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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 586 cod. proc. civile: Trasferimento del bene espropriato

Avvenuto il versamento del prezzo, il giudice dell’esecuzione può sospendere la vendita quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto, ovvero pronunciare decreto col quale trasferisce all’aggiudicatario il bene espropriato (1), ripetendo la descrizione contenuta nell’ordinanza che dispone la vendita (2), e ordinando che si cancellino le trascrizioni dei pignoramenti e le iscrizioni ipotecarie, se queste ultime non si riferiscono ad obbligazioni assuntesi dall’aggiudicatario a norma dell’articolo 508. Il giudice con il decreto ordina anche la cancellazione delle trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie successive alla trascrizione del pignoramento.
Il decreto contiene altresì l’ingiunzione al debitore o al custode di rilasciare l’immobile venduto (3).
Esso costituisce titolo per la trascrizione della vendita sui libri fondiari e titolo esecutivo per il rilascio (4).

 


Commento

Giudice dell’esecuzione: [v. 484]; Decreto: [v. 135]; Ordinanza: [v. 483]; Trascrizione: [v. 555]; Custode: [v. 65]; Titolo esecutivo: [v. 474]. Iscrizione ipotecaria: sistema di pubblicità tramite il quale si costituisce il diritto di ipoteca. L’(—) si effettua nell’apposito registro presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari del luogo ove si trova il bene ipotecato. L’(—) ha un’efficacia costitutiva: il diritto reale di garanzia nasce solo in seguito alla sua iscrizione (c.c. 2808).

 

(1) L’effetto traslativo della vendita si verifica al momento dell’emanazione di tale decreto, atto conclusivo dell’espropriazione forzata.

 

(2) Il decreto di trasferimento contiene l’indicazione dei confini catastali dell’immobile per permetterne l’identificazione. Qualora il bene, successivamente al trasferimento, risulti diverso da quello oggetto dell’offerta dell’aggiudicatario, la vendita dovrà considerarsi nulla, con conseguente diritto dell’aggiudicatario alla ripetizione della somma versata.

(3) Il decreto è titolo esecutivo per il rilascio [v. 605] in favore dell’aggiudicatario e contro non solo il debitore, ma chiunque si trovi nel possesso o detenzione dell’immobile senza averne titolo: anche quest’ultimo è obbligato al rilascio purché, però, gli venga notificato oltre al decreto (quale titolo esecutivo) anche il precetto [v. 479].

 

(4) Il decreto di trasferimento, in quanto atto conclusivo del procedimento espropriativo, è sicuramente impugnabile con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi [v. 617]. Si esclude qualsiasi altro gravame, come ad esempio il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., non avendo il decreto alcun contenuto decisorio, non essendo stato emesso all’esito di un contraddittorio per la composizione di situazioni soggettive in conflitto e non rivestendo la forma della sentenza.


Giurisprudenza annotata

Trasferimento del bene espropriato.

 

 

  1. Possibilità di sospendere la vendita; 2. Decreto di trasferimento; 2.1. Funzione ed effetti; 2.2. Revoca; 2.3. Nullità; 2.4. Impugnazioni; 3. Identificazione dell’immobile; 4. Posizione dell’aggiudicatario; applicabilità delle norme sulla vendita volontaria.

 

  1. Possibilità di sospendere la vendita.

In tema di esecuzioni immobiliari, la facoltà di sospendere la vendita ai sensi dell’art. 586 c.p.c., nel testo novellato dall’art. 19 bis della legge 12 luglio 1991, n. 203, persegue lo scopo di contrastare tutte le possibili interferenze illegittime nel procedimento di fissazione del prezzo. Ne consegue che l’individuazione di quest’ultimo quale giusto prezzo, oltre a presupporre una comparazione fra i dati costituiti da quello concretamente realizzato con l’aggiudicazione e quello che sarebbe stato conseguito in condizioni di non interferenza di fattori devianti, richiede, ai fini della sospensione, che la differenza tra le due valutazioni debba evidenziarsi in termini di notevole inferiorità, secondo criteri da adottarsi di volta in volta in relazione al caso concreto, nel quadro della esigenza di contrasto alla illegalità cui si ispira l’art. 19 bis sopra richiamato. Cass. 3 febbraio 2012, n. 1612.

 

Nell’esecuzione esattoriale immobiliare, il giudice dell’esecuzione, in sede di emissione del decreto di trasferimento del bene aggiudicato, deve uniformarsi alle norme del codice di procedura civile che, ai sensi dell’art. 49 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, non risultino espressamente derogate nella materia, in esse rientrando sia l’art. 586 c.p.c. (che permette al giudice di sospendere la vendita, quando ritenga il prezzo notevolmente inferiore a quello giusto), sia l’art. 600 c.p.c. (che, per l’ipotesi di espropriazione di quota indivisa, dispone procedersi preliminarmente alla divisione, salvo che la quota possa essere venduta per prezzo almeno pari al suo valore); ne consegue che se sia stata effettuata la vendita di quota senza previa divisione e, al terzo incanto, con aggiudicazione ad un privato al valore catastale, peraltro con una limitata informazione offerta sul bene (solo descritto per i suoi estremi catastali), ben può il giudice dell’esecuzione, ai sensi del citato art. 586 c.p.c., sospendere la vendita, non trovando ostacolo tale potere nella previsione dell’art. 85, primo comma, del D.P.R. n. 602 del 1973 citato, il quale ammette l’espropriazione anche per un valore irrisorio (ricondotto però al prezzo base del terzo incanto andato deserto, dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale della norma da parte della sentenza della Corte costituzionale 28 ottobre 2011, n. 281), ma solo se si realizzi l’assegnazione dell’immobile allo Stato, sacrificandosi in quel caso l’interesse del debitore al conseguimento dell’effettivo valore del bene rispetto all’interesse statuale al pronto soddisfacimento del credito d’imposta. Quando invece, come nella specie, aggiudicatario sia un privato ed il credito d’imposta sia destinato a soddisfarsi sul ricavato della vendita, trovano piena applicazione gli articoli 586 e 600 c.p.c. e, in particolare, alla stregua del primo di essi, il potere del giudice d’impedire che l’espropriazione si perfezioni per un prezzo comunque sperequato rispetto al valore dell’immobile. Cass. 18 gennaio 2012, n. 692.

 

In tema di liquidazione dell’attivo fallimentare, al giudice delegato è attribuito, ai sensi dell’art. 108, comma 3, legge fall. (nel testo “ratione temporis” applicabile), il potere discrezionale di disporre la sospensione della vendita - anche senza incanto, anche ad aggiudicazione avvenuta e prima che sia emesso il decreto di trasferimento, qualora sussista una notevole sproporzione tra il prezzo offerto e quello giusto, secondo la determinazione affidata al prudente apprezzamento del giudice. (Principio affermato dalla S.C. con riguardo alla presentazione di un’offerta in aumento rispetto al prezzo di aggiudicazione, inferiore a quello di stima). Cass. 16 luglio 2010, n. 16755.

