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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 616 cod. proc. civile: Provvedimenti sul giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione

Se competente per la causa è l’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice dell’esecuzione questi fissa un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito secondo le modalità previste in ragione della materia e del rito (1), previa iscrizione a ruolo (2), a cura della parte interessata, osservati i termini a comparire di cui all’articolo 163-bis, o altri se previsti (3), ridotti della metà (4); altrimenti rimette la causa dinanzi all’ufficio giudiziario competente assegnando un termine perentorio per la riassunzione della causa.


Commento

Termine perentorio: [v. 153]; Iscrizione a ruolo: [v. 168]; Parte: [v. Libro I, Titolo III]; Riassunzione: [v. 39].

 

(1) L’introduzione del giudizio di merito secondo diverse modalità richiama necessariamente i differenti atti introduttivi previsti dal codice di rito, ossia citazione e ricorso. Tra gli interpreti si evidenzia lo scarso tecnicismo del legislatore della riforma, che parla disinvoltamente di «introduzione del giudizio di merito» quando è evidente che l’opposizione è già proposta con il ricorso di cui all’art. 615, c. 2.

 

(2) Tale precisazione potrebbe costituire riprova del fatto che durante la prima fase deputata alla disamina delle istanze di sospensione non è necessaria l’iscrizione della causa a ruolo contenzioso.

 

(3) Come ad esempio quelli di cui all’art. 415 [v. →] nelle controversie di lavoro.

 

(4) In questo modo dovrebbe assicurarsi maggiore speditezza al giudizio di opposizione. Dal complesso della disposizione sembra potersi ricavare che, ove la competenza si radichi nell’ufficio giudiziario del giudice dell’esecuzione, competente alla trattazione della causa non sia più (come in passato) quest’ultimo bensì un altro magistrato designato dal presidente del tribunale ai sensi dell’art. 168bis.


Giurisprudenza annotata

Provvedimenti sul giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione.

 

 

  1. In generale; 2. Regolamento di competenza; 3. Decisione della causa e rimedi; 3.1. La riforma del 2006; 3.1.1. Questioni di legittimità costituzionale; 3.2. La riforma apportata dalla L. n. 69/2009.

 

 

  1. In generale.

Il giudice della esecuzione che, rilevata la sua incompetenza per materia e valore sulla opposizione alla esecuzione, rimette le parti dinnanzi al giudice competente, ai sensi dell’art. 616 c.p.c., non chiude il giudizio di opposizione, che continua dinnanzi ad altro giudice, e pertanto non è tenuto a liquidare le spese della relativa fase svoltasi dinnanzi a sé. Cass. 23 ottobre 1993, n. 835.

 

Il termine fissato dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 616 c.p.c., con il provvedimento che dispone la rimessione al giudice ritenuto competente, non può essere inferiore a un mese, secondo il di sposto dell’art. 307, terzo comma, c.p.c., applicabile in tutti i casi in cui non sia stabilita la durata dei termini per la riassunzione. Ove detto provvedimento - il quale, anche se contenuto in una sentenza, attiene all’ordine del processo e non ha natura di pronunzia impugnabile - erroneamente preveda una durata di trenta giorni, la parte non è vincolata alla sua osservanza, dovendosi applicare la regola suppletiva desunta dall’art. 50 del codice di rito, secondo la quale, in mancanza di una disposizione giudiziale il termine è quello di sei mesi dalla comunicazione della sentenza che dichiara l’incompetenza del giudice adito. Cass. 27 novembre 2006, n. 25142.

 

L’art. 616 c.p.c., nel testo sostituito dall’art. 14 l. n. 52 del 2006 deve essere interpretato nel senso che l’introduzione del giudizio di merito nel termine perentorio fissato dal giudice dell’esecuzione all’esito dell’esaurimento della fase sommaria introdotta a norma dell’art. 615 comma 2, deve avvenire con la forma dell’atto introduttivo richiesta in riferimento al rito con cui l’opposizione deve essere trattata quanto alla fase a cognizione piena e, quindi, con citazione previamente notificata e poi iscritta a suolo se l’opposizione rientra nell’ambito delle controversie soggette al rito ordinario, oppure con ricorso depositato presso l’ufficio cui appartiene quel giudice e poi notificato nel termine successivamente, qualora la materia rientri fra quelle soggette a un rito in cui la causa si introduce con ricorso ed è il giudice a fissare l’udienza. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1201; conforme Cass. 19 gennaio 2011, n. 1152.

