamente ex art. 553 c.p.c. al creditore che abbia promosso l’azione esecutiva presso il terzo; in tal caso, il debitore «assegnato» cessa di essere soggetto agli effetti dell’ordinanza di assegnazione, sempre che, al momento del fallimento, non abbia ancora estinto con il pagamento al creditore il debito del fallito). L’inefficacia dei pagamenti ex art. 44, l. fall. che colpisce gli atti posti in essere dal fallito dopo la sentenza dichiarativa, trovando la sua ratio nella perdita, coeva al fallimento, del diritto di disporre da parte del debitore del fallimento, piuttosto che nel pregiudizio sofferto dai creditori, si distingue da quella conseguente al vittorioso esperimento dell’azione revocatoria, sicché la relativa azione non è soggetta a prescrizione, attestante la funzionalità ad una declaratoria di nullità di pieno diritto nei confronti del fallimento e dei creditori. Cass. 30 marzo 2005, n. 6737.

 

 

  1. Ragioni di contestazione.

La controversia sulla sussistenza o sull’ammontare del credito per il quale sia stato proposto intervento nel procedimento di espropriazione forzata (senza che sia stata solleva contestazione, né sollevata d’ufficio questione, circa l’ammissibilità dell’intervento in relazione ai requisiti del credito), che sia sorta in sede di distribuzione della somma ricavata, dà luogo ad un giudizio di cognizione, con tutte le relative garanzie della pienezza del contraddittorio. Conseguentemente, nel detto giudizio, è consentita l’ammissione di prove a dimostrazione dell’esistenza e dell’ammontare del credito, in funzione non dell’ammissibilità dell’intervento (questione ormai preclusa), ma della risoluzione del merito della controversia. Cass. 18 febbraio 1975, n. 640.

 

Il debitore esecutato difetta di interesse a dolersi dell’erronea graduazione dei creditori concorrenti, questi soltanto essendo legittimati alla tutela di un’eventuale lesione dei loro diritti di prelazione. Cass. 17 agosto 1973, n. 2347.

 

È ammissibile l’opposizione ai sensi dell’art. 2855 c.c. al piano di riparto del G.E., ove non ne siano stati rispettati i principi, ma, accertatane l’illegittimità, spetta esclusivamente al giudice dell’esecuzione provvedere alla sua rettifica. Trib. Monza, 4 giugno 1996.

 

 

  1. Contraddittorio.

 

 

3.1. Presenza delle parti.

In tema di esecuzione forzata, nelle controversie in sede di distribuzione del ricavato, mentre il debitore esecutato è sempre parte necessaria, avendo la decisione in ogni caso effetto nei suoi confronti, il medesimo principio non può affermarsi con carattere di assolutezza con riguardo ai creditori concorrenti, potendosi profilare casi nei quali la controversia non svolga alcun effetto nei confronti di taluno di essi. Ciò è confermato, per un verso, dalla disposizione del comma 2 dell’art. 512 c.p.c., secondo la quale, se il giudice non sospende totalmente il procedimento, procede alla distribuzione della parte del ricavato non controversa; per l’altro, dalla circostanza che, in tema di legittimazione alla proposizione dell’opposizione ex art. 512 c.p.c., il creditore concorrente può considerarsi legittimato alla impugnazione solo quando il ricavato sia insufficiente ed egli possa trarre vantaggio dalla contestazione dell’altrui collocazione. Quanto all’aggiudicatario, questi non può in nessun caso essere parte necessaria nelle controversie di cui si tratta, in quanto la distribuzione del ricavato della vendita tra i creditori non incide in alcun modo sulla sua posizione. Cass. 11 aprile 2003, n. 5754.

 

 

3.2. Litisconsorzio necessario dei creditori.

Per il disposto degli artt. 512, 541 e 542 c.p.c. la distribuzione del ricavato della vendita forzata deve avvenire con l’accordo di tutti i creditori concorrenti, oppure in contraddittorio tra questi ed il debitore escusso, per cui in caso di controversia in sede di distribuzione, si profila tra tali soggetti una situazione di litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c., e ciascuno di essi deve essere convenuto in giudizio indipendentemente dalla circostanza che abbia partecipato oppure no alla discussione del progetto di distribuzione. Cass. 14 ottobre 1998, n. 10179; conforme Cass. 18 dicembre 1992, n. 13428.

