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Codice proc. civile agg.  al  4 Lug 2015
 
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Art. 615 cod. proc. civile: Forma dell’opposizione

Quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata e questa non e’ ancora iniziata, si puo’ proporre opposizione al precetto con citazione davanti al giudice competente per materia o valore e per territorio a norma dell’articolo 27 (1). Il giudice, concorrendo gravi motivi, sospende su istanza di parte l’efficacia esecutiva del titolo. Se il diritto della parte istante e’ contestato solo parzialmente, il giudice procede alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esclusivamente in relazione alla parte contestata.

Nell’esecuzione per espropriazione l’opposizione e’ inammissibile se e’ proposta dopo che e’ stata disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552, 569, salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero l’opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile. (1)

 

Quando e’ iniziata l’esecuzione (2), l’opposizione di cui al comma precedente e quella che riguarda la pignorabilita’ dei beni (3) si propongono con ricorso al giudice dell’esecuzione stessa. Questi fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti davanti a se’ e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto.

 

 

(1) Comma così modificato dal D.L. 3 maggio 2016, n. 59; Vigenza: si applicano ai procedimenti di esecuzione forzata per espropriazione iniziati successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

 

 


Commento

Opposizione: [v. Libro III, Titolo V]; Esecuzione forzata: [v. Libro III]; Decreto: [v. 135]. Citazione: è l’atto con cui si propone la domanda nel giudizio ordinario di cognizione. In sostanza, è la chiamata in giudizio fatta da una parte (attore) nei confronti di un’altra (convenuto), con la quale ci si rivolge al giudice perché venga risolta una controversia o tutelato un diritto [v. 163]. Efficacia esecutiva: indica la potenzialità insita nel titolo di esser portato in esecuzione. Ricorso: è l’atto introduttivo di alcuni giudizi (ad es. rito del lavoro, procedimento ingiuntivo) con il quale la parte si rivolge direttamente al giudice, ancora prima che alla controparte; differisce dalla citazione perché quest’ultima ha una duplice funzione: oltre a porre una richiesta al giudice, infatti, convoca contestualmente in giudizio la controparte [v. 125].

 

(1) L’ipotesi prevista dal comma 1 è quella della cd. opposizione preventiva, quando cioè l’esecuzione non è ancora iniziata: sarà quindi proposta (ovviamente a seguito della notifica del precetto), con atto di citazione [v. Formula n. 44], in quanto non c’è bisogno di alcun collegamento particolare tra il giudizio di cognizione (opposizione) ed il processo esecutivo (ancora inesistente). Così, il debitore sarà attore in opposizione ed il giudizio si concluderà con una sentenza. Per l’individuazione del giudice competente, può solo rilevare un’eventuale competenza concorrente per valore tra tribunale e giudice di pace [v. Libro III, Titolo V].

(2) Quando l’esecuzione è iniziata, è già individuato l’organo giudiziario al quale rivolgersi, visto che la designazione del giudice è già avvenuta. Quindi l’opposizione (cd. contestuale) sarà proposta (a precetto già notificato e dopo il pignoramento) con ricorso al giudice dell’esecuzione, che, ai sensi del d.lgs. 51/1998, è il tribunale in composizione monocratica [v. Libro III, Titolo V]. Ai sensi dell’art. 184 att., detto ricorso deve contenere oltre alle indicazioni di cui all’art. 125 (ufficio giudiziario, parti etc.) anche quelle di cui ai numeri 4 (esposizione dei fatti e degli elementi di diritto) e 5 (indicazione dei mezzi di prova) dell’art. 163. All’udienza stabilita, il giudice si pronuncia sull’eventuale istanza di sospensione dell’esecuzione [v. 624]; questa prima fase, in cui la cognizione è necessariamente sommaria, si svolge solitamente senza neppure che la causa sia iscritta a ruolo [v. 168]. Segue poi la seconda fase, a cognizione piena e a rito camerale, che si svolge dinanzi al giudice dell’esecuzione previa iscrizione a ruolo contenzioso della causa introdotta con l’opposizione [v. 616]. (3) Per impignorabilità dei beni si intende sia l’ipotesi in cui gli stessi non possano esse- 685 Titolo V - Delle opposizioni 616 re sottoposti ad esecuzione per legge [v. 514- 516, 545] e sia la contestazione del diritto del creditore di aggredire beni che siano pertinenze di un’altra cosa (per es.: l’ascensore rispetto all’edificio staggito, cioè sottoposto a sequestro o pignoramento).

 


Giurisprudenza annotata

Forma dell’opposizione.

 

 

  1. Nozione; 2. Giudizio; 2.1. Natura; 2.2. Competenza; 2.2.1. Segue: Nel processo del lavoro; Rinvio art. 618-bis; 2.2.2. Segue: Contratti agrari; 2.3. Procura; 2.4. Proposizione; 2.5. Motivi e oggetto; 2.5.1. Segue: Decreto di ingiunzione; 2.6. Legittimazione; 2.7. Litisconsorzio; 2.8. Poteri del giudice; 2.9. Sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo; 2.10. Termine; 2.11. Rinuncia al precetto; 2.12. Sospensione feriale; 2.13. Spese; 2.14. Estinzione del processo esecutivo; 3. Litispendenza; 4. Impugnazione; 5. Provvedimento di sospensione; 6. Esecuzione esattoriale; 7. Procedure concorsuali; 8. Casistica.

 

 

  1. Nozione.

In materia di esecuzione forzata, il criterio distintivo fra l’opposizione all’esecuzione e l’opposizione agli atti esecutivi si individua considerando che con la prima si contesta l’an dell’’esecuzione, cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo ovvero - nell’esecuzione per espropriazione - della pignorabilità dei beni, mentre con la seconda si contesta solo la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo, deducendosi l’esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva (come il precetto, il titolo esecutivo e le relative notificazioni). Alla stregua di tale criterio, va qualificata come opposizione all’esecuzione, e non come opposizione agli atti esecutivi, l’opposizione proposta contro l’atto di precetto, con cui si contesti la debenza di alcune somme (il rimborso delle spese di consulenza tecnica d’ufficio disposta nel giudizio nel quale si è formato il titolo esecutivo; il pagamento degli interessi sugli onorari liquidati nello stesso giudizio; il pagamento degli onorari per l’atto di precetto), investendo essa una questione concernente il diritto sostanziale del creditore a conseguire coattivamente la prestazione che non è stata spontaneamente adempiuta, ponendo in discussione il diritto sostanziale di credito per come risulta indicato nell’atto di precetto. Cass. 25 novembre 2002, n. 16569.

 

Posto che la differenza fra opposizione all’esecuzione ed opposizione agli atti esecutivi deve essere individuata nel fatto che la prima investe l’“an” dell’azione esecutiva, cioè il diritto della parte istante a promuovere l’esecuzione sia in via assoluta che relativa, mentre la seconda attiene al “quomodo” dell’azione stessa e concerne, quindi, la regolarità formale del titolo esecutivo o del precetto ovvero dei singoli atti di esecuzione senza riguardare il potere dell’istante ad agire “in executivis”, l’opposizione al precetto basata sulla mancata specificazione della somma dovuta, senza alcuna contestazione del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo e per altra ragione di merito ostativa alla minacciata esecuzione, attiene alle modalità di redazione del precetto e, quindi, alla regolarità formale dell’atto, con la sua conseguente configurabilità come opposizione agli atti esecutivi. Cass. 5 maggio 2009, n. 10296.

Conf.: L’opposizione al precetto di rilascio basata su vizi formali del titolo esecutivo notificato e sulla nullità del precetto per omessa descrizione degli immobili di cui si chiede il rilascio, si configura come opposizione agli atti esecutivi. Cass. 13 novembre 2009, n. 24047.

 

L’opposizione proposta dalla P.A. avverso il precetto intimato prima del decorso del termine, previsto dall’art. 14 D.L. 31 dicembre 1996 n. 669 (convertito in legge 28 febbraio 1997 n. 30), così come modificato dall’art. 147 della legge n. 388 del 2000, di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo, deve qualificarsi come opposizione all’esecuzione e non come opposizione agli atti esecutivi. La disposizione citata pone infatti un intervallo tra la notifica del titolo esecutivo e quella del precetto, prima del quale l’esecuzione forzata non può essere intrapresa: pertanto, il decorso del termine legale diviene condizione di efficacia del titolo esecutivo, la cui inosservanza, per l’inscindibile dipendenza del precetto dall’efficacia esecutiva del titolo che con esso si fa valere, rende nullo il precetto intempestivamente intimato, con la conseguenza che la relativa opposizione si traduce in una contestazione del diritto di procedere all’esecuzione forzata e integra un’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615, comma primo c.p.c., non concernendo solo le modalità temporali dell’esecuzione forzata. Cass. 26 marzo 2009, n. 7360; conforme Trib. Milano, 20 dicembre 2011.

 

Per distinguere l’opposizione all’esecuzione da quella agli atti esecutivi, bisogna considerare che la prima investe l’an delle esecuzioni cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo o della pignorabilità dei beni. L’opposizione agli atti esecutivi consiste, invece, nella contestazione della legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo: in questa la parte fa valere vizi formali degli atti e dei provvedimenti svolti o adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva, come il titolo esecutivo ed il precetto, nonché la notifica di essi. Cass. 10 dicembre 2001, n. 15561; conforme Trib. Potenza, 10 dicembre 2010.

Conf.: Costituisce senza dubbio motivo di opposizione all’esecuzione quello con il quale il debitore intimato contesta (come nella specie) il diritto del creditore di procedere esecutivamente nei suoi confronti sotto il profilo della impignorabilità dei beni o delle somme assoggettate ad esecuzione forzata. Trib. Potenza, 3 febbraio 2011.

 

In tema di procedimento di esecuzione, non è configurabile un tertium genus oltre ai rimedi dell’opposizione all’esecuzione e dell’opposizione agli atti esecutivi, essendo questi ultimi tipici e completi per il sistema processuale della tutela creditoria in executivis. Cass. 11 giugno 2003, n. 9394.

 

L’opposizione a precetto può configurare sia opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) sia agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) a seconda che il debitore contesti l’ammontare della somma con esso ingiunta - nella specie l’intero delle spese di registrazione della sentenza, a fronte della compensazione totale di quelle processuali - ovvero ne chieda a nullità per vizi formali, e pertanto, se è accolta, nell’un caso persiste l’idoneità del precetto - sia pure per minore ammontare - a fingere da presupposto per l’esecuzione; nell’altro il precetto, fondato sul medesimo titolo esecutivo, deve essere rinnovato. Cass. 26 febbraio 1998, n. 2123.

 

In materia di esecuzione forzata, l’opposizione a precetto con la quale la parte deduce che una tra le somme chieste nell’atto di precetto in base al titolo esecutivo non è dovuta, costituisce opposizione all’esecuzione, in quanto con essa la parte contesta, sia pure entro questi limiti, il diritto a procedere ad esecuzione forzata, adducendo che per detto credito manca un titolo esecutivo, e perciò l’opposizione deve ritenersi ammissibile anche qualora sia proposta oltre il termine di cinque giorni dalla notifica del precetto. Cass. 20 maggio 2003, n. 7886.

 

Contro l’atto di precetto può essere proposta sia l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c. sia quella agli atti esecutivi di cui al successivo art. 617 c.p.c. e la distinzione è data dalle ragioni adottate con l’atto di opposizione ed indipendentemente dalla qualificazione data dall’opponente. Costituisce opposizione all’esecuzione quella proposta avverso l’atto di precetto prima dell’inizio dell’esecuzione forzata adducendo l’inesistenza del titolo esecutivo per avvenuta prescrizione dell’azione cartolare incorporata nell’assegno bancario fatto valere come titolo esecutivo. Cass. 15 gennaio 2001, n. 496.

 

Ha natura d’opposizione all’esecuzione la domanda con cui la parte sostiene che è superiore a quella da lei dovuta la somma di cui le viene intimato il pagamento e per la cui realizzazione coattiva la controparte minaccia di procedere all’esecuzione forzata. Ciò anche se l’eccesso della somma richiesta rispetto a quella dovuta riguarda le spese successive alla sentenza o gli onorari e diritti relativi agli atti, compiuti con il ministero di difensore, compresi tra la pubblicazione della sentenza costituente titolo esecutivo e la notificazione del precetto. Cass. 7 dicembre 2000, n. 15533; conforme Trib. Milano, 19 ottobre 2009, Trib. Potenza, 17 settembre 2009.

 

La controversia relativa alla pignorabilità dei beni - che, ad esecuzione iniziata, si propone con ricorso al giudice dell’esecuzione - costituisce l’oggetto di un’opposizione all’esecuzione, secondo l’espressa previsione dell’art. 615, comma secondo, dal momento che la pignorabilità non è altro che la negazione del diritto di procedere all’esecuzione su determinati beni. Consegue che la sentenza emessa a seguito del giudizio è impugnabile con l’appello e non con il ricorso per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost. Cass. 24 novembre 2000, n. 15198; conforme Trib. Potenza, 8 settembre 2009.

