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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 612 cod. proc. civile: Provvedimento

Chi intende ottenere l’esecuzione forzata di una sentenza di condanna (1)(2) per violazione di un obbligo di fare (3) o di non fare (4), dopo la notificazione del precetto, deve chiedere con ricorso al giudice dell’esecuzione che siano determinate le modalità dell’esecuzione.

Il giudice dell’esecuzione provvede sentita la parte obbligata. Nella sua ordinanza designa l’ufficiale giudiziario che deve procedere all’esecuzione e le persone che debbono provvedere al compimento dell’opera non eseguita o alla distruzione di quella compiuta.



Commento

Esecuzione forzata: [v. Libro III, Titolo I]; Sentenza: [v. 132]; Notificazione: [v. 137]; Precetto: [v. 480]; Giudice dell’esecuzione: [v. 484]; Ordinanza: [v. 134]; Ufficiale giudiziario: [v. 59].

 

(1) Si esclude pacificamente che l’esecuzione in questione possa essere attuata sulla base di titoli esecutivi stragiudiziali (es. titoli di credito). Si nega altresì che costituisca titolo idoneo a fondare una esecuzione ex art. 612 il verbale di conciliazione.

 

(2) Quanto ai provvedimenti cautelari e possessori, nel vigore della vecchia normativa si escludeva concordemente che la procedura de qua potesse essere applicata alla fase di attuazione dei provvedimenti di cui agli artt. 1168 e 1170 c.c. e 703 e ss. c.p.c., in quanto era lo stesso giudice che aveva emesso il provvedimento a determinarne le modalità attuative. Queste considerazioni valevano anche per i provvedimenti d’urgenza [v. 700].

(3) Si richiede che l’obbligazione di facere sia fungibile e consista nella creazione (es. ristrutturazione della facciata di un edificio fatiscente) o distruzione (es. demolizione di un muro edificato in violazione di una servitus altius non tollendi) di opere materiali in maniera tale da poter essere adempiuta, indifferentemente, dall’obbligato o, nel caso che questi sia inadempiente, da un terzo (a spese dell’obbligato) con identico effetto satisfattorio per il creditore.

 

(4) Anche per le obbligazioni di non facere si richiede la fungibilità della prestazione, per cui è necessario che la violazione si sostanzi nella creazione di un quid novi materiale e perciò eliminabile attraverso una attività fisica, in maniera tale da poter essere prestata anche da un terzo nel caso di inadempienza dell’obbligato.

 


Giurisprudenza annotata

Provvedimento.

 

 

  1. Procedura esecutiva; 1.1. Inizio procedura; 1.2. Adempimenti; 1.3. Competenza; 1.4. Legittimazione; 1.5. Litispendenza; 1.6. Titolo esecutivo; 2. Obbligo di fare e di non fare; 2.1. Segue: Di fare; 2.2. Segue: Di non fare; 2.3. Segue: Di “pati”; 2.4. Affidamento di minori; 2.5. Infungibilità; 2.6. Incoercibilità; 2.7. Prescrizione del diritto; 3. Ordinanze determinative; 3.1. Poteri del giudice; 3.2. Segue: Contenuto dell’ordinanza; 3.3. Limiti; 3.4. Segue: Rimedi; 4. Mezzi di tutela; 4.1. sospensione feriale; 5. Provvedimenti cautelari; 5.1. Provvedimento d’urgenza; 5.2. Provvedimento possessorio.

 

 

  1. Procedura esecutiva.

 

 

1.1. Inizio procedura.

L’inizio dell’esecuzione forzata degli obblighi di fare, anche al fine delle modalità di introduzione delle opposizioni di cui agli artt. 615 e 617 c.p.c. nonché dei poteri spettanti al giudice dell’esecuzione in caso di opposizione, non è segnato dalla notificazione del precetto, ma richiede il compimento di atti esecutivi. Cass. 11 novembre 1982, n. 5946.

 

 

1.2. Adempimenti.

Non vi sono regole particolari dell’esecuzione degli obblighi di fare che stabiliscono quando il deposito del titolo esecutivo debba avvenire; neppure esiste una sanzione che comporti la improcedibilità dell’azione esecutiva. Quel che rileva, quindi, se il titolo non è stato depositato, è che nessun provvedimento il giudice della esecuzione abbia emesso, al quale la presenza di esso fosse indispensabile. Cass. 11 luglio 1975, n. 2773.

 

1.3. Competenza.

Nella causa di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. con cui viene dedotto un vizio dell’atto di precetto, essendo competente, a norma dell’art. 27, secondo comma, dello stesso codice, il giudice della preannunciata esecuzione, deve a tal fine individuarsi il tipo di esecuzione forzata nascente dal titolo, sicché, ove trattisi di sentenza di condanna all’adempimento di un obbligo di fare derivante da un contratto (nella specie: consegnare il materiale per una costituenda emittente televisiva), è competente per l’esecuzione e di conseguenza per la proposta opposizione il pretore del luogo dove tale obbligo doveva essere adempiuto). Cass. 24 luglio 1987, n. 6454.

 

In relazione alla proposizione di domanda formalmente volta ad accertare l’impossibilità di eseguire l’ordine di reintegrazione del dipendente illegittimamente trasferito ed invece qualificata come azione volta a determinare le modalità di esecuzione della sentenza, ai fini della competenza territoriale deve trovare applicazione, anche nel caso di obbligo attinente ad un rapporto di lavoro, l’art. 26, ultimo comma, c.p.c., a norma del quale, per l’esecuzione forzata di obbligo di fare e di non fare, la competenza per territorio va determinata con riferimento alla “sede materiale” dell’esecuzione, ossia al luogo in cui risulta ubicato il posto di lavoro dal quale il lavoratore è stato trasferito o, comunque, nel quale debbono porsi in essere gli adempimenti necessari a realizzare l’effetto utile della sentenza, essendo irrilevante lo scopo di accertare l’impossibilità di eseguire la sentenza e non già di darvi attuazione, dal momento che rileva la finalità dell’azione, volta a determinare l’ambito di precettività del dictum del giudice e la sua concreta esigibilità. Cass. 22 dicembre 2011, n. 28515; conforme Cass. 8 ottobre 1985, n. 4878.

 

Il carattere funzionale della competenza del pretore, a norma dell’art. 612 c.p.c., sul ricorso per la determinazione delle modalità di esecuzione di obbligo di fare o non fare, comporta la competenza medesima non può trovare deroga, sotto il profilo della continenza ed in applicazione del criterio della prevenzione (art. 39 comma 2 c.p.c.), in relazione alla pendenza davanti al tribunale di causa d’opposizione alla esecuzione intrapresa in forza dello stesso titolo esecutivo. Cass. 9 marzo 1983, n. 1781.