 

Sia nell’ipotesi di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., sia nell’ipotesi di opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., si introduce un giudizio a struttura bifasica, la cui prima fase si svolge davanti al G.E. (fase interinale e interdettale volta alla sospensione del procedimento espropriativo) e si conclude con l’adozione dei provvedimenti di sospensione ex art. 624 c.p.c. ovvero ex art. 618 c.p.c.; l’altra si svolge davanti al giudice del merito, con giudizio incardinato a seguito di fissazione del termine ex art. 616 c.p.c., in caso di opposizione all’esecuzione, ovvero ex art. 618, comma 2, c.p.c., in caso di opposizione agli atti esecutivi. Trib. Monza, 10 marzo 2008.

 

 

  1. Regolamento di competenza.

L’ordinanza con cui il giudice dell’esecuzione, investito dell’opposizione ai sensi dell’art. 615, comma secondo, c.p.c., esaurita la fase sommaria del procedimento demandata all’emanazione dei provvedimenti sull’istanza di sospensione dell’esecuzione, ravvisa di non essere competente e rimette, in virtù dell’art. 616 c.p.c. (sia nel regime introdotto dalla legge n. 52 del 2006 che in quello conseguente alle modifiche previste dalla più recente legge n. 69 del 2009), le parti per il prosieguo davanti al giudice individuato come competente, ha carattere del tutto ordinatorio e non assume valore di sentenza sulla competenza. Pertanto, detto provvedimento non è impugnabile con il regolamento di competenza, ma, una volta avvenuta la riassunzione, rimane intatta la possibilità, sia per le parti che per il giudice con riferimento ai criteri di competenza la cui violazione è rilevabile d’ufficio, di rilevare l’incompetenza ed eventualmente la sussistenza della competenza - oltre che di un diverso giudice - proprio dello stesso giudice dell’esecuzione, con la conseguenza che sulla relativa questione è necessario decidere con sentenza (nel regime della legge n. 69 del 2009 con ordinanza), la quale sarà soggetta ai rimedi ordinariamente esperibili, e quindi a) se pronunciata da giudice togato, al ricorso straordinario nel regime della legge n. 52 del 2006 o all’appello ai sensi dell’art. 339 c.p.c., se applicabile la legge n. 69 del 2009; b) se adottata dal giudice di pace, al ricorso straordinario nel regime della citata legge n. 52 del 2006 ed a quello dell’art. 339 c.p.c. nel regime della legge n. 69 del 2009. Cass. 30 giugno 2010, n. 15629; conforme Cass. 23 aprile 2001, n. 5967, Cass., Sez. Un., 21 luglio 1998, n. 7128, Cass. 27 novembre 2006, n. 25142.

 

Il giudice dell’esecuzione (mobiliare o immobiliare) è per definizione carente del potere di emettere sentenze o comunque decisioni con carattere di definitività e, segnatamente, sentenze affermative o declinatorie della competenza dell’ufficio al quale appartiene. Deve, conseguentemente, escludersi che il provvedimento con il quale lo stesso disponga la prosecuzione del giudizio dinanzi a se o dinanzi ad altro giudice (ritenuto competente per materia, per valore o per territorio) possa essere impugnato con il regolamento di competenza, trattandosi di provvedimento emesso nell’esercizio dei poteri ordinatori del processo esecutivo, impugnabile solo con l’opposizione agli atti esecutivi in forza del generale principio secondo cui i vizi dei provvedimenti giudiziari che, avuto riguardo al potere con essi concretamente esercitato ed al loro contenuto, corrispondono ad uno schema configurato dalla legge processuale, possono essere fatti valere solo attraverso i rimedi per essi specificamente predisposti dalla legge stessa. Cass. 18 aprile 2001, n. 5692.

 

È impugnabile con regolamento di competenza, ancorché assunto nelle forme dell’ordinanza e privo di un’esplicita statuizione sulla competenza, il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, adito in sede di opposizione all’esecuzione promossa, nelle forme previste dall’art. 615 c.p.c., avverso l’attuazione di un sequestro conservativo, assegni all’opponente un termine perentorio per la riassunzione del giudizio innanzi al giudice della causa di merito, ove è fatto valere il credito a garanzia del quale è stato autorizzato il sequestro; detto provvedimento, infatti, presuppone la negazione della competenza funzionale del giudice adito, così da costituire una decisione irretrattabile sulla competenza, in quanto postula che si sia esaurita la funzione decisoria del giudice sul punto, con esclusione della possibilità, per lo stesso giudice, di declinare o affermare la competenza nell’ulteriore corso del processo. Cass. 12 dicembre 2003, n. 19101.