 

La norma di cui all’art. 586 c.p.c. (come novellata dall’art. 19-bis della legge 203 del 1991), secondo cui il giudice dell’esecuzione “può sospendere la vendita quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto”, è formalmente modellata su quella di cui all’art. 108 della legge fall., ma persegue lo scopo di contrastare tutte le possibili interferenze illegittime nel procedimento di determinazione del prezzo delle vendite forzate immobiliari, attesane la collocazione nel più generale contesto della citata legge n. 203 del 1991, (“provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa”). Ne consegue che l’individuazione della nozione di “giusto prezzo” presuppone una ineludibile comparazione tra dati costituiti dal prezzo concretamente realizzato con l’aggiudicazione e da quello che invece, in condizioni di non interferenza di fattori devianti, sarebbe stato conseguito nella procedura di vendita così come concretamente adottata e normativamente disciplinata (senza che, peraltro, possa costituire utile o vincolante parametro il prezzo di mercato), così che, per disporsi la sospensione, la differenza tra le due entità dovrà evidenziarsi in termini di “notevole inferiorità”, secondo criteri da adattarsi di volta in volta al caso concreto nel quadro di quell’esigenza di contrasto delle illegalità perseguita dalla norma. Cass. 23 febbraio 2010, n. 4344.

 

In tema di sospensione della vendita dell’esecuzione immobiliare ai sensi dell’art. 586 c.p.c., il quale prevede, nel testo modificato dall’art. 19-bis, legge n. 203 del 1991 e divenuto conforme al modello dell’art. 108, l. fall., che il giudice dell’esecuzione può provvedervi quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto, alla determinazione di tale giudizio si giunge - alla stregua di una valutazione necessariamente combinata - mediante la comparazione del prezzo in concreto realizzato con l’aggiudicazione e quello che, in assenza di condizioni di interferenza illegittima nella sua formazione, sarebbe stato conseguito nel processo liquidatorio così come concretamente adottato e normativamente disciplinato. Cass. 16 novembre 2007, n. 23799.

 

Il decreto del giudice dell’esecuzione con il quale, a seguito di opposizione agli atti esecutivi contro il decreto di trasferimento, viene concesso il provvedimento ritenuto opportuno (art. 618 comma 1 c.p.c.) e disposto che il decreto di trasferimento non possa essere eseguito sino all’udienza fissata per la comparizione delle parti, è un provvedimento di sospensione adottato a seguito di impugnazione del titolo esecutivo e dal giudice di tale impugnazione (art. 623 c.p.c.) e non solo un provvedimento di sospensione emesso in dipendenza di opposizione all’esecuzione e dal giudice dell’esecuzione, spiegando, perciò, i suoi effetti sia sul diritto a procedere ad esecuzione forzata, sia sul processo esecutivo dal cui giudice è stato emanato. (Nella specie, la S.C. ha, altresì, affermato che il provvedimento ha la stessa natura di quello adottato, in base all’art. 351 comma 3 c.p.c., dal giudice dell’appello, che, se ricorrono gravi motivi di urgenza, può disporre provvisoriamente l’immediata sospensione dell’efficacia esecutiva o dell’esecuzione della sentenza). Cass. 14 settembre 2007, n. 19228.

 

La disposizione di cui all’articolo 586 del c.p.c., nel testo modificato, al comma 1, dall’articolo 19-bis del decreto legge n. 152 del 1991, convertito con modificazioni dalla legge n. 203 del 1991, che riconosce, al giudice dell’esecuzione il potere di sospendere la vendita «quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto», prevede che il giudice, all’esito del procedimento con il quale è stato individuato l’aggiudicatario definitivo può, invece che emettere a suo favore il decreto di trasferimento dell’immobile, pronunciare ordinanza di sospensione della vendita, restituendo in tale modo il procedimento di espropriazione alla fase dell’incanto che dovrà seguire secondo le nuove e più favorevoli condizioni di vendita. La riferita sospensione (disposta con ordinanza impugnabile ai sensi dell’articolo 617 c.p.c.) costituisce l’esercizio di una facoltà del tutto discrezionale che, se adeguatamente motivata, sottrae il relativo provvedimento al controllo di legittimità da parte della Corte di Cassazione, dato che nella valutazione del «giusto prezzo» la cui nozione il legislatore ha voluto generica e priva di riferimenti a parametri precisi, allo scopo di consentirne l’adattabilità alla varietà delle ipotesi possibili, il giudice dell’esecuzione può avvalersi di elementi, anche indiziari di natura più varia, quali ad esempio, i fatti notori, la presentazione tardiva di offerto all’incanto, il deposito di offerte di aumento del sesto, le notizie e le informazioni ovunque e da chiunque attinte, i fatti nuovi, e sopravvenuti alla stima del bene immobile oggetto della vendita all’incanto. Deve escludersi, pertanto, che il ricordato potere non sia più esercitabile una volta avvenuta l’aggiudicazione del bene. Cass. 18 aprile 2003, n. 6272.

 

In tema di esecuzioni immobiliari, la facoltà di sospendere la vendita attribuita dall’art. 586 c.p.c., nel testo novellato dall’art. 19-bis della legge n. 203 del 1991, al giudice dell’esecuzione anche all’esito di aggiudicazione avvenuta al prezzo base indicato nell’ordinanza di cui all’art. 576 c.p.c., può essere esercitata, indipendentemente dalle interferenze illegittime nelle vendite immobiliari, allorché - per eventi sopravvenuti o per circostanze prima non note - il prezzo offerto sia risultato notevolmente inferiore a quello giusto, sicché l’ordinanza di sospensione, che non è preclusa dalla mancata revoca o impugnazione degli atti precedenti all’aggiudicazione, comportando l’impossibilità di pronunciare il decreto di trasferimento del bene, determina altresì la revoca dell’aggiudicazione e di tutti gli atti compiuti in conseguenza del disposto incanto, che andrà perciò rifissato. Cass. 18 aprile 2003, n. 6269.

 

In tema di esecuzione immobiliare l’art. 586 c.p.c., prevedente, nel testo modificato dall’art. 19-bis, l. n. 203 del 1991, che il giudice dell’esecuzione può sospendere la vendita del bene espropriato quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto, non compromette il principio di imparzialità per il fatto che il giudice che ha fissato il prezzo di vendita è lo stesso che poi provvede alla sospensione sulla base di un giudizio di congruità del prezzo offerto, giacché l’imparzialità del giudice viene compromessa solo quando questi, nel decidere, debba ripercorrere un itinerario logico identico a quello precedentemente seguito, cosa che non accade nell’ipotesi in esame, in quanto il prezzo nel provvedimento che dispone la vendita è fissato a norma dell’art. 568 c.p.c., con un’attività di mero impulso delle operazioni di vendita, cui è estranea la risoluzione di un contenzioso o di un contrasto sulle indicazioni del creditore procedente, mentre soltanto quando decide sull’istanza di sospensione ai sensi dell’art. 586 cit. il giudice compie una vera e propria valutazione, secondo percorsi logici diversi, onde è da escludersi ogni sovrapposizione di attività; ne consegue che non sussiste alcun contrasto tra la disciplina di cui all’art. 586 c.p.c. e l’art. 6 della convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali di cui alla l. n. 848 del 1955 e che deve ritenersi manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale del citato art. 586 in rapporto agli artt. 3, 24 e 113 Cost. Cass. 19 aprile 2000, n. 5073.