 

Le azioni tendenti all’adempimento di un obbligo di fare debbono farsi rientrare ai fini della determinazione della competenza per valore, tra le cause relative a somme di denaro e a beni mobili disciplinate dall’art. 14 c.p.c. poiché l’obbligo di fare è sempre valutabile in denaro; ne deriva che il criterio di cui al citato art. 14, col quale il successivo art. 17 (cause relative alla esecuzione forzata) deve essere posto in relazione, trova applicazione, ai fini della competenza per valore, anche nelle cause di opposizione all’esecuzione forzata. Cass. 14 agosto 1990, n. 8268.

 

 

1.4. Legittimazione.

La legittimazione all’esecuzione forzata di una sentenza di condanna ad un facere o ad un non facere spetta soltanto alla parte che vi risulti aver diritto all’adempimento del relativo obbligo e non a chi vi sia condannato, il cui eventuale interesse ad attuarlo trova realizzazione nell’adempimento spontaneo salvo restando per lui, nel caso di incertezze derivanti da contestazioni circa la corrispondenza dell’attuazione in corso ed il precetto contenuto nella sentenza di condanna, il ricorso ad un’azione di accertamento. Cass. 24 maggio 1991, n. 5873.

 

In materia di esecuzione forzata di un’obbligazione di fare (nella specie, avente ad oggetto la riduzione delle luci e vedute illegittimamente aperte in un edificio), derivante da una sentenza pronunciata nei confronti di più persone (nel caso in esame, comproprietarie dell’immobile), soggetto passivo dell’esecuzione è esclusivamente quella di esse che versa in una situazione possessoria che gli permetta di eseguire l’obbligazione e, quindi, non occorre che il titolo esecutivo ed il precetto siano notificati a tutti i soggetti obbligati; pertanto, l’obbligato che si trovi in detta situazione, identificato quale soggetto passivo dell’esecuzione, è legittimato a proporre opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), qualora non gli sia stato notificato il titolo esecutivo o il precetto, ovvero opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.), se non sia contemplato nel titolo come soggetto obbligato, oppure vanti una situazione possessoria prevalente e non pregiudicata dal titolo, ma non può eccepire la mancata notificazione del titolo esecutivo e del precetto agli altri coobbligati. Cass. 18 marzo 2003, n. 3990.

 

In caso di cessione ad un terzo della proprietà di un immobile, legittimato passivo, di azione esecutiva iniziata prima della cessione è colui che, anche se non menzionato nel titolo, sia in una situazione di diritto o possessoria, tale da permettergli di eseguire l’obbligazione dovuta in base al titolo, essendo l’unico concretamente in grado di soddisfare l’interesse del creditore. Dunque, sotto il profilo del lato passivo, deve ritenersi legittimato il successore del debitore. Trib. Como, 27 luglio 2007.

 

 

1.5. Litispendenza.

Non è configurabile litispendenza tra il procedimento di esecuzione degli obblighi di fare di cui all’art. 612 c.p.c. e l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 stesso codice, ancorché con riguardo allo stesso titolo giudiziale di cui si è richiesta l’esecuzione. Cass. 26 giugno 1992, n. 7982.

 

 

1.6. Titolo esecutivo.

Il verbale di conciliazione giudiziale, pur essendo titolo esecutivo ai sensi dell’art. 185 c.p.c., idoneo all’esecuzione per le obbligazioni pecuniarie, alla esecuzione specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c. e alla esecuzione per consegna e rilascio, non legittima alla esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, poiché l’art. 612 c.p.c. menziona quale unico titolo valido per l’esecuzione la sentenza di condanna (dovendosi intendere estensivamente con tale espressione ogni provvedimento giudiziale di condanna), in considerazione della esigenza di un previo accertamento della fungibilità e quindi della coercibilità dell’obbligo di fare o di non fare. Cass. 13 gennaio 1997, n. 258; conforme Cass. 14 dicembre 1994, n. 10713.

Conf.: Il verbale di conciliazione, benché titolo esecutivo, non è equiparabile alla cosa giudicata e non può essere presupposto del giudizio di ottemperanza di un obbligo di fare infungibile. L’inammissibilità del giudizio di ottemperanza del verbale di conciliazione non è lesiva dei principi costituzionali contenuti negli art. 3, 4, 24 e 111 cost. poiché il legislatore del giudizio di ottemperanza richiede la fase accertativa del diritto ad opera dell’attività giurisdizionale. Né l’effettività delle situazioni giuridiche è violata dalla predetta inammissibilità giacché è ammesso il risarcimento per equivalente e il diritto definito nel verbale di conciliazione consente al lavoratore di offrire la prestazione secondo le modalità concordate e di ricevere la retribuzione anche qualora il datore non desse spontanea attuazione al verbale conciliativo. Tar Calabria, Catanzaro, 19 maggio 2008, n. 522.

Contra: Non è fondata, nei sensi di cui in motivazione, la q.l.c. dell’art. 612 c.p.c., sollevata, in riferimento agli art. 3, 10, 24, 111 e 113 cost., nella parte in cui, secondo il diritto vivente, non prevede l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare sulla base di un verbale di conciliazione giudiziale sotto il controllo del giudice dell’esecuzione, in quanto - premesso che la conciliazione giudiziale è un istituto preordinato alla definizione delle liti, che eventuali ragioni ostative all’esecuzione degli obblighi di cui all’art. 612 c.p.c. devono essere valutate non “ex post”, e cioè nel procedimento di esecuzione, bensì, se esse preesistono, in sede di formazione dell’accordo conciliativo da parte del giudice che lo promuove e sotto la cui vigilanza può concludersi solo se la natura della causa lo consente, mentre eventuali ragioni di ineseguibilità sopravvenute alla conciliazione giudiziale o preesistenti, nel caso di conciliazione conclusesi al di fuori del controllo del giudice, possono essere oggetto di opposizione - l’art. 612 c.p.c. può essere letto nel senso che esso consenta il procedimento di esecuzione disciplinato dalle disposizioni che lo seguono anche se il titolo esecutivo sia costituito dal verbale di conciliazione; una diversa interpretazione negherebbe il valore di accelerazione della definizione della controversia, che costituisce la principale caratteristica della conciliazione e comporterebbe un irragionevole seppur parziale sacrificio del diritto di difesa, nonché una protrazione altrettanto irragionevole dei tempi del processo. Corte cost. 12 luglio 2002, n. 336; conforme Trib. Brescia, 10 giugno 2003.

Conf.: Il verbale di conciliazione ha efficacia di titolo esecutivo ai sensi dell’art. 612 c.p.c. esclusivamente nei confronti di chi lo ha sottoscritto, in quanto con il verbale sorge un’obbligazione a titolo personale che non è trasmissibile agli eredi del sottoscrittore. Trib. Trani, 2 ottobre 2007.

