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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 617 cod. proc. civile: Forma dell’opposizione

Le opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto si propongono, prima che sia iniziata l’esecuzione, davanti al giudice indicato nell’articolo 480 terzo comma, con atto di citazione da notificarsi nel termine perentorio di venti giorni dalla notificazione del titolo esecutivo o del precetto (1).
Le opposizioni di cui al comma precedente che sia stato impossibile proporre prima dell’inizio dell’esecuzione (2) e quelle relative alla notificazione del titolo esecutivo e del precetto e ai singoli atti di esecuzione si propongono con ricorso al giudice dell’esecuzione nel termine perentorio di venti giorni  dal primo atto di esecuzione, se riguardano il titolo esecutivo o il precetto, oppure dal giorno in cui i singoli atti furono compiuti (3).

 


Commento

Titolo esecutivo: [v. 474]; Precetto: [v. 480]; Citazione: [v. 615]; Notificazione: [v. 137]; Termine perentorio:  [v. 153]; Ricorso: [v. 615].

 

(1) L’opposizione agli atti esecutivi consiste nella contestazione da parte del debitore della regolarità formale del titolo esecutivo, del precetto o degli altri singoli atti del procedimento di esecuzione (pignoramento, istanza di vendita etc.). È diretta, quindi, a sollevare una questione puramente processuale, impugnandosi con essa il singolo atto esecutivo, di cui si sostiene l’invalidità. L’irregolarità formale è nozione più ampia della nullità, in quanto comprende anche difetti che non si esauriscono in requisiti indispensabili per il raggiungimento dello scopo dell’atto. Ovviamente, nel caso dell’opposizione al titolo esecutivo, la contestazione dovrà riguardare unicamente la regolarità formale perché, se si trattasse di nullità o inesistenza del diritto di procedere ad esecuzione forzata, rientrerebbe in un’ipotesi di opposizione all’esecuzione [v. 615]. Il c. 1 disciplina l’opposizione proposta prima dell’inizio dell’esecuzione(mediante atto di citazione [v. Formula n. 45]) che deve essere promossa entro cinque giorni dalla notifica del titolo esecutivo.

 

(2) È il caso, ad esempio, della opposizione al precetto per irregolarità formali quando sia stata autorizzata l’esecuzione immediata, senza il rispetto del termine dilatorio dei dieci giorni [v. 482].

 

 

(3) L’inosservanza del termine dei 20 giorni (al quale non si applica la sospensione feria-le dei termini processuali) per la proposizione dell’opposizione (e la conseguente decadenza processuale) può essere rilevata dal giudice in ogni stato e grado del giudizio. La sentenza con la quale si conclude il processo non è impugnabile se non con il regolamento di competenza (se c’è stata una pronuncia in materia) [v. 43] ed il ricorso in Cassazione ex art. 111 Cost.


Giurisprudenza annotata

Forma dell’opposizione.

 

 

  1. Nozione; 1.1. Criterio distintivo; 1.2. Precetto; 1.3. Titolo esecutivo; 1.4. Altre ipotesi; 2. Nullità; 2.1. Distinzione; 2.2. Nullità formali; 2.3. Nullità insanabili; 3. Giudizio; 3.1. Natura del giudizio; 3.2. Competenza; 3.2.1. Segue: Nel processo del lavoro; Rinvio art. 618-bis; 3.2.2. Segue: Nei contratti agrari; 3.3. Proposizione; 3.4. Oggetto del giudizio; 3.5. Legittimazione; 3.6. Litisconsorzio; 3.7. Poteri del giudice; 3.8. Rimedi alternativi; 3.9. Provvedimento conclusivo; 3.10. Sospensione feriale; 3.11. Cessazione della materia del contendere; 3.12. Spese; 4. Termine; 4.1. Ordinanze pronunciate fuori udienza; 4.2. Ordinanze pronunciate in udienza; 4.3. Inosservanza del termine; 5. Impugnazione; 6. Procedimenti possessori; 7. Esecuzione esattoriale.

 

 

  1. Nozione.

 

 

1.1. Criterio distintivo.

In tema di procedimento di esecuzione, non è configurabile un tertium genus oltre ai rimedi dell’opposizione all’esecuzione e dell’opposizione agli atti esecutivi, essendo questi ultimi tipici e completi per il sistema processuale della tutela creditoria in executivis. Cass. 11 giugno 2003, n. 9394.

 

Secondo i principi generali regolanti la materia delle opposizioni in seno al processo esecutivo, mentre l’opposizione all’esecuzione investe l’an dell’azione esecutiva (e ciò sia quando risulti contestata l’esistenza o la validità del titolo, sia quando venga posta in discussione la legittimità del pignoramento di alcuni beni), la opposizione agli atti esecutivi attiene al quomodo del procedimento, investendo la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo, ossia la regolarità formale del titolo esecutivo, del precetto, ovvero, infine, di tutti i successivi atti esecutivi. Deve, conseguentemente, ritenersi e qualificarsi come opposizione agli atti esecutivi quella con cui l’esecutato deduca la nullità dell’apposizione della formula esecutiva al titolo notificato ricorso. Cass. 8 marzo 2001, n. 3400.

 

In base al dato testuale dell’art. 617, secondo comma, c.p.c., l’atto esecutivo è impugnabile sia per vizi formali, o di legittimità, che per profili inerenti alla congruità o all’opportunità dell’atto stesso. Sotto il profilo della ratio legis tale interpretazione trova conforto nella necessità di apprestare una tutela adeguata al debitore che rimarrebbe inappagata se rimanesse affidata ai soli poteri di revoca o modifica del giudice dell’esecuzione. Cass. 19 agosto 2003, n. 12120.

 

Per distinguere l’opposizione all’esecuzione da quella agli atti esecutivi, bisogna considerare che la prima investe l’an delle esecuzioni cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo o della pignorabilità dei beni. L’opposizione agli atti esecutivi consiste, invece, nella contestazione della legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo: in questa la parte fa valere vizi formali degli atti e dei provvedimenti svolti o adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva, come il titolo esecutivo ed il precetto, nonché la notifica di essi. Cass. 10 dicembre 2001, n. 15561.

 

Il criterio distintivo fra l’opposizione all’esecuzione e l’opposizione agli atti esecutivi si individua considerando che con la prima si contesta l’an dell’esecuzione, cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo ovvero - nell’esecuzione per espropriazione - della pignorabilità dei beni, mentre con la seconda si contesta solo la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo, deducendosi l’esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva (come il precetto, il titolo esecutivo e le relative notificazioni). Alla stregua di tale criterio, l’opposizione con cui il soggetto, assoggettato ad un’esecuzione forzata, deduca la violazione delle norme sulla notificazione dell’atto di pignoramento deve qualificarsi come opposizione agli atti esecutivi, sottoposta, come tale, al relativo termine di decadenza di cinque giorni dal giorno del compimento dell’atto, termine che, quando, come nella specie, si tratti di atto che deve essere portato a conoscenza dell’interessato, decorre dalla conoscenza legale dell’atto stesso nell’ambito del processo esecutivo. Cass. 3 agosto 2002, n. 11646.

 

 

1.2. Precetto.

Mentre l’opposizione all’esecuzione ha per oggetto il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo o della pignorabilità dei beni, l’opposizione agli atti esecutivi consiste nella contestazione della legittimità dello svolgimento dell’ azione esecutiva attraverso il processo e quindi ha ad oggetto la regolarità degli atti e dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo o preliminari all’azione esecutiva e la loro notificazione; conseguentemente le questioni relative all’atto di precetto, del quale sia stata denunciata la nullità per mancanza dell’indicazione del nominativo del legale rappresentante del soggetto che aveva rilasciato la procura, si configurano come opposizione agli atti esecutivi e devono essere proposte nel termine di cinque giorni dalla notificazione del precetto. Cass. 23 giugno 1999, n. 6396.

 

L’opposizione a precetto può configurare sia opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) sia agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) a seconda che il debitore contesti l’ammontare della somma con esso ingiunta - nella specie l’intero delle spese di registrazione della sentenza, a fronte della compensazione totale di quelle processuali - ovvero ne chieda a nullità per vizi formali, e pertanto, se è accolta, nell’un caso persiste l’idoneità del precetto - sia pure per minore ammontare - a fungere da presupposto per l’esecuzione; nell’altro il precetto, fondato sul medesimo titolo esecutivo, deve essere rinnovato. Cass. 26 febbraio 1998, n. 2123.

 

Posto che la differenza fra opposizione all’esecuzione ed opposizione agli atti esecutivi deve essere individuata nel fatto che la prima investe l’“an” dell’azione esecutiva, cioè il diritto della parte istante a promuovere l’esecuzione sia in via assoluta che relativa, mentre la seconda attiene al “quomodo” dell’azione stessa e concerne, quindi, la regolarità formale del titolo esecutivo o del precetto ovvero dei singoli atti di esecuzione senza riguardare il potere dell’istante ad agire “in executivis”, l’opposizione al precetto di rilascio basata su vizi formali del titolo esecutivo notificato e sulla nullità del precetto per omessa descrizione degli immobili di cui si chiede il rilascio, si configura come opposizione agli atti esecutivi. Cass. 13 novembre 2009, n. 24047.

 

Conf.: L’opposizione al precetto basata sulla mancata specificazione della somma dovuta, senza alcuna contestazione del diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo e per altra ragione di merito ostativa alla minacciata esecuzione, attiene alle modalità di redazione del precetto e, quindi, alla regolarità formale dell’atto, con la sua conseguente configurabilità come opposizione agli atti esecutivi. Cass. 5 maggio 2009, n. 10296.

 

Le opposizioni relative alla regolarità formale del precetto, attenendo al controllo dello svolgimento del processo esecutivo, si propongono ai sensi dell’art. 617 c.p.c. prima che sia iniziata l’esecuzione, nel termine di cinque giorni dalla notificazione del precetto medesimo, a pena d’inammissibilità denunciabile e dichiarabile - trattandosi di presupposto processuale - anche in sede di legittimità. Cass. 19 luglio 2004, n. 13348.

 

La sottoscrizione dell’atto di precetto da parte di persona priva di mandato ad litem può essere fatta valere come motivo di opposizione agli atti esecutivi, sia in riferimento specifico allo stesso precetto, sia in riferimento ai singoli atti successivi del procedimento esecutivo che sia stato iniziato e proseguito dalla medesima persona in persistente difetto di rappresentanza. Pertanto, di fronte alla deduzione, in sede di opposizione, della suddetta carenza di mandato, il giudice ha il potere - dovere di verificare se la doglianza sia stata proposta al fine di conseguire la declaratoria di nullità del precetto oppure dei successivi atti dell’esecuzione, dovendosi escludere, in questo secondo caso, che l’azione intrapresa possa risultare preclusa dal decorso del termine di cinque giorni per la proposizione dell’opposizione ex art. 617 avverso il solo precetto. Cass. 5 luglio 1999, n. 6936; conforme Cass. 9 maggio 1994, n. 4483.

 

L’omissione della trascrizione della procura nella copia notificata del precetto della procura e dell’attestazione della sottoscrizione del creditore intimante dà luogo a nullità sanabile e la denuncia del relativo vizio è configurabile come opposizione agli atti esecutivi, da proporsi nel termine di cinque giorni dalla notificazione del precetto. Cass. 4 settembre 2002, n. 12888.

 

La mancanza di procura, rispetto al precetto notificato in nome del creditore da un suo rappresentante, non dà luogo ad una nullità rilevabile d’ufficio, non trattandosi di vizio relativo ad un atto del processo da compiersi necessariamente da parte del difensore, bensì ad una nullità per violazione di norma processuale (art. 480 comma 4 c.p.c.), da eccepirsi dalla parte che vi ha interesse (art. 157 comma 1 c.p.c.) mediante opposizione agli atti esecutivi (art. 617 comma 1 c.p.c.). Cass. 5 aprile 2003, n. 5368.

 

Nel giudizio di opposizione a precetto basato su decreto ingiuntivo non opposto, vale la regola per cui, quando l’esecuzione è minacciata sulla base di un titolo di formazione giudiziale, debbono essere fatte valere mediante opposizione al decreto le ragioni di nullità del decreto stesso, mentre debbono essere fatte valere con opposizione a precetto le ragioni che si traducono nella stessa mancanza del titolo esecutivo o in altri vizi del procedimento esecutivo. Cass. 25 maggio 2007, n. 12251.

 

La mancanza, in un atto di precetto notificato da un condominio, delle generalità dell’amministratore è vizio che attiene alla regolarità formale del precetto, e non riguarda i presupposti dell’azione esecutiva. Pertanto tale vizio dev’essere fatto valere dal debitore esecutato con l’opposizione agli atti esecutivi, nel termine per questa previsto, e non con l’opposizione all’esecuzione. Cass. 28 febbraio 2011, n. 4896.

 

 

1.3. Titolo esecutivo.

Il rilascio della copia del titolo in forma esecutiva a persona diversa da quella in cui favore il titolo sia stato emesso non dà luogo a nullità o inefficacia del titolo, ma costituisce una irregolarità che deve essere fatta valere a norma dell’art. 617 c.p.c. Alla medesima irregolarità, da denunciare negli stessi modi, dà luogo la circostanza che il rilascio del titolo in forma esecutiva, per quanto avvenuto nei confronti di uno dei soggetti in cui favore sia stato emesso il titolo, sia poi notificato al debitore, antecedentemente o contestualmente al precetto, da altro soggetto in cui favore pure il titolo sia stato emesso. Cass. 3 settembre 1999, n. 9297.