 

L’ordinanza di riduzione del pignoramento, sebbene per legge modificabile e revocabile finché non abbia avuto esecuzione, ha effetto immediato ed il rimedio esperibile avverso la medesima è quello dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 15 ottobre 2010, n. 21325.

 

In tema di spese di giustizia, il destinatario del precetto con il quale viene richiesto il pagamento delle spese di giustizia anticipate dallo Stato (nella opposizione all’esecuzione specie, il querelato nel procedimento archiviato per remissione di querela), qualora intenda contestare l’ammontare delle singole voci di spesa, deve proporre ai sensi dell’art. 615 c.p.c., e non attivare la procedura di opposizione prevista dall’art. 170 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, sperimentabile, invece, per impugnare il decreto di liquidazione dei compensi ai custodi e agli ausiliari del magistrato ed il decreto di liquidazione degli onorari dovuti ai difensori nominati nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato. Cass. 9 novembre 2011, n. 23387.

 

L’opposizione del socio di società di persone illimitatamente responsabile avverso il precetto notificatogli dal creditore sociale sulla base del titolo esecutivo giudiziale formatosi nei confronti della società, con la quale si fa valere la mancata osservanza dell’art. 2304 c.c., si configura come opposizione all’esecuzione, in quanto attiene ad una condizione dell’azione esecutiva nei confronti del socio, e, quindi, al diritto del creditore sociale di agire esecutivamente ai danni di quest’ultimo. Cass. 14 novembre 2011, n. 23749.

 

La contestazione dell’esecutività del titolo (nella specie, decreto ingiuntivo), che si assume illegittimamente munito di formula esecutiva, non ne investe la regolarità formale ma nega in radice il diritto dell’altra parte di procedere (in forza di quel titolo) alla esecuzione forzata e concreta, quindi, una opposizione alla esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., e non agli atti esecutivi. Cass. 10 agosto 1992, n. 9450.

 

Nel caso in cui il debitore esecutato, dopo aver proposto opposizione all’esecuzione ed ottenuto la sospensione dell’esecuzione stessa, nelle more del giudizio di appello avverso la sentenza di rigetto di detta opposizione, proponga opposizione contro il precetto successivamente notificatogli sulla base dello stesso titolo, contestando il diritto del creditore istante all’esecuzione, già opposta e sospesa, prima della definizione delle pregressa opposizione, si è in presenza non di una opposizione agli atti esecutivi bensì all’esecuzione, attenendo non al quomodo della procedura esecutiva ma alla sussistenza del diritto a procedere esecutivamente. Cass. 8 maggio 1993, n. 5305.

Nella procedura di pignoramento mobiliare eseguito nelle forme dell’espropriazione presso terzi (artt. 543 ss. c.p.c.), se, da parte del debitore, si sostenga (dopo, ovvero anche prima che il terzo abbia reso positiva dichiarazione ai sensi del successivo art. 547) di aver venduto la cosa ad altri in epoca anteriore al pignoramento, contestualmente invocando una declaratoria di ineseguibilità del medesimo, deve ritenersi proposta, per l’effetto, una vera e propria opposizione all’esecuzione, sulla quale diviene obbligatoria una pronuncia la quale, peraltro, non potrà che dichiarare inammissibile detta opposizione, attesa la carenza di legittimazione, ex latere debitoris, ad eccepire che la cosa pignorata presso il terzo non gli appartiene, per competere tale interesse esclusivamente a quest’ultimo (cui è attribuito, ex art. 619 c.p.c., uno specifico rimedio per tutelarlo), nonché per effetto dell’intervenuto completamento del procedimento di individuazione della cosa assoggettata ad espropriazione all’esito della dichiarazione resa dal terzo medesimo, che consente al processo esecutivo di poter proseguire, escludendo la possibilità di un parallelo giudizio di accertamento promosso dal debitore (a diversa soluzione non essendo legittimo pervenire neanche se la cosa pignorata si trovi non già presso il terzo, bensì presso il debitore medesimo, e si segua, di conseguenza, il procedimento di cui agli artt. 513 ss. c.p.c.). Cass. 28 luglio 1997, n. 7059.

 

I rilievi avanzati dal debitore esecutato in sede di comparizione delle parti in seguito all’istanza del creditore procedente che contesti, pretendendo l’aggiunta di interessi e spese, la somma liquidata dal giudice con l’ordinanza con cui ha ammesso il debitore alla conversione del pignoramento, qualora siano diretti a dimostrare l’insussistenza del supero preteso dal creditore, costituiscono, in quanto diretti a contestare lo stesso diritto del creditore a pretendere gli interessi, nella misura richiesta, ed in forza del precetto già notificato, opposizione all’esecuzione, e non agli atti esecutivi, e come tali non sono soggetti a termini di decadenza. Cass. 15 aprile 1994, n. 3585.

 

In tema di esecuzione di sentenza arbitrale, l’opposizione con cui si deduca la nullità del decreto di esecutorietà del lodo (nella specie, per essere stato emesso a seguito del semplice deposito del lodo ed in mancanza di un’espressa domanda), risolvendosi nella contestazione della completezza del processo di formazione del titolo esecutivo, per mancanza di un elemento condizionante l’esistenza dello stesso, configura non un’op posizione agli esecutivi (con la quale sono denunciabili vizi di forma, che non escludono l’esistenza del titolo e non incidono sul diritto a procedere all’esecuzione), bensì un’opposizione all’esecuzione, essendo diretta a contestare che il titolo posto a fondamento dell’esecuzione abbia i requisiti indispensabili per l’efficacia esecutiva, come tale devoluta alla cognizione del giudice dell’esecuzione competente per materia o valore e per territorio, determinandosi il valore della controversia, a norma dell’art. 17 c.p.c., con riferimento al credito per cui si procede. Cass. 11 febbraio 1995, n. 1553.

 

Va qualificata come opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. quella con la quale venga eccepita l’estinzione del processo esecutivo, risolvendosi in un’implicita negazione del diritto della parte istante di proseguire l’esecuzione. Cass. 28 marzo 1995, n. 3662.

 

L’opposizione con la quale si contesti che il cancelliere abbia apposto la formula esecutiva ad un decreto ingiuntivo, nonostante la mancata prestazione da parte del creditore della cauzione imposta ai sensi del secondo comma dell’art. 648 c.p.c. in sede di concessione della provvisoria esecutività, va qualificata come opposizione all’esecuzione, giacché il debitore fonda la sua contestazione sulla negazione della soddisfazione da parte del creditore procedente della condizione di efficacia perché il decreto posa valere come titolo esecutivo. Cass. 5 giugno 2007, n. 13069.

 

Nell’espropriazione presso terzi, l’indicazione dell’esistenza di un vincolo di destinazione delle somme depositate presso l’istituto di credito tesoriere di un ente pubblico, in occasione della dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art. 547 c.p.c., non fa venire meno il carattere di positività della dichiarazione. Ne consegue che il giudice dell’esecuzione deve assegnare al creditore procedente le somme spettantigli, salva la facoltà del debitore esecutato di proporre l’opposizione all’esecuzione, prevista dall’art. 615 c.p.c., per far valere l’impignorabilità delle somme stesse perché assoggettate a vincolo di indisponibilità. Cass. 11 gennaio 2007, n. 387.

Attraverso l’opposizione alla vendita della cosa pignorata, prevista dall’art. 2797 c.c., il debitore od il terzo datore di pegno possono far valere non solo eventuali vizi procedurali, ma anche eccezioni di merito relative al rapporto obbligatorio a garanzia del quale fu concesso il pegno. La suddetta opposizione, pertanto, è soggetta al regime dell’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c., e non al più restrittivo regime previsto per l’opposizione agli atti esecutivi dall’art. 617 c.p.c. Cass. 14 novembre 2008, n. 27266.

 

 

  1. Giudizio.

 

 

2.1. Natura.

Il giudizio conseguente all’opposizione all’esecuzione è un vero e proprio giudizio di cognizione, nel quale, non ostandovi i limiti stabiliti dalla legge, è consentito al creditore procedente (che ha veste sostanziale e processuale di convenuto) di proporre non soltanto le eccezioni dirette a rimuovere gli ostacoli frapposti alla realizzazione del suo diritto, ma anche di chiedere la condanna del debitore opponente per un titolo diverso, svolgendo all’uopo una domanda riconvenzionale diretta a costituire un nuovo titolo esecutivo che si aggiunge al primo. Cass. 9 novembre 2000, n. 14554.

 

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., l’opponente ha veste sostanziale e processuale di attore; pertanto, le eventuali “eccezioni” da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono “causa petendi” della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda. Ne consegue che l’opponente non può mutare la domanda modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, né il giudice può accogliere l’opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo, ancorché si tratti di eccezioni rilevabili d’ufficio. Cass. 20 gennaio 2011, n. 1328; conforme Cass. 7 marzo 2003, n. 3477.

 

L’opposizione a precetto ex art. 615, primo comma, c.p.c., introduce un giudizio che ha come oggetto la contestazione del diritto della parte istante a procedere all’esecuzione forzata e, al suo interno, possono essere proposte domande accessorie rispetto a quella principale di contestazione dell’azione esecutiva, che devono essere valutate dal giudice condizionatamente all’accertamento della fondatezza della domanda principale. Cass. 11 dicembre 2002, n. 17630.

 

In seguito alla proposizione di una opposizione a precetto e all’esecuzione, a norma dell’art. 615 c.p.c., si instaura un giudizio di cognizione all’interno del quale è consentito all’opposto proporre domanda riconvenzionale nei confronti dell’opponente per ragioni creditorie diverse rispetto a quelle azionate, al fine di conseguire una pronuncia che costituisca un nuovo titolo esecutivo, in aggiunta a quello azionato o in sostituzione di esso, se invalido; la domanda va comunque proposta con il rispetto delle preclusioni fissate dalla legge e, ove proposta per la prima volta in appello, deve considerarsi inammissibile per violazione del divieto di introdurre jus novum in appello, ex art. 345 c.p.c. Cass. 27 maggio 2003, n. 8399.

 

In sede di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. (nella specie per il rilascio di un immobile), è ammissibile una domanda riconvenzionale diretta a costituire un nuovo titolo esecutivo che si aggiunga a quello per cui si procede o che ad esso si sostituisca per un’esecuzione diversa da quella iniziata. Cass. 14 febbraio 1996, n. 1107.

 

Il principio in forza del quale spetta al giudice dell’esecuzione di verificare la sussistenza originaria e la permanenza del titolo esecutivo per tutto il corso del processo esecutivo va coordinato, in sede di opposizione all’esecuzione, con il principio della domanda e con quello della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, fissati dagli articoli 99 e 112 c.p.c.; con la conseguenza che quando nel giudizio di opposizione si controverta della illegittimità del titolo esecutivo, costituisce domanda nuova la proposizione, nel corso del giudizio di primo grado o per la prima volta in appello, della richiesta di accertamento della carenza originaria del titolo esecutivo ovvero della sua illegittimità per un motivo diverso da quello dedotto con l’atto introduttivo del giudizio di opposizione all’esecuzione. Resta fermo peraltro il principio per il quale spetta al giudice dell’opposizione all’esecuzione rilevare d’ufficio, in ogni stato e grado del processo, la carenza di titolo esecutivo che, invece, sia sopravvenuta all’introduzione del giudizio contenzioso. Cass. 28 luglio 2011, n. 16541.

 

 

2.2. Competenza.

La competenza a conoscere dell’opposizione alla esecuzione proposta prima dell’inizio dell’esecuzione mobiliare (opposizione a precetto) appartiene, ai sensi dell’art. 17 c.p.c., al giudice che sarebbe competente per valore in base all’intero ammontare del credito per cui si procede. Cass. 9 ottobre 2000, n. 13402.

 

In tema esecuzione forzata, l’opposizione sostanziale all’esecuzione non ancora iniziata può essere validamente proposta con citazione dinanzi al giudice competente per materia o valore e territorio, ex art. 27 c.p.c., laddove nella diversa ipotesi in cui l’esecuzione sia già iniziata, la relativa opposizione sostanziale (come nella fattispecie) e quella concernente la pignorabilità dei beni devono proporsi, a norma dell’art. 615 c.p.c., al giudice dell’esecuzione stessa. (La proposizione della presente opposizione ad esecuzione già iniziata dinanzi all’organo competente per materia o valore e territorio, e non già al Giudice dell’esecuzione, determina, pertanto, la declaratoria di improcedibilità). Trib. Roma, 20 febbraio 2009.

 

Qualora la parte cui sia stato notificato il precetto contesti il diritto della controparte a richiedere in tutto o in parte la somma precettata, vertendosi in ipotesi di opposizione all’esecuzione, il valore della causa si determina con riferimento all’intero ammontare del credito per cui si procede e non in base alla somma contestata, anche nell’ipotesi in cui la contestazione riguardi solo gli interessi o voci di spesa maturati dopo il rilascio del titolo esecutivo. Cass. 1 ottobre 1998, n. 9755.