La sentenza che abbia pronunciato il divorzio ancorché comporti per la donna la perdita del cognome del marito aggiunto al proprio a seguito del matrimonio (ai sensi dell’art. 5 comma 2, legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 9 della legge 6 marzo 1987, n. 74), ove non contenga alcuna statuizione in ordine all’uso del detto cognome da parte della moglie, non costituisce titolo sufficiente per ottenere l’esecuzione forzata ex art. 612 c.p.c. della relativa inibitoria nei confronti della moglie che, malgrado la sentenza di divorzio, continui ad usare il cognome del marito, essendo a tal fine necessaria un’esplicita enunciazione del divieto del relativo uso. Cass. 22 dicembre 1990, n. 12160.

 

 

  1. Obbligo di fare e di non fare.

 

 

2.1. Segue: Di fare.

La sentenza che condanna all’esecuzione di obblighi di fare non può autorizzare la parte interessata - in caso di inerzia dello obbligato - a procedere direttamente all’esecuzione, atteso che la mancata attuazione di quel titolo esecutivo abilita soltanto la parte stessa a rivolgersi al pretore, quale giudice della esecuzione, perché provveda a tutti glia adempimenti funzionalmente al medesimo demandati dagli artt. 612-613 c.p.c. Cass. 6 dicembre 1984, n. 6204.

 

L’eliminazione delle vedute abusive, che consentono di affacciarsi e guardare nel fondo altrui, non necessariamente deve essere disposta dal giudice tramite la demolizione di quelle porzioni immobiliari costituenti il corpus della violazione denunciata, ben potendo la violazione medesima essere eliminata per altra via, mediante idonei accorgimenti, i quali, pur contemperando i contrastanti interessi delle parti, rispondano ugualmente al precetto legislativo da applicare al caso oggetto di cognizione. Spetta, poi, al giudice dell’esecuzione la determinazione delle concrete modalità dell’opera o la scelta tra diverse articolazioni concrete di opere aventi comuni finalità e connotazioni. Cass. 27 giugno 2011, n. 14194; conforme Cass. 14 febbraio 2005 n. 2959.

 

L’esecuzione degli obblighi di fare deve avvenire nei modi stabiliti dall’art. 612 c.p.c. - che devolve all’esclusiva competenza del pretore di determinare le modalità dell’esecuzione e di designare l’ufficiale giudiziario che deve procedere all’esecuzione medesima nonché le persone che debbono provvedere al compimento dell’opera non eseguita o alla distruzione di quella compiuta - e non può quindi essere rimessa o devoluta all’iniziativa del soggetto nel cui interesse l’esecuzione deve essere effettuata. Cass. 24 luglio 1980, n. 4815.

 

 

2.2. Segue: Di non fare.

Il proprietario del fondo, la cui domanda di negatoria servitutis nei confronti di chi eserciti un passaggio su di esso sia stata accolta con sentenza passata in giudicato, può liberamente operare nell’ambito della sfera giuridica così riconosciutagli e, pertanto, qualora apponga un cancello a protezione del suo fondo, non commette spoglio in danno del convenuto soccombente, cui sia stato inibito di continuare ad esercitare in linea di fatto la servitù, per non avere fatto ricorso al giudice dell’esecuzione a norma dell’art. 612 c.p.c., poiché, ai fini dello adempimento di obblighi di non fare, detto ricorso è richiesto solo se la condotta del trasgressore si sia concretizzata in un quid novi suscettibile di essere posto coattivamente nel nulla. Cass. 26 giugno 1987, n. 5637.

 

Ai sensi dell’art. 2933 c.c. l’inadempimento dell’obbligo di non fare può dare luogo ad esecuzione forzata in danno dello obbligato solo qualora la condotta del trasgressore siasi concretizzata in un quid novi, suscettibile di essere posto coattivamente nel nulla, giacché soltanto in tal caso l’intervento del giudice può determinare il ripristino della situazione preesistente, compromessa ed alterata dal soggetto che era tenuto ad astenersi da qualsiasi modificazione. Cass. 9 dicembre 1981, n. 6500.

 

Non è ammissibile il ricorso all’autorità giudiziaria ex art. 1105 c.c. per dare esecuzione ad una sentenza che ordina la riduzione in pristino di opere edilizie illegittime. A questa esigenza di tutela giudiziale si presta - piuttosto - l’esecuzione forzata per obblighi di fare, ex art. 612 c.p.c, rimedio con cui il giudice dell’esecuzione designa un ufficiale giudiziario che deve provvedere al compimento delle operazioni materiali dell’esecuzione. Trib. Salerno, 10 novembre 2009.

 

 

2.3. Segue: Di “pati”.

L’esecuzione dell’obbligo di “tollerare” da parte del debitore (nella specie l’accesso altrui sul proprio fondo per un periodo di tempo determinato) non può avvenire nelle forme previste dall’art. 612 c.p.c. (dettato per l’attuazione degli obblighi di fare fungibili e degli obblighi di distruzione), ma semmai secondo il diverso procedimento di cui agli artt. 608 c.p.c. e ss. (previsto per gli obblighi di rilascio). Trib. Napoli, 13 aprile 2011.

Contra: La procedura esecutiva prevista dall’art 612 c.p.c. è applicabile anche nelle ipotesi in cui trattasi di stabilire le modalità di esecuzione di opere ad iniziativa dell’esecutante, rispetto alle quali l’esecutato è tenuto ad un semplice “pati. Cass. 15 marzo 1980, n. 1749.

 

 

2.4. Affidamento di minori.

L’attuazione coattiva del diritto, attribuito con la sentenza di divorzio o di separazione al coniuge non affidatario della prole minorenne, di visitare periodicamente i figli e di intrattenersi con loro per un certo tempo (cosiddetto diritto di visita), deve avvenire nelle forme dell’esecuzione forzata degli obblighi di fare o di non fare, sicché la competenza spetta, quale giudice dell’esecuzione, al pretore del luogo in cui l’obbligo deve essere adempiuto, e cioè nel cui mandamento si trova il comune di residenza del minore. Cass. 15 dicembre 1982, n. 6912; contra: Cass. 3 novembre 2000, n. 14360.

 

 

2.5. Infungibilità.

Deve essere dichiarato inammissibile il ricorso proposto ai sensi dell’art. 612 c.p.c. da un pubblico dipendente per la esecuzione forzata della sentenza del giudice del lavoro, provvisoriamente esecutiva, di condanna della p.a. datrice di lavoro ad un fare infungibile. Trib. Parma, 12 luglio 2005.

