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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 549 cod. proc. civile: Contestata dichiarazione del terzo

Se sulla dichiarazione sorgono contestazioni, il giudice dell’esecuzione le risolve, compiuti i necessari accertamenti, con ordinanza. L’ordinanza produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione ed è impugnabile nelle forme e nei termini di cui all’articolo 617.


Commento

Terzo: [v. 543]; Ordinanza: [v. 134].

 

 


Giurisprudenza annotata

Contestata dichiarazione del terzo.

 

 

  1. Accertamento dell’obbligo del terzo; 2. Riassunzione.

 

  1. Accertamento dell’obbligo del terzo.

Il pignoramento presso terzi costituisce una fattispecie complessa che si perfeziona non con la sola notificazione dell’atto di intimazione di cui all’art. 543 c.p.c., ma con la dichiarazione positiva del terzo o con l’accertamento giudiziale del credito di cui all’art. 549 c.p.c.; ne consegue che il credito pignorato può essere individuato e determinato nel suo preciso ammontare in data anche di molto successiva a quella della notificazione dell’atto, senza che lo si possa considerare sorto dopo il pignoramento, poiché l’indisponibilità delle somme dovute dal terzo pignorato al debitore e l’inefficacia dei fatti estintivi si producono fin dalla data della notificazione, ai sensi dell’art. 543 c.p.c. Cass. 9 marzo 2011.

 

Ai fini dell'accertamento del diritto del debitore nei confronti del terzo possono essere utilizzati, ex art. 549 c.p.c., tutti i mezzi istruttori utili al raggiungimento dello scopo, purché compatibili con il contesto esecutivo in cui si svolge la controversia.

Tribunale Milano sez. III  03 marzo 2015

 

In tema di espropriazione forzata, la sentenza che definisce il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, ex artt. 546 e ss. c.p.c., realizza il definitivo accertamento della valida costituzione del credito come del pignoramento, atteso che la dichiarazione positiva del terzo, o l’accertamento compiuto giudizialmente, completano l’oggetto della espropriazione presso terzi, oggetto che, a fini espropriativi, resta così definitivamente fissato, costituendo per l’effetto l’oggetto della ordinanza di assegnazione del credito, con la conseguenza che la sussistenza dei crediti pignorati deve essere valutata in relazione al momento della dichiarazione positiva del terzo, in difetto di questa ultima, a quello del loro accertamento in via giudiziale. Cass. 6 dicembre 2007, n. 25471.

 

Il pignoramento presso terzi costituisce una fattispecie complessa che si perfeziona non con la sola notificazione dell’atto introduttivo, ma con la dichiarazione non contestata del terzo o con la sentenza di accertamento dell’obbligo del terzo indicata dall’art. 549 c.p.c. Ne consegue che il credito pignorato deve sussistere al momento della dichiarazione del terzo o in quello del suo accertamento. Dunque la procedura di pignoramento presso terzi non si cristallizza all’atto del pignoramento stesso ma si evolve e si perfeziona in tempi successivi, quale la dichiarazione non contestata del terzo ovvero all’atto del compimento del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, con la conseguenza che il credito pignorato può essere verificato o può divenire certo e liquido in uno qualsiasi di questi momenti. App. Campobasso, 20 settembre 2005.

 

Nell’ambito della esecuzione forzata mobiliare presso terzi, il terzo debitore ha facoltà di effettuare la dichiarazione di debito di cui all’art. 547 c.p.c. anche nel corso del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, che può aprirsi qualora egli non compaia dinanzi al giudice dell’esecuzione a rendere la propria dichiarazione nel corso dell’udienza all’uopo fissata nel procedimento di pignoramento presso terzi. Tale dichiarazione, ove resa nel corso del giudizio di cognizione, determina la cessazione della materia del contendere, in quanto rende superfluo ogni ulteriore accertamento dell’obbligo del terzo, salvo che non sia necessario proseguire il giudizio per il regolamento delle spese processuali. Cass. 12 marzo 2004, n. 5153.

Conf.: Nel procedimento di espropriazione presso terzi, la dichiarazione del terzo pignorato può intervenire anche nel giudizio di appello. Cass. 18 giugno 2002, n. 8855.