 

Le irregolarità della notifica del titolo esecutivo - formalità che non condiziona l’azione esecutiva, ma costituisce una modalità per il suo corretto esercizio - incidono sulla regolarità del precetto (art. 479 c.p.c.) e pertanto possono farsi valere con l’opposizione agli atti esecutivi, nel termine perentorio di cinque giorni dalla sua notifica (art. 617 primo comma c.p.c.). Cass. 28 luglio 1997, n. 7047.

Nel processo esecutivo per espropriazione forzata in base a cambiale, unico atto preliminare è la notifica al debitore del precetto, il quale deve contenere la trascrizione non necessariamente integrale del titolo di credito bensì la indicazione degli elementi essenziali per la sua individuazione, con la conseguenza che la incompleta trascrizione del titolo nell’atto di precetto, tale da non consentire al debitore l’accertamento della legittima detenzione dello stesso da parte del creditore procedente, determina la nullità del precetto deducibile con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. davanti al pretore, funzionalmente competente. Cass. 28 aprile 1990, n. 3593.

 

Costituisce opposizione agli atti esecutivi e non opposizione alla esecuzione quella con cui si denunzi la violazione delle norme che regolano la spedizione in forma esecutiva del provvedimento giurisdizionale fatto valere come titolo esecutivo, giacché in questo caso l’opposizione non investe l’esistenza del diritto a procedere ad esecuzione forzata, ma la regolarità formale degli atti posti in essere per attuare l’esecuzione. Cass. 6 aprile 1990, n. 2899.

 

La denuncia dell’errata apposizione della formula esecutiva configura opposizione agli atti esecutivi allorquando si faccia riferimento solo alla correttezza della spedizione del titolo in forma esecutiva (di cui non si ponga in dubbio l’esistenza), richiesta dall’art. 475 c.p.c., poiché in tal caso l’indebita apposizione della formula può concretarsi in una irregolarità del procedimento esecutivo o risolversi in una contestazione della regolarità del precetto ai sensi del primo comma dell’art. 617 c.p.c. Viceversa, allorché la denuncia sia motivata dalla contestazione dell’inesistenza del titolo esecutivo ovvero dalla mancata soddisfazione delle condizioni perché l’atto acquisti l’efficacia di titolo esecutivo (come, ad esempio, quando si deduca la mancanza della prestazione della cauzione), l’opposizione deve qualificarsi come opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. Cass. 5 giugno 2007, n. 13069; conforme Cass. 30 aprile 2010, n. 10599.

 

In tema di esecuzione forzata, la deduzione da parte dell’esecutato della nullità dell’apposizione della formula esecutiva al decreto ingiuntivo (derivante, nella specie, dal fatto che la dichiarazione di esecutività del decreto ingiuntivo non era stata pronunciata dall’istruttore nel giudizio di opposizione al decreto stesso, ma apposta dal tribunale alla sentenza che lo aveva confermato) si configura come una opposizione agli atti esecutivi, e non già alla esecuzione, non ponendo in discussione la esistenza del diritto del creditore di procedere alla esecuzione, ma la regolarità del procedimento esecutivo, con la conseguenza che la relativa decisione non è impugnabile mediante appello, ma con il regolamento di competenza e con il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. Cass. 22 giugno 2001, n. 8597.

 

Il vizio di carenza della formula esecutiva, se sussiste, va ad incidere sul diritto stesso di procedere ad esecuzione forzata da parte del creditore e quindi, come tale, va denunciato, ex art. 615 c.p.c., come opposizione alla esecuzione e non agli atti esecutivi, ex art. 617 c.p.c. Trib. Monza, 6 febbraio 2006.

 

 

1.4. Altre ipotesi.

In tema di espropriazione presso terzi, l’ordinanza di assegnazione al creditore, emessa ai sensi dell’art. 553 c.p.c., costituendo l’atto conclusivo del procedimento, va impugnata con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, senza che abbia rilievo che la contestazione degli importi assegnati riguardi il credito per cui si procede, ovvero gli accessori di questo o le spese del processo, rimanendo salva l’impugnazione con l’appello quando il provvedimento abbia un contenuto decisorio diverso da quello suo proprio ed assuma il carattere sostanziale di una sentenza, per aver inciso sulle posizioni di diritto soggettivo di debitore e creditore. Ne consegue che avverso detta ordinanza è inammissibile il ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost. Cass. 17 gennaio 2012, n. 615; conforme Cass. 9 marzo 2011, n. 5529, App. Roma, 13 settembre 2010, Cass. 23 marzo 1998, n. 3070.

 

In tema di esecuzione forzata e nell’ipotesi di un solo creditore, emessa l’ordinanza per la distribuzione della somma ricavata ai sensi dell’art. 510, primo comma, c.p.c., l’unico rimedio che possa ovviare al risultato di una eventuale distribuzione non conforme a diritto è costituito dall’opposizione agli atti esecutivi, cui l’ordinanza medesima è soggetta in quanto atto esecutivo. Cass. 25 giugno 2003, n. 1016.

 

Nell’esecuzione per espropriazione immobiliare, l’ordinanza con la quale a norma dell’art. 584 c.p.c., a seguito di offerte pervenute dopo il primo incanto, il giudice dell’esecuzione abbia disposto la gara di cui all’art. 573 senza aver stabilito che essa sia preceduta dall’avviso pubblico dell’offerta più alta si presenta come atto esecutivo potenzialmente lesivo dell’interesse del debitore e dei creditori a che alla gara prendano parte quanti più offerenti possibile e, dunque, è impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. Cass. 26 febbraio 1998, n. 2122.

 

L’opposizione proposta dalla pubblica amministrazione avverso il pignoramento presso terzi eseguito prima del decorso del termine, previsto dall’art. 14, D.L. 31 dicembre 1996, n. 669 (convertito in legge 28 febbraio 1997 n. 30), di sessanta giorni dalla notificazione del titolo esecutivo deve qualificarsi come opposizione agli atti esecutivi e non come opposizione all’esecuzione, concernendo solo le modalità temporali dell’esecuzione forzata e non l’esistenza del diritto del creditore istante di procedere alla medesima esecuzione. Cass. 21 dicembre 2001, n. 16143.

 

Nell’espropriazione presso terzi le eccezioni che la dichiarazione resa dal terzo sia inficiata da errori ovvero che la somma da assegnare non sia stata determinata correttamente ovvero, ancora, che il credito verso il terzo non è assoggettabile ad esecuzione forzata costituiscono motivi di opposizione agli atti esecutivi e non di opposizione all’esecuzione. Consegue che è inquadrabile come opposizione agli atti esecutivi l’opposizione proposta da un comune avverso l’ordinanza di assegnazione del credito, con la quale si deduce l’esistenza di un vincolo d’impignorabilità ai sensi del D.L. n. 77 del 1995. Cass. 18 gennaio 2000, n. 496.

 

L’ordinanza di assegnazione del credito pignorato, emanata in presenza della positiva dichiarazione di quantità del terzo, rappresenta l’atto finale e conclusivo del procedimento di espropriazione verso terzi, che determina il trasferimento del credito pignorato dal debitore esecutato al creditore del medesimo, ed è soggetta all’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617, secondo comma, c.p.c., la quale è preclusiva del ricorso previsto dall’art. 111 della Costituzione. Cass. 29 ottobre 2003, n. 16232; conforme Cass. 23 aprile 2003, n. 6432, Cass. 20 febbraio 1997, n. 1568.

 

Costituisce un atto del processo esecutivo, da contestarsi, pertanto, con l’opposizione ex art. 617 c.p.c., l’ordinanza con la quale il Giudice dell’esecuzione, nell’ambito dell’espropriazione forzata presso terzi, su istanza di assegnazione del creditore procedente, qualifica come positiva la dichiarazione resa dal terzo ed emette il relativo provvedimento di assegnazione. All’uopo deve, invero, rilevarsi che tale ordinanza è assunta, di fatto, nell’ambito dell’attività esecutiva e non in quella di accertamento del credito. In ipotesi siffatte si rileva, pertanto, inammissibile l’opposizione all’esecuzione eventualmente proposta. Trib. Trieste, 23 maggio 2011.

 

Nell’espropriazione presso terzi, il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione dichiari l’estinzione del processo esecutivo per cause diverse da quelle tipiche (e cioè diverse dalla rinuncia agli atti del processo ex art. 629 c.p.c., dall’inattività delle parti ex art. 630 c.p.c., dalla mancata comparizione delle parti a due udienze successive ex art. 631 c.p.c., dalle cause espressamente previste dalla legge, anche speciale), avendo carattere atipico, contenuto di pronuncia di mera improseguibilità dell’azione esecutiva, natura sostanziale di atto del processo esecutivo, è impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., che è il rimedio proprio previsto per tali atti, e non con il reclamo ex art. 630 c.p.c., che è il rimedio stabilito per la dichiarazione di estinzione tipica. Cass. 1 aprile 2004, n. 6391; conforme Cass. 12 febbraio 2008, n. 3276.

 

In tema di espropriazione forzata di crediti presso terzi, il terzo debitor debitoris che, nel fare dichiarazione dell’esistenza del credito pignorato, abbia omesso di riferire - come prescrive l’art. 550, primo comma, c.p.c. in funzione della riunione dei pignoramenti per l’attuazione del concorso tra i creditori sul credito - che quest’ultimo è stato nel frattempo pignorato una seconda volta, qualora abbia luogo l’assegnazione, è legittimato a dedurre con l’opposizione agli atti esecutivi che l’omessa dichiarazione dell’esistenza dell’altro pignoramento è dipesa da errore di fatto, per ottenere la rimozione dell’ordinanza di assegnazione, poiché l’assegnazione è inefficace come fatto estintivo del credito nei confronti dell’altro creditore pignorante e considerato che anche una dichiarazione confessoria può essere revocata per errore di fatto. Deve, viceversa, escludersi che l’errore possa essere posto a fondamento di un’istanza di revoca dell’ordinanza di assegnazione, posto che un simile potere del giudice dell’esecuzione non è configurabile. Cass. 20 febbraio 2007, n. 3958.

 

L’opposizione con la quale il debitore fa valere l’irregolarità del pignoramento di un credito, incorporato in un titolo di credito emesso da un terzo, perché eseguito nelle forme del pignoramento presso terzi (art. 543 c.p.c.) anziché con quelle del pignoramento presso il debitore (e cioè mediante la materiale apprensione del titolo), ha natura di opposizione agli atti esecutivi e deve, pertanto, essere proposta nel termine di cinque giorni dall’ingiunzione al debitore di astenersi dal compimento di atti diretti a sottrarre alla garanzia i beni che si assoggettano all’espropriazione, dalla quale dipende il pregiudizio del debitore e l’interesse dello stesso all’opposizione. Cass. 28 dicembre 2004, n. 24045.

 

In tema di esecuzione per espropriazione immobiliare con modalità di vendita senza incanto, qualora uno dei partecipanti alla gara, nel formulare la sua offerta, abbia depositato la cauzione in una misura inferiore a quella prescritta dall’art. 571, secondo comma, c.p.c., gli altri partecipanti, oltre a poter far constatare al giudice dell’esecuzione tale condizione di inefficacia, sollecitando l’esercizio dei suoi poteri officiosi, sono tenuti, in mancanza, nell’eventualità in cui lo stesso giudice provveda ad emettere l’ordinanza di aggiudicazione del bene in favore dell’offerente che abbia depositato la cauzione in modo incongruo, a proporre opposizione agli atti esecutivi avverso siffatta ordinanza. Cass. 13 marzo 2009, n. 6186.

 

In tema di esecuzione forzata, l’ordinanza di vendita all’incanto di un immobile, seguita da aggiudicazione, costituisce provvedimento conclusivo di una fase del procedimento che con l’aggiudicazione trova esecuzione e che, pertanto, non può essere revocato o modificato ai sensi dell’art. 487 c.p.c., ma solo impugnato con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 16 maggio 1997, n. 4350.

 

La contestazione sulla regolarità formale dell’atto di aggiudicazione di un bene immobile deve essere fatta tempestivamente valere, come previsto dall’art. 617 c.p.c., entro cinque giorni dal «compimento dell’atto», che coincide con il momento in cui l’esistenza dell’atto è resa palese alle parti del processo esecutivo; ne consegue che la tardività dell’opposizione proposta avverso l’aggiudicazione rende inammissibile anche quella proposta contro il decreto di trasferimento della proprietà dell’immobile, qualora venga dedotta una nullità riflessa o derivata da precedenti vizi del procedimento, che non siano stati tempestivamente denunciati con la detta opposizione. Cass. 20 luglio 2007, n. 16155.

