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Codice proc. civile agg.  al  27 Giu 2015
 
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Art. 547 cod. proc. civile: Dichiarazione del terzo

Con dichiarazione a mezzo raccomandata inviata al creditore procedente o trasmessa a mezzo di posta elettronica certificata, il terzo, personalmente o a mezzo di procuratore speciale o del difensore munito di procura speciale, deve specificare di quali cose o di quali somme e’ debitore o si trova in possesso e quando ne deve eseguire il pagamento o la consegna (1).

 

Deve altresi’ specificare i sequestri precedentemente eseguiti presso di lui e le cessioni (2) che gli sono state notificate o che ha accettato (3)(4).

 

Il creditore pignorante deve chiamare nel processo il sequestrante nel termine perentorio fissato dal giudice (5).


Commento

Terzo: [v. 543]; Procuratore: [v. 77]; Difensore: [v. Libro I, Titolo III]; Possesso: [v. 543]; Sequestro: [v. Libro IV, Titolo II, Capo I]; Notificazione: [v. 137]; Termine perentorio: [v. 153]. Cessione del credito: è il contratto mediante il quale il creditore (cedente) trasferisce ad un altro soggetto (cessionario) il diritto di credito che vanta nei confronti del debitore (ceduto). Nei riguardi di quest’ultimo gli effetti della (—) si producono dal giorno della accettazione (risultante da un atto avente data certa) o da quello in cui la cessione gli sia stata notificata. Da questo momento il debitore ceduto è tenuto ad adempiere nei confronti del cessionario (nuovo creditore) (c.c. 1260 ss.).

 

(1) Il senso della sostituzione del comma è in linea con l’intento del Legislatore di eliminare la necessità della presenza del terzo in udienza per rendere la sua dichiarazione. Solo in caso di mancata dichiarazione allora verrà fissata una apposita udienza [v. 548].

(2) Il terzo è tenuto a specificare soltanto le cessioni anteriori al pignoramento, in quanto quelle successive, ai sensi dell’art. 2914 n. 2 c.c., non hanno effetto in pregiudizio del creditore procedente e di quelli intervenuti nella procedura espropriativa.

 

(3) Pur non essendo giuridicamente tenuto a rendere la dichiarazione, il terzo, nel caso che, invece, intenda collaborare, ha un vero e proprio obbligo di specificare quanto richiesto dalla norma (dovendo, peraltro, ex art. 550, indicare anche i pignoramenti eventualmente eseguiti presso di lui) per dare modo al creditore procedente di fare intervenire nella procedura esecutiva i creditori sequestranti e pignoranti. Nel caso che non indichi i sequestri e i pignoramenti eseguiti presso di lui, impedendo la chiamata del sequestrante o del pignorante, il terzo, ex art. 2043 c.c., dovrà risarcire i danni cagionati a questi ultimi.

 

(4) In caso di conflitto tra assegnatario e cessionario del credito pignorato, quest’ultimo prevale se la cessione è anteriore alla assegnazione.

 

(5) La mancata citazione del sequestrante (o del pignorante) nel termine perentorio assegnato dal giudice determina, ai sensi dell’art. 630, la estinzione della procedura.

 


Giurisprudenza annotata

Dichiarazione del terzo 

 

  1. Udienza; 1.1. Regolamento di competenza; 1.2. Dichiarazione resa da curatore fallimentare; 2. Contenuto e conseguenze della dichiarazione; 2.1. Effetti; 2.2. Crediti di lavoro; 2.3. Dichiarazione negativa; 2.4. Dichiarazione resa nel giudizio ex art. 548; 2.5. Tesoreria ente pubblico; 3. Falsus procurator; 4. Spese processuali e risarcimento danni.