 

L’azione di condanna del contraente inadempiente alla prestazione promessa è ammissibile anche con riferimento a rapporti contrattuali che importino obblighi di fare insuscettibili, per loro intrinseca natura, di esecuzione forzata, in quanto l’impossibilità materiale o giuridica di esecuzione della pronuncia di condanna costituisce il presupposto della domanda risarcitoria dell’equivalente. Cass. 8 maggio 1980, n. 3036.

 

Anche relativamente a rapporti contrattuali che comportino per una delle parti, o per entrambe, obblighi di fare non suscettibili, per loro intrinseca natura, di esecuzione forzata (nella specie, vendita di appartamento), è ammissibile un’azione di condanna del contraente inadempiente alla prestazione promessa, non potendosi, per un verso, escludere che l’obbligato ottemperi volontariamente alla decisione, né potendosi, per altro verso, negare che la sua inosservanza sia sufficiente a giustificare una successiva domanda di risarcimento del danno che abbia nella condanna ad un facere il suo presupposto, alla stregua di una sentenza di accertamento. Cass. 1 gennaio 2000, n. 15349; conforme Cass. 26 novembre 2008, n. 28274.

 

Nell’ambito dei rapporti obbligatori, il carattere infungibile dell’obbligazione di cui si è accertato l’inadempimento non impedisce la pronuncia di una sentenza di condanna, in quanto la relativa decisione non solo è potenzialmente idonea a produrre i suoi effetti tipici in conseguenza della eventuale esecuzione volontaria da parte del debitore, ma è altresì produttiva di ulteriori conseguenze risarcitorie, suscettibili di levitazione progressiva in caso di persistente inadempimento del debitore; inoltre, ogni dubbio sull’ammissibilità di una pronuncia di condanna è stato eliminato dal legislatore con l’introduzione dell’art. 614 bis c.p.c. (attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non fare), avente valore ricognitivo di un principio di diritto già affermato in giurisprudenza. Cass. 23 settembre 2011, n. 19454.

 

 

2.6. Incoercibilità.

Anche quando sia emesso nell’ambito di un procedimento di repressione di condotta antisindacale, l’ordine di reintegrazione del lavoratore illegittimamente licenziato - salva la indiretta coazione conseguente all’obbligo di continuare a corrispondere la retribuzione - non è suscettibile di esecuzione specifica, tenuto conto della lettera e della ratio (quale risultante anche dai relativi lavori preparatori) dell’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 ed atteso, in particolare, che, mentre l’esecuzione specifica è possibile per le obbligazioni di fare di natura fungibile, la reintegrazione suddetta comporta non soltanto la riammissione del lavoratore nell’azienda (e cioè un comportamento riconducibile ad un semplice pati) ma anche un indispensabile ed insostituibile comportamento attivo del datore di lavoro di carattere organizzativo funzionale, consistente, fra l’altro, nell’impartire al dipendente le opportune direttive, nell’ambito di una relazione di reciproca ed infungibile collaborazione. Cass. 4 settembre 1990, n. 9125; conforme Cass. 11 gennaio 1990, n. 46.

 

 

2.7. Prescrizione del diritto.

L’art. 612 c.p.c. rappresenta l’attuazione processuale dell’art. 2931 c.c.: il diritto determinato giudizialmente e suscettibile di esecuzione diretta è soggetto a prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell’art. 2946 c.c. Trib. Ragusa, 31 marzo 2010, n. 323.

 

In materia di prescrizione degli obblighi di fare, quali l’obbligo di demolizione di opere realizzate in contrasto con le norme sulle distanze, sancito da sentenza passata in giudicato, il diritto derivante dall’actio iudicati si prescrive nel termine decennale indicato dall’art. 2946 c.c. Cass. 25 marzo 2003, n. 4377. Il “dies a quo” del termine decennale di prescrizione del diritto all’esecuzione degli obblighi di fare nascente da una pronuncia di condanna decorre dalla data della pronuncia stessa (e non dal suo passaggio in giudicato) quale momento in cui tale diritto può essere fatto valere, essendo la sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva “ex lege. Trib. Trento, 3 luglio 2007.

 

Il diritto nascente dalla sentenza di condanna all’abbattimento delle opere realizzate in contrasto con la servitù, è assoggettato all’ordinario termine di prescrizione decennale ex art. 2946 c.c., e non al più lungo termine ventennale previsto dall’art. 1073 delle stesso codice in tema di non uso della servitù, configurandosi come diritto ad ottenere una prestazione di fare, determinata giudizialmente nei modi indicati dall’art. 612 c.p.c., e suscettibile di esecuzione diretta. Siffatto diritto non si riferisce, infatti, alle facoltà attinenti alla cosa, né si esprime come potere erga omnes rispetto ad essa, configurandosi, invece, come un diritto riconosciuto verso un soggetto determinato, inadempiente rispetto ad una prestazione altrettanto determinata, contro il quale esso può essere fatto valere nel termine proprio dei rapporti obbligatori. Cass. 25 luglio 2000, n. 9727.

 

 

  1. Ordinanze determinative.

 

 

3.1. Poteri del giudice.

Il giudice dell’esecuzione, chiamato a dare i provvedimenti necessari per l’attuazione di un obbligo di fare, accertato con sentenza emessa in giudizio di cognizione, è tenuto - per rendere possibile la concreta attuazione - a interpretare la sentenza, individuandone la portata precettiva sulla base della statuizione contenute nel dispositivo e delle considerazioni enunciate in motivazione, che costituiscono le premesse logiche e giuridiche della decisione. Siffatta interpretazione, che attiene a un giudicato esterno, è incensurabile in sede di legittimità, sempreché non risultano violati i criteri giuridici che regolano l’estensione e i limiti della cosa giudicata e il procedimento interpretativo sia immune da vizi logici. Cass. 22 marzo 1996, n. 2510.

 

In materia di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, ai fini di accertare la portata della sentenza della cui esecuzione si tratta il giudice dell’esecuzione può avvalersi anche di atti del processo diversi dalla sentenza, come la relazione del consulente tecnico cui sia stato dal giudice (della cognizione) affidato il compito di compiere le indagini poste a base dell’accertamento dei fatti e del comando formulato nella decisione. Cass. 14 marzo 2003, n. 3786.

 

In tema di esecuzione forzata in forma specifica, il titolo esecutivo indica il risultato perseguito e l’ordinanza ex art. 612 c.p.c. stabilisce le modalità di ottenimento del medesimo. Ne consegue che, qualora la realizzazione del risultato richieda il rilascio di autorizzazioni, concessioni o altri provvedimenti da parte della pubblica amministrazione, che si pongano come elementi strumentali al conseguimento del risultato indicato nel titolo, il giudice dell’esecuzione ha il potere di richiederli, collocandosi tale richiesta nella fase esecutiva della realizzazione del diritto sostanziale riconosciuto con il titolo esecutivo. Cass. 18 marzo 2003, n. 3992.