 

Ha natura di opposizione agli atti esecutivi quella diretta all’accertamento della nullità dell’atto di immissione della parte istante nel possesso dell’immobile oggetto di esecuzione per consegna o rilascio perché non preceduto dall’avviso di rilascio, che, ai sensi dell’art. 608 c.p.c., della predetta esecuzione costituisce necessario presupposto. Tale opposizione è ammissibile ancorché il procedimento esecutivo sia già concluso, riguardando la nullità dell’atto finale dell’esecuzione. Cass. 19 febbraio 1994, n. 1627.

 

Il decreto di trasferimento del bene immobile pignorato, in quanto atto del procedimento esecutivo emesso dal giudice dell’esecuzione o dal giudice delegato, che assolve una funzione cosiddetta espropriativa di conversione in denaro dell’immobile pignorato o oggetto della procedura, è impugnabile solo con la opposizione agli atti esecutivi. Cass. 12 novembre 1998, n. 11430.

L’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione rigetta l’istanza di riduzione del pignoramento non è impugnabile con il ricorso per Cassazione ex art. 111 Costituzione, ma con l’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 29 gennaio 1999, n. 797.

 

L’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. è diretta a far valere vizi formali degli atti del processo esecutivo e degli atti preliminari all’esecuzione forzata. Costituisce opposizione agli atti esecutivi quella con la quale, lamentando che sono stati posti in vendita beni non risultanti dal pignoramento immobiliare, si deduce in sostanza l’incompletezza degli estremi richiesti dall’art. 555, primo comma, c.p.c. e l’estensione del pignoramento immobiliare agli accessori, pertinenze e frutti della cosa pignorata. Cass. 23 gennaio 1998, n. 660.

 

Le irregolarità degli atti relativi alla vendita disposta nel giudizio di divisione previsto dall’art. 601 c.p.c. in tema di espropriazione dei beni indivisi devono farsi valere, stante il richiamo operato dagli artt. 787 e 788 c.p.c. rispettivamente agli artt. 534 e ss. e 576 stesso codice, con la procedura dell’opposizione agli atti esecutivi prevista dai successivi artt. 617 e 618 del codice di rito. Cass. 8 giugno 2001, n. 7785.

 

In caso di esecuzione di sequestro conservativo, l’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione dichiara l’estinzione del processo esecutivo, a seguito della cessione del credito con rogito anteriore alla notifica del sequestro stesso, si sostanzia in un provvedimento di improseguibilità del processo. Consegue, che trattandosi di un atto esecutivo, il rimedio contro di esso è l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c. Cass. 19 novembre 2000, n. 15951.

 

In tema di espropriazione forzata, il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione dichiara l’estinzione del processo esecutivo per cause diverse da quelle tipiche (ed implicanti, piuttosto, la sua improseguibilità, come, nella specie, per avvenuta caducazione del titolo esecutivo) ha natura sostanziale di atto viziato del processo esecutivo ed è, pertanto, impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., che costituisce il rimedio proprio previsto per tali atti, e non con il ricorso per Cassazione. Cass. 3 febbraio 2011, n. 2674.

 

L’ordinanza del giudice dell’esecuzione di rigetto dell’istanza di revoca del provvedimento di assegnazione delle somme pignorate, non alterando in alcun modo la posizione delle parti così come fissata dal provvedimento di cui il giudice ha rifiutato la revoca, è carente del requisito della decisorietà. È, pertanto, inammissibile nei suoi confronti il ricorso straordinario per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost., mentre è esperibile il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, in presenza dei necessari presupposti. Cass. 14 febbraio 2000, n. 1670.

 

L’inosservanza da parte dell’Ufficiale giudiziario del termine per il deposito del verbale di pignoramento e del titolo esecutivo non incide sulla validità del pignoramento ma comporta l’impossibilità di provvedere sull’istanza di vendita; tale inosservanza, che si riflette sugli atti successivi, può essere fatta valere con l’opposizione agli atti esecutivi nel termine di cinque giorni dalla notifica dell’ordinanza di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti innanzi al giudice dell’esecuzione. Cass. 13 ottobre 2003, n. 15278.

Il difetto di sottoscrizione dell’atto di pignoramento è elemento invalidante l’atto in sé e gli atti successivi ad esso collegati ed è rilevabile mediante opposizione agli atti esecutivi, proponibile nel termine di cinque giorni dal compimento dell’atto e degli atti successivi, purché collegati a quello viziato. Cass. 27 gennaio 2003, n. 1186.

 

In tema di esecuzione forzata mobiliare, i vizi della vendita devono essere eccepiti con l’opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) e, quindi, non possono costituire oggetto di un’azione autonoma di accertamento dell’invalidità della vendita. Cass. 4 marzo 2003, n. 3168.

 

Il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione provvede sulla istanza di sospensione del processo esecutivo, ha natura ordinatoria, è privo del carattere della definitività e non decide alcuna questione di competenza, per cui nei suoi confronti è inammissibile sia il ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., che il regolamento di competenza. Tale provvedimento, oltre ad essere revocabile e modificabile (finché non abbia avuto esecuzione) da parte dello stesso giudice che lo ha emesso, anche su istanza di parte, è, inoltre, impugnabile con opposizione agli atti esecutivi, a norma dell’art. 617 c.p.c., al fine di controllare l’eventuale sussistenza di vizi di carattere formale e processuale, ovvero di vizi logici o giuridici della motivazione in relazione alla presenza o meno del grave pregiudizio che l’esecuzione possa recare alla parte esecutata (o alla probabile fondatezza dei motivi formulati dalla suddetta parte con l’opposizione all’esecuzione, cui la richiesta di sospensione sia correlata) e la scelta tra l’uno o l’altro rimedio, esperibile indifferentemente per motivi di opportunità o di legittimità, spetta alla parte interessata. Cass. 11 luglio 2007, n. 15467; conforme Cass. 5 giugno 2007, n. 13065, Cass. 8 maggio 2010, n. 11243.

 

L’ordinanza, con la quale il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 612 c.p.c., determina le modalità dell’esecuzione forzata di una sentenza per violazione di un obbligo di fare o di non fare, si caratterizza come un provvedimento con il quale vengono fissate le regole dello svolgimento del procedimento esecutivo e, quindi, non attiene al diritto della parte di procedere all’esecuzione, bensì ai modi con cui questa deve essere condotta. Conseguentemente, non trattandosi di provvedimento impugnabile con i mezzi ordinari, esso è, invece, soggetto al rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, che è decisa con sentenza impugnabile mediante ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., essendo dichiarata dalla legge come non impugnabile. Cass. 5 giugno 2007, n. 13071; conforme Trib. Roma, 24 luglio 2009.

 

In tema di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, il provvedimento che il pretore pronuncia, ai sensi dell’art. 612 c.p.c., per determinare le modalità dell’esecuzione, stabilendo il modo in cui, in concreto, deve essere eseguito ciò che illegittimamente non è stato fatto o deve essere distrutto ciò che illegittimamente è stato fatto, e designando altresì l’ufficiale giudiziario e le persone che devono provvedere all’attuazione pratica della volontà della legge accertata nel titolo, ha natura ordinatoria e configura un atto esecutivo, come tale impugnabile, da parte dei soggetti interessati, soltanto con l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c. Qualora, nelle more di detto giudizio, il giudice dell’esecuzione modifichi l’ordinanza impugnata, dando luogo a un provvedimento ricognitivo di quello precedente, detto provvedimento, in quanto privo di contenuto precettivo autonomo, non ha bisogno di essere a sua volta impugnato, poiché l’opposizione già proposta è idonea a rimuovere gli effetti scaturenti da quello precedente. Cass. 17 maggio 2007, n. 11458; conforme Trib. Roma, 24 luglio 2009.

 

L’opposizione con cui il debitore faccia valere la disposizione di cui all’art. 2911 c.c., per la mancata esecuzione su beni costituiti in pegno da un terzo, deve qualificarsi come opposizione agli atti esecutivi, in quanto con essa non viene denunciato un limite legale all’esecuzione; infatti, l’art. 2911 c.c. non si applica al caso in cui il pegno sia costituito da un terzo, sicché l’esecuzione non incontra il limite della necessaria sottoposizione a pignoramento dei beni gravati da pegno. Cass. 17 gennaio 2007, n. 1033.

Il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, a seguito di un precedente decreto di trasferimento immobiliare, su istanza di parte provveda allo svincolo e alla restituzione delle somme depositate da chi aveva formulato le offerte non accolte, non è impugnabile con ricorso per Cassazione a norma dell’art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento pronunciato in sede non contenziosa da un organo istituzionalmente carente del potere di emettere sentenze, privo del carattere della decisorietà e, pertanto, suscettibile, quale atto dell’esecuzione, soltanto di opposizione a termini dell’art. 617 c.p.c. Cass. 11 gennaio 2007, n. 371.

 

Il decreto di trasferimento del bene immobile pignorato indicato dall’art. 586 c.p.c. costituisce un atto del procedimento esecutivo, il quale, assolvendo alla funzione di convertire in danaro l’immobile pignorato e venduto, è soggetto alla sola opposizione agli atti esecutivi indicata dall’art. 617 c.p.c. e non al ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 360 dello stesso codice, né a quello ai sensi dell’art. 111, secondo comma, della Costituzione. Cass. 11 gennaio 2007, n. 371.

 

Il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, di cui all’art. 617 c.p.c., è esperibile soltanto contro atti riferibili al giudice dell’esecuzione, il quale è l’unico titolare del potere di impulso e controllo del processo esecutivo. Quando, invece, l’atto (anche eventualmente omissivo) che si assume contrario a diritto sia riferibile non al giudice, ma ad un suo ausiliario, ivi compreso l’ufficiale giudiziario, esso è sottoponibile al controllo del giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 60 c.p.c. o nelle forme desumibili dalla disciplina del procedimento esecutivo azionato e solo dopo che il giudice stesso si sia pronunciato sull’istanza dell’interessato sarà possibile impugnare il suo provvedimento con le modalità di cui all’art. 617 c.p.c. Cass. 21 marzo 2008, n. 7674.

 

Avverso l’ordinanza di determinazione della somma dovuta ai fini della conversione del pignoramento, emessa ai sensi art. 495 c.p.c., può essere proposta l’opposizione agli atti esecutivi e con tale rimedio possono essere sollevate non solo contestazioni relative all’inosservanza formale dei criteri di determinazione stabiliti da tale norma e delle regole procedimentali da essa espresse o sottese, ma anche contestazioni in ordine all’ammontare del credito del creditore procedente e all’ammontare nonché alla stessa esistenza dei crediti dei creditori intervenuti. Cass. 28 settembre 2009, n. 20733.

 

Il provvedimento col quale il giudice dell’esecuzione dichiari la sopravvenuta inefficacia del titolo esecutivo, contestualmente disponendo la cancellazione della trascrizione del pignoramento, costituisce un atto che nega al creditore di procedere nell’esecuzione, con efficacia retroattiva. Esso dunque deve essere impugnato con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., e non con l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., in quanto quest’ultima è un rimedio concesso dalla legge a tutela del soggetto esecutato, e non può essere invocata da chi invece minacci o abbia iniziato l’esecuzione, per opporsi ad un provvedimento giurisdizionale di “blocco” della stessa. Cass. 23 febbraio 2009, n. 4334.

 

Il processo esecutivo ha carattere tipicamente unilaterale e, quindi, la convocazione delle parti, che nel processo medesimo venga disposta dal giudice, quando la ritenga necessaria o quando la legge la prescriva, avviene non per costituire un formale contraddittorio, ma soltanto per il migliore esercizio della potestà ordinatoria, affidata al giudice stesso. Pertanto, qualora il giudice dell’esecuzione revochi un precedente provvedimento di assegnazione mobiliare senza aver prima sentito il debitore, non si verifica una violazione del principio del contraddittorio, deducibile in ogni momento della procedura, potendo detta omissione soltanto riflettersi sul successivo atto esecutivo, contro il quale il debitore, ove lo ritenga viziato, ma non per il solo fatto dell’omessa sua audizione, può insorgere esclusivamente con opposizione agli atti esecutivi, nei modi e nel termine di cui all’art. 617 c.p.c. Cass. 17 luglio 2009, n. 16731.

 

Avverso il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 560, comma 3, c.p.c. (come sostituito dall’art. 2, comma 3, lett. e, n. 21, D.L. 14 marzo 2005 n. 35, convertito con modificazioni nella l. 14 maggio 2005 n. 80, come sostituito dall’art. 1, comma 3, lett. i, l. 28 dicembre 2005 n. 263), ordina la liberazione dell’immobile pignorato, il rimedio esperibile da parte del debitore esecutato non è il ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost., bensì l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., la cui applicabilità non è esclusa dalla proclamazione di inimpugnabilità del provvedimento. Cass. 17 dicembre 2010, n. 25654.

 

 

  1. Nullità.

 

 

2.1. Distinzione.

L’atto di precetto deve essere sottoscritto dalla parte o dal difensore; quando manchi la sottoscrizione, l’atto è affetto da nullità insanabile e l’opposizione è proponibile anche dopo il termine di cinque giorni dalla notifica; la nullità è, invece, sanabile quando il precetto è sottoscritto da difensore non munito di procura al momento della notifica e la denuncia del relativo vizio dà luogo ad opposizione agli atti esecutivi. Cass. 7 luglio 2001, n. 9292.