 

 

  1. Udienza.

Nel pignoramento presso terzi, l’udienza indicata dall’art. 547 c.p.c. svolge, rispetto agli atti esecutivi compiuti anteriormente all’udienza stessa, la funzione preclusiva che le udienze di cui agli artt. 530 e 569 svolgono, rispettivamente, per l’espropriazione mobiliare e per quella immobiliare. Consegue che il vizio dell’atto di pignoramento consistente nella mancanza in esso dell’intimazione del debitore indicata dall’art. 492 c.p.c. dev’essere fatto valere con l’opposizione agli atti esecutivi non oltre il termine di cinque giorni dall’udienza fissata, a norma dell’art. 547, per la citazione del terzo e del debitore. Cass. 1º febbraio 2002, n. 1308; conforme Cass. 23 gennaio 1998, n. 669.

 

Nell’espropriazione presso terzi non è contemplata e non deve quindi essere disposta una apposita udienza per l’audizione delle parti, prevista per l’espropriazione mobiliare e per quella immobiliare, rispettivamente dagli artt. 530 e 569 c.p.c., giacchè nell’espropriazione presso terzi la sede nella quale le parti si incontrano per definire le rispettive posizioni è l’udienza destinata alla dichiarazione da parte del terzo ex art. 547 stesso codice. Cass. 4 aprile 1997, n. 2926.

 

Nel pignoramento presso terzi, la mancata contestazione del debitore sulla entità del credito indicato dal creditore procedente nella fase di individuazione del bene da vincolare, che si compie attraverso la complessa procedura indicata dagli artt. 547 e 548 c.p.c., non preclude la possibilità della opposizione del debitore medesimo nella fase di attuazione della pretesa del creditore, che si realizza con l’assegnazione del credito. Cass. 3 giugno 1996, n. 5082.

 

A seguito del pignoramento di somme di danaro dovute da un terzo al debitore, il terzo, citato per rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c., non diviene parte del giudizio, né assume l’obbligo, giuridicamente sanzionato, di rendere la menzionata dichiarazione, derivando dalla sua mancata comparizione all’udienza pretorile, dal rifiuto di fare la dichiarazione o dalle contestazioni che insorgano in ordine a quest’ultima, l’unica conseguenza che egli potrà subire un successivo ed eventuale giudizio volto all’accertamento del credito (art. 548 c.p.c.). Ne deriva che la mancata presentazione del terzo all’udienza pretorile o la sua mancata dichiarazione, oppure la sua omessa costituzione nel giudizio per l’accertamento del credito non costituiscono - diversamente dal caso in cui egli renda una dichiarazione altamente reticente od elusiva, che allontani nel tempo la realizzazione del credito fatta valere nel procedimento esecutivo - comportamenti antigiuridici per lui produttivi dell’obbligo di risarcire eventuali danni in favore del creditore esecutante, che, fino all’assegnazione, può tutelarsi facendo valere la responsabilità contrattuale del proprio debitore in mora, dal quale può pretendere gli interessi e l’eventuale maggior danno, a norma dell’art. 1224 c.c. (Nella specie, la S.C., in base all’enunciato principio, ha cassato la sentenza del giudice del merito, il quale, sul presupposto che il terzo, quale ausiliario del giudice, ha un dovere di collaborazione e che non è dato distinguere tra mancata dichiarazione e dichiarazione mendace o fuorviante, aveva condannato il terzo stesso a risarcire il danno nei confronti del creditore esecutante, per avere omesso di rendere la dichiarazione e per essersi poi reso contumace nel successivo giudizio di accertamento, ritardando così la definizione del procedimento esecutivo e cagionando un pregiudizio al creditore esecutante). Cass. 19 settembre 1995, n. 9888.

 

 

1.1. Regolamento di competenza.

Anche i provvedimenti adottati dal giudice dell’esecuzione con la forma dell’ordinanza sono impugnabili con il regolamento di competenza quando, pure implicitamente, decidono una questione di competenza; è tuttavia necessario che una questione sulla competenza insorga o sia posta nella fase disciplinata dagli artt. 547 e 548 c.p.c., entrando nel dibattito processuale, di modo che l’ordinanza risolva, anche per implicito, tale questione o che in ogni caso la decisione di detta questione costituisca un antecedente logico del provvedimento adottato dal giudice dell’esecuzione. Cass. 14 agosto 1998, n. 8053.