 

La norma di cui all’art. 586 c.p.c. (novellata dall’art. 19-bis della l. n. 203 del 1991), secondo cui il giudice dell’esecuzione «può sospendere la vendita quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto», è formalmente modellata su quella di cui all’art. 108, l. fall., ma persegue lo scopo di contrastare tutte le possibili interferenze illegittime nel procedimento di determinazione del prezzo delle vendite forzate immobiliari, attesane la collocazione nel più generale contesto della citata l. n. 203 del 1991, («provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa»). Ne consegue che l’individuazione della nozione di «giusto prezzo» presuppone una ineludibile comparazione tra dati costituiti dal prezzo concretamente realizzato con l’aggiudicazione e da quello che invece, in condizioni di non interferenza di fattori devianti, sarebbe stato conseguito nella procedura di vendita così come concretamente adottata e normativamente disciplinata (senza che, peraltro, possa costituire utile o vincolante parametro il prezzo di mercato), così che, per disporsi la sospensione, la differenza tra le due entità dovrà evidenziarsi in termini di «notevole inferiorità», secondo criteri da adattarsi di volta in volta al caso concreto nel quadro di quell’esigenza di contrasto delle illegalità perseguita dalla norma. Cass. 6 agosto 1999, n. 8464.

 

La sospensione della vendita ex art. 586 c.p.c. costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice dell’esecuzione, la cui manifestazione rimane peraltro vincolata dalla preventiva individuazione del prezzo da indicarsi come giusto. Trib. Salerno, 17 luglio 2008.

 

Il concetto di «giusto prezzo» cui il giudice dell’esecuzione deve far riferimento è quello di stima del bene ex art. 568 c.p.c. e la valutazione della congruità dello stesso va fatta al momento dell’aggiudicazione e non nel momento dell’emissione del decreto di trasferimento se la vendita si è svolta in modo regolare e la perizia del bene è corretta, poiché la ratio dell’art. 586 c.p.c. è quella di tutelare la vendita forzata da infiltrazioni di mafia e criminalità. Trib. Padova, 22 ottobre 2002.

 

A seguito della sospensione e della fissazione dei nuovi incanti a prezzo maggiorato il giudice dell’esecuzione deve disporre la restituzione delle somme versate dai rispettivi aggiudicatari, maggiorate degli interessi corrisposti dall’istituto di credito. Trib. Napoli, 19 febbraio 1994.

L’avvenuto versamento del prezzo da parte dell’aggiudicatario costituisce non già il termine iniziale da cui decorre il potere sospensivo ex art. 586 c.p.c. del giudice dell’esecuzione, bensì il termine finale, ben potendo il provvedimento di sospensione essere adottato anche prima: prima dello svolgimento stesso della gara, prima dell’aggiudicazione, ad aggiudicazione già avvenuta, prima o dopo il decorso dei dieci giorni per le offerte in aumento e fino al versamento del prezzo da parte dell’aggiudicatario, a seconda delle circostanze del caso concreto. Trib. Lecco, 22 settembre 1992.

 

 

  1. Decreto di trasferimento.

 

 

2.1. Funzione ed effetti.

Il decreto emesso dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 586 c.p.c., che regola la liquidazione eseguita in sede concorsuale (giusta il rinvio contenuto nel testo originario dall’art. 105 legge fall.), rappresenta titolo esecutivo nei confronti dell’esecutato, e quindi del fallito, ma anche dei terzi detentori, se il loro godimento non discende da un titolo valido, che attribuisca situazioni di diritto soggettivo già opponibile alla massa e, in quanto tale, opponibile anche all’aggiudicatario, cui l’immobile sia stato trasferito in via forzata. (Nella specie, il titolo opponibile è stato ravvisato nel contratto di sublocazione stipulato dalla società ancora “in bonis” e rinnovato automaticamente in corso di procedura, secondo il regime previsto dagli artt. 27 e 28 della legge n. 392 del 1978, applicabili in ragione della destinazione non abitativa dell’immobile locato, senza necessità dell’autorizzazione del giudice delegato). Cass. 14 ottobre 2011, n. 21224.

 

In tema di vendita forzata, il trasferimento dell’immobile aggiudicato è l’effetto di una fattispecie complessa, costituita dall’aggiudicazione, dal successivo versamento del prezzo e dal decreto di trasferimento, quest’ultimo con funzione di verifica ed accertamento della sussistenza degli altri presupposti e, quindi, privo di autonoma efficacia traslativa in assenza delle altre condizioni. Pertanto, il mancato pagamento del prezzo di aggiudicazione dell’immobile pignorato legittima la revoca, anche d’ufficio, del decreto di trasferimento fino al momento in cui lo stesso venga portato ad esecuzione, che si identifica non con quello della sua emanazione, ma con quello del compimento da parte del cancelliere delle operazioni indicate dall’art. 586 c.p.c. Cass. 16 settembre 2008, n. 23709.

 

Nell’espropriazione forzata immobiliare, il decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c. costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato, in favore dell’aggiudicatario al quale l’immobile è stato trasferito, non solo nei riguardi del debitore esecutato ma anche nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile medesimo, senza che vi corrisponda una situazione di diritto soggettivo (reale o personale) già opponibile al creditore pignorante ed ai creditori intervenuti e in quanto tale opponibile anche all’aggiudicatario cui l’immobile è stato trasferito iussu iudicis. Ne consegue che perché lo svolgimento dell’attività esecutiva dia luogo ad uno spoglio a mezzo di ufficiale giudiziario è necessario che il titolo in forza del quale si procede non abbia efficacia contro il possessore e che l’intervento dell’ufficiale giudiziario sia stato maliziosamente provocato da colui che ha richiesto l’esecuzione. Cass. 28 agosto 2007, n. 18179.

 

Nell’espropriazione forzata immobiliare, il decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c. costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato, in favore dell’aggiudicatario al quale l’immobile è stato trasferito, non solo nei riguardi del debitore esecutato, ma anche nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile medesimo e non vanti un diritto reale o personale già opponibile al creditore pignorante. Cass. 4 luglio 2006, n. 15268.

 

In sede di trasferimento all’aggiudicatario del bene immobile espropriato, in esito ad esecuzione individuale o concorsuale, il giudice ha il potere di disporre la cancellazione delle trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie (art. 586 c.p.c.), ma non anche della trascrizione della domanda giudiziale (nella specie, proposta contro la curatela fallimentare), con la quale un terzo abbia preteso la proprietà o altro diritto reale sul bene medesimo. Cass. 10 settembre 2003, n. 13212.