 

L’autonomia di ciascuna fase del processo esecutivo, rispetto a quella che precede, comporta che le situazioni invalidanti che si producano in una determinata fase, comprese quelle costituenti nullità insanabili, sono suscettibili di rilievo nel corso ulteriore del processo - mediante opposizione agli atti esecutivi anche oltre il termine dei cinque giorni previsti a pena di decadenza, o d’ufficio dal giudice dell’esecuzione - solo in quanto impediscano che il processo consegua il suo fine naturale, e cioè l’espropriazione del bene pignorato come mezzo per la soddisfazione dei creditori, mentre, quando non siano di per sé preclusive del raggiungimento dello scopo del processo, vanno eccepite con l’opposizione ex articolo 617 c.p.c. da proporre nel relativo termine di decadenza dei cinque giorni decorrente dalla conoscenza legale da parte dell’interessato dell’irregolarità. Cass. 16 gennaio 2007, n. 837; conforme Cass. 29 settembre 2009, n. 20814, Trib. Roma, 12 gennaio 2009.

 

 

2.2. Nullità formali.

È regola vigente nel codice di rito che le nullità formali, cioè derivanti dall’inosservanza delle forme prescritte per il compimento di un atto, si sanino se non sono dedotte dalla parte interessata nei tempi e nei modi previsti dalla legge, in particolare, per le nullità delle notificazioni l’art. 160 c.p.c. prevede la loro sanatoria con il raggiungimento dello scopo o se non sono dedotte dalla parte interessata in prima istanza o difesa successiva all’atto o alla notifica di esso. Pertanto, in caso di nullità della notifica del precetto (nella specie, perché notificato in luogo diverso dalla residenza e dal domicilio del debitore), questo è suscettibile di sanatoria se la nullità non è dedotta nei cinque giorni dall’effettiva conoscenza dell’atto, dovendosi presumere che la stessa sia avvenuta con la notificazione del primo atto di esecuzione (pignoramento). Cass. 15 maggio 2001, n. 6706.

 

In tema di esecuzione forzata, il pignoramento - quale atto dell’ufficiale giudiziario - che venga eseguito da ufficiale giudiziario territorialmente incompetente non è inesistente (per tale dovendosi intendere l’atto del processo privo degli elementi essenziali indicati nel modello delineato dalla legge e, pertanto, esorbitante dallo schema legale, come nel caso di atto esecutivo compiuto da soggetto che non condivide in alcun modo le funzioni proprie dell’ufficiale giudiziario, come accade per i commessi addetti all’UNEP) bensì affetto da nullità, da farsi valere con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. Cass. 9 aprile 2003, n. 5583.

 

In tema di esecuzione forzata, gli atti di esecuzione compiuti dall’aiutante ufficiale giudiziario inserito nell’ordine giudiziario (tra i cui compiti rientra la notificazione degli atti, attività che condivide con l’ufficiale giudiziario, ma non il compimento degli atti di esecuzione, a quest’ultimo riservato dall’art. 165, D.P.R. n. 1229 del 1959), sono nulli e non già inesistenti, dovendo l’ipotesi dell’inesistenza ravvisarsi solamente nel caso in cui l’atto esecutivo sia compiuto da soggetto che non condivide in alcun modo - e non già con attribuzioni limitate, come appunto gli aiutanti ufficiali giudiziari - le funzioni proprie dell’ufficiale giudiziario (come accade, ad es., per i commessi addetti all’UNEP) ovvero da soggetto addirittura del tutto estraneo all’UNEP. Ne consegue che siffatta nullità del pignoramento, rilevabile dall’esecutato in base all’esame del verbale di pignoramento, deve essere denunciata con l’opposizione agli atti esecutivi entro il termine, a pena di preclusione, di cinque giorni dal compimento dell’atto. Cass. 9 aprile 2003, n. 5583.

 

La mancata trascrizione del titolo esecutivo nel precetto intimato in base a cambiale, non determina la giuridica inesistenza del precetto, ma solo la sua nullità, deducibile con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. nel termine perentorio di cinque giorni dalla notificazione dell’atto. Cass. 20 aprile 1995, n. 4475.

 

Nell’espropriazione forzata, minacciata in virtù di ingiunzione dichiarata esecutiva ai sensi dell’art. 654 c.p.c., la menzione, nel precetto, del provvedimento che ha disposto la esecutorietà e dell’apposizione della formula, comporta non la inesistenza giuridica, ma la nullità del precetto medesimo, per effetto del combinato disposto degli artt. 654, 480 e 479 c.p.c., la quale deve essere dedotta mediante opposizione agli atti esecutivi, nel termine perentorio di cinque giorni dalla notificazione del precetto stesso, l’inosservanza del suddetto termine perentorio per la proposizione della opposizione relativa alla regolarità formale del precetto, ne determina la decadenza la quale deve essere rilevata anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio e, quindi, anche per la prima volta in Cassazione. Cass. 1 dicembre 2000, n. 15364.

 

Dà luogo ad un’opposizione relativa alla regolarità formale del titolo esecutivo quella con cui si deduce che il titolo notificato non è stato spedito in forma esecutiva. Tale vizio deve essere dedotto nel termine di cinque giorni dalla notifica e non può esserlo successivamente, poiché si tratta di un vizio che non impedisce che i successivi atti dell’esecuzione possano essere compiuti in modo per sé regolare e che il processo esecutivo prosegua sino alla formale realizzazione del diritto della parte istante. Cass. 7 luglio 1999, n. 7026.

 

Il debitore può contestare la validità del precetto sottoscritto da procuratore, di cui si assume il difetto di rappresentanza, solo mediante l’opposizione agli atti esecutivi nel termine di cinque giorni dalla notifica del precetto stesso (art. 617 c.p.c.). Tale vizio attiene alla validità processuale dell’atto, e non è in grado, in mancanza di detta opposizione, di riflettersi sugli atti successivi che da esso dipendono, quali il pignoramento, risultando, in tal caso, sanato dal mancato esperimento dell’opposizione. Cass. 1 febbraio 2002, n. 1308; conforme Cass. 28 ottobre 1992, n. 11736.

 

La disciplina dell’opposizione agli atti esecutivi deve essere coordinata con le regole generali in tema di sanatoria degli atti nulli, sicché con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. non possono farsi valere - quale la nullità della notificazione del titolo esecutivo e del precetto - che devono considerarsi sanati per raggiungimento dello scopo ex art. 156, ult. co., c.p.c., in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del debitore, quella al precetto in particolare costituendo la prova evidente del conseguimento della finalità di invitare il medesimo ad adempiere, rendendolo edotto del proposito del creditore di procedere ad esecuzione forzata in suo danno. Né in contrario vale invocare il disposto di cui all’art. 617, secondo comma, c.p.c., attinente alla diversa ipotesi in cui il vizio della notificazione per la sua gravità si traduce nella inesistenza della medesima, così come la circostanza che per effetto della nullità della notificazione possa al debitore attribuirvi un termine per adempiere inferiore a quello minimo di dieci giorni previsto dall’art. 480 c.p.c. Cass. 17 marzo 2006, n. 5906.

Quando il debitore nell’opporsi all’esecuzione deduca la nullità della notificazione del titolo esecutivo o del precetto, tale opposizione, configurando l’ipotesi di cui l’art. 617, secondo comma, c.p.c., è tempestivamente proposta entro i cinque giorni dall’inizio dell’esecuzione, termine la cui decorrenza contro il debitore opponente è esclusa quando l’esecuzione non sia stata ancora iniziata. Alla proposizione di siffatta opposizione consegue peraltro la sanatoria del dedotto vizio di notificazione applicandosi anche alla detta ipotesi l’ultimo comma dell’art. 156 c.p.c. Cass. 11 luglio 2000, n. 9185.

 

 

2.3. Nullità insanabili.

In materia di esecuzione forzata, i motivi di invalidazione della vendita forzata a causa del mancato rispetto di norme del processo di espropriazione devono essere fatti valere come opposizione agli atti esecutivi nell’ambito di quel processo; in mancanza, non possono essere utilizzati per sostenere un’opposizione all’esecuzione per rilascio intrapresa sulla base del titolo esecutivo formatosi a conclusione dell’espropriazione, giacché solo i vizi che determinano una nullità non sanabile possono esser azionati in ogni tempo, mentre tutti gli altri vizi di nullità di un provvedimento giurisdizionale vanno fatti valere secondo lo specifico mezzo di impugnazione previsto dalla legge, come si desume dal disposto dell’art. 161 c.p.c. Pertanto, qualora nell’ordinanza di vendita di un terreno non si faccia menzione di una costruzione abusiva insistente su di esso, è ammissibile la proposizione, nei termini di legge, di un’opposizione agli atti esecutivi, ma non, in prosieguo, la contestazione del diritto dell’aggiudicatario a procedere ad esecuzione forzata, atteso che il pignoramento di un terreno successivamente contemplato nel decreto di trasferimento si estende, in difetto di espressa previsione contraria, al fabbricato che insiste sul terreno medesimo. Cass. 26 aprile 2004, n. 7922.

 

L’opposizione agli atti esecutivi, con la quale si impugni un atto radicalmente nullo al punto da potersene configurare l’inesistenza, non è vincolata all’osservanza del termine perentorio di cinque giorni previsto dall’art. 617 c.p.c. Cass. 10 ottobre 2003, n. 15184.

 

L’opposizione proposta per far valere un vizio del precetto tipologicamente riconducibile alla categoria della inesistenza o della nullità insanabile (quale quello della mancata sottoscrizione della parte o di difensore munito di procura valida) è proponibile anche dopo il termine di cinque giorni della notifica dell’atto). Cass. 16 giugno 1992, n. 7394.

 

In tema di atti esecutivi la figura dell’inesistenza giuridica, risponde ad una forma di invalidità contrassegnata dalla mancanza di elementi indispensabili per il raggiungimento dello scopo dell’atto. L’indicata forma di invalidità è sottratta alla regola della sanatoria per difetto di opposizione ed a prescindere dal rilievo d’ufficio, è denunciabile dalla parte a mezzo di opposizione ai successivi atti esecutivi che presuppongono l’atto invalido, in virtù del principio della propagazione delle nullità degli atti processuali. Cass. 2 aprile 2001, n. 4798.

 

Contra: L’opposizione agli atti esecutivi [art. 617 c.p.c.] si risolve in una contestazione relativa ai singoli atti che la legga considera indipendenti, alla quale, è estranea la regola della propagazione delle nullità processuali indicata dall’art. 159 c.p.c.; tale principio vale anche per le cosiddette nullità insanabili - quali quelle attinenti al difetto dello ius postulandi o al difetto della rappresentanza o della capacità di agire - che debbono anch’esse esser fatte valere nel termine fissato dalla norma sopra indicata, atteso che la finalità del processo esecutivo di giungere ad una sollecita chiusura della fase espropriativa non tollera che il processo possa trovarsi in una situazione di perenne incertezza. Cass. 1 marzo 1994, n. 2024.

 

L’opposizione proposta per difetto di ius postulandi del procuratore dell’intimante un precetto è soggetta al termine di decadenza di cinque giorni, ai sensi del primo comma dell’art. 617 c.p.c., dalla notifica di tale atto, perché - essendo questo stesso atto un presupposto del successivo processo di esecuzione e configurazione, rispetto ad esso, il potere rappresentativo come rapporto di natura sostanziale - esso è suscettibile di ratifica [con effetto ex tunc e con il solo limite delle salvezze delle preclusioni o decadenze anteriormente verificatesi], con qualsiasi altro successivo atto o fatto che manifesti la volontà di avvalersene, di guisa che, nel predetto difetto, non è ravvisabile una causa di inesistenza, ma un vizio sanabile se non tempestivamente dedotto. Cass. 22 maggio 1997, n. 4561.

 

Qualora una opposizione agli atti esecutivi si fondi sulla deduzione di nullità di un atto del procedimento esecutivo che, benché effettivamente affetto da nullità, venga dal giudice ritenuto irrilevante in quanto non necessario nell’ambito del procedimento esecutivo in corso, la presenza del vizio è ininfluente ed inidonea a determinare l’accoglimento della opposizione. Cass. 28 luglio 2004, n. 14258.

 

 

  1. Giudizio.

 

 

3.1. Natura del giudizio.

Il giudizio di opposizione agli atti esecutivi è un ordinario giudizio di cognizione che si conclude con sentenza, che ha per oggetto la valutazione se in segmento del processo esecutivo si sia svolto o meno in modo conforme alle norme che lo regolano, e per poter compiere tale valutazione il giudice ha il potere - dovere di acquisire il fascicolo del processo esecutivo, per prendere diretta conoscenza dello svolgimento di esso e degli atti compiuti dal giudice dell’esecuzione; non è legittimo quindi il rigetto della domanda di opposizione sulla base della mancata produzione in giudizio da parte dell’opponente dell’atto contro cui si oppone. Cass. 21 aprile 2004, n. 7610; conforme Cass. 22 febbraio 1995, n. 1954.