 

 

1.2. Dichiarazione resa da curatore fallimentare.

In caso di pignoramento presso terzi di un credito ammesso al passivo fallimentare, il curatore, per rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c., deve munirsi della preventiva autorizzazione del giudice delegato, ai sensi dell’art. 35, l. fall., e la mancata autorizzazione comporta l’annullabilità dell’atto, che può essere fatta valere, od eccepita, solo dal fallimento. I vizi della suddetta dichiarazione, compreso quello derivante dalla mancanza della menzionata autorizzazione, che si riflettano sul provvedimento finale di assegnazione del credito devono essere fatti valere, a pena di preclusione, nelle forme proprie del tipo procedimentale in cui l’atto inficiato di annullabilità si inserisce e nei termini concessi per la proposizione delle necessarie impugnazioni, in difetto delle quali l’ordinanza di assegnazione resta opponibile al terzo debitore dichiarante. Cass. 8 agosto 1995, n. 8669.

 

 

  1. Contenuto e conseguenze della dichiarazione.

 

 

2.1. Effetti.

Nella espropriazione di crediti presso terzi, ove il terzo nel rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. dichiari che il credito è già stato in parte pignorato ed assegnato, ma non fornisca gli elementi essenziali per determinare l’entità e la scadenza di tale precedente assegnazione, il creditore che pignori per secondo il medesimo credito ha l’onere di impugnare nelle forme prescritte tale dichiarazione, se vuole far accertare la consistenza della prima assegnazione. Ove, invece, il creditore pignorante per secondo ciò non faccia, chiedendo puramente e semplicemente l’assegnazione del credito pignorato, egli accetta il rischio derivante dalle predette carenze e consistente nell’incertezza della data di effettiva e totale estinzione del precedente debito; in tal caso, mancando nel titolo esecutivo elementi univoci idonei alla puntuale determinazione della precedente assegnazione, occorre far riferimento all’entità oggettiva del credito precedente, da accertarsi anche con apposita opposizione all’esecuzione intentata contro il terzo debitore costituito debitore del creditore originario con l’ordinanza di assegnazione. Cass. 17 febbraio 2011, n. 3851.

 

In tema di pignoramento individuale presso terzi di somma depositata su conto corrente bancario, non è precluso al terzo che abbia reso la dichiarazione positiva ex art. 547 c.p.c. nel procedimento espropriativo, in seguito dichiarato improcedibile per il sopravvenuto fallimento del debitore, di eccepire, nel giudizio ordinario intrapreso dal fallimento in luogo del debitore per il pagamento del saldo del conto corrente, la compensazione con riguardo al credito vantato dalla banca verso il fallimento in forza di un distinto rapporto di conto corrente, ai sensi dell'art. 56 r.d. n. 267 del 1942.

Cassazione civile sez. I  04 marzo 2015 n. 4380  

 

Non può considerarsi positiva una dichiarazione sostanziantesi nell’indicazione che la cosa oggetto di pignoramento risulta già costituita in pegno in favore di altri, giacché essa realizza il duplice effetto di rendere il creditore procedente edotto della circostanza che il bene oggetto del pignoramento è in realtà indisponibile, e di rendergli opponibile il contratto di pegno. Ne consegue che in presenza di una siffatta dichiarazione del terzo, il creditore pignorante non può limitarsi a meramente contestare la sussistenza della prelazione in una con l’efficacia verso i terzi dell’atto costitutivo del pegno, ma è tenuto, a pena di estinzione del procedimento ex art. 630 c.p.c., a promuovere l’incidentale ed autonomo giudizio di cognizione ex artt. 548 e 549 c.p.c., che anzi è unico legittimato a richiedere, in quanto solo in senso approssimativo esso ha ad oggetto il diritto di credito del debitore esecutato verso il terzo debitore, tenuto conto che il diritto di credito pignorato si «autonomizza» al momento in cui viene effettuato il pignoramento mediante la notificazione dell’atto ex art. 543 c.p.c., giacché pur essendo esso volto ad ottenere dal terzo debitore l’adempimento che costui doveva all’escusso, il creditore esecutante non agisce in nome e per conto di quest’ultimo (come chi esercita l’azione surrogatoria) né chiede di sostituirsi nella relativa posizione di (originario) creditore, bensì agisce iure proprio e nei limiti del proprio interesse. A domandare l’istruzione della causa di accertamento in questione non è invece legittimato il debitore esecutato che si veda contestata o non riconosciuta da parte del terzo l’esistenza di un suo credito, non potendo proporre nella sede esecutiva una domanda concernente l’esistenza non già del credito pignorato bensì del proprio credito verso il terzo qual esso è nel momento in cui il processo si svolge (e pertanto concernente oggetto diverso da quello proprio del giudizio ex art. 548 c.p.c.), che ben può proporre in un diverso, autonomo e separato processo. Cass. 5 settembre 2006, n. 19059.