 

Il decreto di trasferimento emesso, ai sensi dell’art. 586 c.p.c., in favore dell’aggiudicatario, dal giudice dell’esecuzione (e tale è anche il giudice delegato al fallimento), costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato sia nei confronti del proprietario esecutato - indipendentemente dalla posizione giuridica di eventuali terzi occupanti a qualsivoglia titolo, o senza titolo - sia nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile stesso qualora il possesso o la detenzione non siano correlati ad una situazione di diritto soggettivo (reale o personale) già opponibile al creditore pignorante (o al fallimento) e quindi opponibile anche all’aggiudicatario. L’accertamento, da parte del giudice dell’esecuzione (o dell’ufficio fallimentare) di eventuali diritti di terzi non costituisce condizione di legittimità sostanziale del trasferimento, pur risultando ovviamente rilevante ai fini della determinazione del prezzo, né la menzione dell’esito di tale accertamento costituisce requisito di legittimità formale del decreto. Cass. 1º dicembre 1998, n. 12174.

 

Nell’espropriazione forzata immobiliare, il decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c. costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato, in favore dell’aggiudicatario al quale l’immobile è stato trasferito, non solo nei riguardi del debitore esecutato ma anche nei confronti di chi si trovi nel possesso e nella detenzione dell’immobile medesimo, senza che vi corrisponda una situazione di diritto soggettivo (reale o personale) già opponibile al creditore pignorante ed ai creditori intervenuti e in quanto tale opponibile anche all’aggiudicatario cui l’immobile è stato trasferito iussu iudicis. Cass. 29 maggio 1995, n. 6038; conforme Cass. 6 maggio 1986, n. 3024.

 

Il titolo esecutivo, costituito dal decreto di trasferimento della proprietà del bene espropriato, emesso a favore dell’aggiudicatario dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 586 c.p.c., può essere fatto valere soltanto nei confronti del debitore esecutato, non anche nei confronti del terzo proprietario dell’immobile, che è rimasto estraneo alla procedura esecutiva; questi può rivendicare il proprio diritto nei confronti dell’aggiudicatario, con autonoma azione, rispetto alla quale il debitore esecutato non ha la qualità di litisconsorte necessario. Cass. 25 novembre 1993, n. 11666.

 

In sede di trasferimento di un bene immobile a seguito di vendita forzata il giudice ha il potere, attribuitogli dall’art. 586 c.p.c., di disporre la cancellazione delle trascrizioni delle ipoteche iscritte e dei pignoramenti trascritti sul bene ma non può ordinare la cancellazione delle domande giudiziali con le quali terzi abbiano avanzato un diritto di proprietà, o altro diritto reale di godimento, sul bene oggetto di vendita. Trib. Rovigo, 18 gennaio 2011.

 

Nell’espropriazione forzata immobiliare il decreto di trasferimento ex art. 586 c.p.c., costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato, in favore dell’aggiudicatario al quale l’immobile è stato trasferito, non solo nei riguardi del debitore esecutato ma anche nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile medesimo. App. Napoli, 7 gennaio 2010.

La vendita o l’assegnazione in sede esecutiva hanno un effetto purgativo implicito (stante il tenore letterale dell’art. 586 c.p.c. assimilabile a quello che sortisce la vendita forzata rispetto alle ipoteche e al pignoramento nei riguardi della trascrizione della domanda giudiziale di revoca ex art. 2901 c.c.). Trib. Rieti, 11 agosto 2009.

 

Il decreto di trasferimento emesso ai sensi dell’art. 586 c.p.c. in favore dell’aggiudicatario, dal giudice dell’esecuzione, costituisce titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato sia nei confronti del proprietario esecutato, indipendentemente dalla posizione giuridica di eventuali terzi, occupanti a qualsivoglia titolo, sia nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile stesso, qualora il possesso o la detenzione non siano correlati ad una situazione di diritto soggettivo (reale o personale) già opponibile al creditore pignorante (o al fallimento) e quindi opponibile, anche all’aggiudicatario. Trib. Salerno, 8 gennaio 2009.

 

Nell’espropriazione forzata immobiliare, il decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c. è titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile espropriato in favore dell’aggiudicatario al quale l’immobile è stato trasferito, e ciò non solo nei riguardi del debitore esecutato, ma anche nei confronti di chi si trovi nel possesso o nella detenzione dell’immobile medesimo e non vanti un diritto reale o personale già opponibile al creditore pignorante e quindi anche all’aggiudicatario. App. Potenza, 4 aprile 2008.

 

Con riferimento alla vendita giudiziale, l’effetto del trasferimento della proprietà del bene aggiudicato e tutti gli altri effetti, compreso il diritto del compratore di ottenere la consegna della cosa nelle condizioni in cui essa si trovava al momento della vendita medesima, si producono all’atto della pronuncia del decreto di cui all’art. 586 c.p.c. Trib. Torino, 19 marzo 1992.

 

L’intangibilità del decreto di trasferimento a seguito della mancata proposizione di rituale e tempestiva opposizione, investe l’atto in sé e i suoi effetti diretti - primo fra tutti l’effetto traslativo - senza incidere sui presupposti dell’atto che rimangono suscettibili di contestazione nei limiti in cui si traducono in elementi di efficacia autonoma al di fuori del processo di esecuzione; di conseguenza, ad esecuzione ultimata il debitore esecutato può pretendere dagli aggiudicatari il pagamento del prezzo di aggiudicazione non versato, anche se erroneamente attestato nel decreto di trasferimento, in attuazione del rapporto posto in essere con tale decreto; in presenza dei presupposti dell’art. 2900 c.c. il creditore può esercitare in via surrogatoria tale pretesa. App. Catania, 31 maggio 1986.

 

Ordinanza di aggiudicazione e decreto di trasferimento costituiscono la fattispecie legale complessa della vendita forzata immobiliare, stante il collegamento funzionale tra i due atti, che sono il primo presupposto del secondo, al quale soltanto - e non già al versamento del prezzo dopo l’aggiudicazione - consegue l’effetto costitutivo del trasferimento del diritto sul bene espropriato. Cass. 15 aprile 1980, n. 2463.

 

 

2.2. Revoca.

In tema di espropriazione forzata immobiliare, il giudice dell’esecuzione può sempre revocare il decreto di trasferimento di sua iniziativa, anche dopo la scadenza del termine previsto dalla legge per la proposizione dell’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c., a meno che il provvedimento non abbia avuto definitiva esecuzione, momento, quest’ultimo, che si identifica non con quello dell’emanazione del decreto di trasferimento, ma con quello del compimento, da parte del cancelliere, delle operazioni indicate dall’art. 586 c.p.c. Cass. 16 novembre 2011, n. 24001.