 

 

3.2. Competenza.

La competenza a decidere l’opposizione a precetto per il rilascio di un fondo rustico spetta alla sezione specializzata agraria se, in relazione ai motivi, è qualificabile come opposizione all’esecuzione; spetta invece al giudice dell’esecuzione se investe il quomodo dell’azione esecutiva, ed è quindi qualificabile come opposizione agli atti esecutivi, materia estranea a quella agraria, per cui non vi è ragione di attribuirla al giudice specializzato. Cass. 30 maggio 2001, n. 7399.

 

La competenza a conoscere della opposizione agli atti esecutivi, appartenente al giudice dell’esecuzione, spetta all’ufficio giudiziario come tale, sicché, esaurita la fase di comparizione delle parti ordinata alla emissione dei provvedimenti indilazionabili, non è individuabile una legittimazione del giudice dell’esecuzione all’istruzione della causa (e, quando la competenza spetti al Pretore, alla sua decisione), dovendosi riconoscere per questa parte all’art. 618, secondo comma, c.p.c., la portata di una norma ordinatoria, la cui violazione, con la cognizione di altro magistrato addetto allo stesso ufficio giudiziario, non ridonda né in nullità della sentenza né in vizio di incompetenza. Cass. 18 marzo 1994, n. 2588.

 

Proposta con lo stesso atto un’opposizione al precetto ai sensi dell’art. 615 c.p.c., per la quale vige il principio della competenza per valore, ed un’opposizione agli atti esecutivi, per la quale la competenza inderogabile spetta al giudice dell’esecuzione, non opera il cumulo delle domande a norma dell’art. 10 c.p.c., bensì ciascuna causa resta distintamente regolata alla stregua della rispettiva competenza per valore e per materia. Cass. 23 agosto 1989, n. 3747.

 

Il giudice di pace, incompetente nella materia della esecuzione forzata, non può decidere le questioni che involgono la regolarità degli atti del processo esecutivo e cioè le opposizioni proposte ai sensi dell’art. 617 c.p.c. e per le quali, prima dell’istituzione del giudice unico di primo grado, attuata con D.Lgs. n. 51/1998, erano competenti per materia, valore e luogo, rispettivamente il Pretore e il Tribunale. Si rivela peraltro inammissibile l’appello proposto dinanzi al Tribunale avverso la sentenza con la quale il giudice di pace ha deciso un’opposizione agli atti esecutivi, non essendo le sentenze rese in sede di opposizione agli atti esecutivi, impugnabili con i mezzi ordinari, ma solo con il ricorso ex art. 111 Costituzione. Ed una tale inammissibilità attenendo ai presupposti dell’impugnazione, è rilevabile d’ufficio, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., anche in sede di legittimità. Cass. 21 novembre 2001, n. 14725.

 

All’interno di un giudizio di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi, la qualificazione dell’azione operata dal giudice, che sulla base di essa si spogli della causa dichiarandosi incompetente in favore di altro giudice di pari grado, non vincola in alcun modo il giudice designato come competente. Cass. 13 novembre 2003, n. 17133.

 

A seguito dell’abrogazione dell’art. 16 c.p.c. per effetto dell’art. 51 del D.Lgs. n. 51 del 1998 (con decorrenza dal 2 giugno 1999), al Tribunale è stata attribuita la competenza giurisdizionale esclusiva in materia esecutiva, sia con riguardo ai procedimenti esecutivi che alle relative opposizioni (all’esecuzione e agli atti esecutivi), con la conseguenza che non si configura alcuna violazione delle norme sulla competenza stabilite dal codice di rito civile nel caso in cui, nella formazione delle tabelle per la ripartizione interna degli affari giurisdizionali, il Presidente del Tribunale assegni le opposizioni esecutive ai giudici togati, cui ha assegnato i giudizi di cognizione (essendo tali cause di opposizione strutturalmente considerate dalla legge come giudizi ordinari di cognizione), e le procedure esecutive ai giudici onorari, appartenenti al medesimo ufficio giudiziario e di pari funzioni e competenza, secondo la previsione dell’art. 43 bis del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (come aggiunto dall’art. 10, comma 1, del citato D.Lgs. n. 51 del 1998). Cass. 5 marzo 2009, n. 5342.

 

 

3.2.1. Segue: Nel processo del lavoro. Rinvio art. 618-bis.

A norma dell’art. 618-bis c.p.c. (nel testo introdotto dalla legge n. 533 del 1973) nelle esecuzioni forzate relative a titoli esecutivi costituiti da provvedimenti giurisdizionali in materia di lavoro e di previdenza ed assistenza obbligatorie, le opposizioni agli atti esecutivi, proposte quando è già iniziata l’esecuzione ai sensi del secondo comma dell’art. 617 c.p.c., rientrano nella competenza del giudice della esecuzione, espressamente fatta salva dal secondo comma dell’art. 618-bis cit., che concerne non soltanto la prima fase del processo, ma si estende anche alla cognizione del merito della opposizione fino alla pronuncia della sentenza, quale prevista dal secondo comma dell’art. 618 c.p.c., con esclusione quindi in ogni caso della competenza del giudice del lavoro, a differenza dell’ipotesi dell’opposizione all’esecuzione ai sensi del secondo comma dell’art. 615 c.p.c. che, ove l’opposizione sia già iniziata, ricade nella competenza del giudice dell’esecuzione limitatamente alla prima fase, mentre per la cognizione del merito quest’ultimo è tenuto ai sensi dell’art. 616 c.p.c. a rimettere le parti al giudice del lavoro (art. 617 c.p.c.; art. 618 c.p.c.; art. 618-bis c.p.c.). Cass. 13 giugno 1997, n. 5312.

 

Nelle materie del lavoro e della previdenza ed assistenza obbligatorie, per l’opposizione agli atti esecutivi proposta dopo l’inizio dell’esecuzione sussiste la competenza funzionale e inderogabile del giudice dell’esecuzione a norma dell’art. 618-bis, secondo comma, c.p.c. che - diversamente che per l’opposizione all’esecuzione - rimane ferma anche dopo la prima fase del processo, perché nessuna distinzione è contenuta nella disposizione citata né in disposizione analoga a quella dettata per l’opposizione all’esecuzione dall’art. 616 e, d’altra parte, la non applicazione della normativa inerente alle controversie di lavoro e previdenziali quanto alla competenza per l’opposizione agli atti esecutivi è giustificata dal carattere funzionale ed inderogabile della competenza ex art. 27, secondo comma, c.p.c. e dalla riserva contenuta nell’ultimo inciso dell’art. 618-bis, primo comma. Cass. 20 agosto 1997, n. 7749.

Contra: Ai sensi dell’art. 618-bis c.p.c. nelle esecuzioni forzate iniziate sulla base di titoli esecutivi, costituiti da provvedimenti giurisdizionale emessi dal giudice del lavoro, le opposizioni alla esecuzione e le opposizioni agli atti esecutivi rientrano nella competenza per materia del pretore in funzione di giudice del lavoro, e ciò in considerazione dell’origine del credito e della natura della relativa causa, restando salva la competenza del giudice dell’esecuzione soltanto nella prima fase del processo, qualora l’opposizione sia proposta dopo l’inizio della esecuzione forzata, con ricorso a quel giudice. Cass. 17 marzo 1990, n. 2228.

 

Ai fini dell’individuazione della competenza territoriale del giudice dell’opposizione a precetto attinente al recupero di somme cui sia stata condannata una parte in seguito alla soccombenza in una controversia individuale di lavoro, il richiamo contenuto nell’art. 618-bis c.p.c. alle controversie individuali di lavoro è da ritenersi limitato alle sole disposizioni che regolano la competenza per materia del giudice del lavoro, non potendo tale richiamo riguardare anche le regole sulla determinazione della competenza per territorio, risultando, questa, incompatibile con la normativa in tema di esecuzione forzata. Cass. 15 giugno 2001, n. 8597.

 

 

3.2.2. Segue: Nei contratti agrari.

La competenza a decidere l’opposizione a precetto per il rilascio di un fondo rustico spetta alla sezione specializzata agraria se, in relazione ai motivi, è qualificabile come opposizione all’esecuzione; spetta invece al giudice dell’esecuzione se investe il quomodo dell’azione esecutiva, ed è quindi qualificabile come opposizione agli atti esecutivi, materia estranea a quella agraria, per cui non vi è ragione di attribuirla al giudice specializzato. Cass. 30 maggio 2001, n. 7399.

 

 

3.3. Proposizione.

Sia per l’opposizione all’esecuzione che per l’opposizione agli atti esecutivi avanzate nel corso del procedimento esecutivo già iniziato, le forme previste dagli artt. 615, comma secondo, e 617, comma secondo, c.p.c. non sono richieste a pena di nullità e le predette opposizioni possono, pertanto, essere proposte anche oralmente nell’udienza davanti al giudice dell’esecuzione, ovvero mediante deposito, in tale udienza, di una comparsa di risposta, essendo anche tali forme idonee al raggiungimento dello scopo (costituzione del rapporto processuale cognitivo) proprio degli atti di opposizione predetti; ne consegue che, una volta proposta in uno dei predetti modi l’opposizione, non è necessario un formale atto di costituzione da parte dell’opponente, che deve ritenersi, anche in mancanza di esso, ritualmente presente e costituito nel processo instaurato a norma dell’art. 618 c.p.c. Cass., Sez. Un., 15 ottobre 1998, n. 10187.

 

La mancata notificazione del titolo esecutivo si traduce in una irregolarità formale del precetto, che può essere fatta valere con l’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617, comma primo, c.p.c., con atto di citazione davanti al giudice indicato nell’art. 480, comma terzo, e non con ricorso al giudice dell’esecuzione. Tuttavia l’adozione della forma del ricorso, anziché quella della citazione, non determina l’inammissibilità dell’opposizione, purché il ricorso con il pedissequo decreto di convocazione delle parti venga notificato all’opposto nel temine di cinque giorni dalla notificazione del precetto. Cass. 19 aprile 1996, n. 3728.

 

L’opposizione agli atti esecutivi può essere proposta, se l’esecuzione è già iniziata, anche oralmente, con dichiarazione raccolta nel processo verbale di udienza del giudice dell’esecuzione, ovvero mediate deposito di comparsa di risposta all’udienza di comparizione tra le parti dinanzi al giudice dell’esecuzione. Tali forme infatti sono idonee ad investire l’ufficio giudiziario della domanda e a lasciarne traccia nel fascicolo e quindi raggiungono lo scopo del predetto atto di opposizione. Cass. 17 dicembre 1996, n. 11251.

 

Lo scopo del ricorso, previsto dall’art. 617, primo comma, c.p.c. per proporre opposizione agli atti esecutivi se l’esecuzione è iniziata, è quello di instaurare un rapporto cognitivo con il giudice dell’esecuzione e di lasciarne prova documentale nel relativo fascicolo. Pertanto non può essere dichiarato nullo un atto che rivesta una forma diversa dal ricorso, se ha però i requisiti indispensabili per il raggiungimento del suddetto scopo o comunque lo ha raggiunto (artt. 156 comma 2 e 156 comma 3 c.p.c.). Cass. 17 dicembre 1996, n. 11251.

 

Ai fini della procedibilità di un ricorso per opposizione agli atti esecutivi, non si richiede necessariamente il deposito in copia autentica del provvedimento impugnato. Cass. 20 agosto 1997, n. 7749.

 

Non osta alla esperibilità del rimedio della opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza di estinzione (ammissibile nel solo caso in cui vengano in contestazione soltanto gli effetti consequenziali dell’estinzione) il fatto che il processo esecutivo si sia già concluso, e che sia venuto meno il giudice dell’esecuzione, in quanto, ai sensi dell’art. 632 c.p.c., la competenza del giudice dell’esecuzione permane per definire le questioni strettamente consequenziali al processo esecutivo dichiarato estinto. Cass. 11 giugno 2003, n. 9377.

 

In tema di forma del ricorso per opposizione agli atti esecutivi, in ordine alla quale l’art. 617 c.p.c. prescrive che l’atto contenga i requisiti indicati nell’art. 125 c.p.c. (e, quindi, che esso sia sottoscritto dalla parte, se costituita in giudizio personalmente, oppure dal difensore), soltanto il totale difetto di sottoscrizione comporta l’inesistenza dell’atto. Quando invece l’elemento formale, al quale l’ordinamento attribuisce la funzione di nesso tra il testo ed il suo apparente autore, sia desumibile da altri elementi indicati nell’atto stesso, non ricorre alcuna invalidità. Cass. 20 aprile 2007, n. 9490.

 

Il giudizio di opposizione agli atti esecutivi si incardina mediante deposito del ricorso al giudice dell’esecuzione nella cancelleria del tribunale; ne consegue che, una volta perfezionatasi, con tale deposito, la proposizione della domanda, sulla validità di quest’ultima non possono riverberarsi, ostandovi il contenuto dell’art. 159 c.p.c., i vizi incidenti sulla successiva fase della “vocatio in ius”, attuata mediante la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto di fissazione dell’udienza. Cass. 8 ottobre 2008, n. 24809.