 

In sede di reintegrazione nel possesso, il giudice può ordinare il ripristino della situazione anteriormente esistente, senza che la decisione sia censurabile, sotto questo profilo, per genericità, spettando al giudice adito in sede di esecuzione della sentenza determinare in concreto, ove sorgano contestazioni, le modalità dei susseguenti obblighi di fare. Cass. 22 luglio 1999, n. 7887.

Qualora, con riguardo all’esecuzione forzata di una sentenza di condanna alla demolizione di opere per il ripristino di una stradella di accesso a un fabbricato, dopo la pronunzia dei provvedimenti ex art. 612 c.p.c. siano insorte difficoltà di esecuzione ed il pretore, adito da una delle parti, abbia emesso un’ordinanza onerando il direttore dei lavori di attivarsi per il rilascio di tutte le autorizzazioni e concessioni amministrative prima di procedere alla demolizione, il provvedimento non configura una limitazione del diritto sostanziale dei creditori, trattandosi di richieste appartenenti alla fase esecutiva del procedimento, in quanto strumentali all’attuazione del diritto indicato nel titolo. Ne consegue che detto provvedimento non è impugnabile con l’appello. Cass. 18 marzo 2003, n. 3979.

 

L’art. 612 c.p.c., nell’affidare al pretore la designazione dell’ufficiale giudiziario che deve procedere all’esecuzione e delle persone che debbono provvedere al compimento delle opere non eseguite o alla distruzione di quelle compiute, conferisce implicitamente anche il potere di nominare un tecnico per la specificazione e direzione delle operazioni materiali richieste per l’esecuzione. Cass. 24 novembre 1986, n. 6901.

 

 

3.2. Segue: Contenuto dell’ordinanza.

In tema di esecuzione forzata di obblighi di fare, ove il titolo esecutivo sia costituito da una sentenza di condanna all’esecuzione di opere rappresentanti quid novum, la mancata indicazione specifica delle singole opere da eseguire non si traduce in un difetto di certezza e di liquidità del diritto riconosciuto dalla sentenza allorché, anche a seguito dell’integrazione del dispositivo con le altre parti della sentenza, compresa l’esposizione dei fatti, le opere da eseguire vengano «qualificate» dal loro preciso riferimento alle finalità della loro imposizione e, in particolare, all’eliminazione di un pregiudizio ben individuato, nonché ad una situazione di fatto sufficientemente precisata che valga ad individuare il «tipo» dell’intervento, in quanto in tali ipotesi è rimessa al giudice dell’esecuzione la determinazione delle concrete modalità dell’opera o la scelta tra diverse articolazioni concrete di opere aventi comuni finalità e connotazioni. Cass. 4 giugno 2004, n. 10649.

Contra: Nell’indagine volta a controllare se il titolo posto a base dell’esecuzione forzata ai sensi dell’art. 612 c.p.c. abbia il requisito della liquidità, va distinta la condanna a fare un quid novi da quella che disponga di fare alcunché per il ripristino della situazione anteriormente esistente, giacché nella prima ipotesi il giudice di cognizione deve precisare in tutte le sue modalità la prestazione dovuta, la cui concretezza non può essere desunta che dal giudicato, mentre nella seconda ipotesi l’ordine di fare trova nella situazione anteriore da ripristinare il necessario modello di raffronto, da cui è dato desumere la misura, la portata e i limiti del quid faciendum. Pertanto il pretore, adito quale giudice dell’esecuzione per la determinazione delle modalità di attuazione dell’obbligo di reintegrazione nel possesso di una servitù, non esorbita dai limiti segnati ai suoi poteri dall’art. 612 c.p.c. qualora determini le opere necessarie per il ripristino dello stato di fatto preesistente allo spoglio, disponendo anche l’eliminazione di quelle che tale stato avevano alterato, perché solo in tal modo può aver luogo il detto ripristino, così come ordinato dal titolo esecutivo. Cass. 12 luglio 1976, n. 2674.

 

 

3.3. Limiti.

Poiché ai sensi degli artt. 2931 c.c. e 612, 613 c.p.c. la titolarità dei diritti e degli obblighi delle parti deve rimanere identica prima e dopo l’esecuzione forzata, la tutela esecutiva non può andare al di là dell’attuazione della situazione sostanziale, la quale, pertanto, non può essere modificata dal giudice dell’esecuzione. Ne consegue che chi intende ottenere l’esecuzione forzata di una sentenza di condanna per violazione di obblighi di fare (o di non fare) deve chiedere al giudice dell’esecuzione che siano determinate (con provvedimento revocabile o modificabile, ove non abbia avuto ancora esecuzione, dallo stesso giudice che l’ha emesso ai senso dell’art. 487 c.p.c., nonché impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi) le modalità dell’esecuzione (art. 612 comma 1 c.c.), specificando la prestazione indicata nel titolo, da eseguirsi da parte del debitore. Cass. 18 marzo 2003, n. 3992.

 

In tema di esecuzione coattiva di obblighi di non fare, l’art. 2933 c.c. consente di ottenere il ripristino della situazione precedente soltanto nei limiti delle statuizioni contenute nella sentenza di condanna al non facere e, in caso di non adempimento spontaneo, mediante il procedimento di esecuzione coattiva disciplinato nell’art. 612 c.p.c. Ne consegue che una pronuncia emessa in sede possessoria che abbia ad oggetto esclusivamente atti di molestia compiuti su una specifica porzione di terreno non può, nel procedimento instaurato ai sensi dell’art. 612 c.p.c., essere estesa ad ogni tipo di molestie realizzabili sui fondi, anche diversi da quello indicato nel ricorso possessorio, che si trovino nella disponibilità dei ricorrenti. Cass. 23 marzo 2011, n. 6665.

 

Il Pretore, adito per la determinazione delle modalità di esecuzione di una sentenza di manutenzione nel possesso (nella specie servitù di passaggio), non supera i limiti segnati ai suoi poteri dall’art. 612 c.p.c. se, per attuare l’ordine di ripristino della stato dei luoghi, dispone l’eliminazione anche delle opere successive alla domanda di manutenzione, ma che ugualmente alterano la situazione di fatto tutelata dal titolo esecutivo. Cass. 20 dicembre 1996, n. 11432; conforme Cass. 25 settembre 1991, n. 1003.