 

In tema di vendita forzata, il trasferimento dell’immobile aggiudicato è l’effetto di una fattispecie complessa, costituita dall’aggiudicazione, dal successivo versamento del prezzo e dal decreto di trasferimento, quest’ultimo con funzione di verifica ed accertamento della sussistenza degli altri presupposti e, quindi, privo di autonoma efficacia traslativa in assenza delle altre condizioni. Pertanto, il mancato pagamento del prezzo di aggiudicazione dell’immobile pignorato legittima la revoca, anche d’ufficio, del decreto di trasferimento fino al momento in cui lo stesso venga portato ad esecuzione, che si identifica non con quello della sua emanazione, ma con quello del compimento da parte del cancelliere delle operazioni indicate dall’art. 586 c.p.c. Cass. 16 settembre 2008, n. 23709.

 

In tema di esecuzione forzata, il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, nel corso di un processo di espropriazione forzata immobiliare, dispone l’aggiudicazione dei beni pignorati, trova il suo momento esecutivo (art. 487 c.p.c.) nella conseguita definitività dell’aggiudicazione, con la conseguenza che, finché questa non si sia realizzata, l’ordinanza può sempre essere revocata dal giudice che l’ha emessa. Cass. 20 aprile 2007, n. 9490.

 

In tema di processo di esecuzione, con riferimento alla espropriazione immobiliare, il trasferimento dell’immobile aggiudicato è l’effetto di una fattispecie complessa, costituita dall’aggiudicazione, dal successivo versamento del prezzo e dal decreto di trasferimento: poiché all’ordinanza di aggiudicazione si dà esecuzione emettendo il decreto di trasferimento, la stessa può essere revocata fin quando il decreto non sia emanato. Cass. 24 gennaio 2007, n. 1498.

 

In tema di vendita forzata, il mancato pagamento del prezzo di aggiudicazione dell’immobile pignorato legittima la revoca, anche d’ufficio, del decreto di trasferimento, a nulla rilevando che i provvedimenti del giudice dell’esecuzione siano revocabili solo prima che siano portati ad esecuzione. Il trasferimento dell’immobile aggiudicato, infatti, è l’effetto di una fattispecie complessa, costituita dall’aggiudicazione, dal successivo versamento del prezzo e dal decreto di trasferimento; quest’ultimo, che verifica ed accerta la sussistenza degli altri presupposti, è, in sé e per sé considerato, privo di autonoma efficacia traslativa in assenza delle altre condizioni, ed in particolar modo del pagamento del prezzo, attraverso il quale si realizza il fine della vendita, consistente nella liquidazione del bene per il soddisfacimento dei creditori, e si giustifica il trasferimento del bene all’aggiudicatario. Cass. 19 luglio 2005, n. 15222.

 

In tema di esecuzione forzata, il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, nel corso di un processo di espropriazione forzata immobiliare, dichiara la nullità dell’aggiudicazione pronunciata all’esito dell’incanto (nella specie, in quanto tenuto nell’ufficio del giudice anziché nell’aula d’udienza usualmente utilizzata a questo fine), fissando un nuovo incanto, non è giuridicamente inesistente, in quanto è adottato dal giudice dell’esecuzione in forza del potere di revoca dei propri provvedimenti (art. 487 comma 1 c.p.c.), esercitabile per ragioni determinate da vizi del provvedimento, oltre che da valutazioni di inopportunità, originaria o sopravvenuta, sino a quando l’ordinanza di aggiudicazione provvisoria non abbia avuto definitiva esecuzione con la pronunzia del decreto di trasferimento del bene. Cass. 10 febbraio 2003, n. 1936.

 

I provvedimenti del giudice delegato nel fallimento sono (al pari di quelli del giudice dell’esecuzione) revocabili e/o modificabili, d’ufficio o su istanza di parte, sino a quando essi non abbiano avuto esecuzione e, quindi, ove siano preordinati al trasferimento del bene espropriato, fino a quando non sia stato pronunciato il relativo decreto, cui consegue l’effetto traslativo non prodotto, viceversa, dalla sola ordinanza di aggiudicazione. Cass. 18 gennaio 2001, n. 697.

 

Contra: Il decreto di trasferimento indicato dall’art. 586 c.p.c. è atto del processo esecutivo che può essere revocato dal giudice dell’esecuzione quando questo accerti che, prima della sua emanazione, non è stato versato il prezzo dell’aggiudicazione con le modalità indicate nell’ordinanza di vendita. Cass. 20 agosto 1997, n. 7749; conforme Cass. 2 aprile 1997, n. 2867.

 

 

2.3. Nullità.

In tema di espropriazione forzata, la dichiarazione di nullità del decreto di trasferimento dell’immobile pignorato, in accoglimento dell’opposizione agli atti esecutivi, facendo venir meno il trasferimento coattivo, e quindi la causa del prezzo pagato dall’aggiudicatario, consente a quest’ultimo, in applicazione del principio codificato dall’art. 2921, primo comma, c.c. per l’ipotesi di evizione, l’esercizio dell’azione di ripetizione, la quale, nel caso in cui la nullità sia dichiarata a seguito della Cassazione della sentenza di merito che abbia rigettato l’opposizione, può essere proposta anche nel giudizio di rinvio, ove il processo esecutivo sia ormai chiuso, nei confronti del creditore procedente per la somma riscossa e del debitore per il residuo eventualmente attribuitogli, non essendovi alcuna ragione per onerare l’aggiudicatario dell’instaurazione di un autonomo processo di cognizione, avuto riguardo al suo incolpevole affidamento sull’intangibilità della vendita giudiziale ed alla consapevolezza da parte del creditore e del debitore che il denaro pagato non è più giustificato dallo scambio con il bene. Cass. 9 giugno 2010, n. 13824.

 

Nel processo d’espropriazione forzata (che s’articola in una pluralità di fasi, ciascuna delle quali si chiude con un atto esecutivo, rispetto al quale gli atti precedenti della medesima hanno funzione preparatoria) la fase della vendita (che inizia dopo l’ordinanza con cui si stabiliscono le modalità e la data della vendita forzata e si conclude con il provvedimento di trasferimento coattivo del bene che segue l’aggiudicazione) comprende atti preparatori oltre l’ordinanza stessa (quali le forme di pubblicità legale e quella aggiuntiva disposta dal giudice, l’assenso dei creditori ammessi al passivo con diritto di prelazione, le modalità previste dalla legge per il versamento del prezzo) la cui mancanza o irregolarità vizia di nullità lo stesso atto che si pretende di trasferimento, con conseguente inapplicabilità della disposizione di cui all’art. 2929 c.c. (secondo la quale la nullità degli atti esecutivi precedenti alla vendita non ha effetto riguardo all’aggiudicatario, salvo il caso di collusione con il creditore procedente), poiché, in tal caso, la nullità degli atti presupposti si riverbera sul preteso atto di trasferimento ed è opponibile all’aggiudicatario. Sicché, la preclusione nei confronti dell’aggiudicatario, delle eccezioni di nullità del processo esecutivo opera solo quando la vendita, come atto finale del processo esecutivo sussista e sia esente da vizi formali, sia che si tratti di vizi che direttamente la concernino, sia che si tratti di vizi che riguardino gli atti presupposti. Cass. 1º settembre 1999, n. 9212.