 

 

3.4. Oggetto del giudizio.

La materia del contendere, nell’opposizione agli atti esecutivi, consiste nell’accertamento della nullità dell’atto impugnato per conseguire gli effetti che da essa derivano sia con riguardo all’atto stesso, che a quelli successivi nulli per derivazione (ex art. 159 comma 1 c.p.c.). Ne consegue che, in tema di esecuzione per rilascio, con riferimento ad un’opposizione agli atti esecutivi, proposta relativamente alla regolarità formale del titolo esecutivo o della sua notificazione, qualora la parte istante proceda ad una nuova notificazione del titolo (ed eventualmente del precetto e del preavviso di rilascio, se erano già stati anch’essi notificati), si verifica la cessazione della materia del contendere, poiché la parte istante rinnova in tale modo - così rinunciando a fondare su di essi il proseguimento dell’esecuzione - tutti gli atti già compiuti, ai quali, nel caso che la detta opposizione si decidesse nel merito, si dovrebbe estendere la dichiarazione di nullità della notificazione del titolo. Cass. 7 luglio 1999, n. 7026.

 

Nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi, che è il mezzo processuale con il quale, in un termine perentorio, è domandato l’annullamento di un atto del processo esecutivo sulla base della allegazione di un suo vizio, la prospettazione di un vizio diverso da quelli indicati nell’atto di opposizione introduce una domanda nuova che è inammissibile se intempestiva e sulla quale il giudice può, quindi, astenersi da pronunciare senza incorrere nel vizio di omessa pronuncia. Cass. 22 febbraio 1995, n. 1954.

 

Qualora all’interno di una opposizione agli atti esecutivi venga proposta anche una azione di risarcimento danni che si fondi sull’incauto esercizio dell’azione esecutiva, tale ultima domanda deve essere inquadrata nell’ambito della responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.; ne consegue che tra le due domande sussiste un nesso di consequenzialità ed accessorietà per cui il regime di impugnazione della domanda di responsabilità non può che essere quello della domanda principale. Cass. 6 giugno 2003, n. 9057.

 

 

3.5. Legittimazione.

In tema di espropriazione mobiliare presso terzi, poiché anche in tal caso oggetto dell’opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., è l’accertamento dell’esistenza o meno del diritto del creditore a procedere esecutivamente nei confronti del debitore, queste sono le parti necessarie del relativo giudizio e non anche il terzo chiamato a rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c., non essendo quest’ultimo coinvolto dalla situazione determinata dal precedente giudizio di esecuzione, che non si svolge nei suoi confronti, ma è condotto a carico di soggetti diversi. Rispetto all’opposizione agli atti esecutivi, invece, è configurabile un interesse del terzo a che il processo si svolga correttamente anche nei suoi riguardi, con la conseguenza che egli è legittimato a promuovere o a partecipare al giudizio di opposizione nel quale si discute delle forme legittime del procedimento esecutivo. Cass. 8 agosto 2003, n. 11976.

 

Nell’espropriazione forzata, che si svolge con le forme del pignoramento presso terzi, il terzo pignorato non si identifica con il soggetto passivo dell’esecuzione e, per l’effetto, non essendovi assoggettato, non è neppure normalmente legittimato a proporvi opposizione, sotto alcuno dei possibili profili in cui questa può essere articolata. Di conseguenza, nell’espropriazione di crediti, il terzo debitore del debitore esecutato non è legittimato a far valere l’impignorabilità del bene, neanche sotto l’aspetto dell’esistenza di vincoli di destinazione, in caso di somme depositate presso istituto di credito tesoriere di un ente pubblico, poiché in tal caso la questione attiene al rapporto tra creditore procedente e debitore esecutato (il quale ultimo si può avvalere degli appositi rimedi oppositivi previsti dalla legge, con conseguente carenza di interesse del terzo a dedurre siffatta doglianza nella forma dell’opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza di assegnazione). Inoltre, la circostanza dell’indicazione dell’esistenza di un vincolo di destinazione in occasione della dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art. 547 c.p.c. non fa venir meno il carattere di positività della dichiarazione stessa. Cass. 23 febbraio 2007, n. 4212.

 

La legittimazione a proporre opposizione agli atti esecutivi non spetta soltanto al debitore ed al terzo assoggettato all’esecuzione, ma spetta in proprio a tutti coloro che, partecipanti al procedimento esecutivo, siano interessati al suo regolare svolgimento allo scopo di evitare il danno derivante dal compimento di atti non conformi alla legge. Cass. 17 agosto 1990, n. 8370.

 

Nell’espropriazione presso terzi il terzo detentore di cose o debitore di somme nei confronti del debitore presso il quale sia eseguito il pignoramento (art. 543 c.p.c.) non può ritenersi soggetto sottoposto all’esecuzione, in quanto egli è lo strumento necessario a consentire la realizzazione del credito insoddisfatto nei confronti del debitore e si trova a subire l’efficacia riflessa del titolo esecutivo, con la conseguenza che può proporre opposizione agli atti esecutivi, non anche opposizione all’esecuzione. Cass. 16 maggio 2003, n. 7710.

Non ha legittimazione a proporre opposizione agli atti esecutivi colui che abbia acquistato l’immobile oggetto dell’esecuzione successivamente alla trascrizione del pignoramento. Cass. 14 aprile 1993, n. 4409.

 

Nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi proposto quando il processo esecutivo sia ormai estinto per rinuncia ed avente ad oggetto i provvedimenti del giudice dell’esecuzione conseguenti all’estinzione, volti a regolare esclusivamente i rapporti tra il debitore esecutato e l’aggiudicatario, non sono passivamente legittimati i creditori, procedente ed intervenuti, che abbiano rinunciato agli atti. Cass. 15 aprile 2011, n. 8747.

 

 

3.6. Litisconsorzio.

Il debitore esecutato è litisconsorte necessario in tutti i giudizi di opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi pur se promossi da terzi estranei al giudizio nel cui corso si è formato il titolo esecutivo. La conseguente nullità della sentenza pronunciata in contraddittorio non integro può essere rilevata d’ufficio anche in sede di legittimità. Cass. 21 luglio 2000, n. 9645.

 

Il condebitore esecutato è litisconsorte necessario in tutti i giudizi di opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi, con la conseguenza che la sentenza pronunciata in contraddittorio non integro è nulla e tale vizio può essere rilevato d’ufficio anche in sede di legittimità, con necessità di provvedere ai sensi degli art. 383, comma 3, e 354 c.p.c. Cass. 28 aprile 2011, n. 9452.

 

Nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi, la presenza del debitore esecutato è richiesta anche con riferimento al giudizio in ordine alle irregolarità riguardanti la fase dell’assegnazione dei beni pignorati, sussistendo, in detta fase, un evidente interesse del debitore stesso alla determinazione dell’offerta di pagamento al più alto valore possibile. Cass. 12 marzo 2001, n. 3571.

 

L’opposizione agli atti esecutivi dà luogo ad una causa inscindibile, di cui sono legittimi contraddittori tutti i soggetti indicati nell’art. 485 c.p.c. e, perciò, oltre al creditore procedente, ai creditori intervenuti ed al debitore, anche il soggetto che, in quanto destinatario dell’atto di cui l’opponente chiede sia dichiarata la nullità, ha interesse alla sua stabilità. Ne consegue che, nel caso di opposizione diretta ad ottenere la dichiarazione di nullità dell’aggiudicazione, essa deve essere proposta anche contro l’aggiudicatario e a questi notificata. Cass. 5 gennaio 1996, n. 47.

 

Il terzo pignorato è parte necessaria nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi, essendo interessato alle vicende processuali che riguardano la legittimità e validità del pignoramento e dalle quali dipende la sua liberazione dal relativo vincolo. Cass. 15 gennaio 2003, n. 493.

 

In materia di giudizio di esecuzione, nel procedimento di opposizione agli atti esecutivi, il terzo pignorato è litisconsorte necessario, peraltro, ricorrendo un’ipotesi di causa inscindibile. Per la tempestività dell’impugnazione è sufficiente che questa venga notificata nei termini anche ad una sola delle parti, in quanto la notifica eseguita tardivamente nei confronti delle altre assume il carattere di atto integrativo del contraddittorio. Cass. 18 novembre 2002, n. 15703.

 

Nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi ai fini della integrità del contraddittorio è indispensabile la presenza del debitore esecutato, del creditore procedente e di quelli intervenuti, mentre l’aggiudicatario riveste la qualifica di litisconsorte necessario soltanto allorché l’opposizione investa questioni attinenti alla aggiudicazione. Estranee al giudizio restano altresì le parti di altro procedimento esecutivo eventualmente riunito a quello che ha dato origine all’opposizione. Cass. 15 maggio 2007, n. 11187.

 

La ditta individuale coincide con la persona fisica titolare di essa e, perciò, non costituisce un soggetto giuridico autonomo, sia sotto l’aspetto sostanziale che sotto quello processuale, senza che, perciò, nell’ambito delle opposizioni esecutive proposte dalla ditta individuale, possa ritenersi configurabile un’ipotesi di litisconsorzio necessario nei confronti del titolare di essa. Cass. 17 gennaio 2007, n. 977.

 

Nel giudizio di opposizione agli atti esecutivi promosso avverso le ordinanze di vendita ed aggiudicazione, la presenza dell’aggiudicatario, in quanto litisconsorte necessario “ex” art. 102, primo comma, c.p.c., è di regola indispensabile ai fini della integrità del contraddittorio; è tuttavia inammissibile, per difetto di interesse, il ricorso per Cassazione della parte soccombente (nella specie, i debitori esecutati opponenti) avverso la sentenza resa nel giudizio in cui non sia stato dato, ad opera del giudice, l’ordine di integrazione verso gli aggiudicatari pretermessi, se dalla conseguente partecipazione la parte ricorrente non avrebbe tratto alcun vantaggio, essendo risultate infondate tutte le altre censure mosse alla sentenza impugnata, e non sia nemmeno astrattamente ipotizzabile che la predetta partecipazione si sarebbe risolta in una decisione di contenuto diverso e favorevole alla stessa parte soccombente. Cass. 30 gennaio 2009, n. 2461.

 

Nelle opposizioni esecutive il litisconsorzio processuale è necessario coi creditori che rivestano la qualità di procedente o di interventore al momento in cui la singola opposizione sia instaurata, non rilevando a tal fine gli interventi successivamente dispiegati. Tuttavia, la parte che eccepisce la non integrità del contraddittorio ha l’onere non soltanto di indicare le persone che debbano partecipare al giudizio quali litisconsorti necessari e di provarne l’esistenza, ma anche quello di indicare gli atti del processo di merito dai quali dovrebbe trarsi la prova dei presupposti di fatto che giustificano la sua eccezione. Cass. 5 settembre 2011, n. 18110.

 

 

3.7. Poteri del giudice.

Poiché il giudizio di opposizione agli atti esecutivi non costituisce una fase del processo esecutivo, al giudice della cognizione non spetta il potere di accertare di ufficio l’esistenza di vizi dell’atto, ma solo quello di conoscere dei vizi dedotti dalle parti con l’opposizione. Ne consegue qualora l’opponente non abbia dedotto, con l’opposizione agli atti esecutivi, quale vizio dell’ordinanza di sospensione dell’esecuzione, che essa era stata adottata dal giudice dell’esecuzione, non è deducibile in Cassazione un vizio di attività processuale da parte del giudice dell’opposizione nel non aver verificato d’ufficio se l’ordinanza fosse o meno immune da vizi di questo tipo. Cass. 18 marzo 1994, n. 2588.

 

Qualora il ricorso in opposizione agli atti esecutivi con il pedissequo decreto che fissa l’udienza di comparizione non sia stato notificato nel termine perentorio fissato dal giudice ex art. 618 c.p.c. a tutti i legittimi contraddittori, il giudice non può dichiarare l’estinzione del procedimento, ma deve ordinare l’integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 102 c.p.c. in un termine perentorio da lui stabilito. Cass. 9 novembre 2001, n. 13921.

 

La verifica della decorrenza del termine per proporre l’opposizione agli atti esecutivi è compiuta d’ufficio dal giudice in base all’esame degli atti del processo esecutivo, e non è necessario che la parte procedente ne dia esplicita dimostrazione, trattandosi della verifica di un presupposto processuale della stessa opposizione. Cass. 11 agosto 2000, n. 10724.

 

 

3.8. Rimedi alternativi.

I provvedimenti emessi dal giudice dell’esecuzione sono normalmente assunti, ai sensi dell’art. 487, primo comma, c.p.c., con ordinanza, sono modificabili o revocabili finché non abbiano avuto esecuzione, costituendo anch’essi espressione del potere di direzione del processo e, in quanto diversamente regolanti quanto già disciplinato dal provvedimento precedentemente adottato, sono soggetti a riesame mediante opposizione agli atti esecutivi. Cass. 17 luglio 2009, n. 16731; conforme Cass. 21 aprile 1997, n. 3427: la scelta, tra l’uno o l’altro rimedio, esperibile indifferentemente per motivi di opportunità o motivi di legittimità (art. 177 c.p.c.) è rimessa al richiedente.

 

Il potere del giudice dell’esecuzione di revocare o modificare le ordinanze emesse concorre con quello delle parti di impugnarle con opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), che permane, a differenza del primo, pur se l’ordinanza, di contenuto positivo, ha avuto esecuzione (art. 487 comma 1 c.p.c.). Cass. 17 marzo 1998, n. 2848; conforme Cass. 15 maggio 2009, n. 11316; Cass. 6 dicembre 2011, n. 26185, con la conseguenza che, qualora, proposta tale opposizione, il giudice revochi l’ordinanza opposta, l’opponente perde interesse all’instaurazione del giudizio di merito sull’opposizione, finalizzato alla rimozione del provvedimento stesso.