 

Rispetto a colui che interviene in una procedura esecutiva avente ad oggetto un bene immobile sul quale assume che l’esecutato gli abbia concesso ipoteca a garanzia del debito altrui, l’esecutato medesimo ha la veste di terzo proprietario, assoggettato all’espropriazione a favore del suddetto creditore sempre che il bene immobile pignorato sia vincolato a garanzia del credito altrui; conseguentemente, l’accertata insussistenza della garanzia reale sul bene pignorato, nell’assenza di altra ragione di credito nei confronti dell’esecutato, esclude l’intervenuto dalla partecipazione alla distribuzione del ricavato. Cass. 2 agosto 2001, n. 10608.

 

Nell’espropriazione mobiliare, ai fini della partecipazione di ciascuno dei creditori, procedenti o intervenuti, alla distribuzione del ricavato, in vista della soddisfazione paritaria dei diritti di ciascuno, la domanda presentata da uno di essi, a norma dell’art. 542, comma 1, c.p.c., in mancanza dell’accordo con gli altri circa la distribuzione delle somme, è sufficiente ad attivare la relativa fase del procedimento e comporta per il giudice - senza necessità di una specifica richiesta in tal senso da parte dei rispettivi titolari - l’obbligo di considerare anche gli altri crediti, e di predisporre un piano di riparto e graduazione fra i creditori procedenti o intervenuti, seguito dal deposito e dalla fissazione dell’udienza di comparizione delle parti (in tal senso operando il rinvio contenuto nel comma 2 dell’art. 510 c.p.c. quanto alle modalità di distribuzione.). Pertanto deve ritenersi nulla (ed è utilmente contestabile mediante l’opposizione agli atti esecutivi) l’ordinanza di distribuzione che, in mancanza di detto piano, escluda dal riparto il creditore che, omettendo di comparire all’udienza di assegnazione non abbia formulato un’autonoma domanda di distribuzione, restando escluso che, per dar fondamento di legittimità a siffatta pretermissione, la suddetta assenza del creditore possa esser valorizzata quale approvazione ai sensi dell’art. 597 c.p.c., giacché quest’ultima norma (a prescindere dalla sua applicabilità o no all’espropriazione mobiliare) presuppone comunque la formazione di un piano di riparto. Cass. 4 luglio 1997, n. 6037.

 

 

3.3. Presenza del debitore.

In tema di controversie sulla distribuzione del ricavato di una espropriazione forzata, ove la controversia tragga origine dalla contestazione sollevata da un creditore in ordine alla esistenza o al grado della causa di prelazione di altro creditore, il debitore è parte necessaria del giudizio. Cass. 13 maggio 2003, n. 7284.

 

 

3.4. Intervento.

È ammissibile e tempestivo l’intervento in sostituzione effettuato dal creditor creditoris in pendenza della sospensione del procedimento esecutivo a seguito dell’instaurazione di controversia in sede di distribuzione. Trib. Rovereto, 19 novembre 1998.

 

 

  1. Opposizioni.

 

 

4.1. Graduazione dei crediti.

L’ordinanza con la quale il giudice della esecuzione mobiliare, provvedendo alla distribuzione della somma ricavata dalla vendita dei beni pignorati, risolve una contestazione in ordine ai criteri di distribuzione, che non atteneva né all’esistenza dei crediti, né a quella di diritti di prelazione, ma solamente alla graduazione dei crediti stessi, non decide una opposizione alla distribuzione ai sensi dell’art. 512 c.p.c. e non ha carattere decisorio e contro di essa può essere proposta opposizione agli atti esecutivi, avendo ad oggetto il modo e non il merito dell’esecuzione, con la conseguenza che la immediata proposizione in sua vece del ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. è inammissibile. Cass. 18 giugno 1996, n. 5578.

 

 

4.2. Creditore unico.

In tema di esecuzione forzata e nell’ipotesi di un solo creditore, emessa l’ordinanza per la distribuzione della somma ricavata ai sensi dell’art. 510, comma 1, c.p.c., l’unico rimedio che possa ovviare al risultato di una eventuale distribuzione non conforme a diritto è costituito dall’opposizione agli atti esecutivi, cui l’ordinanza medesima è soggetta in quanto atto esecutivo. Cass. 25 giugno 2003, n. 10126.