 

La dichiarazione, resa dal terzo ex art. 547 c.p.c. comporta il riconoscimento dell’esistenza del credito ed integra un accertamento costitutivo che preclude definitivamente al terzo la possibilità di eccepire la non assoggettabilità del credito all’esecuzione. Cass. 17 novembre 2003, n. 17367.

 

Se, nel processo di espropriazione mobiliare presso terzi, oggetto del pignoramento risulti una cosa mobile depositata dal debitore presso il terzo, giusta dichiarazione resa da questi ex art. 547 c.p.c., la esistenza di tale, positiva dichiarazione consente, di per sé, alla procedura esecutiva di proseguire, non essendo legittimamente riconoscibile la qualifica della «contestazione», rispetto ad essa, all’allegazione del debitore che assuma di aver venduto la cosa ad altri in epoca antecedente al pignoramento, mentre, ove tale allegazione contenga, altresì, una esplicita richiesta di declaratoria di ineseguibilità del detto pignoramento, si è in presenza della fattispecie di cui all’art. 615 c.p.c. (opposizione all’esecuzione) e non della domanda di accertamento dell’obbligo del terzo, con la conseguenza che l’eventuale estinzione del giudizio di cognizione, cui tale opposizione abbia dato luogo, non impedirà la prosecuzione del processo esecutivo, non essendo, nella specie, configurabile la (diversa) situazione di un procedimento di esecuzione mobiliare presso terzi non più proseguibile per non essere stato accertato il diritto del debitore verso il terzo obbligato. Cass. 28 luglio 1997, n. 7059.

 

Nel pignoramento di crediti, la dichiarazione che il terzo rilascia può essere contestata esclusivamente sotto il profilo della sua veridicità o completezza. Pret. La Spezia, 14 dicembre 1995.

 

 

2.2. Crediti di lavoro.

In relazione alla disciplina dell’espropriazione presso terzi di cui agli artt. 543 ss. c.p.c., la dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art. 547 c.p.c. deve includere, con riferimento alle posizioni giuridiche attive del lavoratore subordinato debitore esecutato, l’indicazione delle quote accantonate del trattamento di fine rapporto, in quanto intrinsecamente dotate di potenzialità satisfattiva futura, e corrispondenti ad un diritto certo e liquido di cui la cessazione del rapporto di lavoro determina solo l’esigibilità; qualora il terzo mantenga il silenzio in merito al trattamento di fine rapporto, dovuto per legge e di cui sono possibili anticipazioni soltanto parziali, la dichiarazione non va considerata come negativa, dovendo il giudice dell’esecuzione colmare la lacuna istruttoria in ordine al quantum debeatur chiamando il terzo a chiarimento onde ottenere risposta. Cass. 14 ottobre 2005, n. 19967; conforme Cass. 3 febbraio 1998, n. 1049.

 

 

2.3. Dichiarazione negativa.

Nel pignoramento di crediti del debitore verso terzi, la mancata dichiarazione del terzo produce l’effetto dell’apertura di un giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo su richiesta del creditore procedente, ai sensi dell’art. 548 c.p.c., senza che possa invocarsi l’estinzione del processo esecutivo, la quale si verifica nei casi indicati dagli artt. 629 e 631 del codice di rito. Cass. 6 aprile 2006, n. 8112.