 

Nel giudizio instaurato per la violazione delle distanze legali tra edifici, la determinazione della misura concreta della distanza da rispettare fra le costruzioni deve essere compiuta dal giudice investito della cognizione della relativa domanda e non può essere rimessa al giudice dell’esecuzione il quale deve risolvere solo i problemi e le difficoltà che possono sorgere in sede di attuazione dell’obbligo di fare, così come imposto dal titolo, e non può in alcun modo provvedere ad integrare il titolo stesso. Cass. 25 giugno 1991, n. 7124.

Conf.: La determinazione della misura concreta della distanza da rispettare tra due costruzioni deve essere compiuta dal giudice investito della domanda diretta ad accertare la violazione delle norme sulle distanze fra edifici, senza alcuna possibilità per questo giudice di rimettere la relativa determinazione al giudice dell’esecuzione, il quale deve limitarsi a risolvere i problemi che possono insorgere in sede di attuazione dell’obbligo di fare, così come imposto dal titolo, e non già provvedere ad integrare il titolo onde renderlo effettivamente eseguibile. Cass. 24 febbraio 1984, n. 1312.

 

In tema di esecuzione forzata degli obblighi di fare o non fare, il titolo esecutivo indica il risultato che deve essere raggiunto e l’ordinanza di cui all’art. 612 c.p.c. stabilisce le modalità di ottenimento del medesimo. Ne consegue che, qualora la realizzazione del risultato richieda il rilascio di autorizzazioni, concessioni o altri provvedimenti da parte della P.A., che si pongano come elementi strumentali al conseguimento del risultato indicato nel titolo, il giudice dell’esecuzione ha il potere di richiederli, collocandosi tale richiesta nella fase esecutiva dell’attuazione del diritto sostanziale riconosciuto con il titolo esecutivo. Cass. 6 maggio 2010, n. 10959; conforme Cass. 5 giugno 2007, n. 13071, Cass. 18 marzo 2003, n. 3992.

 

 

3.4. Segue: Rimedi.

In materia di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare spetta al giudice dell’esecuzione accertare la portata sostanziale della sentenza di cognizione e determinare le modalità di esecuzione dell’obbligazione idonee a ricondurre la situazione di fatto alla regolamentazione del rapporto ivi stabilita, nonché verificare la corrispondenza a tale regolamentazione del risultato indicato dalla parte istante nel precetto, e, se del caso, disporre le opere necessarie a realizzarlo, con provvedimento impugnabile con l’appello là dove si discosti da quanto stabilito nel titolo da eseguire, giacché in tale caso esso non costituisce più manifestazione dei poteri del giudice dell’esecuzione e conseguentemente non è impugnabile nelle forme proprie degli atti esecutivi. La sentenza che decide sull’appello in ordine a tale questione è a sua volta ricorribile per Cassazione per motivi concernenti l’interpretazione fornita dal giudice del merito circa l’accertamento compiuto e l’ordine impartito dal giudice della cognizione nella sentenza della cui esecuzione si tratta, la cui disamina non attribuisce tuttavia alla Corte Suprema di Cassazione il potere di valutarne direttamente il contenuto, bensì solamente quello di stabilire se l’interpretazione della sentenza è conforme ai principi che regolano tale giudizio nonché funzionale alla concreta attuazione del comando in essa contenuto. Cass. 14 marzo 2003, n. 3786.

 

 

  1. Mezzi di tutela.

Nel procedimento di esecuzione degli obblighi di fare, regolato dagli artt. 2931 c.c. e 611 - 613 c.p.c., l’ordinanza del pretore, che determina le modalità di attuazione pratica dell’esecuzione secondo il contenuto del titolo esecutivo e le indicazioni del creditore (che ha l’onere di specificare esattamente la prestazione che egli si attende dal debitore), come l’eventuale successiva ordinanza che statuisce sulle questioni sorte durante l’esecuzione determinando i modi per il superamento delle difficoltà insorte, ha natura di provvedimento ordinatorio del procedimento esecutivo, revocabile dallo stesso giudice che lo ha emesso, ai sensi dell’art. 487 c.p.c., o impugnabile dagli interessati con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 10 dicembre 1991, n. 13287; conforme Cass. 6 giugno 1988, n. 3802, Cass. 15 luglio 2009, n. 16471.

Conf.: Ogni volta il giudice dell’esecuzione, con l’ordinanza di cui all’art. 612 c.p.c., risolva contestazioni che non attengono alla determinazione delle modalità esecutive, bensì alla portata sostanziale del titolo esecutivo, tale provvedimento acquista natura di sentenza sul diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata e diviene, perciò, impugnabile con i mezzi ordinari. Cass. 18 luglio 2011, n. 15727.

 

Nel processo di esecuzione forzata di obblighi di fare e di non fare ai sensi degli art. 612 ss. c.p.c., il provvedimento che dichiari improcedibile o improseguibile l’azione esecutiva è impugnabile esclusivamente con l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., essendo questo il rimedio contro i provvedimenti con i quali il giudice dell’esecuzione proceda ad una chiusura anticipata del processo esecutivo, a ragione o a torto, sul presupposto che non sussista ab origine o sia venuta meno una condizione dell’azione esecutiva. Cass. 3 maggio 2011, n. 9676.

 

Costituisce opposizione agli atti esecutivi e non opposizione all’esecuzione quella con cui, in relazione ad un procedimento per l’attuazione di una condanna per violazione di obblighi di fare o di non fare, si deduca la mancanza dei necessari requisiti tecnici nella persona nominata dal pretore per procedere alla determinazione delle opere da eseguirsi, in quanto con tale doglianza non si pone in dubbio il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata, ma, deducendosi l’inidoneità degli elementi di determinazione dell’obbligo di fare, si contesta la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva. Cass. 16 novembre 1994, n. 9696.

 

In tema di esecuzione forzata degli obblighi di fare, è inammissibile l’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza, ex art. 487 c.p.c., di modifica o di revoca del provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 612 c.p.c., abbia determinato le modalità dell’esecuzione, in quanto, scaduti i termini per proporre opposizione avverso quest’ultimo provvedimento, non è possibile «recuperare» tale facoltà con un’istanza di modifica o revoca. Cass. 20 maggio 2009, n. 11703.

 

In tema di esecuzione di obbligo di fare ed in specie di esecuzione di lavori di demolizione di un edificio, la deduzione relativa all’assenza dell’ufficiale giudiziario - cui incombe l’obbligo di presiedere - ed all’omessa predisposizione delle protezioni prescritte dalla legislazione antinfortunistica, integra una opposizione agli atti esecutivi, contestandosi la regolarità formale di atti della procedura esecutiva, con la conseguenza che la relativa controversia resta devoluta ratione materiae al pretore quale giudice dell’esecuzione. Cass. 27 novembre 1984, n. 6151.