In tema di esecuzione forzata degli obblighi di fare, è inammissibile l’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza, ex art. 487 c.p.c., di modifica o di revoca del provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 612 c.p.c., abbia determinato le modalità dell’esecuzione, in quanto, scaduti i termini per proporre opposizione avverso quest’ultimo provvedimento, non è possibile “recuperare” tale facoltà con un’istanza di modifica o revoca. Cass. 20 maggio 2009, n. 11703.

 

Non è ammissibile il ricorso straordinario per Cassazione, di cui all’art. 111, settimo comma, Cost., avverso l’ordinanza adottata dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 487, primo comma, c.p.c., sia che con questa revochi o modifichi un proprio precedente provvedimento, sia che rigetti l’istanza di revoca di una precedente ordinanza, trattandosi in entrambi i casi di pronuncia ordinatoria del processo esecutivo, che va sempre impugnata col rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 22 settembre 2011, n. 19392.

 

 

3.9. Provvedimento conclusivo.

Poiché la proposizione di opposizione agli atti esecutivi, che comporta l’instaurazione del processo di cognizione di cui agli artt. 617 c.p.c., richiede la decisione con sentenza, deve ritenersi nulla l’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione abbia respinto un ricorso per opposizione agli atti esecutivi senza istruttoria e senza le garanzie processuali del procedimento di opposizione. Cass. 26 giugno 1993, n. 6934.

 

I provvedimenti del giudice dell’esecuzione, emessi al di fuori di un procedimento di opposizione agli atti esecutivi, con i quali si dichiari la tardività delle contestazioni svolte dal debitore in ordine all’ammontare dei crediti fatti valere esecutivamente dal creditore non solo non hanno contenuto decisorio, ma sono radicalmente nulli, non essendo riconducibili alla tipologia del giudizio di opposizione agli atti esecutivi che, nel sistema delineato dal codice di rito, deve svolgersi con un procedimento contenzioso e concludersi con un provvedimento che deve presentare i caratteri della sentenza, non solo sotto il profilo formale, ma anche sotto quello strutturale, perché emessa a conclusione di un procedimento introdotto e svoltosi con le forme del processo contenzioso ordinario. Cass. 20 aprile 2004, n. 7575.

 

Il provvedimento risolutivo dell’opposizione agli atti esecutivi, ancorché adottato in forma di ordinanza invece che con quella della sentenza, come previsto dall’art. 618, comma secondo, c.p.c., qualora sia stato emesso nel contraddittorio delle parti svoltosi nel corso di regolare istruzione davanti al giudice dell’esecuzione ed abbia risolto in maniera definitiva la relativa controversia, dichiarando inammissibile l’opposizione, va considerato sentenza in senso sostanziale, contro la quale è ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 30 maggio 1995, n. 6072.

 

Il decreto con cui il giudice dell’esecuzione, in calce al ricorso proposto per l’opposizione agli atti esecutivi, dichiari non procedibile l’opposizione perché tardiva e condanni la parte alla spese del giudizio, va ritenuto radicalmente nullo, non essendo riconducibile alla tipologia del giudizio di opposizione agli atti esecutivi che, nel sistema delineato dal codice di rito, deve svolgersi con un procedimento contenzioso e concludersi con un provvedimento che deve presentare i caratteri della sentenza, non solo sotto il profilo formale (art. 132 c.p.c.), ma anche sotto quello strutturale, perché emessa a conclusione di un procedimento introdotto e svoltosi con le forme del processo contenzioso ordinario. Cass. 20 aprile 2001, n. 5915.

 

In tema di opposizione agli atti esecutivi, la definitività del provvedimento conseguente all’opposizione medesima non si configura come presupposto indispensabile per l’inizio di una diversa azione esecutiva fondata sul medesimo titolo, la cui validità ed efficacia non sia posta in discussione, atteso che, con la procedura di cui all’art. 617 c.p.c., viene contestato non il diritto dell’istante a procedere ad esecuzione forzata (non si discute, cioè, della validità dell’azione esecutiva astrattamente contemplata nel titolo), bensì il (solo) esercizio di questa, sì come concretamente esercitata in seno ad uno specifico procedimento esecutivo, con la conseguenza che il passaggio in giudicato della pronunzia relativa all’opposizione agli atti esecutivi non spiega influenza (e non può, pertanto, inferire alcuna astratta ipotesi di un conflitto di giudicati) nell’ambito dell’eventuale opposizione agli atti di una successiva azione esecutiva introdotta sulla base del medesimo titolo. Cass. 28 dicembre 2004, n. 24045.

 

La proposizione di un’opposizione agli atti esecutivi anche, e a maggior ragione, nel regime successivo alla novella recata dalla l. 24 febbraio 2006 n. 52 apre un procedimento che deve essere necessariamente svolto in forma contenziosa e deve altresì concludersi con sentenza, sicché l’interprete non può mai discostarsi dal modello così delineato, adottando forme ritenute più idonee e convenienti. Ne consegue che, in mancanza dei requisiti formali e strutturali richiesti per le sentenze (quali il rispetto del principio del contradditorio, e i requisiti formali dell’indicazione della concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi di fatto e di diritto della decisione), nonché in caso di provenienza da un giudice al quale la legge non conferisce il potere di emettere provvedimenti definitivi di chiusura del procedimento, il provvedimento adottato non può avere portata maggiore di quella propria dell’atto esecutivo. Cass. 27 ottobre 2011, n. 22451.

 

 

3.10. Sospensione feriale.

Anche a seguito dell’intervento riformatore di cui alla legge 24 febbraio 2006, n. 52, il procedimento di opposizione agli atti esecutivi (come, del resto, quelli relativi alle altre opposizioni in materia esecutiva) è sottratto all’operatività della disciplina della sospensione dei termini durante il periodo feriale prevista dalla legge n. 742 del 1969, sia con riferimento alla fase sommaria che con riguardo alla fase a cognizione piena, senza che abbia alcun rilievo che la consecuzione di questa abbia luogo mediante un’attività di iscrizione a ruolo del relativo affare agli effetti del suo svolgimento. Cass. 9 giugno 2010, n. 13928.

 

La sospensione feriale dei termini processuali, prevista dall’art. 1 della legge n. 742 del 1969, che non si applica ai giudizi di opposizione all’esecuzione e di opposizione agli atti esecutivi, non si applica neppure alle cause riguardanti i reclami proposti contro i provvedimenti emessi dal giudice delegato nella fase di liquidazione dell’attivo, che nella procedura concorsuale hanno funzione sostitutiva delle opposizioni previste dagli artt. 615 e 617 c.p.c. Cass. 16 giugno 2004, n. 11317.

 

In un giudizio di opposizione all’esecuzione, al fine di escludere la tardività del controricorso, non è invocabile la sospensione dei termini processuali in periodo feriale indicata dall’art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742 perché tale sospensione non si applica ai procedimenti di opposizione all’esecuzione, come stabilito dall’art. 92 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (ordinamento giudiziario), a quelli di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione di terzo all’esecuzione, di cui agli artt. 615, 617 e 619 c.p.c. e di quelli di accertamento dell’obbligo del terzo di cui all’art. 548 dello stesso codice. Cass. 31 gennaio 2006, n. 2140.

 

Qualora in sede di opposizione all’esecuzione ovvero di opposizione agli atti esecutivi venga proposta una domanda riconvenzionale tendente ad ottenere il risarcimento dei danni cagionati dal ritardato pagamento, a tale domanda si applica il regime della sospensione feriale dei termini, non inerendo la stessa alla domanda proposta dal debitore con l’opposizione. Cass. 9 gennaio 1996, n. 83.

 

 

3.11. Cessazione della materia del contendere.

Qualora siano state predisposte opposizioni esecutive, l’estinzione del processo esecutivo comporta la cessazione della materia del contendere per sopravvenuto difetto di interesse a proseguire il processo, rispetto alle opposizioni agli atti esecutivi, mentre rispetto alle opposizioni aventi per oggetto il diritto a procedere a esecuzione forzata, in rapporto all’esistenza del titolo esecutivo o del credito, permane l’interesse alla decisione, con la precisazione che, se oggetto dell’opposizione è la pignorabilità dei beni, l’interesse torna a cessare quando il pignoramento è caduto su somme di denaro o di altre cose fungibili, perché il vincolo imposto dal pignoramento su questo genere di cose (che consiste nell’inefficacia dei successivi atti di disposizione per somma equivalente) si esaurisce con la sopravvenuta inefficacia del pignoramento. Cass. 31 novembre 2005, n. 23084; conforme Trib. Salerno, 12 gennaio 2010.

 

 

3.12. Spese.

Nel procedimento esecutivo l’onere delle spese non segue il principio della soccombenza, ma quello della soggezione del debitore all’esecuzione; nei procedimenti di opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi, strutturati come giudizi di cognizione, trova, invece, applicazione l’ordinario principio della soccombenza, con la conseguenza che le spese vanno poste a carico del soccombente che, con il comportamento tenuto fuori del processo, ovvero con il darvi inizio o resistervi in forma e con argomenti non rispondenti a diritto, ha dato causa al processo o al suo protrarsi. Cass. 5 marzo 2007, n. 5061.

 

In tema di liquidazione delle spese del giudizio nelle cause di opposizione agli atti esecutivi, nel caso di espropriazione forzata, il valore della causa va determinato con riferimento alla fase antecedente l’inizio della esecuzione, cioè avuto riguardo al credito per cui si procede; invece, con riferimento alla fase successiva all’inizio dell’esecuzione (fatta eccezione per l’ipotesi di opposizione concernente l’intervento di un creditore, nella quale si deve far riferimento al valore del solo credito per il quale l’intervento viene effettuato) va determinato con riguardo agli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione predetta; qualora, poi, non sia possibile applicare tale criterio di determinazione del valore, in quanto l’accoglimento o il rigetto non producano effetti economici ben identificabili, la causa va ritenuta di valore pari a quello del bene o dei beni oggetto dell’atto opposto. In ogni caso detto valore della causa non può essere ritenuto superiore né all’importo del credito totale per cui si procede, né al valore dei predetti effetti economici, né al valore del bene o dei beni oggetto dell’atto opposto. Cass. 24 maggio 2006, n. 9377.

 

 

  1. Termine.

In tema di opposizione agli atti esecutivi vale il principio che il momento del compimento dell’atto, dal quale decorre il termine perentorio di cinque giorni (elevato a venti in virtù della modifica apportata dall’art. 2 comma 3, lett. e, n. 41, del D.L. n. 35 del 2005, conv., con mod., nella legge n. 80 del 2005, e successive modificazioni ed integrazioni) di cui all’art. 617 c.p.c. per la proposizione dell’opposizione, coincide con il momento in cui l’esistenza di esso è resa palese alle parti del processo esecutivo e, quindi, con il momento in cui l’interessato ha avuto legale conoscenza dell’atto, ovvero di un atto successivo che necessariamente lo presuppone. Cass. 10 gennaio 2008, n. 252; conforme Cass. 22 agosto 2007, n. 17880.

 

In tema di opposizione agli atti esecutivi, ai fini del decorso del termine perentorio di cinque giorni (elevato a venti dall’art. 2, comma 3, lett. e), n. 41, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005, n. 80) previsto dall’art. 617 c.p.c. per la proposizione dell’opposizione, valgono sia il principio per cui il tempo del compimento dell’atto coincide con quello in cui l’esistenza di esso è resa palese alle parti del processo esecutivo, e quindi con il momento in cui l’interessato ha avuto legale conoscenza dell’atto medesimo ovvero di un atto successivo che necessariamente lo presupponga, sia il principio della piena validità della conoscenza di fatto dell’atto stesso in capo all’interessato. Cass. 13 maggio 2010, n. 11597.

 

L’opposizione prevista dall’art. 617 c.p.c. deve essere proposta, nel termine perentorio ivi stabilito, contro ciascun atto esecutivo - di parte e del giudice - perché il procedimento esecutivo è una successione di provvedimenti e gli atti in cui si articola non sono preordinati ad un unico provvedimento finale. Cass. 17 dicembre 1996, n. 11251.

 

Il processo esecutivo si presenta strutturato non già come una sequenza continua di atti ordinati ad un unico provvedimento finale, bensì come una successione di una serie autonoma di atti successivi. Ciò comporta che le situazioni invalidanti devono essere fatte valere con l’opposizione agli atti esecutivi nei termini indicati per ciascuna forma di espropriazione, con la conseguenza che la mancata opposizione di un atto ne sana il vizio, senza che la questione possa essere rimessa in discussione attraverso l’opposizione di un qualsiasi atto successivo. Tuttavia le situazioni invalidanti che riguardano singoli atti sono comunque suscettibili d’impugnazione nel corso ulteriore del processo quando impediscono che il processo consegua il risultato che ne costituisce lo scopo, cioè l’espropriazione del bene pignorato come mezzo per la soddisfazione dei creditori. Cass. 8 gennaio 2001, n. 190; conforme Cass., Sez. Un., 27 ottobre 1995, n. 11178.