 

Il valore delle cause di opposizione a precetto va determinato, ai sensi dell’articolo 17, primo comma, c.p.c., con riferimento alla somma precettata nella sua interezza, che è il credito per cui esecutivamente si procede. Cass. 24 aprile 2009, n. 9784.

 

Nella ipotesi di opposizione alla esecuzione proposta dopo che questa sia iniziata, ai sensi del secondo comma dell’art. 615 c.p.c., il giudice dell’esecuzione, se la causa non rientra nella competenza per valore dell’ufficio giudiziario al quale appartiene, è competente limitatamente alla prima fase, e cioè per l’esercizio dei poteri ordinatori di direzione del processo, dovendo invece rimettere la cognizione del merito al giudice competente, e, ove si tratti di rapporto la cui cognizione sia riservata al giudice del lavoro, a quest’ultimo giudice. Cass. 8 agosto 2002, n. 11995.

 

Nelle cause di opposizione all’esecuzione mobiliare iniziata la competenza per materia e valore a decidere la causa deve esser determinata secondo le norme ordinarie, ai sensi degli artt. 17, 615, e 616 c.p.c., mentre l’art. 16 c.p.c. attribuisce al Pretore la competenza, per materia, a dirigere il processo di esecuzione e a risolvere gli incidenti in esso insorti. Cass. 22 marzo 1999, n. 2676.

 

La competenza sulla opposizione alla esecuzione si determina anche secondo i generali criteri per materia, dovendosi escludere che l’applicabilità di questi criteri sia esclusa dal riferimento al solo criterio della competenza per valore contenuto nell’art. 616 c.p.c. Cass. 1 agosto 1994, n. 7173.

In materia di procedimento civile esecutivo, nelle cause di opposizione all’esecuzione, di opposizione di terzo all’esecuzione e per le controversie distributive di cui all’art. 512 c.p.c., la competenza per valore e per territorio (già distribuita prima del 19 febbraio 1999 tra tribunale, pretore e giudice di pace, e successivamente a tale data tra tribunale e giudice di pace) è verticalmente ripartita, a partire dal 2 giugno 1999 (data di efficacia del D.Lgs. n. 51 del 1998), tra tribunale e giudice di pace, trovando con riferimento ad esse applicazione i criteri generali del valore e del territorio propri dell’ordinario giudizio di cognizione. Ne consegue che nei suddetti giudizi di opposizione la competenza per valore, la quale ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 615 e 17 c.p.c. risulta distribuita tra tribunale pretore e giudice di pace, o tra tribunale e giudice di pace, va determinata come segue: in ordine all’opposizione proposta dal debitore o dal terzo assoggettato all’esecuzione, facendo riferimento al valore del credito per cui si procede o della parte di credito in contestazione; quanto all’opposizione proposta dal terzo ex art. 619 c.p.c., facendo riferimento al valore di diritto affermato come causa della domanda; quanto all’opposizione in sede di distribuzione del ricavato ex art. 512 c.p.c., in base al valore del maggiore dei crediti contestati, essendo il cumulo delle domande proposte contro persone diverse escluso ai sensi dell’art. 10, primo comma, c.p.c. Cass. 20 settembre 2002, n. 13757.

 

Il principio per cui la competenza per territorio a decidere sull’opposizione a precetto spetta al giudice del luogo dell’esecuzione dovendo considerarsi come tale, quando l’esecuzione non è ancora iniziata, il luogo in cui il precetto è stato notificato (art. 480 comma 3) non opera quando nel precetto il creditore dichiara di eleggere domicilio in un dato Comune, radicandone, in tal caso, le competenze del giudice che abbia sede in questo comune, sempre che si tratti dello stesso giudice che sarà competente per l’esecuzione in ragione del luogo in cui si trovano le cose del debitore da sottoporre a sequestro. Cass. 27 luglio 2001, n. 10288.

 

Proposta con lo stesso atto un’opposizione al precetto ai sensi dell’art. 615 c.p.c., per la quale vige il principio della competenza per valore, ed un’opposizione agli atti esecutivi, per la quale la competenza inderogabile spetta al giudice dell’esecuzione, non opera il cumulo delle domande a norma dell’art. 10 c.p.c., bensì ciascuna causa resta distintamente regolata alla stregua della rispettiva competenza per valore e per materia. Cass. 23 agosto 1989, n. 3747.

 

Il giudizio di opposizione, instaurato dal debitore contro esecuzione intrapresa dal creditore e poi, a seguito del fallimento di quest’ultimo, proseguita dal curatore, non resta attratto nella competenza del tribunale fallimentare, ai sensi dell’art. 24 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, trattandosi di controversia inerente a diritto già esistente nel patrimonio del fallito. Cass. 26 settembre 1990, n. 9742.

 

La contemporanea pendenza, relativamente al medesimo credito, di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e di altro di opposizione a precetto intimato sulla base di quel medesimo titolo, ha influenza esclusivamente sul piano degli accertamenti esperibili in ciascuno di tali procedimenti e sul conseguente contenuto della decisione adottabile nell’una e nell’altra sede, ma non comporta modificazioni della competenza, che rispettivamente appartiene, secondo criteri inderogabili, in base all’art. 645 c.p.c., al giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo opposto e, in base agli artt. 27, 1º comma e 615, 1º comma, c.p.c., al giudice del competente per materia e per valore. Cass. 12 gennaio 1998, n. 186.

Conf.: L’opposizione proposta davanti al giudice dell’esecuzione che sia diretta contestualmente a negare sia la regolarità formale dell’atto, sia il diritto all’esecuzione, spetta per la prima parte, integrante opposizione agli atti esecutivi, alla competenza per materia del giudice dell’esecuzione, mentre resta soggetta, per la seconda parte, costituente opposizione all’esecuzione, ai comuni criteri di competenza per valore. Cass. 18 aprile 2001, n. 5685.

 

La cognizione dell’opposizione a cartella esattoriale relativa alla riscossione di sanzioni amministrative pecuniarie, configurata come opposizione all’esecuzione non ancora iniziata, spetta alla competenza del giudice di pace, avuto riguardo ai criteri di competenza per materia individuati nell’art. 22-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689, senza che possa rilevare il fatto che la sommatoria dei titoli azionati superi il limite per la competenza per valore di detto giudice vigente all’epoca dell’introduzione della controversia, poiché l’attribuzione della competenza per materia al giudice di pace configura anche una competenza per valore, ai sensi del citato art. 22-bis, fino a 15.493 euro. Cass. 23 novembre 2011, n. 24753.

 

Nel caso di titolo esecutivo rappresentato da provvedimento presidenziale ex art. 708 c.p.c., rientra nella competenza per valore del g.d.p. la cognizione dell’opposizione a precetto, laddove la somma precettata sia di importo inferiore ad euro 5.000, non rilevando in tale ipotesi l’attribuzione alla competenza per materia del tribunale delle controversie in tema di assegno di mantenimento nei giudizi di separazione venendo invero in rilievo nell’ipotesi di opposizione a precetto non la modifica delle condizioni di separazione ma solo l’accertamento di un debito di pagamento per una somma inferiore a quella rientrante nella competenza del g.d.p., essendo irrilevante che il titolo esecutivo sia un provvedimento giurisdizionale del tribunale. Trib. Piacenza, 20 gennaio 2011.

  1. Giurisprudenza sub art. 27, par. 1.

 

 

2.2.1. Segue: Nel processo del lavoro. Rinvio art. 618-bis.

La competenza territoriale a decidere l’opposizione all’esecuzione, nelle materie indicate dagli artt. 409 e 442 c.p.c., proposta prima dell’inizio della medesima (art. 615 comma 1 c.p.c.), è determinabile in base alle regole dettate dall’art. 413, secondo comma, c.p.c., perché l’art. 618-bis, primo comma, c.p.c., rinvia alle norme previste per le controversie individuali di lavoro, e non prevede una riserva di competenza del giudice dell’esecuzione, come invece dispone il secondo comma del medesimo art. 618-bis per l’opposizione all’ esecuzione già iniziata o agli atti esecutivi. Né può ritenersi la competenza del giudice dell’esecuzione a decidere l’opposizione all’ esecuzione non iniziata per effetto dell’art. 27, primo comma, c.p.c. - a norma del quale per l’opposizione all’esecuzione è competente il giudice dell’ esecuzione - perché prima del suo inizio non è individuabile il luogo di essa, mentre il richiamo contenuto nella seconda parte dell’ art. 27, primo comma, c.p.c., all’ art. 480, n. 3, seconda parte, dello stesso codice - secondo il quale competente a decidere l’opposizione a precetto è il giudice dell’esecuzione, se il creditore procedente ha indicato, nel precetto, la sua residenza o ha eletto domicilio nel medesimo comune - perché quest’ ultima norma non è riferibile al processo del lavoro. Cass., Sez. Un., 18 gennaio 2005, n. 841.

 

Ai sensi degli artt. 615 e 618-bis c.p.c., nelle esecuzioni forzate promosse in base a provvedimenti giurisdizionali emessi dal giudice del lavoro, le opposizioni alla esecuzione rientrano nella competenza per materia dello stesso giudice, in considerazione dell’origine del credito e della natura della relativa causa. Resta peraltro salva la competenza del giudice dell’esecuzione nella prima fase del processo, qualora l’opposizione sia proposta dopo l’inizio dell’esecuzione forzata e in ricorso a quel giudice. Ne consegue che in tale ipotesi non trova applicazione la disposizione dell’art. 415 c.p.c., ma quella dell’art. 168 del codice di rito, che non prevede un termine dilatorio di comparizione. Cass. 10 giugno 2004, n. 11065; conforme Cass. 4 aprile 1998, n. 3514.

 

 

2.2.2. Segue: Contratti agrari.

L’opposizione al precetto fondato sulla sentenza della sezione specializzata agraria determinativa dell’indennità per i miglioramenti e le addizioni relativi al fondo rustico, oggetto del contratto agrario, va proposta, ai sensi degli artt. 615, comma primo, c.p.c. e 9 della legge 14 febbraio 1990, n. 29, davanti alle sezioni specializzate agrarie, dotate di competenza generale ed esclusiva in materia di contratti agrari (alla quale apportano limitata deroga l’eccezione espressa formulata dal comma secondo dello stesso art. 9, in tema di affrancazione delle enfiteusi rustiche, e quelle risultanti al sistema, in ragione dell’attribuzione di assorbente competenza per materia ad altro giudice). Cass. 7 dicembre 2000, n. 15533.

 

La competenza a decidere l’opposizione a precetto per il rilascio di un fondo rustico spetta alla sezione specializzata agraria se, in relazione ai motivi, è qualificabile come opposizione all’esecuzione; spetta invece al giudice dell’esecuzione se investe il quomodo dell’azione esecutiva, ed è quindi qualificabile come opposizione agli atti esecutivi, materia estranea a quella agraria, per cui non vi è ragione di attribuirla al giudice specializzato. Cass. 30 maggio 2001, n. 7399.

 

L’art. 9 della legge 14 febbraio 1990, n. 29 ha ricondotto tutte le controversie in materia di contratti agrari, sia sotto il profilo della genesi che del funzionamento o della cessazione, alla competenza esclusiva della sezione specializzata agraria, la quale è, pertanto, competente per l’opposizione all’esecuzione per il rilascio di un fondo rustico, con la quale si faccia valere il diritto all’indennità per i miglioramenti e le addizioni, ai sensi degli artt. 16 e 17 della legge n. 203 del 1982. Cass. 19 ottobre 1998, n. 10343.

 

 

2.3. Procura.

La procura apposta dal creditore sull’atto di precetto, con cui viene attribuito al difensore il potere di compiere tutte le attività necessarie per far conseguire alla parte rappresentata la soddisfazione del credito (procura «sino al soddisfo»), abilita lo stesso difensore a compiere, oltre che gli atti del processo esecutivo in senso stretto, anche quelli inerenti agli eventuali giudizi di opposizione che possono frapporsi tra la pretesa esecutiva e la soddisfazione del credito, non solo limitatamente al primo grado ma anche per l’appello, in tal caso restando superata la presunzione di cui all’art. 83, quarto comma, c.p.c., secondo cui la procura speciale si presume conferita per un determinato grado del processo se non è espressa una volontà diversa. Cass. 2 marzo 2001, n. 3089.

 

L’interpretazione della procura alle liti di cui all’art. 83 c.p.c. (e, cioè di un atto di parte) è soggetta al principio ermeneutico stabilito per gli atti di parte dagli artt. 1367 c.c. e 159 c.p.c., e pertanto deve essere compiuta nel rispetto della regola della conservazione del negozio, sicché la procura alle liti conferita per il giudizio di cognizione, nel quale si è formato il titolo esecutivo, e per il successivo giudizio di esecuzione vale anche per tutti i gradi del giudizio di opposizione all’esecuzione promossa in base a quel titolo. Cass. 19 maggio 2003, n. 7772.