 

Nell’espropriazione forzata di crediti presso terzi, quando il terzo non compare ovvero compare, ma rende una dichiarazione negativa, perché il processo, iniziato con la notificazione del pignoramento, possa proseguire, è necessario che sia fatta istanza di accertamento del credito. Ove, invece, questa manchi, il giudice deve dichiarare l’estinzione del processo. Cass. 23 aprile 2003, n. 6446.

 

Nell’ipotesi di pignoramento o di sequestro presso terzi, il contenuto della dichiarazione del terzo ex art. 547 c.p.c. va valutato con riferimento al momento in cui essa è resa e, pertanto, deve essere qualificata negativa la dichiarazione con la quale il terzo assuma che il suo debito verso l’esecutato o il sequestrato, esistente al momento del pignoramento o del sequestro, sia venuto meno successivamente. L’accertamento dell’illegittimità di siffatta dichiarazione dev’essere provocato nell’ambito del procedimento esecutivo, con istanza ai sensi dell’art. 548 c.p.c. Cass. 24 novembre 1980, n. 6245.

 

 

2.4. Dichiarazione resa nel giudizio ex art. 548.

In tema di espropriazione forzata, la sentenza che definisce il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, ex artt. 546 e ss. c.p.c., realizza il definitivo accertamento della valida costituzione del credito come del pignoramento, atteso che la dichiarazione positiva del terzo, o l’accertamento compiuto giudizialmente, completano l’oggetto della espropriazione presso terzi, oggetto che, a fini espropriativi, resta così definitivamente fissato, costituendo per l’effetto l’oggetto della ordinanza di assegnazione del credito, con la conseguenza che la sussistenza dei crediti pignorati deve essere valutata in relazione al momento della dichiarazione positiva del terzo, in difetto di questa ultima, a quello del loro accertamento in via giudiziale. Cass. 6 dicembre 2007, n. 25471.

 

Nell’ambito della esecuzione forzata mobiliare presso terzi, il terzo debitore ha facoltà di effettuare la dichiarazione di debito di cui all’art. 547 c.p.c. anche nel corso del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, che può aprirsi qualora egli non compaia dinanzi al giudice dell’esecuzione a rendere la propria dichiarazione nel corso dell’udienza all’uopo fissata nel procedimento di pignoramento presso terzi. Tale dichiarazione, ove resa nel corso del giudizio di cognizione, determina la cessazione della materia del contendere, in quanto rende superfluo ogni ulteriore accertamento dell’obbligo del terzo, salvo che non sia necessario proseguire il giudizio per il regolamento delle spese processuali. Cass. 12 marzo 2004, n. 5153.

 

Nel procedimento di espropriazione presso terzi, la dichiarazione del terzo pignorato può intervenire anche nel giudizio di appello. Cass. 18 giugno 2002, n. 8855.

 

 

2.5. Tesoreria ente pubblico.

In tema di espropriazione forzata nei confronti degli enti locali avente ad oggetto somme giacenti presso il tesoriere, qualora il giudice dichiari, anche di ufficio, la nullità del pignoramento, per aver accertato che lo stesso è caduto su somme destinate con delibera dell’organo esecutivo alle finalità di cui all’art. 159, comma 2, D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 267, il creditore procedente che intende far valere l’inefficacia del vincolo di destinazione per la sussistenza della condizione preclusiva dell’impignorabilità delle somme prevista dalla sentenza della Corte cost. n. 211 del 2003 (consistente nell’emissione, dopo l’adozione della delibera indicata e la relativa notificazione al tesoriere dell’ente locale, di mandati per titoli diversi da quelli vincolati, senza seguire l’ordine cronologico delle fatture così come pervenute per il pagamento o, se non è prescritta fattura, delle deliberazioni di impegno da parte dell’ente stesso) assolve l’onere della prova incombente su di lui adducendo circostanze di fatto dalle quali sia desumibile il sospetto della sussistenza dell’indicata condizione preclusiva, né tale allegazione è validamente contrastata dalla produzione di una mera certificazione proveniente da uno degli organi o uffici dell’ente, in quanto, nel processo civile, salvo specifiche eccezioni previste dalla legge, nessuno può formare prove a proprio favore, tanto più che il giudice, specie a fronte dell’impossibilità per il creditore di fornire ulteriore prova, può disporre consulenza tecnica di ufficio. Cass. 25 marzo 2012, n. 4820.