 

Nel processo esecutivo per espropriazione forzata immobiliare, l’ordinanza di aggiudicazione, resa in esito alla vendita con incanto, non determina il trasferimento del diritto di proprietà sul bene pignorato in favore dell’aggiudicatario, rendendosi a tal fine necessaria l’emissione del decreto contemplato dall’art. 586 c.p.c.; pertanto, quando tale decreto manchi, ovvero sia affetto da vizi che non ne comportino soltanto nullità (deducibile con opposizione agli atti esecutivi), bensì giuridica inesistenza, come nel caso di difetto della sottoscrizione del giudice (requisito essenziale, il quale non può trovare equipollente nella firma del cancelliere), deve riconoscersi al debitore, tuttora proprietario dell’immobile, la facoltà di proporre domanda di rivendicazione nei confronti dell’aggiudicatario che di quel bene ha il possesso senza titolo; questo principio non resta escluso dal fatto che il processo esecutivo sia ancora in corso, ancorché in stato di quiescenza, trattandosi di circostanza che non interferisce sulla legittimazione del debitore alla suddetta rivendicazione, e che può spiegare rilievo solo al diverso fine di un’eventuale riattivazione del processo stesso su iniziativa dell’aggiudicatario (ove ancora consentita), per ottenere un provvedimento ex art. 586 c.p.c. che produca a suo favore il trasferimento del bene. Cass. 8 giugno 1985, n. 3447.

 

L’eventuale dichiarazione di falso relativamente al versamento del prezzo, non preclude la deducibilità del mancato versamento quale vizio determinante la nullità del decreto; e poiché il decreto di trasferimento è un atto del processo esecutivo, l’azione di nullità deve proporsi nelle forme e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi, e non nelle forme ordinarie. App. Catania, 31 maggio 1986.

 

 

2.4. Impugnazioni.

Il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso le ordinanze aventi contenuto decisorio e carattere di definitività (nella specie: provvedimento del tribunale con cui era stato dichiarato inammissibile il ricorso volto alla revoca del decreto di trasferimento del bene espropriato), decorre solo a seguito della notificazione ad istanza di parte, mentre è irrilevante, al predetto fine, che le stesse siano state pronunciate in udienza o, se pronunziate fuori udienza, siano state comunicate alle parti dal cancelliere, con la conseguenza che, in tali ipotesi, è applicabile il termine annuale di cui all’art. 327 c.p.c. Cass. 16 novembre 2011, n. 24000.

 

È ammissibile e deve essere esaminata nel merito l’opposizione proposta, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., avverso l’esecuzione iniziata in base a decreto di trasferimento immobiliare, adottato in virtù dell’art. 586 c.p.c. a seguito di vendita forzata, quando l’opponente, nei cui confronti sia esercitata la pretesa esecutiva e chiesto il rilascio e che non si identifichi con il soggetto che ha subito l’espropriazione, si afferma proprietario del bene immobile oggetto del suddetto decreto in base ad acquisto fattone per usucapione ed asseritamente verificatosi anteriormente all’emissione del decreto di trasferimento in danno dell’espropriato. Cass. 8 maggio 2009, n. 10609.

 

In tema di esecuzione per espropriazione immobiliare con modalità di vendita senza incanto, qualora uno dei partecipanti alla gara, nel formulare la sua offerta, abbia depositato la cauzione in una misura inferiore a quella prescritta dall’art. 571, secondo comma, c.p.c., gli altri partecipanti, oltre a poter far constatare al giudice dell’esecuzione tale condizione di inefficacia, sollecitando l’esercizio dei suoi poteri officiosi, sono tenuti, in mancanza, nell’eventualità in cui lo stesso giudice provveda ad emettere l’ordinanza di aggiudicazione del bene in favore dell’offerente che abbia depositato la cauzione in modo incongruo, a proporre opposizione agli atti esecutivi avverso siffatta ordinanza (alla quale si trasmettono i vizi delle operazioni inerenti l’espletata vendita senza incanto), nel termine prescritto dall’art. 617 c.p.c., decorrente dalla conoscenza legale del provvedimento medesimo (ossia dal giorno della stessa udienza in cui l’ordinanza sia stata adottata, per le parti che vi abbiano partecipato o che siano state messe in condizione di parteciparvi, ossia dalla sua comunicazione da parte della cancelleria, nell’ipotesi di emissione fuori udienza). Cass. 13 marzo 2009, n. 6186.

 

In materia di esecuzione forzata, tutte le questioni che possono dar luogo ad invalidità della vendita per erronea indicazione di taluni dati catastali relativi ai beni sottoposti ad esecuzione, devono essere fatte tempestivamente valere con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.c. nei confronti dell’ordinanza di vendita, mentre è da qualificarsi tardiva l’opposizione avverso il decreto di trasferimento, atteso che il debitore esecutato, nel ricevere la notifica di tutti gli atti relativi alla procedura, ha l’onere di rilevare immediatamente l’erronea indicazione dei dati catastali e chiederne la rettifica. Cass. 16 maggio 2008, n. 12430.

 

In tema di esecuzione forzata immobiliare, il mancato versamento del prezzo determina non l’inesistenza del decreto di trasferimento ex art. 586 c.p.c. bensì la nullità assoluta dello stesso; ne consegue che tale provvedimento, in quanto atto del procedimento esecutivo emesso dal giudice dell’esecuzione che assolve una funzione cosiddetta espropriativa di conversione in denaro dell’immobile pignorato, è impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 9 agosto 2007, n. 17460.

 

In tema di vendita forzata, qualora il giudice dell’esecuzione disponga l’aggiudicazione dei beni posti in vendita e pronunci il decreto di trasferimento dell’immobile nonostante sia stata in precedenza dichiarata l’estinzione della procedura esecutiva, detti vizi devono esser fatti valere nel procedimento di espropriazione immobiliare in cui si sono verificati, proponendo opposizione contro l’aggiudicazione ed il trasferimento dei beni e non già nel giudizio di opposizione all’esecuzione per rilascio, atteso che la liquidazione dell’espropriazione immobiliare determina la formazione di un titolo esecutivo che consente all’aggiudicatario di azionare la pretesa al rilascio del bene conseguito, senza che possano essere rimessi in discussione i presupposti della formazione del titolo esecutivo. Cass. 24 gennaio 2007, n. 1512.

 

Il decreto di trasferimento del bene immobile pignorato indicato dall’art. 586 c.p.c. costituisce un atto del procedimento esecutivo, il quale, assolvendo alla funzione di convertire in danaro l’immobile pignorato e venduto, è soggetto alla sola opposizione agli atti esecutivi indicata dall’art. 617 c.p.c. e non al ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 360 dello stesso codice, né a quello ai sensi dell’art. 111, secondo comma, della Costituzione. Cass. 11 gennaio 2007, n. 371.