 

 

2.4. Proposizione.

L’opposizione all’esecuzione in corso si propone (art. 615 comma 2) con ricorso al giudice dell’esecuzione (qualora non sia proposta oralmente in una udienza del processo esecutivo) e va, in tal caso, notificata al creditore procedente insieme con il decreto del giudice dell’esecuzione che fissi l’udienza per la comparizione delle parti dinanzi a sé (e ciò nel termine perentorio che il giudice dell’esecuzione abbia stabilito), notificazione che ben può avere, come destinatario, il difensore del creditore procedente cui questi abbia conferito procura, atteso che, in difetto di limitazioni, tale atto abilita il difensore stesso a rappresentare la parte anche nei giudizi di opposizione. Ne consegue che, qualora il creditore procedente abbia azionato il processo esecutivo (mercé notificazione del precetto) dichiarandosi difensore di sé stesso - e stante, per l’effetto, la coincidenza tra parte e difensore - non si pone alcuna questione se il ricorso debba essere notificato alla parte personalmente, ovvero possa esserlo al suo procuratore, trattandosi, in tal caso, di notificare, puramente e semplicemente (come accaduto nella specie), il ricorso alla parte. Cass. 25 marzo 2003, n. 4379.

 

Qualora l’opposizione all’esecuzione sia proposta nel corso dell’udienza del procedimento esecutivo, non è necessaria la notifica del decreto di cui all’art. 615, secondo comma, c.p.c., atteso che il contraddittorio è ritualmente instaurato con la conoscenza dell’udienza di comparizione da parte del difensore del creditore procedente presente o, in sua assenza, dalla comunicazione da parte della cancelleria. Cass. 3 agosto 2002, n. 11659.

 

Sia per l’opposizione all’esecuzione che per l’opposizione agli atti esecutivi avanzate nel corso del procedimento esecutivo già iniziato, le forme previste dagli artt. 615, comma secondo, e 617, comma secondo, c.p.c. non sono richieste a pena di nullità e le predette opposizioni possono, pertanto, essere proposte anche oralmente nell’udienza davanti al giudice dell’esecuzione, ovvero mediante deposito, in tale udienza, di una comparsa di risposta, essendo anche tali forme idonee al raggiungimento dello scopo (costituzione del rapporto processuale cognitivo) proprio degli atti di opposizione predetti; ne consegue che, una volta proposta in uno dei predetti modi l’opposizione, non è necessario un formale atto di costituzione da parte dell’opponente, che deve ritenersi, anche in mancanza di esso, ritualmente presente e costituito nel processo instaurato a norma dell’art. 618 c.p.c. Cass., Sez. Un., 15 ottobre 1998, n. 10187; conforme Cass. 16 gennaio 2003, n. 571.

 

Nell’ipotesi in cui con il medesimo atto sia stata proposta opposizione a precetto e istanza di sospensione, il creditore si sia costituito all’udienza fissata per la discussione dell’istanza di sospensione e al suo procuratore costituito sia stato comunicato sia il provvedimento di rigetto dell’istanza che la fissazione dell’udienza di discussione della causa di opposizione, il contraddittorio deve ritenersi regolarmente costituto essendosi il creditore opposto già costituito nell’ambito della vicenda processuale in corso e non essendo perciò necessario procedere alla notificazione nei suoi confronti del ricorso di opposizione a precetto e del decreto di fissazione d’udienza. Cass. 3 ottobre 2003, n. 14813.

 

 

2.5. Motivi e oggetto.

L’opposizione a precetto ex art. 615, primo comma, c.p.c., introduce un giudizio che ha come oggetto la contestazione del diritto della parte istante a procedere all’esecuzione forzata e, al suo interno, possono essere proposte domande accessorie rispetto a quella principale di contestazione dell’azione esecutiva, che devono essere valutate dal giudice condizionatamente all’accertamento della fondatezza della domanda principale. Cass. 11 dicembre 2002, n. 17630.

 

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. non possono proporsi questioni in contrasto con il contenuto del titolo esecutivo giudiziale e deducibili invece con specifici mezzi di impugnazione di esso; ne deriva che in tale ambito non vi è alcuna possibilità di concorso tra questo e quei procedimenti. Cass. 5 settembre 2002, n. 12901.

 

In tema di opposizione all’esecuzione, ove il titolo sia di provenienza giudiziale, l’opponente non può sollevare le eccezioni che può o avrebbe potuto dedurre in seno al giudizio di cognizione conclusosi con sentenza definitiva, ma solo avanzare contestazioni inerenti l’efficacia esecutiva del titolo ovvero l’esistenza di fatti estintivi, modificativi o impeditivi del diritto di credito sorti successivamente alla formazione del titolo esecutivo. Non possono essere oggetto di opposizione questioni inerenti ai vizi di formazione del titolo o al merito della decisione in esso contenuta essendo esperibili altri rimedi al fine di realizzare la medesima tutela. Ne consegue che quando l’opposizione sia proposta sulla scorta di un titolo di formazione giudiziale, possono essere fatte valere le ragioni di nullità della decisione ovverosia i vizi in cui sia incorso il giudice mentre con l’opposizione a precetto possono farsi valere le ragioni inerenti la mancanza del titolo esecutivo. Trib. Foggia, 22 giugno 2011 In sede di opposizione all’esecuzione sono precluse ed inammissibili tutte quelle censure, ragioni o motivi inerenti al procedimento di formazione del titolo giudiziale; ne consegue che se questo è una sentenza passata in giudicato potranno opporsi come impedienti il diritto a procedere ad esecuzione forzata solo circostanze posteriori alla formazione della cosa giudicata. Trib. Nocera Inferiore, 13 dicembre 2011.

Conf.: Non merita accoglimento l’opposizione all’esecuzione avente ad oggetto l’inesistenza del diritto a procedere ad esecuzione forzata per asserita illegittimità o inefficacia di un titolo esecutivo di formazione giudiziale. Ciò in quanto in sede di opposizione all’esecuzione il controllo attiene alla validità ed esistenza del titolo, e non ad un controllo intrinseco sul titolo esecutivo diretto ad invalidarne l’efficacia in base ad eccezioni deducibili nel procedimento in cui esso si è formato. Trib. S. Maria Capua Vetere, 26 settembre 2011.

 

Oltre all’ipotesi espressamente prevista dall’art. 161, comma 2, c.p.c. (mancanza della sottoscrizione del giudice), è possibile configurare altri casi di inesistenza della sentenza, tutte le volte che la stessa manchi di quel minimo di elementi o di presupposti che sono necessari per produrre quell’effetto di certezza giuridica che è lo scopo del giudicato, come nell’ipotesi di pronuncia resa nei confronti di soggetto deceduto prima della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio. Tale inesistenza va rilevata d’ufficio e può essere fatta valere, anche al di fuori dell’impugnazione nello stesso processo, con una autonoma azione di accertamento, non soggetta a termini di prescrizione o di decadenza, ovvero con un’eccezione ed altresì in sede di opposizione all’esecuzione. Cass. 5 ottobre 2001, n. 12292.

 

Mentre con l’opposizione all’esecuzione forzata fondata su un titolo esecutivo giurisdizionale possono farsi valere soltanto i fatti posteriori alla formazione del provvedimento costituente titolo esecutivo, non essendo ammissibile un controllo a ritroso della legittimità e della fondatezza del provvedimento stesso fuori dell’impugnazione tipica e del procedimento che ad essa consegue, la medesima esigenza, invece, non si riscontra allorché l’esecuzione forzata sia basata su un titolo di natura contrattuale: in tal caso, pertanto, il debitore può contrastare la pretesa esecutiva del creditore con la stessa pienezza dei mezzi di difesa consentita nei confronti di una domanda di condanna o di accertamento del debito, e il giudice dell’opposizione può rilevare d’ufficio non solo l’inesistenza, ma anche la nullità del titolo esecutivo nel suo complesso o in singole sue parti, non vigendo in materia il principio processuale della conversione dei vizi della sentenza in mezzi di impugnazione. Cass. 14 ottobre 2011, n. 21293.

 

È inammissibile l’opposizione all’atto di pignoramento presso terzi in virtù della quale l’opponente contesti l’importo ingiunto con il decreto ingiuntivo ritenendo non dovute le somme ivi indicate. La circostanza per la quale l’opponente ponga a fondamento del proprio assunto fatti inerenti la formazione del titolo, provvisoriamente esecutivo e non opposto nelle forme di legge, comporta l’inammissibilità dell’opposizione al pignoramento trattandosi di questioni di cui il giudice dell’esecuzione non ha cognizione. Le eventuali cause di nullità o ingiustizia del titolo esecutivo possono rilevarsi, difatti, esclusivamente con l’opposizione a decreto ingiuntivo e, ove l’esecuzione sia già iniziata, con l’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. Trib. Monza, 5 maggio 2011, n. 1378.

 

Con l’opposizione a precetto ex art. 615 c.p.c. si contesta il diritto del creditore di procedere ad esecuzione forzata cosicché nell’ipotesi in cui tale diritto è sorretto da una sentenza la cui efficacia esecutiva non risulta sospesa l’opposizione “de qua” non può costituire la sede in cui possono trovare ingresso censure che investono la portata precettiva della decisione, per effetto dello “ius superveniens. Trib. Pistoia, 20 gennaio 2011.

 

La sopravvenienza, successivamente alla proposizione dell’opposizione al precetto, delle condizioni di esistenza della pretesa esecutiva non può essere presa in considerazione dal giudice dell’opposizione perché non rilevante al fine di decidere la domanda e, quindi, per statuire sul diritto che ne è oggetto, che è quello di veder acclarato, con un accertamento negativo, che al momento della notificazione del precetto non vi erano le condizioni di esistenza della pretesa esecutiva. Ne consegue che l’eventuale sopravvenienza delle condizioni dell’azione esecutiva non può configurarsi come un fatto principale e, quindi, come un’eccezione, rispetto ai fatti costituivi della domanda proposta con l’opposizione. Cass. 22 settembre 2006, n. 20634.

 

La compensazione, quale fatto estintivo dell’obbligazione, può essere dedotta come motivo di opposizione all’esecuzione forzata, fondata su titolo esecutivo giudiziale coperto dalla cosa giudicata, qualora il credito fatto valere in compensazione, rispetto a quello per cui si procede, sia sorto successivamente alla formazione di quel titolo, mentre in caso contrario resta preclusa dalla cosa giudicata, che impedisce la proposizione di fatti estintivi od impeditivi ad essa contrari. Cass. 25 marzo 1999, n. 2822.

 

Ove nel giudizio di opposizione all’esecuzione il debitore opponente, minacciato col precetto, deduca un suo credito, di entità superiore a quella del debito opposto, non soltanto al fine di impedire e paralizzare l’esecuzione in suo danno, ma anche allo scopo di ottenere la condanna dell’opposto al pagamento della differenza, tale domanda è ammissibile, salvo poi eventualmente a stabilire da parte del giudice dell’esecuzione che, essendo il maggior credito dedotto in compensazione di non pronta e facile liquidazione, il processo esecutivo non possa essere sospeso. Cass. 23 luglio 2003, n. 11449.

 

In sede di opposizione alla esecuzione forzata proposta sulla base di un decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo perché non opposto nei termini, la pretesa esecutiva fatta valere dal creditore può essere neutralizzata soltanto con la deduzione di fatti, estintivi o modificativi del rapporto sostanziale consacrato dal decreto su cui si è formato il giudicato, verificatisi successivamente alla formazione del giudicato medesimo, e non anche sulla base di quei fatti che, verificatisi in epoca precedente, avrebbero potuto essere dedotti nel processo di cognizione preordinato alla costituzione del titolo esecutivo. Cass. 25 settembre 2000, n. 12664; conforme Cass. 7 ottobre 2008, n. 24752, Cass. 19 dicembre 2006, n. 27159.

 

Conf.: Non possono essere quindi dedotte a sostegno dell’opposizione la incompetenza per materia del giudice che ha emanato il decreto, né la carenza di legittimazione del soggetto nei cui confronti è stato reso il provvedimento o l’irregolarità del contraddittorio, trattandosi di questioni che debbono ritenersi risolte per implicito dalla pronunzia sul merito della domanda ed in relazione alle quali non può essere neppure prospettata l’inesistenza del titolo esecutivo, ove il decreto ingiuntivo sia dotato dei suoi requisiti essenziali. Cass. 12 marzo 1992, n. 3007.

 

L’opposizione all’esecuzione a norma dell’art. 615 c.p.c. si configura come accertamento negativo della pretesa esecutiva del creditore procedente, sicché quest’ultimo, ove contrasti l’opposizione chiedendo l’accertamento di fatti, negati dall’opponente, diretti a dimostrare l’esistenza del proprio diritto di procedere all’esecuzione in base al titolo posto a base del procedimento esecutivo, propone una mera difesa e non una vera e propria domanda riconvenzionale, rientrando le relative questioni nell’ambito delle contestazioni mosse con l’opposizione all’esecuzione, con conseguente dovere del giudice dell’opposizione di indagare su tali fatti, anche se dedotti in un momento del processo nel quale sarebbe ormai preclusa la formulazione di una domanda riconvenzionale. Cass. 29 novembre 1996, n. 10650.