 

Qualora in un procedimento esecutivo per obblighi di fare o di non fare promosso, ai sensi dell’art. 612 c.p.c., davanti al pretore territorialmente competente, la parte obbligata sollevi contestazioni relative non alle modalità proposte per l’esecuzione, ma al diritto stesso di agire in executivis (nella specie, assumendo di avere già adempiuto gli obblighi imposti dalla sentenza di condanna), si configura un’opposizione all’esecuzione a norma dell’art. 615 c.p.c., devoluta al giudice competente per territorio a termini dell’art. 27, primo comma, c.p.c., e per materia e valore secondo le regole generali. Cass. 23 marzo 1989, n. 1469.

 

In tema di esecuzione forzata di obblighi di fare o di non fare, al provvedimento del pretore che, nel determinare le modalità dell’esecuzione, decida le eventuali contestazioni sulla portata sostanziale del titolo esecutivo o sulla indicazione delle opere eccedenti il titolo stesso, va riconosciuta natura di sentenza, contro la quale sono esperibili gli ordinari mezzi di impugnazione, con esclusione del ricorso immediato per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost.; l’ammissibilità di tale ricorso deve del pari escludersi nel caso in cui le contestazioni tra le parti non possono configurarsi come vere e proprie opposizioni esecutive, restando la tutela dell’esecutato contro tale provvedimento affidata alla richiesta di modifica o revoca o nella proposizione della opposizione agli atti esecutivi. Cass. 12 agosto 1991, n. 8776.

 

Il provvedimento giudiziale assunto, in forma d’ordinanza ai sensi dell’art. 612 c.p.c. al fine di determinare le modalità di esecuzione degli obblighi di fare, nel sistema delle opposizioni esecutive introdotto dalla legge 50 del 2006 ed anteriore alla l. n. 69 del 2009, non può essere qualificabile come sentenza relativa all’opposizione all’esecuzione o provvedimento conclusivo di un’opposizione agli atti esecutivi ove il giudizio non si sia chiuso con la risoluzione di una controversia relativa al titolo esecutivo o al diritto d’intraprendere l’esecuzione forzata o la risoluzione di una questione relativa alla validità del titolo idonee a definire il giudizio, oltre ad un’espressa statuizione sulle spese di lite. Ne consegue che non è ammissibile il ricorso straordinario per Cassazione (unico mezzo d’impugnazione applicabile “ratione temporis” alle opposizioni esecutive) nel caso in cui il provvedimento del giudice dell’esecuzione, assunto ai sensi dell’art. 612 c.p.c. semplicemente non contenga la fissazione del termine per l’iscrizione a ruolo, trattandosi di provvedimento ordinatorio agevolmente integrabile, attraverso l’istanza formulabile ai sensi dell’art. 289 c.p.c., o mediante iscrizione direttamente eseguita dall’interessato e non certo idoneo a ritenere concluso il giudizio. Cass. 16 settembre 2010, n. 19605.

 

Qualora la parte convenuta in una procedura per l’esecuzione forzata di obblighi di fare o di non fare intenda sostenere l’incompetenza per materia del Pretore (in quanto l’attuazione coattiva del provvedimento debba avvenire sotto la direzione di un giudice diverso), non può proporre l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c. - non contenendo detta eccezione la contestazione dell’altrui diritto ad attuare coattivamente il provvedimento giurisdizionale -, ma dispone di un’eccezione d’incompetenza sollevabile davanti al pretore, il cui provvedimento sulla questione ha natura di sentenza, avverso la quale è esperibile soltanto il regolamento necessario di competenza, trattandosi di provvedimento avente quale unico contenuto la pronunzia sulla competenza. Se la decisione sul «regolamento» è favorevole alla parte che ha sollevato la questione di competenza, il procedimento esecutivo innanzi al Pretore non può continuare e resta caducato il provvedimento esecutivo eventualmente da esso adottato, così esaurendosi l’interesse della parte a reagire contro l’attuazione coattiva del provvedimento giurisdizionale intrapresa nei suoi confronti. Cass. 21 novembre 1995, n. 12022.

 

L’ordinanza, con la quale il pretore, adito a norma dell’art. 612 c.p.c. per la determinazione delle modalità di esecuzione di obbligo di fare, respinga un’eccezione di litispendenza o continenza con altra causa, negando la ricorrenza dei presupposti di cui all’art. 39 c.p.c., configura una statuizione sulla competenza, impugnabile con istanza di regolamento. Cass. 9 marzo 1983, n. 1781.

 

Il provvedimento con il quale il giudice, adito per l’esecuzione di un obbligo di fare contenuto in una sentenza di condanna, fissa le modalità di esecuzione, implicitamente respingendo l’istanza di sospensione di essa, ha natura ordinatoria, revocabile dallo stesso giudice emittente, ed impugnabile dagli interessati ai sensi dell’art. 617 c.p.c., ma non con il regolamento di competenza. Cass. 10 febbraio 1998, n. 1354.

 

Con riguardo all’esecuzione promossa per l’adempimento, nelle forme di cui agli artt. 612 e seguenti c.p.c., di obbligo di fare (nella specie, demolizione di un fabbricato) a carico di un privato, in forza di sentenza di condanna resa dal giudice ordinario, e nel corso della causa di opposizione avverso l’esecuzione medesima, è inammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione, da parte del debitore, diretto a sostenere che il provvedimento di condanna richiesto al giudice ordinario esorbiterebbe dai suoi poteri, perché ricadente nell’ambito riservato alle valutazioni della pubblica amministrazione, giacché una siffatta tesi può riflettersi sulla giurisdizione soltanto in sede di cognizione. Cass., Sez. Un., 14 ottobre 1982, n. 5332.

 

 

4.1. Sospensione feriale.

La sospensione dei termini processuali in periodo feriale indicata dall’art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742 non si applica ai procedimenti di opposizione all’esecuzione, come stabilito dall’art. 92 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (ordinamento giudiziario), a quelli di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione di terzo all’esecuzione, di cui agli artt. 615, 617 e 619 c.p.c., ed a quelli di accertamento dell’obbligo del terzo di cui all’art. 548 dello stesso codice. Tale regola vale anche con riferimento all’appello avverso un provvedimento di carattere decisorio, avente valore di sentenza, reso nel procedimento esecutivo di obblighi di fare e di non fare, poiché detto appello assume necessariamente valore di opposizione all’esecuzione ex art. 615 per contestare il diritto della controparte ad agire in executivis nelle forme di cui agli artt. 612 e ss. c.p.c., atteso che i due mezzi condividono in tal caso l’aspetto funzionale di strumento per rimuovere atti del procedimento esecutivo emessi in violazione di legge. Cass. 22 giugno 2007, n. 14591.