 

Nella procedura di espropriazione forzata immobiliare, verificatasi l’aggiudicazione del bene posto in vendita, l’aggiudicatario deve versare il prezzo corrispondente nel termine fissato con l’ordinanza di vendita (art. 585 c.p.c.) ed il giudice dell’esecuzione, se non ricorrono i presupposti per la sospensione della vendita, pronuncia il decreto con il quale trasferisce all’aggiudicatario il bene espropriato (art. 586 c.p.c.), impartendo le disposizioni previste per il pagamento delle somme spettanti. Una volta realizzate le suddetta formalità, si perviene al risultato conclusivo del procedimento, il quale, quando è compiuto, non può più essere messo in discussione dalle parti attraverso la proposizione dell’istanza di revoca del relativo provvedimento di trasferimento conseguente all’aggiudicazione del bene espropriato (alla stregua dell’art. 487 c.p.c.), essendo invero proponibili solo le impugnazioni interne al procedimento esecutivo stesso, che, se non formulate nei modi e termini di legge, determinano un effetto preclusivo a carico delle parti medesime. Cass. 30 novembre 2005, n. 26078.

 

In materia di esecuzione forzata, i motivi di invalidazione della vendita forzata a causa del mancato rispetto di norme del processo di espropriazione devono essere fatti valere come opposizione agli atti esecutivi nell’ambito di quel processo; in mancanza, non possono essere utilizzati per sostenere un’opposizione all’esecuzione per rilascio intrapresa sulla base del titolo esecutivo formatosi a conclusione dell’espropriazione, giacché solo i vizi che determinano una nullità non sanabile possono esser azionati in ogni tempo, mentre tutti gli altri vizi di nullità di un provvedimento giurisdizionale vanno fatti valere secondo lo specifico mezzo di impugnazione previsto dalla legge, come si desume dal disposto dell’art. 161 c.p.c. Pertanto, qualora nell’ordinanza di vendita di un terreno non si faccia menzione di una costruzione abusiva insistente su di esso, è ammissibile la proposizione, nei termini di legge, di un’opposizione agli atti esecutivi, ma non, in prosieguo, la contestazione del diritto dell’aggiudicatario a procedere ad esecuzione forzata, atteso che il pignoramento di un terreno successivamente contemplato nel decreto di trasferimento si estende, in difetto di espressa previsione contraria, al fabbricato che insiste sul terreno medesimo. Cass. 26 aprile 2004, n. 7922.

 

Avverso il provvedimento del giudice dell’esecuzione contenente la dichiarazione di estinzione dell’esecuzione per rinuncia del creditore e i provvedimenti consequenziali ad essa, è esperibile il rimedio del reclamo al Collegio qualora esso abbia ad oggetto la sussistenza o meno dei presupposti per l’estinzione e la legittimità del provvedimento che conceda o neghi l’estinzione stessa, mentre esso va impugnato con l’opposizione agli atti esecutivi qualora - come nel caso di specie - si contesti la legittimità dei provvedimenti consequenziali adottati e quindi degli effetti dell’estinzione stessa. (Nella specie, in particolare, l’aggiudicatario del bene sottoposto ad esecuzione contestava la legittimità della revoca dell’aggiudicazione e la disposta restituzione delle somme da lui versate in relazione all’aggiudicazione stessa, chiedendo invece il trasferimento del bene espropriato, ex art. 586 c.p.c.). Cass. 11 giugno 2003, n. 9377.

 

È inammissibile il ricorso per Cassazione contro il provvedimento del tribunale fallimentare che rigetti il reclamo avverso il decreto del giudice delegato che disponga il trasferimento di un bene venduto all’incanto, quando tale reclamo sia stato presentato da un soggetto che abbia partecipato con un’offerta superata da altre successive, poiché in caso di nullità dell’aggiudicazione definitiva non rivivono le offerte precedenti e l’offerente, la cui offerta sia stata superata da una o altre successive, non ha un interesse autonomo allo svolgimento di un nuovo incanto ma soltanto una legittima aspettativa, analoga a quella di colui che voglia partecipare ad un nuovo incanto. Cass. 7 febbraio 2002, n. 1653.

 

Il decreto di trasferimento del bene immobile pignorato, in quanto atto del procedimento esecutivo emesso dal giudice dell’esecuzione o dal giudice delegato, che assolve una funzione cosiddetta espropriativa di conversione in denaro dell’immobile pignorato o oggetto della procedura concorsuale, è impugnabile solo con l’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 12 novembre 1998, n. 11430; conforme Cass. 14 luglio 1993, n. 7755, Cass. 22 febbraio 1992, n. 2171.

 

Le contestazioni sulla regolarità formale dei singoli atti del procedimento esecutivo, prospettabili con l’opposizione ex art. 617 c.p.c., ove non siano state tempestivamente dedotte nel termine di decadenza previsto per l’esperimento di tale rimedio, non possono più essere fatte valere attraverso l’impugnazione del decreto di trasferimento, adducendone una nullità riflessa o derivata da precedenti vizi del procedimento che non siano stati a suo tempo denunciati con la detta opposizione. Cass., Sez. Un., 3 luglio 1993, n. 7289.

 

 

  1. Identificazione dell’immobile.

L’identificazione dell’immobile trasferito attraverso il decreto di cui all’art. 586 c.p.c. deve avvenire sulla base dei confini catastali del bene contenuti nel decreto di trasferimento del giudice dell’esecuzione. Cass. 4 ottobre 1994, n. 8079; conforme Cass. 27 novembre 1992, n. 12687.

 

Qualora due aggiudicatari di beni immobili, espropriati in danno di un fallito, controvertano in ordine ad una porzione dei beni medesimi, sostenendo entrambi che la stessa va ricompresa nell’oggetto del trasferimento disposto in loro rispettivo favore, il giudice del merito adito con azione di rivendica ed accertamento della proprietà può e deve procedere all’interpretazione di detti titoli, al fine di stabilirne l’esatta portata e di individuare i beni che ne formano oggetto, facendo ricorso, in caso d’insufficienza o contraddittorietà degli elementi in essi contenuti, agli altri atti della procedura espropriativa e, in particolare, ai provvedimenti di vendita ed ai relativi bandi. Ove poi la relativa indagine non consenta di pervenire a risultati certi ed univoci in ordine all’estensione ed ai limiti dell’effetto traslativo, i dati emergenti dagli atti anzidetti dovranno da detto giudice essere coordinati ed integrati con tutti gli altri elementi utili al fine dell’esatta individuazione dei beni trasferiti (estremi catastali, soggetti e proprietà confinanti, consistenza oggettiva della proprietà immobiliare in capo al fallito ed a suoi danti causa) desumibili dagli atti di provenienza degli immobili, e, in generale, da qualsiasi altra fonte di prova acquisita al processo. Cass. 21 luglio 1988, n. 4732.