 

In sede di opposizione all’esecuzione promossa in base a titolo esecutivo giudiziale, il debitore può invocare soltanto i fatti estintivi o modificativi del diritto del creditore (nella specie, opposizione di crediti in compensazione) che si siano verificati posteriormente alla formazione del titolo, e non anche quelli intervenuti anteriormente, i quali sono deducibili esclusivamente nel giudizio preordinato alla formazione del titolo stesso. Cass. 28 agosto 1999, n. 9061.

 

Nell’esecuzione forzata condotta su beni già sottoposti ad ipoteca dal dante causa a garanzia del debitore originario, il terzo acquirente nei confronti del quale si svolga l’esecuzione stessa può far valere, con il rimedio dell’opposizione all’esecuzione, le ragioni che sarebbero spettate al proprio dante causa verso tutti gli altri fideiussori del debitore originario. Cass. 27 luglio 2000, n. 9887.

 

L’eccezione inerente il difetto dello “ius postulandi”, relativamente al recupero delle spese processuali, può farsi valere con l’opposizione all’esecuzione. Con il provvedimento di distrazione delle spese processuali in favore della parte vittoriosa si instaura, tra questa e il soccombente un rapporto autonomo rispetto a quello tra i contendenti per cui la parte, anche se ha provveduto al pagamento per intero delle competenze dovute al proprio difensore, per quanto distrattario, non può agire esecutivamente nei confronti della controparte per essere soddisfatta delle somme oggetto di distrazione. Ne discende che il difensore distrattario è l’unico legittimato a intimare il precetto di pagamento dell’importo delle spese e degli onorari. Trib. Bari, 30 gennaio 2012.

 

Nel processo esecutivo il contraddittorio tra le parti non si atteggia in modo analogo a quello che si instaura nel processo di cognizione, perché, da un lato, le attività che si compiono nel processo esecutivo non sono dirette all’accertamento in senso proprio di diritti, ma alla loro realizzazione pratica sulla base di un preesistente titolo esecutivo e dall’altro proprio l’esistenza di un titolo esecutivo impedisce al debitore esecutato di contestare l’azione esecutiva in via di eccezione, come avviene per il convenuto nel giudizio di cognizione, ma gli consente soltanto di avvalersi del rimedio dell’opposizione. Ne consegue che è inammissibile l’opposizione agli atti esecutivi fondata sulla mera violazione del principio del contraddittorio, ove l’opponente non indichi sotto quale concreto profilo quella violazione abbia pregiudicato il suo diritto di difesa. Cass. 2 novembre 2010, n. 22279.

 

La diversità tra l’opposizione ex art. 615 c.p.c. e quella ex art. 512 c.p.c. si rinviene nel differente oggetto di tali impugnazioni, tenuto conto che, nella prima, l’oggetto concerne il diritto di procedere all’esecuzione forzata, mentre, nella seconda, esso si riferisce al diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato dall’espropriazione forzata. Di talché, se è vero che non può formare oggetto di controversia ex art. 512 c.p.c. la contestazione del diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata, è altrettanto vero che non si può ricorrere all’opposizione ex art. 615 c.p.c. allorché l’esecuzione debba tuttavia proseguire per iniziativa del creditore procedente o di quello intervenuto che, munito di valido titolo esecutivo, si sia sostituito al pignorante compiendo atti propulsivi del processo esecutivo volti a legittimarne il prosieguo. Trib. Bari, 6 dicembre 2010; conforme Cass. 26 ottobre 2011, n. 22310.

 

 

2.5.1. Segue: Decreto di ingiunzione.

Qualora sia intimato il pagamento di una somma di danaro in base ad un decreto ingiuntivo non opposto, la parte ha a disposizione il rimedio dell’opposizione a precetto e dell’opposizione tardiva al decreto; la scelta tra i due mezzi deve essere compiuta secondo la regola per cui, quando l’esecuzione è minacciata sulla base di un titolo di formazione giudiziale, debbono essere fatte valere mediante impugnazione le ragioni di nullità della decisione ovverosia i vizi in cui sia incorso il giudice nel procedere o nel giudicare, mentre debbono essere fatte valere con opposizione a precetto le ragioni che si traducono nella stessa mancanza del titolo esecutivo. Cass. 6 luglio 2001, n. 9205.

 

In tema di esecuzione forzata intrapresa sulla base di un decreto ingiuntivo, occorre distinguere tra l’ipotesi di deduzione della inesistenza della relativa notificazione (come ogniqualvolta essa viene effettuata in luogo o a mani di persona privi di alcun tipo di relazione con l’ingiunto), da quella in cui se ne deduce viceversa la nullità: nel primo caso è proponibile, fintanto che il procedimento esecutivo non si sia concluso, il rimedio dell’opposizione all’esecuzione a norma dell’art. 615 c.p.c.; nel secondo quello invece dell’opposizione tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c., da esperirsi entro il termine di cui al terzo comma. Cass. 1 giugno 2004, n. 10495.

 

La nullità della notificazione del decreto ingiuntivo, anche se causa di inefficacia del decreto quale titolo esecutivo, può essere eccepita dall’intimato solo nel giudizio di cognizione instaurato con l’opposizione al decreto, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., ovvero, se la nullità ha impedito all’opponente di avere tempestiva conoscenza del decreto stesso, con l’opposizione tardiva, ai sensi dell’art. 650 c.p.c., e non anche successivamente alla notificazione del precetto con l’opposizione di cui agli artt. 615 o 617 c.p.c. dinanzi ad un giudice diverso da quello funzionalmente competente a giudicare sull’opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 2 aprile 2009, n. 8011.

 

Quando la parte nei cui confronti sia stata iniziata un’espropriazione forzata sulla base di un decreto di ingiunzione deduca che la notifica di detto decreto è affatto mancata o che essa è giuridicamente inesistente, tale deduzione integra un’opposizione all’esecuzione, da far valere nelle forme e nei modi di cui all’art. 615 c.p.c. Cass. 3 ottobre 1997, n. 9679; conforme Cass. 7 luglio 2009, n. 15892, Trib. Roma, 13 gennaio 2009.

 

La notificazione inesistente (ossia non effettuata) o giuridicamente inesistente (come nel caso della notificazione effettuata in luogo ed a persona in alcun modo riferibili al debitore ingiunto) comporta l’inefficacia del decreto ingiuntivo ex art. 644 c.p.c., inefficacia che può essere fatta valere non soltanto con la procedura prevista dall’1 e 2 comma dell’art. 188 disp. att. c.p.c. o con autonoma azione ordinaria di accertamento negativo (come si evince dall’ultimo comma dell’art. 188 disp. attuaz. c.p.c.), bensì anche con l’opposizione all’esecuzione a norma dell’art. 615 c.p.c. Trib. Torino, 31 agosto 2011.

 

 

2.6. Legittimazione.

Il terzo detentore di un bene immobile per un titolo derivato da colui nei cui confronti il proprietario ha ottenuto, per occupazione abusiva, una sentenza di condanna al rilascio, può opporsi all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., ove sostenga di detenere l’immobile in virtù di un titolo autonomo, come tale non pregiudicato da detta sentenza. Cass. 4 febbraio 2005, n. 2279.

 

Nell’esecuzione per consegna o rilascio la legittimazione alla opposizione all’esecuzione spetta anche al detentore reale del bene, ancorché sia persona diversa da quella nominativamente indicata nel titolo esecutivo, perché è proprio il detentore reale l’unico soggetto che può soddisfare la pretesa esecutiva della parte istante alla restituzione del bene e che assume la qualifica di esecutato. Cass. 9 gennaio 1991, n. 149.

 

Il terzo acquirente di un bene pignorato è legittimato a proporre in proprio, e non in via surrogatoria rispetto all’alienante, l’opposizione all’esecuzione a norma dell’art. 615 c.p.c. Cass. 14 aprile 2000, n. 4856.

 

Il terzo pignorato è legittimato a proporre opposizione all’esecuzione per far valere la dichiarata improcedibilità del processo esecutivo nei confronti del suo creditore, sopravvenuta all’ordinanza di assegnazione di tale credito. Cass. 7 febbraio 2000, n. 1339.

 

Le opposizioni all’esecuzione che si possono svolgere nell’espropriazione presso terzi sono caratterizzate dall’oggetto, costituito dalla contestazione del diritto di procedere ad esecuzione forzata per mancanza del titolo esecutivo o del credito e per impignorabilità dei beni. Consegue che gli unici soggetti legittimati a proporre l’opposizione sono il debitore esecutato o il creditore e non il terzo che ha reso la dichiarazione di cui all’art. 543 c.p.c. Cass. 21 gennaio 2000, n. 687.

 

La società di capitali nella quale sia conferita l’azienda di una impresa individuale succede in tutti i rapporti attivi e passivi di quest’ultima. Da ciò consegue che la società nella quale sia confluita l’azienda di altra è soggetta all’esecuzione forzata fondata su un titolo giudiziale pronunciato nei confronti del conferente l’azienda, oltre ad essere legittimata a proporre opposizione all’esecuzione stessa. Cass. 24 aprile 2008, n. 10676.

 

 

2.7. Litisconsorzio.

Il debitore esecutato è litisconsorte necessario in tutti i giudizi di opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi pur se promossi da terzi estranei al giudizio nel cui corso si è formato il titolo esecutivo. La conseguente nullità della sentenza pronunciata in contraddittorio non integro può essere rilevata d’ufficio anche in sede di legittimità. Cass. 21 luglio 2000, n. 9645.

 

Nell’espropriazione promossa dal creditore contro il terzo proprietario nei casi e nei modi di cui agli artt. 602 e ss. c.p.c., sono parti tanto il terzo assoggettato all’espropriazione, quanto il debitore, per cui nel giudizio di opposizione all’esecuzione, promosso contro il creditore procedente dal terzo assoggettato all’esecuzione, il debitore, assieme al creditore, assume la veste di legittimo e necessario contraddittore, quale soggetto nei cui confronti l’accertamento della ricorrenza o meno dell’azione esecutiva contro il terzo è destinato a produrre effetti immediati e diretti; ne consegue che le sentenze rese in un giudizio di opposizione all’esecuzione promossa nei confronti di beni del terzo in cui non sia stato evocato in causa anche il debitore necessario sono inutiliter datae e tale nullità, ove non rilevata dai giudici di merito, deve essere rilevata d’ufficio dal giudice di legittimità con remissione della causa al giudice di primo grado. Cass. 29 settembre 2004, n. 19562.

 

In tema di espropriazione mobiliare presso terzi, poiché anche in tal caso oggetto dell’opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., è l’accertamento dell’esistenza o meno del diritto del creditore a procedere esecutivamente nei confronti del debitore, queste sono le parti necessarie del relativo giudizio e non anche il terzo chiamato a rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c., non essendo quest’ultimo coinvolto dalla situazione determinata dal precedente giudizio di esecuzione, che non si svolge nei suoi confronti, ma è condotto a carico di soggetti diversi. Rispetto all’opposizione agli atti esecutivi, invece, è configurabile un interesse del terzo a che il processo si svolga correttamente anche nei suoi riguardi, con la conseguenza che egli è legittimato a promuovere o a partecipare al giudizio di opposizione nel quale si discute delle forme legittime del procedimento esecutivo. Cass. 8 agosto 2003, n. 11976; conforme Cass. 29 novembre 1996, n. 10650; contra Cass. 1º ottobre 1997, n. 9571.

 

Nell’espropriazione presso terzi, il pignoramento impone al terzo di non compiere atti che determinano l’estinzione del credito o il suo trasferimento ad altri, di guisa che il terzo è interessato alle vicende processuali che riguardano la legittimità o validità del pignoramento in quanto possono comportare o meno la liberazione dal relativo vincolo. Ne consegue che il terzo pignorato è parte necessaria nei processi di opposizione all’esecuzione o di opposizione agli atti esecutivi in cui si contesti la validità del pignoramento, e deve essere chiamato in causa dall’opponente ed in mancanza il giudice deve ordinare l’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti. t Il terzo pignorato non è parte necessaria nel giudizio di opposizione all’esecuzione o in quello di opposizione agli atti esecutivi qualora non sia interessato alle vicende processuali relative alla legittimità e alla validità del pignoramento, dalle quali dipende la liberazione dal relativo vincolo, potendo assumere, invece, tale qualità solo quando abbia un interesse all’accertamento dell’estinzione del suo debito per non essere costretto a pagare di nuovo al creditore del suo debitore. Cass. 19 maggio 2009, n. 11585; conforme Cass. 12 febbraio 2008, n. 3276.

 

In tema di espropriazione forzata legittimati passivi e litisconsorti necessari nelle cause di opposizione all’esecuzione sono soltanto il soggetto che ha proceduto al pignoramento ed i creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo che abbiano compiuto singoli atti del procedimento, diversamente dalle cause di opposizione agli atti esecutivi in cui sono passivamente legittimati e litisconsorti necessari non solo il creditore procedente, ma anche i creditori intervenuti e tutti gli altri interessati. Cass. 8 maggio 1991, n. 5146.