 

Nell’espropriazione presso terzi, l’indicazione dell’esistenza di un vincolo di destinazione delle somme depositate presso l’istituto di credito tesoriere di un ente pubblico, in occasione della dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art. 547 c.p.c., non fa venire meno il carattere di positività della dichiarazione. Ne consegue che il giudice dell’esecuzione deve assegnare al creditore procedente le somme spettantigli, salva la facoltà del debitore esecutato di proporre l’opposizione all’esecuzione, prevista dall’art. 615 c.p.c., per far valere l’impignorabilità delle somme stesse perché assoggettate a vincolo di indisponibilità. Cass. 11 gennaio 2007, n. 387.

 

Nell’espropriazione di crediti, il terzo debitore del debitore esecutato non è legittimato a far valere la non pignorabilità del bene - neanche sotto il profilo dell’esistenza di vincoli di destinazione, in caso di somme depositate presso istituto di credito tesoriere di un ente pubblico - la questione attenendo al rapporto tra creditore esecutante e debitore esecutato, il quale ultimo si può avvalere dell’opposizione all’esecuzione, prevista dall’art. 615 c.p.c. Correlativamente, l’indicazione dell’esistenza di un vincolo di destinazione, in occasione della dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art. 547 c.p.c., non fa venire meno il carattere di positività della dichiarazione. Cass. 29 aprile 2003, n. 6667.

 

L’ordinanza con la quale il pretore rigetti l’istanza di assegnazione di un credito per impossibilità di procedere ad esecuzione forzata nei confronti di un comune, attesone lo stato di dissesto (art. 21, D.L. n. 8 del 1993), così come rappresentato dall’istituto di credito gestore del servizio di tesoreria dell’ente pubblico, chiamato ad intervenire nella procedura nella sua qualità di terzo per rendere la rituale dichiarazione, che non abbia confermato l’esistenza del deposito di somme di danaro pretese dal creditore procedente (nel qual caso nessun potere di ufficio è riconosciuto al pretore ai fini dell’accertamento del debito del terzo, spettando al creditore procedente l’onere di chiedere, secondo le forme di cui all’art. 486 c.p.c., che a tale accertamento si proceda), si configura come atto del processo esecutivo, contro il quale va proposta l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c., e non anche il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. Cass. 6 agosto 1997, n. 7280.

 

 

  1. Falsus procurator.

In tema di pignoramento presso terzi, la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. resa non dal preteso terzo debitore esecutato, personalmente o a mezzo di mandatario speciale, ma da altra persona non munita di specifico potere di rappresentanza, è inefficace senza che ne sia ammessa ratifica, in quanto, trattandosi di atto non negoziale, ma processuale, non è applicabile la normativa civilistica relativa ai contratti conclusi ed agli atti unilaterali aventi contenuto patrimoniale compiuti da un falsus procurator. Cass. 30 maggio 1991, n. 6124.

 

Il processo esecutivo per espropriazione presso terzi si estingue qualora la dichiarazione del terzo debitore sia inefficace per essere stata resa da soggetto privo di procura speciale ed il creditore procedente abbia omesso l’istanza di accertamento dell’obbligo del medesimo (nella specie, il creditore, stante la dichiarazione positiva del falsus procurator, aveva fatto istanza di assegnazione). Pret. Lucera, 12 marzo 1993.