 

Nell’espropriazione presso terzi la fattispecie complessa nella quale si articola il pignoramento si perfeziona non con la notifica dell’atto introduttivo bensì con la dichiarazione non contestata del terzo ovvero, nell’ipotesi di giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, con la sentenza che accerta detto obbligo. Pertanto, ove, al momento dell’iniziale e contestata dichiarazione il debito del terzo (nella specie, in base allo stato contabile della banca quale tesoriere dell’USL esecutata) non sussistesse, ma fosse sopravvenuto e dichiarato dal terzo stesso a integrazione della prima dichiarazione negativa, bene il pretore può accertare ex art. 549 c.p.c. l’obbligo del terzo con sentenza che segna il momento del conclusivo perfezionamento del pignoramento, dopo di che proseguirà il processo esecutivo. Pret. Salerno, 20 maggio 1999.

 

L’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione, nell’espropriazione forzata presso terzi, su istanza di assegnazione del creditore procedente qualifica la dichiarazione resa dal terzo come positiva ed emette il relativo provvedimento (di assegnazione) rappresenta un atto del processo esecutivo poiché è assunta nell’ambito dell’attività esecutiva e non di quella di accertamento del credito. Pertanto detto provvedimento deve essere contestato con l’opposizione agli atti esecutivi, allegando che la dichiarazione era in realtà negativa e che dunque mancava il presupposto per l’assegnazione. (Nella specie l’Aima aveva dichiarato che l’azienda agricola esecutata era titolare di due quantitativi di quote latte e che l’attribuzione della quota latte non comportava alcuna erogazione di aiuti da parte del dichiarante; il giudice dell’esecuzione aveva disposto consulenza tecnica sul valore delle quote assegnate all’azienda e determinato la somma assegnata al creditore procedente; la Corte di Cassazione, nel confermare la sentenza che aveva dichiarato inammissibile l’appello avverso il provvedimento del giudice dell’esecuzione, ha precisato che anche la lamentata nomina del ctu, non costituendo accertamento di un credito in contestazione tra le parti, ma soltanto calcolo del valore della quota, costituiva atto esecutivo contro il quale il rimedio da esperire era quello dell’opposizione agli atti esecutivi). Cass. 16 maggio 2005, n. 10180; conforme Cass. 22 febbraio 2008, n. 4578.

 

 

  1. Riassunzione.

L’art. 627 c.p.c. stabilisce che in mancanza del termine perentorio fissato dal giudice dell’esecuzione, il processo esecutivo deve essere riassunto con ricorso nel termine di sei mesi «dal passaggio in giudicato della sentenza di primo grado o dalla comunicazione della sentenza di appello che rigetta l’opposizione». Pertanto, ove non sia stata pronunciata sentenza di appello di rigetto dell’opposizione, risulta inapplicabile la norma predetta e, mancando nell’art. 549 c.p.c. una alternativa alla ipotesi di fissazione, da parte del giudice, del termine per la riassunzione, devesi far applicazione della norma dell’art. 297 c.p.c., stante la sostanziale assimilabilità di questa ipotesi alla fattispecie della sospensione ex art. 295 c.p.c., cosicché il termine decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza resa nella controversia che abbia determinato la sospensione del processo esecutivo. Cass. 29 marzo 2007, n. 7760.

 

Nel corso di giudizio che ha per oggetto esclusivamente l’accertamento del bene affermato dal pignorante, ai sensi di quanto disposto dall’art. 549 c.p.c., il creditore procedente dovrà proseguire il processo esecutivo mediante atto di riassunzione ex art. 627 c.p.c. Infatti, nella fattispecie, l’attrice è stata costretta ad instaurare il procedimento di cognizione in via incidentale, rispetto al processo di espropriazione, a causa del comportamento della debitrice e del suo datore di lavoro che non si è presentato davanti al giudice dell’esecuzione per confermare (o negare) la sussistenza del rapporto di lavoro. Di conseguenza entrambi i convenuti devono essere condannati al pagamento, in favore dell’attrice, delle spese di lite. Trib. Gallarate, 21 aprile 2005.



 
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