 

 

  1. Decisione della causa e rimedi.

 

 

3.1. La riforma del 2006.

Ai fini dell'individuazione del regime di impugnabilità di una sentenza, è necessario fare riferimento alla legge processuale in vigore al momento della sua pubblicazione. Ne consegue che, in materia di opposizione all'esecuzione, a seguito della modifiche apportate all'art. 616 c.p.c. prima dalla legge n. 52/06 e poi dalla legge n. 69/09, in base alla data di pubblicazione della sentenza si distingue, da un lato, la proponibilità dell'appello e, dall'altro, l'esclusiva impugnazione in Cassazione.

Cassazione civile sez. VI  03 febbraio 2015 n. 1925  

 

In forza dell’art. 616, ultimo periodo, c.p.c. come modificato dall’art. 14, legge 24 febbraio 2006, n. 52, è inammissibile l’appello proposto avverso una sentenza resa in sede di opposizione all’esecuzione e pubblicata dopo la data dell’ 1 marzo 2006. App. Salerno, 5 marzo 2009. A seguito delle modifiche introdotte dalla legge 17 febbraio 2006, n. 52, la sentenza resa sull’opposizione di terzo all’esecuzione - attraverso il rinvio operato dall’art. 619, terzo comma, c.p.c. all’art. 616 del medesimo codice - è da ritenere inimpugnabile nei modi ordinari e, come tale, soggetta al solo ricorso straordinario per Cassazione ai sensi dell’art. 111, settimo comma, Cost. Cass. 22 settembre 2009, n. 20392.

 

È inammissibile il ricorso per Cassazione, proposto esclusivamente per motivi attinenti alla competenza, avverso la sentenza che abbia deciso nel merito l’opposizione all’esecuzione in epoca successiva all’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 616 c.p.c., trattandosi di sentenza non impugnabile, avverso la quale la predetta impugnazione è ammessa solo se investe anche il merito; tale ricorso, tuttavia, può essere preso in esame come regolamento di competenza, qualora soddisfi tutti i requisiti necessari per valere come tale. Cass. 18 marzo 2009, n. 6579.

 

L’art. 616 c.p.c. (nel testo sostituito, con decorrenza dal 1º marzo 2006, dall’art. 14, comma 1, della legge 14 febbraio 2006, n. 52), nella parte in cui stabilisce l’inappellabilità delle sentenze pronunciate nei giudizi di opposizione all’esecuzione (tanto se introdotti prima dell’inizio dell’esecuzione, e quindi sotto forma di opposizione a precetto, quanto se introdotti dopo), è norma speciale (e, perciò, derogativa) rispetto all’art. 339, comma terzo, c.p.c., che sancisce, invece, in via generale l’appellabilità limitata delle sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità. Ne consegue che la sentenza pronunciata dal giudice di pace in tema di opposizione all’esecuzione sfugge alla regola di cui al cit. art. 339 c.p.c. ed è, di conseguenza, sempre inappellabile, anche se pronunciata secondo equità. Cass. 29 maggio 2008, n. 14179.

 

La causa di opposizione all’esecuzione conclusa con sentenza pubblicata nel periodo compreso tra il 1º marzo 2006 e il 4 luglio 2009 e la causa di opposizione agli atti esecutivi sono decise con sentenze non appellabili anche se relative alle materie trattate nei Capi I e II del Titolo IV del Libro II del codice di rito e, quindi, anche se il relativo procedimento è stato disciplinato dalle norme previste per le controversie individuali di lavoro. Cass. 18 agosto 2011, n. 17349.

 

La domanda riconvenzionale proposta dal convenuto nel giudizio di opposizione all’esecuzione non è soggetta alla regola d’impugnazione prevista per al decisione dall’art. 616 c.p.c., come novellato dall’art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52; pertanto, mentre il capo di sentenza che decide sull’opposizione è ricorribile soltanto per Cassazione, il capo che decide sulla domanda riconvenzionale resta soggetto agli ordinari mezzi di gravame. Cass. 29 agosto 2008, n. 21908.