 

Nell’espropriazione presso terzi, l’opposizione con cui il terzo deduca la nullità della dichiarazione ex art. 547 c.p.c., perché proveniente da soggetto non abilitato a renderla per mancanza di procura speciale, e la nullità dell’ordinanza di assegnazione delle somme pignorate, per essere queste di sua esclusiva proprietà, non costituisce opposizione agli atti esecutivi (non proponibile dal terzo pignorato, non legittimato a dolersi dei vizi della procedura esecutiva), ma opposizione di terzo ai sensi dell’art. 619 c.p.c., e, pertanto, essa non rientra nell’ipotesi di competenza per materia prevista dal precedente art. 617, bensì è devoluta al giudice competente ratione valoris a norma dell’art. 17 dello stesso codice. Cass. 5 maggio 1982, n. 2824.

 

 

  1. Spese processuali e risarcimento danni.

In tema di procedimento di espropriazione presso terzi conclusosi (come nella specie) per effetto di dichiarazione negativa del terzo cui non sia seguita l’istanza del creditore procedente per l’accertamento dell’obbligo di quest’ultimo, trova applicazione la regola generale, dettata in tema di estinzione del procedimento, dall’art. 310 c.p.c. - secondo la quale le spese del processo estinto stanno a carico delle parti che le hanno anticipate, - così come richiamata dall’art. 632, ultimo comma, c.p.c. (nel testo riformulato dall’art. 12 della legge n. 302 del 1998), con la conseguenza che, in forza del combinato disposto del ricordato art. 310 c.p.c., dell’art. 632 c.p.c., u.c. e dell’art. 567 c.p.c. (come modificato dall’art. 1 della citata legge n. 302 del 1998), il creditore procedente sopporta le spese del processo tutte le volte che la causa estintiva di questo sia ricollegabile esclusivamente alla sua volontà, per aver egli rinunziato agli atti o per essere rimasto inattivo. Cass. 15 dicembre 2003, n. 19184.

Conf.: In caso di procedimento di espropriazione presso terzi conclusosi per effetto di dichiarazione negativa del terzo non contestata dal creditore esecutante, nessuna norma assicura a quest’ultimo il recupero delle spese processuali, dato che l’art. 95 c.p.c., nel porre a carico del soggetto che subisce l’esecuzione le spese del relativo procedimento, presuppone espressamente un’esecuzione fruttuosa e, d’altra parte, non può farsi riferimento neanche all’art. 306 c.p.c., operante nel giudizio di cognizione nel caso in cui si verifichi la volontaria desistenza dall’azione. Nella specie, l’interessato aveva ottenuto l’accoglimento in sede di merito della domanda al riguardo proposta con un autonomo giudizio di cognizione; la S.C. ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, rilevando che la domanda avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile sotto il profilo della assoluta carenza di tutela giudiziaria. Cass. 12 maggio 1999, n. 4695.

 

Nell’espropriazione presso terzi, il terzo, che attraverso una dichiarazione artatamente elusiva o fuorviante allontani nel tempo la definizione del processo esecutivo, può essere chiamato a risarcire i danni prodotti a carico del creditore esecutante qualora venga dimostrata la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 2043 c.c.; all’autore della dichiarazione mendace o fuorviante non può essere invece addebitata la responsabilità aggravata prevista dall’art. 96 c.p.c., dal momento che questa norma non è volta a regolare le conseguenze dell’illecito perpetrato da un collaboratore o ausiliario del giudice, quale è il terzo al momento della dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. Cass., Sez. Un., 18 dicembre 1987, n. 9407.

 

Nell’espropriazione presso terzi, il terzo che abbia reso la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. può agire in via ordinaria contro il creditore procedente (soggetto che ha richiesto la dichiarazione e che è perciò tenuto, a norma dell’art. 90 c.p.c. a provvedere alle relative spese) per il rimborso delle spese sostenute per la dichiarazione, quando il giudice dell’esecuzione non ritenga di accogliere la sua domanda per la pronuncia di un decreto di liquidazione sulla base degli artt. 52 e 53 disp. att. Ne deriva che detto provvedimento negativo del giudice dell’esecuzione non ha natura di provvedimento definitivo, poiché l’attuazione del diritto al rimborso non è pregiudicata dalla mancata previsione di un mezzo di impugnazione che ne consenta la rimozione, e non è ricorribile per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 1º luglio 1993, n. 7151.



 
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