 

Poiché l’identificazione dei beni trasferiti a conclusione di un’espropriazione immobiliare deve essere compiuta in base alle indicazioni del decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c., vanno aggiunti quei beni a cui gli effetti del pignoramento si estendono automaticamente ex art. 2912 c.c., ancorché non espressamente menzionati nel predetto decreto e salvo che non ricorrano elementi tali da far ritenere che, in sede di vendita, si sia inteso escludere l’applicazione dell’anzidetta estensione; ne consegue che se il provvedimento di aggiudicazione e di trasferimento non dispone diversamente, l’estensione della vendita deve essere quella così prevista dalla legge per il pignoramento. Cass. 10 ottobre 1987, n. 7522; conforme Cass. 7 giugno 1982, n. 3453.

 

In tema di esecuzione forzata, ai fini dell’identificazione dell’immobile oggetto della vendita forzosa, sono rilevanti tutte le indicazioni contenute negli atti della procedura esecutiva e, particolarmente, quelle dell’avviso d’asta, del verbale di vendita e del decreto di trasferimento; l’accertamento compiuto in proposito dal giudice del merito, involgendo un giudizio di fatto, non è censurabile in Cassazione se informato ad esatti criteri giuridici ed immune da vizi logici. Cass. 16 marzo 1987, n. 2693.

 

 

  1. Posizione dell’aggiudicatario; applicabilità delle norme sulla vendita volontaria.

L’identificazione dei beni trasferiti a conclusione di un’espropriazione immobiliare deve essere compiuta in base alle indicazioni del decreto di trasferimento di cui all’art. 586 c.p.c., cui vanno aggiunti quei beni ai quali gli effetti del pignoramento si estendono automaticamente, ai sensi dell’art. 2912 c.c., come accessori, pertinenze, frutti ed anche i miglioramenti o le addizioni, ancorché non espressamente menzionati nel predetto decreto. Ne consegue che il prezzo di un fondo oggetto di vendita forzata include il valore di quanto è esistente sul bene medesimo e, dunque, anche quello delle opere su di esso realizzate (nella specie, un frutteto), con l’ulteriore conseguenza che l’aggiudicatario non è tenuto al pagamento dell’indennizzo di cui all’art. 936 c.c. Cass. 14 dicembre 2011, n. 26841.

 

La tutela di cui all’art. 1460 c.c., la quale consente di mantenere in vita il contratto e tuttavia sospendere l’adempimento quando ciò sia giustificato dall’inadempimento altrui, non è estendibile alla vendita forzata. Pertanto, non è valutabile la sussistenza degli estremi dell’art. 1460 c.c. (o eventualmente degli artt. 1481, 1482 c.c.) al fine di escludere la decadenza dell’aggiudicazione e la confisca della cauzione o al solo fine di escludere quest’ultima nella ipotesi in cui l’aggiudicatario non versi il prezzo nel termine adducendo la sussistenza di una situazione che comporta l’applicabilità delle norme sopraindicate. Cass. 19 giugno 1995, n. 6940.

 

Nella vendita forzata, pur non essendo ravvisabile un incontro di consensi, tra l’offerente ed il giudice, produttivo dell’effetto traslativo, essendo l’atto di autonomia privata incompatibile con l’esercizio della funzione giurisdizionale, l’offerta di acquisto del partecipante alla gara costituisce il presupposto negoziale dell’atto giurisdizionale di vendita; con la conseguente applicabilità delle norme del contratto di vendita non incompatibili con la natura dell’espropriazione forzata, quale l’art. 1477 c.c. concernente l’obbligo di consegna della cosa da parte del venditore. Ne deriva che, in relazione allo ius ad rem (pur condizionato al versamento del prezzo), che l’aggiudicato acquista all’esito dell’iter esecutivo, è configurabile un obbligo di diligenza e di buona fede dei soggetti tenuti alla custodia e conservazione del bene aggiudicato, così da assicurare la corrispondenza tra quanto ha formato l’oggetto della volontà dell’aggiudicatario e quanto venduto, pertanto, qualora l’aggiudicatario lamenti che l’immobile aggiudicato sia stato danneggiato prima del deposito del decreto di trasferimento, il giudice è tenuto a valutare la censura dell’aggiudicatario medesimo, diretta a prospettare la responsabilità del custode (nella specie, della curatela fallimentare che aveva proceduto alla vendita forzata), in base ai principi generali sull’adempimento delle obbligazioni (art. 1218 c.c.), per inadeguata custodia del bene posto in vendita, fino al trasferimento dello stesso. Cass. 17 febbraio 1995, n. 1730.

 

La vendita forzata, nella quale rientra ogni tipo di vendita fallimentare mobiliare e immobiliare, non può equipararsi alla vendita volontaria, attuando essa un trasferimento coattivo in virtù di un provvedimento giurisdizionale, rispetto al quale la domanda dell’aggiudicatario si pone soltanto come presupposto, ed alla stessa, pertanto, sono inapplicabili le regole giuridiche riguardanti non solo la garanzia per vizi della cosa o mancanza di qualità, ma anche quelle sulla risoluzione del contratto per inadempimento, con particolare riferimento all’ipotesi di vendita di aliud pro alio; quando, tuttavia, la cosa oggetto della vendita risulta, successivamente al trasferimento, essere diversa da quella sulla quale è caduta l’offerta dell’aggiudicatario, nonché da quella indicata negli atti del procedimento ed in particolare nell’atto finale di trasferimento, viene meno il nucleo essenziale e l’oggetto stesso della vendita forzata, quale risulta specificato e determinato dall’offerta dell’aggiudicatario e dalla stessa volontà dell’organo giurisdizionale, conseguendone la sostanziale nullità della vendita ed il diritto dell’aggiudicatario a ripetere quanto indebitamente versato. Cass. 3 dicembre 1983, n. 7233.

 

Anche alla vendita per espropriazione forzata è applicabile la disposizione di cui all’art. 1477 c.c., secondo la quale la cosa venduta deve essere consegnata nello stato in cui si trova al momento della vendita, con gli accessori, le pertinenze ed i frutti ad essa relativi, salvo che questi siano stati espressamente esclusi dall’immobile subastato ed aggiudicato, ovvero siano stati considerati ad esso non inerenti. Cass. 7 giugno 1982, n. 3453.

 

L’acquisto da parte dell’aggiudicatario di un bene sottoposto ad esecuzione forzata o facente parte della massa fallimentare, pur verificandosi indipendentemente dalla volontà del precedente proprietario e ricollegandosi, rispettivamente, ad un provvedimento del giudice dell’esecuzione o del giudice delegato al fallimento, ha natura di acquisto a titolo derivativo, e non originario, in quanto si traduce nella trasmissione dello stesso diritto del debitore esecutato o del fallito, sicché non garantisce all’aggiudicatario medesimo la proprietà e la libertà dell’immobile acquistato. Cass. 9 novembre 1982, n. 5888.

Contra: La vendita forzata costituisce un’autonoma fattispecie complessa che si riporta allo schema dei trasferimenti coattivi che si completa e si perfeziona col provvedimento giudiziale di assegnazione. Pertanto, l’acquisto dell’immobile espropriato da parte dell’aggiudicatario non rientra nello schema degli acquisti derivativi e l’aggiudicatario non può considerarsi avente causa del debitore espropriato. Cass. 30 luglio 1980, n. 4899.



 
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