 

Contra: La sentenza di primo grado, depositata tra il 1º marzo 2006 ed il 4 luglio 2009 (nel periodo di vigenza dell’art. 616 c.p.c. nel testo risultante dalla novella di cui all’art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52, poi oggetto di modificazione da parte dell’art. 49 della legge 18 giugno 2009, n. 69), che unitariamente decide sulla domanda principale di opposizione all’esecuzione a titolo esecutivo stragiudiziale e sulla domanda riconvenzionale del creditore opposto, tendente ad ottenere la pronuncia di un titolo esecutivo giudiziale che tenga luogo del primo, non può essere impugnata con appello nemmeno solo quanto al secondo capo, restando unitariamente soggetta al ricorso per Cassazione. Infatti, solo una siffatta interpretazione dell’art. 616 c.p.c. si presta a superare il dubbio di costituzionalità, in riferimento all’art. 3, primo comma, Cost., al quale darebbe luogo il trattamento ingiustificatamente deteriore per il debitore derivante dal fatto che questi, nell’opposizione “tout court” o comunque in via principale, avrebbe a sua disposizione soltanto un grado di merito per difendersi e contestare la pretesa del creditore, mentre nel caso della riconvenzionale anzidetta sarebbe esposto agli ordinari due gradi di merito, a tutto ed ingiustificato vantaggio del creditore procedente. Cass. 18 luglio 2011, n. 15731.

 

 

3.1.1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente infondata l’eccezione di incostituzionalità, in relazione all’art. 3 Cost., dell’art. 616 c.p.c., come novellato dall’art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52, laddove stabilisce la non impugnabilità della sentenza pronunciata sull’opposizione all’esecuzione, attesa la specificità della materia nella quale la presenza di un titolo a monte, di natura giudiziale o negoziale, è ragione per la prospettata disparità di trattamento rispetto a situazioni creditorie prive di analogo presupposto; né può considerarsi fondata la prospettazione di un contrasto con l’art. 24 Cost., poiché il diritto di difesa non è garantito per tutte le articolazioni del processo previste dall’ordinamento, in quanto l’unico limite imposto al legislatore ordinario è costituito dal settimo comma dell’art. 111, il quale mira a garantire per ogni sentenza, o provvedimento della libertà personale, la possibilità del ricorso in Cassazione per violazione di legge, non anche il doppio grado del giudizio di merito. Cass. 18 gennaio 2008, n. 976.

 

È inammissibile - per implausibilità della motivazione sulla rilevanza - la questione di legittimità costituzionale dell’art. 616, ultimo periodo, del codice di procedura civile, come sostituito dall’art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52 (Riforma delle esecuzioni mobiliari), sollevata in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione. Il remittente erroneamente ha escluso che una sentenza emessa prima dell’entrata in vigore della norma censurata, che ne sopprime l’appellabilità, abbia come effetto il mantenimento del regime delle sue impugnazioni. Infatti, contrariamente a quanto è stato assunto, in caso di successione di leggi e in mancanza di una disciplina transitoria, il regime di impugnabilità dei provvedimenti giurisdizionali va desunto dalla normativa vigente quando essi sono venuti a giuridica esistenza. Corte cost. 10 marzo 2008, n. 53.

 

 

3.2. La riforma apportata dalla L. n. 69/2009.

Ai fini dell’individuazione del regime di impugnabilità di una sentenza, occorre avere riguardo alla legge processuale in vigore alla data della sua pubblicazione. Pertanto, le sentenze che abbiano deciso opposizioni all’esecuzione pubblicate prima del 1º marzo 2006, restano esclusivamente appellabili; per quelle, invece, pubblicate successivamente a tale data e fino al 4 luglio 2009, non è più ammissibile l’appello, in forza dell’ultimo periodo dell’art. 616 c.p.c., introdotto dalla l. 24 febbraio 2006 n. 52, con la conseguenza dell’esclusiva ricorribilità per Cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost.; le sentenze, infine, in cui il giudizio di primo grado sia ancora pendente al 4 luglio 2009, e siano quindi pubblicate successivamente a tale data, tornano ad essere appellabili, essendo stato soppresso l’ultimo periodo dell’art. 616 c.p.c., ai sensi dell’art. 49, comma 2, l. 18 giugno 2009 n. 69. (Principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, n. 1, c.p.c.). Cass. 17 agosto 2011, n. 17321; conforme Cass. 30 giugno 2011 n. 14502, App. Napoli, 15 aprile 2011, App. Lecce-Taranto, 12 gennaio 2012, Cass. 27 settembre 2010, n. 20324.



 
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