 

 

  1. Provvedimenti cautelari.

 

 

5.1. Provvedimento d’urgenza.

Anche prima della entrata in vigore delle disposizioni sul procedimento cautelare uniforme, i provvedimenti urgenti aventi come contenuto ordini di fare o di non fare, ovvero di consegna o rilascio, - e quindi tutti i provvedimenti cautelari aventi come contenuto ordini diversi dalla dazione di somme di denaro - non avevano natura di titolo esecutivo forzata; per la loro attuazione era ed è necessario rivolgersi al giudice della cautela affinché emetta i provvedimenti che si rendono necessari. Cass. 14 marzo 2003, n. 10994.

 

Il controllo sull’attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto obblighi di fare o non fare, che spetta, ex art. 669-duodecies c.p.c., al giudice che ha emesso il provvedimento cautelare, può in concreto modellarsi, compatibilmente con la natura semplificata del procedimento cautelare, su quello previsto dall’art. 612 c.p.c. Trib. Messina, 3 marzo 2008.

 

Il soggetto beneficiario di un provvedimento cautelare e di urgenza può alternativamente servirsi, per l’esecuzione, della forma coattiva diretta o della normale procedura di esecuzione, notificando alla controparte il titolo e l’intimazione ad adempiere: nella prima ipotesi il giudice competente è quello che ha emesso il provvedimento o che è competente per il merito, se risulta instaurato il relativo giudizio; nella seconda è competente il giudice della esecuzione, secondo le regole ordinarie. Cass. 20 ottobre 1994, n. 8586.

 

 

5.2. Provvedimento possessorio.

Ai sensi dell’art. 704 c.p.c., il provvedimento possessorio emesso nel corso del giudizio petitorio ha natura esclusivamente interinale ed è destinato ad essere assorbito dalla pronuncia che conclude il procedimento a cognizione piena nel quale è stato emesso. Se ne deve, pertanto, escludere, l’idoneità al giudicato e l’assoggettabilità ad esecuzione forzata, trovando esclusiva applicazione il procedimento di attuazione regolato dall’art. 669-duodecies c.p.c. proponibile davanti al giudice che ha emesso l’interdetto. Cass. 16 giugno 2008, n. 16220.

 

L’esecuzione di un provvedimento possessorio è inseparabile dal procedimento nel quale esso fu pronunciato, e deve, pertanto, svolgersi nell’ambito dello stesso giudizio, senza dar luogo alla serie procedimentale della esecuzione forzata, onde garantire il conseguimento delle finalità che gli sono proprie, in relazione alle esigenze cautelari e conservative che lo determinarono, così che l’attuazione e la regolarità formale della esecuzione medesima può essere contestata solo nell’ambito dello stesso giudizio possessorio, e non anche attraverso il rimedio della opposizione all’esecuzione od agli atti esecutivi. Cass. 25 giugno 1997, n. 5672.

 

Poiché a norma dell’art. 669-duodecies c.p.c. l’esecuzione del provvedimento d’urgenza in materia possessoria dà luogo ad un ulteriore fase del procedimento possessorio, di competenza dello stesso giudice che ha emesso il provvedimento, e non già al procedimento di esecuzione forzata, è erroneo - e come tale inammissibile - il ricorso, da parte di chi abbia subito la molestia possessoria, all’art. 612 c.p.c. onde ottenere l’attuazione dell’ordine impartito dal giudice. Trib. Ascoli Piceno, 28 aprile 2010, n. 132; conforme Cass. 12 marzo 2008, n. 6621: Per procedere all’esecuzione dei provvedimenti possessori di natura sommaria non deve essere seguita la disciplina normativa dell’esecuzione forzata relativa agli obblighi di fare stabilita negli artt. 612-614 c.p.c. Pertanto, a tal fine, non è necessaria la notificazione del precetto (con la conseguenza che le spese sostenute per la sua eventuale intimazione non sono ripetibili) ma, esclusivamente, la notifica del titolo esecutivo, e, in caso di contestazione relativa alle modalità di attuazione del provvedimento, deve essere proposto ricorso, ai sensi dell’art. 669-duodecies c.p.c. allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento sommario. Cass. 30 agosto 1991, n. 9276.

 

Allorché lo spogliato o chi abbia subito molestie invochi erroneamente, per l’esecuzione dell’obbligo di reintegra o di manutenzione, l’art. 612 c.p.c., spetta al giudice l’esatta qualificazione giuridica dell’azione proposta e l’applicazione della legge, e le eccezioni proposte dalla controparte, tenuta all’esecuzione dell’ordine del giudice, comunque qualificate dall’interessato, non assumono natura di opposizione agli atti esecutivi, ma mantengono la loro natura di eccezioni che si inseriscono nel processo possessorio, idonee soltanto a sollecitare l’esercizio dei poteri di modifica e/o di integrazione o revoca del provvedimento impugnato da parte del giudice. Cass. 20 ottobre 1994, n. 8581.

Conf.: Ove l’intimato abbia proposto opposizione agli atti esecutivi ed il giudice abbia qualificato come tale l’opposizione, la qualificazione attribuita, sia pure erroneamente, rimane determinante ai fini della individuazione del mezzo di impugnazione esperibile, sicché la relativa decisione deve ritenersi impugnabile con ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 617 c.p.c. Cass. 9 gennaio 1996, n. 80.

 

Allorché l’esecuzione di un provvedimento possessorio si sia svolta nelle forme di cui all’art. 612 c.p.c., e siano state proposte (erroneamente) opposizioni alla esecuzione ovvero agli atti esecutivi, ed il giudice le abbia (altrettanto erroneamente) qualificate e decise come tali, anziché considerarne i motivi alla stregua di semplici eccezioni, la qualifica, così attribuita, rimane determinante ai fini della individuazione del mezzo di gravame esperibile, sicché la relativa decisione deve ritenersi legittimamente impugnata, rispettivamente, con l’appello (per l’opposizione all’esecuzione) o con il ricorso per Cassazione (per l’opposizione agli atti esecutivi), ai sensi del di sposto degli artt. 339, 618 e 360 c.p.c. Cass. 25 giugno 1997, n. 5672.

 

Nella disciplina anteriore alla novella del codice di procedura civile del 1990 l’attuazione dei provvedimenti interinali di reintegrazione del possesso è improntata ad una estrema semplicità e speditezza e non soggetta alle forme del processo di esecuzione, ma questa regola non si applica alla sentenza conclusiva del procedimento possessorio, che deve essere eseguita con il procedimento di esecuzione degli obblighi di fare (anche se con essa, in conseguenza del rigetto della pretesa, sia stata disposta la restituzione in pristino della situazione di fatto preesistente modificata con il provvedimento interinale). Cass. 16 aprile 1997, n. 3277.



 
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