 

Nell’espropriazione promossa dal creditore contro il terzo proprietario nei casi e nei modi di cui agli art. 602 e seguenti c.p.c., sono parti tanto il terzo assoggettato all’espropriazione, quanto il debitore. Nel giudizio di opposizione all’esecuzione, promosso contro il creditore procedente dal terzo assoggettato all’esecuzione, pertanto, il debitore, assieme al creditore, assume la veste di legittimo e necessario contraddittore, quale soggetto nei cui confronti l’accertamento della ricorrenza o meno dell’azione esecutiva contro il terzo è destinato a produrre effetti immediati e diretti. Deriva da quanto precede, altresì, che le sentenze rese in un giudizio di opposizione all’esecuzione promossa nei confronti di beni del terzo in cui non sia stato evocato in causa anche il debitore necessario sono “inutiliter data” e tale nullità, ove non rilevata dai giudici di merito, deve essere rilevata d’ufficio dal giudice di legittimità con remissione della causa al giudice di primo grado. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1192.

 

 

2.8. Poteri del giudice.

Poiché l’oggetto dell’opposizione all’esecuzione è un’azione di accertamento negativo della sussistenza del diritto posto a base dell’esecuzione minacciata od iniziata, è di tutta evidenza che il giudice dell’opposizione può alternativamente: a) riconoscere l’infondatezza dell’opposizione e, quindi, rigettarla in toto, qualora accerti l’esistenza dei fatti costitutivi della pretesa esecutiva nella loro interezza; b) al contrario, nel presupposto del riconoscimento della loro totale inesistenza, accogliere l’opposizione in toto, negando il diritto di procedere esecutivamente nella sua totalità; c) ma anche riconoscere la sussistenza dei fatti costitutivi del diritto di procedere esecutivamente soltanto pro parte, qualora il diritto per cui è minacciata od iniziata l’esecuzione concerna un oggetto divisibile, di modo che il diritto stesso possa esistere per parte di esso, e, quindi, in tal caso accogliere soltanto parzialmente l’opposizione all’esecuzione e rigettarla per la parte restante, con la conseguenza che quel diritto resta accertato come esistente in parte e come inesistente per il residuo. Cass. 25 maggio 2007, n. 12239.

 

Nel giudizio di opposizione al precetto il diritto di procedere all’esecuzione deve risultare dallo stesso titolo esecutivo in forza del quale è stato intimato il precetto e non può essere ricavato da elementi estranei al titolo e tantomeno da fatti estranei all’azione esecutiva e ciò neppure al fine limitato di interpretare estensivamente il titolo in base al quale si procede, quando una tale interpretazione è esclusa dalla lettera e dalla portata delle disposizioni contenute nel titolo medesimo. Pertanto, il giudice dell’opposizione all’esecuzione non ha il potere di accertare se la sentenza di primo grado non munita di clausola di provvisoria esecuzione e posta a fondamento dell’esecuzione forzata sia divenuta esecutiva per la inammissibilità dell’appello a seguito della sua proposizione dopo la scadenza del termine per l’impugnazione, trattandosi di un potere riservato al giudice di appello. Cass. 2 dicembre 1992, n. 12854.

 

Il potere - dovere del giudice di verificare d’ufficio l’esistenza del titolo esecutivo va coordinato, in sede di opposizione all’esecuzione, con il principio della domanda e con quello della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, fissati dagli artt. 99 e 112 c.p.c. Pertanto, ove sia in contestazione la liquidità del credito fatto valere, l’eventuale difetto di titolo esecutivo non può essere rilevato d’ufficio dal giudice. Cass. 7 marzo 2002, n. 3316; contra: Cass. 29 novembre 2004, n. 22430: Il giudice dell’opposizione all’esecuzione è tenuto a compiere d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ed anche per la prima volta nel giudizio di Cassazione, la verifica sulla esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva, potendo rilevare sia l’inesistenza originaria del titolo esecutivo sia la sua sopravvenuta caducazione, che - entrambe - determinano l’illegittimità dell’esecuzione forzata con effetto ex tunc, in quanto l’esistenza di un valido titolo esecutivo costituisce presupposto dell’azione esecutiva stessa; conforme Cass. 19 maggio 2011, n. 11021, Cass. 7 febbraio 2000, n. 1337.

 

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione, la sentenza passata in giudicato posta alla base della promossa esecuzione costituisce giudicato esterno, rispetto al quale il giudice della opposizione può compiere solo una attività interpretativa, volta ad individuarne l’esatto contenuto e la portata precettiva, sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione di ogni riferimento ad elementi esterni, non avendo alcuna possibilità di integrare una pronuncia eventualmente carente o dubbia facendo riferimento a norme di diritto o ad un determinato orientamento giurisprudenziale; in particolare, con riferimento all’esecuzione di una sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro e dei relativi interessi, la questione della decorrenza degli interessi deve essere risolta sulla base delle statuizioni contenute (o mancanti) nella sentenza azionata. Cass. 14 gennaio 2003, n. 445.

 

In sede di esecuzione di una sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro passata in giudicato, il giudice dell’opposizione deve procedere all’interpretazione del giudicato esterno, individuandone contenuto e portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione e con esclusione del riferimento ad elementi esterni, non potendo, in particolare, integrare una pronuncia carente o dubbia facendo riferimento a regole di diritto o ad orientamenti giurisprudenziali; in tal caso, l’interpretazione del titolo, quale interpretazione del giudicato esterno, è incensurabile in Cassazione ove non risultino violati i criteri giuridici che regolano l’estensione ed i limiti della cosa giudicata ed il procedimento interpretativo sia immune da vizi logici. Cass. 27 novembre 2001, n. 14986.

 

L’interpretazione della sentenza, costituente titolo esecutivo, eseguita dal giudice investito dall’opposizione alla esecuzione, ha per oggetto il giudicato esterno al giudizio di opposizione e si risolve, pertanto, in un giudizio di fatto censurabile in Cassazione solo se siano violati i criteri giuridici che regolano l’estensione ed i limiti della cosa giudicata o se il procedimento interpretativo seguito dal giudice del merito presenti vizi logici o giuridici. Cass. 5 settembre 2002, n. 12901.

 

Il giudice dell’opposizione all’esecuzione, allorché dichiara che la sentenza fatta valere come titolo esecutivo non consente l’esercizio della relativa azione, perché si tratta di sentenza appellabile o già appellata (oltre che non provvisoriamente esecutiva), non compie alcuna indagine sull’ammissibilità dell’appello (che gli è preclusa), ma si limita alla verifica (che gli compete) dell’esistenza o persistenza del titolo giudiziale posto a fondamento dell’esecuzione; né, ove si tratti di sentenza appellata, è tenuto a disporre la sospensione del processo di opposizione, a norma dell’art. 295 c.p.c., in attesa della definizione della controversia cui la sentenza si riferisce, non sussistendo pregiudizialità tra gli accertamenti oggetto dei due giudizi. Cass. 24 maggio 2002, n. 7631.

 

Contra: Il giudizio sull’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c., proposta per indebita apposizione della formula esecutiva su una sentenza impugnata e non provvisoriamente esecutiva, dipende dalla definizione del giudizio sull’impugnazione, e pertanto sussistono i presupposti per sospenderlo, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., anche d’ufficio, da parte del giudice dell’esecuzione. Cass. 27 novembre 1998, n. 12037.

 

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione, la sentenza passata in giudicato posta alla base della promossa esecuzione costituisce giudicato esterno, rispetto al quale il giudice della opposizione può compiere solo una attività interpretativa, volta ad individuarne l’esatto contenuto e la portata precettiva, sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione di ogni riferimento ad elementi esterni, non avendo alcuna possibilità di integrare una pronuncia eventualmente carente o dubbia facendo riferimento a norme di diritto o ad un determinato orientamento giurisprudenziale, né in relazione a sentenza di condanna ad una somma di denaro, si può procedere, per individuare la somma oggetto di esecuzione, alle operazioni contabili tra le partite di dare e avere del medesimo rapporto, trattandosi di attività che, pur se rimessa all’iniziativa officiosa, è propria del giudizio di cognizione, e che, se omessa, deve essere oggetto di impugnazione. Cass. 1 giugno 2004, n. 10504.

 

La deduzione che la mancanza della autorizzazione amministrativa alla demolizione di un edificio comporta l’impossibilità di eseguire l’obbligo derivante dal titolo esecutivo e che la demolizione stessa è stata effettuata in misura maggiore rispetto a quella indicata nel titolo stesso, concretano gli estremi di un’opposizione all’esecuzione e non agli atti esecutivi, con la conseguenza che la relativa controversia appartiene al giudice competente ratione valoris e non al giudice dell’esecuzione. Cass. 27 novembre 1984, n. 6151.

 

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. non possono proporsi questioni in contrasto con il contenuto del titolo esecutivo giudiziale e deducibili invece con specifici mezzi di impugnazione di esso; ne deriva che in tale ambito non vi è alcuna possibilità di concorso tra questo e quel procedimento. Cass. 29 novembre 1996, n. 10650.

 

Il giudice dell’opposizione all’esecuzione, ove ritenga che la corretta interpretazione del titolo esecutivo giudiziale comporti la riduzione della pretesa azionata “in executivis” dal creditore, non può pronunciare una sentenza di condanna del debitore al pagamento della minor somma così determinata, perché in questo caso si duplicherebbe il titolo esecutivo, ma deve limitarsi ad accertare quale sia l’esatto ambito oggettivo e soggettivo del suddetto titolo e, conseguentemente, pronunciarsi sulla legittimità o meno dell’esecuzione già intrapresa, configurandosi, per l’appunto, siffatto giudizio come causa di accertamento negativo, totale o parziale, dell’azione esecutiva esercitata. Cass. 24 aprile 2008, n. 10676.

 

 

2.9. Sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo.

Il potere di sospendere l’efficacia del titolo esecutivo, conferito dall’art. 615, primo comma, c.p.c. al giudice dell’opposizione a precetto, non può essere sovrapposto al potere del giudice di appello di sospendere l’efficacia della sentenza impugnata; l’istanza di sospensione ex art. 615, primo comma, c.p.c., infatti, ha portata solo residuale, potendo essere impiegata unicamente quando la sentenza non sia stata impugnata e solo per far valere fatti non coperti dal giudicato. App. Genova, 26 luglio 2006.

 

A seguito della riforma del 2005 (D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni in legge 14 maggio 2005, n. 80, applicabile ai procedimenti instaurati successivamente al 1º marzo 2006), che ha modificato l’art. 615, 1º comma, c.p.c., stabilendo la facoltà del giudice dell’opposizione all’esecuzione (anche proposta prima dell’inizio dell’esecuzione), di sospendere l’efficacia del titolo esecutivo, è inammissibile il ricorso ante causam ex art. 700 c.p.c. diretto ad ottenere la sospensione del titolo esecutivo, per difetto di residualità dello strumento cautelare atipico. Trib. Piacenza, 17 gennaio 2011.

 

L’opposizione a precetto, con la relativa istanza di sospensione del titolo, concerne sia titoli giudiziali che stragiudiziali, non essendo ipotizzabile alcun conflitto tra giudici, atteso che il giudice del precetto deve valutare non già il titolo in sé ma l’efficacia esecutiva dello stesso. Il potere di disporre la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo “inaudita altera parte”, come prevista negli artt. 624 e 625 c.p.c., compete anche al giudice adito con l’opposizione a precetto, giacché diversamente opinando, situazioni omogenee, come quelle relative alla necessità di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo e alla necessità di sospendere una esecuzione già iniziata, verrebbero irragionevolmente trattate in modo difforme. Trib. Venezia, 24 gennaio 2007.

 

Quando il giudice dell’opposizione proposta ai sensi dell’art. 615, comma 1, c.p.c., non provveda a sospendere l’efficacia del titolo esecutivo azionato, e con essa la forza precettiva dell’atto di intimazione, il giudice dell’esecuzione, in difetto di specifici motivi che non attengano alle modalità del processo di esecuzione e alla correttezza dei comportamenti endoprocessuali delle parti, non è competente ad arrestare l’esecuzione per motivi che investono il giudizio di merito. Trib. Palermo, 11 marzo 2009.

 

La sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo esecutivo data in sede di opposizione a precetto, come disciplinata dall’art. 615, comma 1, c.p.c., siccome inerente al titolo fatto valere, e non già all’atto di precetto contestato, ha effetto oggettivo ed assoluto tra le parti, con conseguente preclusione, salvo reiezione dell’opposizione ovvero revoca del provvedimento di sospensione in sede di reclamo, non già della sola azione esecutiva minacciata col precetto contestato, ma, in generale, dell’esercizio di qualsivoglia ulteriore azione esecutiva che si fondi sul titolo la cui efficacia sia stata sospesa. Viceversa, l’inesistenza originaria del titolo esecutivo, come la sua sopravvenuta caducazione, implica l’illegittimità dell’esecuzione forzata con effetto ex tunc, a nulla rilevando che esso sia successivamente venuto ad esistenza, tenuto conto che l’esistenza di un valido titolo esecutivo rappresenta presupposto indefettibile dell’azione esecutiva medesima. Trib. Roma, 13 dicembre 2010.