 

 

4.3. Rapporti con gli artt. 512 e 615.

La diversità tra opposizione ex art. 615 c.p.c., proponibile anche nella fase della distribuzione del ricavato dalla espropriazione forzata, ed opposizione ex art. 512 c.p.c. è data dal differente oggetto delle due impugnazioni, l’uno concernente il diritto a partecipare alla distribuzione (art. 512) e l’altro il diritto di procedere all’esecuzione forzata (art. 615). L’ambito oggettivo ed i limiti di applicazione dell’art. 512 c.p.c. vanno ricercati nel fatto che non può formare oggetto di controversia ex art. 512 c.p.c., in detta fase di distribuzione, nè la contestazione del diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata. Quanto più non occorre stabilire, mediante l’opposizione di merito ex art. 615 c.p.c., se l’intero processo esecutivo debba in modo irreversibile venire meno per effetto di preclusioni o decadenze ricollegabili alla pretesa d’invalidità (originaria o sopravvenuta) del titolo esecutivo nei confronti del creditore procedente (o di quello intervenuto, quando anche questi, munito di titolo esecutivo, abbia compiuto atti propulsivi del processo esecutivo, inidonei a legittimarne l’ulteriore suo corso) e quando, perciò, la procedura sia validamente approdata alla fase della distribuzione e non sussista questione circa l’an exequendum, ogni controversia che, in detta fase insorga tra creditori concorrente o tra creditore e debitore o terzo assoggettato all’espropriazione circa la sussistenza o l’ammontare di uno o più crediti o circa la sussistenza di diritti di prelazione, al fine di regolarne il concorso ed allo scopo eventuale del debitore di ottenere il residuo della somma ricavata (art. 510 comma 3, c.p.c.), costituisce una controversia prevista dall’art. 512 c.p.c., da risolversi con il rimedio indicato da detta norma. Cass. 23 aprile 2001, n. 5961.

 

Le controversie sorte in sede di distribuzione delle somme ricavate dalla procedura esecutiva (sia a seguito della vendita o dell’assegnazione, sia, omessa la fase espropriativa in senso stretto, in dipendenza della conversione del pignoramento) sono regolate dall’art. 512 c.p.c., che le disciplina attraverso le forme di un ordinario processo di cognizione, con la conseguenza che la sentenza resa dal giudice competente per ragioni di valore è impugnabile con l’appello, a norma degli artt. 323 e 339 c.p.c. Cass. 17 gennaio 1998, n. 378.

 

L’opposizione al piano di riparto delle somme ricavate dalla vendita dei beni pignorati deve essere proposta, a pena di inammissibilità, nella forma della opposizione agli atti esecutivi e, quindi, nel termine di cinque giorni dal deposito del piano di riparto. Trib. Roma, 14 luglio 1994.

 

 

4.4. Rapporti con l’art. 617.

Con l’opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) possono farsi valere non solo i vizi del procedimento di formazione dell’atto ma anche quelli dipendenti dalla violazione delle norme che ne disciplinano il contenuto sia in relazione alla sfera dei poteri esercitabili dal giudice dell’esecuzione nell’adottare il provvedimento impugnato sia in relazione al modo in cui il potere è stato esercitato; pertanto, in presenza di un’opposizione all’esecuzione proposta dal debitore, che non abbia importato la sospensione del procedimento esecutivo, contro l’ordinanza con la quale il giudice della esecuzione, in sede di distribuzione della somma ricavata dalla espropriazione (art. 510 c.c.), assegna al creditore procedente una somma inferiore di quella da questo pretesa, riconoscendo che il debito è stato in parte pagato precedentemente, è esperibile il rimedio della opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), perché tale provvedimento costituisce solo un atto esecutivo, non essendo idoneo, per il carattere sommario dell’accertamento sul quale si basa, a produrre gli effetti del giudicato e ad impedire, quindi, la reiterazione dell’azione esecutiva nei limiti del credito rimasto insoddisfatto. Cass. 20 febbraio 1993, n. 2072.



 
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