 

Non sussistono gravi motivi per sospendere l’efficacia esecutiva del titolo vantato dall’opposto, costituito dalla sentenza emessa da giudice di prime cure, ai sensi dell’art. 615, comma 1, ult. parte, c.p.c., atteso che, secondo le attuali risultanze documentali e le circostanze di fatto incontroverse tra le parti, risulta intervenuta la cessione dei crediti per cui è causa successivamente all’instaurazione del giudizio di opposizione, in forza dell’art. 111 c.p.c., il titolo giudiziale azionato dal creditore risultando opponibile, oltre che alla società cessionaria, alla parte originariamente debitrice, nei confronti della quale la sentenza è stata emessa, e, dunque, alla società cedente, successivamente incorporata nell’odierna opponente, la quale è subentrata nella titolarità di tutti i rapporti giuridici della società incorporata ex art. 2504 bis c.c. Trib. Bari, 31 marzo 2011.

 

 

2.10. Termine.

L’opposizione alla esecuzione concernete la pignorabilità dei beni può essere esperita soltanto finché non sia esaurito il processo esecutivo e, cioè, nell’ipotesi di espropriazione presso terzi, finché non sia emessa ordinanza di assegnazione. Cass. 20 ottobre 1997, n. 10259.

 

Nel procedimento esecutivo, va precisato che non sono previsti termini di decadenza per la proposizione dell’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c. Infatti, l’opposizione proposta a norma dell’articolo richiamato va qualificata come opposizione all’esecuzione essendo diretta a contrastare il diritto del creditore a procedere all’esecuzione forzata sul presupposto dell’inesistenza del titolo esecutivo. Trib. Monza, 22 giugno 2009.

 

Ai fini della legittimità dell’esecuzione forzata, è sufficiente che il titolo esecutivo sussista quando l’azione esecutiva è minacciata o iniziata e che la sua validità ed efficacia permangano durante tutto il corso della fase esecutiva, sino al suo termine finale. Ne consegue che, così come è inammissibile per tardività una opposizione ex art. 615 c.p.c. proposta dopo il materiale compimento dell’esecuzione forzata, allo stesso modo non è possibile travolgere gli atti di una procedura esecutiva assistiti sino al suo termine finale da valido titolo esecutivo e rispetto alla quale la successiva caducazione del titolo esecutivo non può avere valenza retroattiva per inferirne la invalidità di una procedura legittimamente iniziata e portata a definitivo compimento. Cass. 31 marzo 2007, n. 8061.

 

In tema di espropriazione presso terzi, il rimedio dell’opposizione all’esecuzione relativa alla pignorabilità dei beni è legittimamente proponibile, ex art. 615 c.p.c., soltanto fino al momento in cui l’azione esecutiva non si sia consumata per effetto dell’avvenuta espropriazione (e senza che la scadenza del termine per la sua proposizione possa prolungarsi con riferimento al - diverso - termine stabilito per l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c. instaurata avverso la medesima ordinanza). A tal proposito, strutturandosi l’ordinanza di assegnazione del bene pignorato, sul piano morfologico non meno che su quello funzionale, come l’atto conclusivo del procedimento espropriativo, deve ritenersi che l’opposizione all’esecuzione possa proporsi soltanto sino a che non risulti pronunciata detto provvedimento (pur sempre impugnabile con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, ma solo limitatamente ai profili che ne involgano vizi specifici suoi propri), all’esito del quale nessuna opposizione che riguardi il profilo della impignorabilità dei beni risulterà più legittimamente proponibile - non l’opposizione all’esecuzione, che presuppone, per sua stessa natura, la «pendenza» di un giudizio di opposizione (ciò che resta escluso, come detto, per effetto dell’emanazione dell’ordinanza di assegnazione), non l’opposizione agli atti esecutivi, che, pur ammessa con riferimento non solo alla regolarità formale dell’ordinanza de qua, ma a qualunque suo altro vizio (ivi compreso quello della inopportunità od incongruenza), resta pur sempre legata alla contestazione delle modalità di esercizio concreto dell’azione esecutiva (quomodo executionis), e non può correttamente estendersi sino alla contestazione relativa alla pignorabilità dei beni, che investe l’essenza stessa del «se» dell’esecuzione. Cass. 11 febbraio 1999, n. 1150.

Contra: L’opposizione concernente la pignorabilità dei beni può essere esperita soltanto finché non sia esaurito il processo esecutivo e, cioè, nell’ipotesi di espropriazione presso terzi, finché non sia emessa l’ordinanza di assegnazione e non sia trascorso il termine perentorio, previsto nell’art. 617 comma 2 c.p.c., per l’impugnazione di questo atto esecutivo. Cass. 21 novembre 1988, n. 262.

 

 

2.11. Rinuncia al precetto.

La rinuncia al precetto contro il quale sia stata già proposta opposizione non determina l’estinzione del giudizio di opposizione, ma la cessazione della materia del contendere, senza che sia precluso, alla controparte l’iscrizione della causa a ruolo per ottenere il regolamento delle spese del giudizio. Cass. 25 maggio 1998, n. 5207.

 

Contra: La rinunzia al precetto non determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di opposizione rivolto a contestare il diritto del creditore di procedere ad esecuzione (non vizi formali del precetto stesso), atteso che quella rinuncia non estingue tale diritto. Cass. 15 novembre 1993, n. 11266.

 

 

2.12. Sospensione feriale.

Il giudizio di opposizione all’esecuzione non è soggetto alla sospensione feriale dei termini, nemmeno quando l’opposto abbia formulato una domanda riconvenzionale subordinata finalizzata ad ottenere, nel caso di accoglimento dell’opposizione, la condanna del debitore opponente al medesimo credito portato dal titolo esecutivo, se tale domanda non sia stata presa in esame dal giudice a causa del rigetto dell’opposizione. Cass. 15 febbraio 2011, n. 3688; conforme Cass. 11 gennaio 2012, n. 171.

 

A norma del combinato disposto degli artt. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, e 92, primo comma, dell’ordinamento giudiziario apparso su R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, la sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, in materia civile, non si applica, tra le altre, alle cause di opposizione all’esecuzione, tra le quali rientra l’opposizione a precetto cambiario, titolo stragiudiziale parificato alle sentenze (art. 474 c.p.c.). Cass. 10 febbraio 2005, n. 2708.

In presenza di ricorso per Cassazione avverso provvedimento emesso in tema di opposizione all’esecuzione non è applicabile la sospensione dei termini per il periodo feriale di cui alla l. n. 742 del 1969. Cass. 21 settembre 2011, n. 19196.

 

 

2.13. Spese.

Nel procedimento esecutivo l’onere delle spese non segue il principio della soccombenza, ma quello della soggezione del debitore all’esecuzione; nei procedimenti di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi, strutturati come giudizi di cognizione, trova, invece, applicazione l’ordinario principio della soccombenza, con la conseguenza che le spese vanno poste a carico del soccombente che, con il comportamento tenuto fuori del processo, ovvero con il darvi inizio o resistervi in forma e con argomenti non rispondenti a diritto, ha dato causa al processo o al suo protrarsi. Cass. 5 marzo 2007, n. 5061.

 

 

2.14. Estinzione del processo esecutivo.

Qualora siano state proposte opposizioni esecutive, l’estinzione del processo esecutivo comporta la cessazione della materia del contendere per sopravvenuto difetto di interesse a proseguire il processo, solamente rispetto alle opposizioni agli atti esecutivi, mentre, rispetto alle opposizioni aventi per oggetto il diritto a procedere ad esecuzione forzata, in rapporto all’esistenza del titolo esecutivo o del credito, permane l’interesse alla decisione, con la precisazione che, se oggetto dell’opposizione è la pignorabilità dei beni, l’interesse torna a cessare quando il pignoramento è caduto su somme di danaro o di altre cose fungibili, perché il vincolo imposto dal pignoramento su questo genere di cose (che consiste nell’inefficacia dei successivi atti di disposizione per una somma equivalente) si esaurisce con la sopravvenuta inefficacia del pignoramento. Cass. 24 febbraio 2011, n. 4498; conforme Cass. 31 gennaio 2012, n. 1353.

 

 

  1. Litispendenza - Continenza.

Ai fini della litispendenza, il giudice dell’esecuzione, dinanzi al quale va proposta l’opposizione all’esecuzione ex art. 615, secondo comma, c.p.c., e quello competente per valore, cui va rimessa la causa di opposizione ai sensi del successivo art. 616, non possono considerarsi unico organo giudiziario, bensì costituiscono «giudici diversi» (art. 39 c.p.c.), in quanto il primo è titolare di una sua specifica competenza e non opera come longa manus del secondo. Cass. 2 aprile 1984, n. 2152.

 

In caso di contemporanea pendenza di due giudizi, uno di opposizione all’esecuzione minacciata o promossa per la realizzazione di un determinato diritto e l’altro relativo all’accertamento del medesimo diritto fra le stesse parti, deve escludersi una situazione di litispendenza (o eventualmente di continenza) allorché l’opposizione all’esecuzione riguardi il profilo strettamente processuale della promovibilità dell’esecuzione forzata, essendo in tal caso diverse le rispettive causae petendi dei due giudizi, ravvisabili l’una nel rapporto giuridico da cui sorge il diritto di credito per il cui accertamento è stata proposta la domanda introduttiva del giudizio di cognizione e l’altra nella insussistenza delle condizioni che determinano la soggezione del debitore all’azione esecutiva. Cass. 6 novembre 2001, n. 13701.

 

Non è ravvisabile un rapporto di litispendenza fra causa di opposizione all’esecuzione e quella di opposizione agli atti esecutivi proposta dallo stesso debitore contro l’atto di precetto perché fra le due cause non esiste identità di petitum e di causa petendi. Infatti nell’opposizione all’esecuzione l’oggetto dalla domanda è dato dall’accertamento negativo del diritto dell’intimante di promuovere un giudizio di esecuzione; nell’opposizione agli atti esecutivi l’oggetto del giudizio è invece costituito dalla richiesta di dichiarare la nullità formale dell’atto preliminare all’azione esecutiva. Cass. 9 aprile 2001, n. 5273.

Non è configurabile un rapporto di litispendenza tra l’opposizione promossa dal debitore dinanzi al tribunale a norma dell’art. 615, primo comma, c.p.c. con la quale si deduce la nullità del precetto e si contesta la richiesta di interessi e l’opposizione all’esecuzione dallo stesso proposta, successivamente al pignoramento eseguito sulla base di un nuovo precetto, innanzi al pretore a norma dell’art. 615, secondo comma, c.p.c., per eccepire la litispendenza e l’insussistenza del debito d’interessi. Dette opposizioni, infatti, presentano una differenza di petitum e di causa petendi. Il possibile conflitto di giudicati in ordine all’accertamento sulla spettanza e sulla decorrenza degli interessi trova rimedio attraverso l’istituto della sospensione di cui all’art. 295 c.p.c. Cass. 4 marzo 1999, n. 1831.

 

Non sussiste litispendenza tra due giudizi di opposizione all’esecuzione promossi con riferimento a distinti procedimenti esecutivi, ancorché intrapresi sulla base dello stesso titolo giudiziale con distinti e successivi pignoramenti del credito del debitore verso un terzo. Cass. 8 maggio 1993, n. 5305.

 

Non è configurabile la litispendenza tra il procedimento di esecuzione degli obblighi di fare di cui all’art. 612 c.p.c. e l’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 stesso codice, ancorché con riguardo allo stesso titolo giudiziale di cui si è richiesta l’esecuzione. Cass. 26 giugno 1992, n. 7982.

 

Non sussiste litispendenza, data la sostanziale diversità del petitum e della causa petendi fra la causa di opposizione all’esecuzione, nella quale si deduca l’irrituale notifica ed il conseguente mancato passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, azionata come titolo esecutivo, ed il giudizio di appello successivamente proposto avverso la sentenza medesima, ancorché per l’identico motivo. Cass. 22 gennaio 1994, n. 619.

 

Qualora alla data di notificazione di un decreto ingiuntivo sia pendente, davanti ad altro giudice, una diversa domanda la cui “causa petendi” sia (in tutto o in parte) identica a quella della domanda proposta nel procedimento monitorio, e nel cui “petitum” sia contenuto quello della domanda monitoria, il giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo è tenuto, con pronuncia esaustiva della sua competenza funzionale, a dichiarare la propria incompetenza, la nullità del decreto ingiuntivo e a rimettere la causa al primo giudice. (La S.C. ha affermato questo principio in una fattispecie in cui era stato incardinato fra le stesse parti prima un giudizio di opposizione al precetto fondato su vaglia cambiari e, successivamente, un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, davanti a diverso giudice, sulla base dei medesimi titoli di credito). Cass. 3 ottobre 2007, n. 20759.

 

 

  1. Impugnazione.

L’identificazione del mezzo di impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale deve essere fatta in base al principio dell’apparenza, ossia con riferimento esclusivo alla qualificazione dell’azione proposta, così come è stata compiuta dal giudice nel provvedimento stesso, indipendentemente dalla sua esattezza (che è sindacabile soltanto dal giudice cui spetta la cognizione dell’impugnazione prescelta, secondo il predetto criterio) e dalla qualificazione dell’azione data dall’opponente, o dalla parte che propone l’impugnazione. Pertanto, la sentenza emessa nel giudizio di opposizione esecutiva è impugnabile con l’appello, se l’azione è stata qualificata come opposizione all’esecuzione; è, invece, esperibile ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., qualora l’azione sia stata definita come opposizione agli atti esecutivi. Cass. 8 marzo 2001, n. 3400.

 

L’identificazione del mezzo di impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale deve compiersi in base all’azione come qualificata dal giudice del provvedimento impugnato, indipendentemente dalla sua esattezza, sindacabile solo dal giudice cui spetta la cognizione dell’impugnazione in base a tale criterio; pertanto, la sentenza emessa nel giudizio di opposizione esecutiva è impugnabile con l’appello, se l’azione è stata qualificata opposizione all’esecuzione, mentre è esperibile il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., se l’azione è stata definita opposizione agli atti esecutivi. Cass. 9 luglio 2001, n. 9292.

 

Nel caso in cui il giudice dell’esecuzione non abbia dato alcuna definizione all’opposizione, indicandola genericamente come «opposizione a precetto» (con la quale possono essere contestati sia il diritto della parte istante di agire in executivis, sia la regolarità formale dei singoli atti del procedimento esecutivo), la qualificazione dell’opposizione, se all’esecuzione o agli atti esecutivi, spetta d’ufficio al giudice dell’impugnazione, non solo ai fini del merito, ma anche ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione stessa; e perciò spetta anche alla Corte di Cassazione adita con apposito ricorso. Cass. 8 marzo 2001, n. 3400; conforme Cass. 13 ottobre 2009, n. 21683.

 

Quando le contestazioni della parte si configurino, nello stesso procedimento, come opposizione all’esecuzione ed opposizione agli atti esecutivi, si deve ritenere che la sentenza, formalmente unica, contenga due decisioni distinte soggette rispettivamente ad appello e a ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione; la qualificazione dell’azione operata dal giudice a quo non preclude comunque alla Cassazione la possibilità di dare alla opposizione un più appropriato nomen iuris, anche ai fini della valutazione di ammissibilità del ricorso. Cass. 31 luglio 2002, n. 11377.

 

Qualora il giudice dell’esecuzione, competente a decidere l’opposizione all’esecuzione proposta ai sensi dell’art. 615, secondo comma, c.p.c., ne dichiari l’estinzione per omessa notifica del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione, è ammissibile l’appello che deduca soltanto vizi di rito, trattandosi di pronuncia riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 354, secondo comma, c.p.c. Cass. 3 agosto 2002, n. 11659.

 

La causa di opposizione all’esecuzione conclusa con sentenza pubblicata nel periodo compreso tra il 1º marzo 2006 e il 4 luglio 2009 e la causa di opposizione agli atti esecutivi sono decise con sentenze non appellabili anche se relative alle materie trattate nei Capi I e II del Titolo IV del Libro II del codice di rito e, quindi, anche se il relativo procedimento è stato disciplinato dalle norme previste per le controversie individuali di lavoro. Cass. 18 agosto 2011, n. 17349.

 

 

  1. Sospensione dell’esecuzione.

Il provvedimento di sospensione dell’esecuzione o di rigetto della istanza di sospensione, pronunciato dal giudice in sede di opposizione all’esecuzione o di opposizione agli atti esecutivi, è soggetto, nel corso del procedimento, agli ordinari rimedi della revoca o della modifica ed all’opposizione agli atti esecutivi, con la conseguenza che contro lo stesso è inammissibile il rimedio straordinario del ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione. Cass. 12 febbraio 1992, n. 1439.

 

La ratio dell’art. 42, c.p.c., nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990, nella parte in cui prevede l’impugnabilità con regolamento di competenza dell’ordinanza che dispone la sospensione del processo, è quella di sottoporre a controllo un atto che era in precedenza sottratto ad ogni sindacato, verificando la legittima applicazione della norma dettata dall’ art. 295, c.p.c., nonché, nei casi in cui il giudice ha - in forza di altre disposizioni - il potere ma non il dovere di sospendere il giudizio pendente avanti a lui (ad es. artt. 279 comma 4 e 337 comma 2 c.p.c.), se il caso ricada nell’ambito di applicazione di esse. Tuttavia, con riferimento al processo esecutivo, il quale ove sia proposta opposizione all’esecuzione, non deve essere sospeso, ma può esserlo, in funzione cautelare, non v’è luogo per il regolamento di competenza, giacché avverso l’ordinanza di sospensione e per la verifica delle ragioni che la sorreggono è esperibile, dopo la riforma del processo esecutivo, il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., mentre in precedenza poteva essere proposta opposizione agli atti esecutivi. Cass. 10 novembre 2006, n. 24104.

 

 

  1. Esecuzione esattoriale.

In relazione alla cartella esattoriale emessa ai fini della riscossione di sanzioni amministrative pecuniarie sono ammissibili, a seconda dei casi, i seguenti rimedi: a) l’opposizione ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, allorché sia mancata la notificazione dell’ordinanza - ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione al codice della strada, al fine di consentire all’interessato di recuperare l’esercizio del mezzo di tutela previsto dalla legge riguardo agli atti sanzionatori; b) l’opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., allorché si contesti la legittimità dell’iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella, e quindi per la mancanza di un titolo legittimante l’iscrizione a ruolo, o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo; c) l’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., allorché si contesti la ritualità formale della cartella esattoriale o si adducano vizi di forma del procedimento esattoriale, compresi i vizi strettamente attinenti alla notifica della cartella e quelli riguardanti i successivi avvisi di mora. Ciascuno di tali rimedi è, poi, soggetto al regime suo proprio quanto ai mezzi di impugnazione della relativa decisione: ricorso per Cassazione quanto al primo e al terzo rimedio; appello quanto al secondo. Cass. 28 giugno 2002, n. 9498; conforme Cass. 21 febbraio 2012, n. 2486.

 

Il vigente sistema di tutela giurisdizionale per le entrate previdenziali (ed in genere per quelle non tributarie) prevede le seguenti possibilità di tutela per il contribuente: a) proposizione di opposizione al ruolo esattoriale per motivi attinenti al merito della pretesa contributiva ai sensi dell’art. 24, comma 6 del D.Lgs. n. 46/1999, ovverosia nel termine di giorni 40 dalla notifica della cartella di pagamento, davanti al giudice del lavoro; b) proposizione di opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. per questioni attinenti non solo alla pignorabilità dei beni, ma anche a fatti estintivi del credito sopravvenuti alla formazione del titolo (quali ad esempio la prescrizione del credito, la morte del contribuente, l’intervenuto pagamento della somma precettata) sempre davanti al giudice del lavoro nel caso in cui l’esecuzione non sia ancora iniziata (art. 615, comma 1, c.p.c.) ovvero davanti al giudice dell’esecuzione se la stessa sia invece già iniziata (art. 615, comma 2, e 618-bis c.p.c.); c) proposizione di una opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., ovverosia “nel termine perentorio di venti giorni dalla notifica del titolo esecutivo o del precetto” per i vizi formali del titolo (quali ad esempio quelli attinenti la notifica e la motivazione) ovvero della cartella di pagamento ovvero ancora del procedimento esattoriale nel suo complesso (compresi i vizi strettamente legati alla notifica della cartella e quelli riguardanti i successivi avvisi di mora), anche in questo caso davanti al giudice dell’esecuzione o a quello del lavoro a seconda che l’esecuzione stessa sia già iniziata (art. 617, comma 2, c.p.c.) o meno (art. 617, comma 1, c.p.c). Trib. Roma, 8 ottobre 2009.

 

Nel giudizio di opposizione promosso ai sensi dell’art. 615 c.p.c. avverso la cartella esattoriale relativa alla riscossione di sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada, la legittimazione attiva spetta al destinatario del provvedimento sanzionatorio mentre quella passiva spetta all’Ente titolare della pretesa sanzionatoria nonché al Concessionario del servizio di riscossione. Giudice pace Palermo, 30 agosto 2011, n. 3809.

 

In materia di opposizione a cartella esattoriale, ove l’opponenti contesti la legittimità dell’iscrizione ipotecaria per intervenuta caducazione a titolo di pagamento o prescrizione, del titolo esecutivo, ha l’onere di proporre opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. Trib. Roma, 21 ottobre 2009.

 

Il Giudice dell’opposizione a precetto, essendo la cartella esattoriale atto avente la medesima funzione del precetto, pur non potendo sindacare direttamente il titolo di natura giudiziale è, tuttavia, tenuto, a mente dell’art. 615 c.p.c., a verificare se in concreto sia stato fatto valere come titolo esecutivo un documento che non rientra tra quelli indicati dall’art. 474 c.p.c. Trib. Milano, 11 novembre 2011.

 

 

  1. Procedure concorsuali.

In tema di concordato preventivo, il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive sul patrimonio del debitore, previsto dall’art. 168, primo comma, l. fall., comporta che i debiti sorti prima dell’apertura della procedura non possono essere estinti fuori dall’esecuzione concorsuale; pertanto ove, prima di tale momento, sia stata iniziata da un creditore l’espropriazione presso terzi avente ad oggetto un credito tributario, l’Agenzia delle Entrate, terzo pignorato, che sia stata portata a conoscenza del concordato, non deve sottostare al precetto intimatole dal creditore assegnatario delle somme, ma, essendo venuto meno il presupposto dell’esecuzione individuale, deve opporsi all’atto di precetto ex art. 615 c.p.c., allegando il venir meno dell’obbligo di pagare. Cass. 26 giugno 2007, n. 14738.

 

 

  1. Casistica.

In tema di crediti nascenti da rapporto di impiego pubblico giudizialmente riconosciuti, ai fini dell’attuazione di un giudicato amministrativo è consentito adire il giudice ordinario, in alternativa al ricorso al giudizio di ottemperanza dinanzi al giudice amministrativo, soltanto in sede esecutiva, nell’ipotesi in cui sia possibile procedere ad esecuzione forzata per la presenza di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, ma non già ove sia necessario un ulteriore giudizio di cognizione al fine di determinare esattamente il credito riconosciuto dalla sentenza del giudice amministrativo. In quest’ultimo caso, posto che non è possibile far concorrere la giurisdizione, ordinaria ed amministrativa, in riferimento allo stesso giudizio a carattere cognitorio, la parte interessata è tenuta a ricorrere al giudizio di ottemperanza, nell’ambito del quale giudice amministrativo ha il potere di integrare il giudicato stesso, nel quadro degli ampi poteri che egli può esercitare per adeguare la situazione al comando definitivo inevaso. Cass., Sez. Un., 15 luglio 2008, n. 19345.

 

In materia di dichiarazione di esecutività a norma della convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968 (concernente la Competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile commerciale, approvata e resa esecutiva con legge 21 giugno 1971 n. 804), le questioni attinenti alla validità della decisione giudiziale od alla validità del contratto rogato dal notaio, di cui si chieda l’esecutività, possono essere dedotte soltanto in un giudizio ordinario di opposizione all’esecuzione e non in sede di giudizio di esecuzione del titolo straniero; con l’opposizione di cui all’art. 36 della convenzione, infatti, possono essere fatte valere solo le questioni attinenti alle condizioni dettate dalla convenzione medesima per l’apposizione della formula esecutiva. Cass. 10 luglio 2008, n. 19067.

 

Il provvedimento ex art. 148 c.c. riveste un carattere ibrido, nel senso che concreta non solo gli estremi di un titolo esecutivo, ma altresì l’inizio di una sorta di esecuzione presso terzi, con l’effetto che anche l’opposizione dovrà parimenti rivestire oltre a quella di opposizione a decreto ingiuntivo, qualora si discuta dell’an o del quantum anche quella di opposizione alla esecuzione (ex art. 615 c 2 c.p.c.) se si contesti la pignorabilità dei beni ex art. 545 c.p.c. In tale ultima ipotesi, il Presidente riveste altresì il ruolo di giudice dell’esecuzione, e l’opposizione di cui all’art. 148 c.c. può concretare una opposizione alla esecuzione. Le forme dell’opposizione, però, sono quelle dell’opposizione a decreto ingiuntivo in quanto compatibili. Trib. Torino, 9 marzo 2012.

 

La domanda del condannato che, senza contestazione della condanna al pagamento delle spese del procedimento penale, deduca (sia quanto al calcolo del concreto ammontare delle voci di spesa, sia quanto alla loro pertinenza ai reati cui si riferisce la condanna) l’errata quantificazione, va proposta al giudice civile nelle forme dell’opposizione “ex” art. 615 c.p.c.; non rilevando a tal fine l’attribuibilità alla statuizione di detta condanna della natura di sanzione economica accessoria alla pena. Cass. pen., Sez. Un., 29 settembre 2011, n. 491.

 

Il genitore non affidatario può contestare il diritto di credito vantato dall’altro per le spese mediche e scolastiche ordinarie relative ai figli, nelle forme della opposizione al precetto o all’esecuzione. Cass. 23 maggio 2011, n. 11316.



 
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