 

In tema di esecuzione forzata, l’invalidità di un atto preliminare o preparatorio all’atto esecutivo può essere dedotta con il rimedio previsto dall’art. 617 c.p.c., come motivo di opposizione contro l’atto esecutivo, e, quindi, solo dopo il compimento di questo. Cass. 29 gennaio 2003, n. 1289.

 

In tema di espropriazione immobiliare, qualora l’aggiudicatario dell’immobile sia incorso nella decadenza prevista dall’art. 587 c.p.c. per mancato versamento del prezzo nel termine stabilito, anteriormente alla pronuncia della decadenza da parte del giudice dell’esecuzione è configurabile soltanto la facoltà di presentare istanza a detto giudice per l’adozione del provvedimento decadenziale, mentre l’onere di proporre opposizione agli atti esecutivi sorge soltanto a seguito dell’adozione del decreto di trasferimento nonostante la verificazione della decadenza. Il termine per l’opposizione, in assenza di previsione normativa di una comunicazione del provvedimento al debitore, decorre a carico di costui soltanto dal momento in cui egli ha avuto legale conoscenza della emissione del decreto. Cass. 27 marzo 2007, n. 7446.

 

 

4.1. Ordinanze pronunciate fuori udienza.

Il termine previsto dall’art. 617, secondo comma, c.p.c. per opporsi ad un atto esecutivo (nella specie, notifica del precetto) decorre dal momento in cui l’esistenza dell’atto stesso sia resa palese alle parti del processo esecutivo, ossia da quello in cui l’interessato ne abbia avuto legale conoscenza, ovvero abbia avuto conoscenza di un atto successivo che necessariamente presupponga il primo, con la conseguenza che l’opposizione proposta contro un atto successivo, implicando la legale conoscenza dell’atto precedente, fa decorrere il termine per l’impugnazione di quest’ultimo. Cass. 21 febbraio 2003, n. 2665; conforme Cass. 2 agosto 2000, n. 10119, Cass. 26 agosto 1998, n. 8473, Cass. 2 maggio 1997, n. 3785.

 

In caso di reiterazione, ad opera di diverso ufficiale giudiziario, della notificazione di un medesimo atto del processo esecutivo, il termine di decadenza per proporre opposizione ex art. 617 c.p.c. decorre dal momento della conoscenza legale dell’atto in questione all’esito della prima notifica, nessuna rilevanza potendo essere al riguardo attribuita alla seconda, eseguita in pendenza del detto termine. Cass. 11 giugno 2003, n. 9372.

 

Il termine di cinque giorni per proporre l’opposizione a precetto di cui all’art. 617 c.p.c. decorre dalla data della notifica del precetto stesso, anche quando sia fondata sull’assunto della mancata notificazione del titolo esecutivo, in quanto anche in questa ipotesi la data della notifica del precetto rappresenta il momento in cui sorge l’interesse del creditore di reagire alla minacciata esecuzione. Cass. 24 maggio 2003, n. 8239.

 

In materia di processo di esecuzione, il momento del compimento dell’atto, dal quale decorre il termine perentorio di cinque giorni di cui all’art. 617 c.p.c. per la proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi, coincide con il momento in cui l’esistenza dell’atto stesso è resa palese alle parti del processo esecutivo, e quindi con il momento in cui l’interessato ha avuto legale conoscenza dell’atto stesso, ovvero di un atto successivo che necessariamente lo presuppone. Cass. 11 novembre 2002, n. 15806.

 

Il momento del compimento dell’atto, dal quale decorre il termine perentorio di cinque giorni di cui all’art. 617 c.p.c. per la proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi, coincide con il momento in cui l’esistenza dell’atto stesso è resa palese alle parti del processo esecutivo, e quindi con il momento in cui l’interessato ha avuto legale conoscenza dell’atto stesso, ovvero di un atto successivo che necessariamente lo presuppone; non è richiesto che quest’ultimo sia un atto esecutivo in senso stretto, valendo unicamente a dare conoscenza dell’esistenza di un procedimento esecutivo a carico di un determinato soggetto, al quale è fatto carico di prendere visione degli atti che sono stati compiuti in suo danno e verificarne la legittimità ai fini del rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 6 agosto 2001, n. 10841.

 

 

4.2. Ordinanze pronunciate in udienza.

Ai fini della decorrenza del termine per la proposizione della opposizione agli atti esecutivi, sono da considerare provvedimenti emessi in udienza anche i provvedimenti del giudice dell’esecuzione nei casi in cui, nel verbale di udienza, compare la modalità «il giudice dispone con separata ordinanza», in quanto essa - di per sé - non indica l’avvenuta chiusura della udienza, e conseguentemente la necessità di far acquisire alla parte conoscenza legale degli esiti di essa mediante un biglietto di cancelleria, ma sta a significare che l’ordinanza verrà pronunciata una volta esaurita la trattazione delle cause ma prima della fine dell’udienza, determinando a carico della parte interessata a conoscere il contenuto dell’ordinanza solo un onere di attesa fino al termine della udienza. Cass. 8 aprile 2003, n. 5510.

 

Il principio di cui al secondo comma dell’art. 176 c.p.c. - secondo il quale l’onere delle parti di essere presenti all’udienza comporta che i provvedimenti pronunciati all’udienza stessa si presumano conosciuti anche dalle parti non presenti - trova applicazione, atteso il richiamo di cui all’art. 487, secondo comma, c.p.c., anche nel processo esecutivo, ed anche in quest’ultimo le ordinanze emesse fuori udienza devono essere comunicate alle parti e la prova dell’avvenuta pronuncia fuori udienza è a carico della parte che eccepisce l’omessa comunicazione. Cass. 13 novembre 2001, n. 14045.

 

Il principio contenuto nell’art. 176 c.p.c. ha carattere generale nel vigente ordinamento processuale, e vale perciò anche per il processo di esecuzione, con la conseguenza che, se il debitore sia stato posto in condizione di comparire all’udienza, il termine per la proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi contro i provvedimenti del giudice dell’esecuzione emessi nella stessa udienza decorre dalla data di essi (anche se il debitore non abbia partecipato alla udienza in questione), e non dalla data dell’effettiva conoscenza. Cass. 8 aprile 2003, n. 5510; conforme Cass. 15 dicembre 2000, n. 15863, Cass. 9 settembre 1997, n. 8765.

 

Il termine di cinque giorni per l’opposizione agli atti esecutivi, previsto dall’art. 617 c.p.c., comincia a decorrere dal giorno della legale conoscenza dell’atto impugnato, la quale, per le ordinanze pronunciate (ai sensi del combinato disposto degli artt. 487, secondo comma, e 186 c.p.c.) fuori dell’udienza, suppone la comunicazione del provvedimento alla parte, quale requisito indispensabile perché il provvedimento raggiunga il suo scopo. Pertanto, non è configurabile a carico del ricorrente un onere che gli imponga - al di là del dovere di lealtà e probità, cui occorre conformare il proprio comportamento nell’attività processuale - la dimostrazione di non avere avuto notizia del provvedimento opposto. Cass. 19 gennaio 1996, n. 435.

 

 

4.4. Inosservanza del termine.

L’inosservanza del termine perentorio di cui all’art. 617 c.p.c. per l’opposizione agli atti esecutivi comporta l’inammissibilità dell’opposizione proposta, rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3404.

 

La decadenza processuale per l’inosservanza del termine per l’opposizione agli atti esecutivi deve essere rilevata d’ufficio in ogni stato e grado del processo e quindi anche in sede di legittimità, trattandosi di materia riguardante l’ordinario svolgimento del processo, sottratta come tale alla disponibilità delle parti. Cass. 9 settembre 1997, n. 8765.

 

Va dichiarata inammissibile, senza necessità di un esame sul merito, l’opposizione agli atti esecutivi con cui il debitore denunzi un vizio formale verificatosi prima della vendita - nella specie, per essere stata disposta la proroga del termine per proporre le domande di partecipazione all’incanto - proposta dopo che la vendita è già stata compiuta, atteso che la disposizione di cui all’art. 2929 c.c. dispone che la nullità degli atti esecutivi che hanno preceduto la vendita non ha effetto riguardo all’acquirente o all’assegnatario, salvo il caso di loro collusione con il creditore procedente. Cass. 30 maggio 2007, n. 12732; conforme Cass. 6 agosto 2010, n. 18346.

 

In tema di opposizione agli atti esecutivi, la perentorietà del termine di cui all’articolo 617, secondo comma, c.p.c., che è previsto per assicurare ai provvedimenti di vendita, assegnazione e distribuzione adottati nell’ambito del processo esecutivo un accentuato grado di stabilità, comporta, da un lato, che detto termine non è prorogabile (art. 153 c.p.c.), dall’altro che la sua consumazione implica decadenza dell’impugnazione, rilevabile di ufficio, dal giudice; sicché la nullità degli atti esecutivi impugnati non incide sull’ammissibilità della opposizione medesima. Cass. 14 novembre 2006, n. 24205.

 

La sentenza che decide sull’opposizione agli atti esecutivi non è impugnabile con l’appello ma solo con il ricorso per Cassazione ai sensi del terzo comma dell’art. 618 c.p.c. e l’art. 617 c.p.c. impone la proposizione della opposizione agli atti esecutivi nel termine perentorio di cinque giorni dalla notifica dell’atto che si assume viziato. La violazione del suddetto termine deve essere rilevata anche d’ufficio. Trib. Potenza, 30 aprile 2009.

 

 

  1. Impugnazione.

Quando le contestazioni della parte si configurino, nello stesso procedimento, come opposizione all’esecuzione ed opposizione agli atti esecutivi, si deve ritenere che la sentenza, formalmente unica, contenga due decisioni distinte soggette rispettivamente ad appello e a ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione; la qualificazione dell’azione operata dal giudice a quo non preclude comunque alla Cassazione la possibilità di dare alla opposizione un più appropriato nomen iuris, anche ai fini della valutazione di ammissibilità del ricorso. Cass. 31 luglio 2002, n. 11377.

 

Con riferimento al mezzo di impugnazione esperibile avverso un provvedimento giurisdizionale, l’individuazione deve essere fatta esclusivamente, in base al principio dell’apparenza, sulla base della qualificazione dell’azione compiuta dal giudice, indipendentemente dalla sua esattezza, con la conseguenza che, nel caso di sentenza emessa in sede di esecuzione forzata, la stessa è impugnabile con l’appello, se l’azione è stata qualificata come opposizione all’esecuzione, mentre è esperibile il ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., qualora l’azione sia stata definita come opposizione agli atti esecutivi e, nel caso in cui il giudice dell’esecuzione non abbia dato alcuna qualificazione giuridica all’opposizione proposta - non potendosi ritenere tale l’indicazione di «opposizione all’esecuzione» contenuta nell’epigrafe della sentenza - la qualificazione dell’opposizione spetta, d’ufficio, al giudice della impugnazione, non solo ai fini del merito, ma anche ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione medesima. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3404.

 

L’identificazione del mezzo di impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale deve compiersi in base all’azione come qualificata dal giudice del provvedimento impugnato, indipendentemente dalla sua esattezza, sindacabile solo dal giudice cui spetta la cognizione dell’impugnazione in base a tale criterio; pertanto, la sentenza emessa nel giudizio di opposizione esecutiva è impugnabile con l’appello, se l’azione è stata qualificata opposizione all’esecuzione, mentre è esperibile il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., se l’azione è stata definita opposizione agli atti esecutivi. Cass. 9 luglio 2001, n. 9292.

 

La sentenza pronunciata in sede di opposizione agli atti esecutivi, non essendo soggetta ai normali mezzi d’impugnazione (art. 618 comma 3 c.p.c.), è impugnabile esclusivamente con ricorso straordinario per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 8 aprile 2003, n. 5506.

 

In materia di esecuzione forzata, la decisione sulla opposizione relativa alla regolarità formale del titolo esecutivo e alla notificazione dello stesso e del precetto (nella specie, nullità del precetto per mancanza, nella copia notificata dell’atto, della sottoscrizione della procura conferita dall’esecutante ai suoi difensori), configurante l’ipotesi di cui all’art. 617 c.p.c., è impugnabile, ai sensi dell’art. 187 disp. att. c.p.c., con il regolamento di competenza, oltre che con il ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., ma non con l’appello. Cass. 22 giugno 2001, n. 8597.

 

 

  1. Procedimenti possessori.

L’esecuzione di un provvedimento possessorio è inseparabile dal procedimento nel quale esso fu pronunciato, e deve, pertanto, svolgersi nell’ambito dello stesso giudizio, senza dar luogo alla serie procedimentale della esecuzione forzata, onde garantire il conseguimento delle finalità che gli sono proprie, in relazione alle esigenze cautelari e conservative che lo determinarono, così che l’attuazione e la regolarità formale della esecuzione medesima può essere contestata solo nell’ambito dello stesso giudizio possessorio, e non anche attraverso il rimedio della opposizione all’esecuzione od agli atti esecutivi. Cass. 25 giugno 1997, n. 5672.

 

Il principio che riserva al giudice che ha emesso il provvedimento o a quello della causa di merito tutte le funzioni inerenti alla esecuzione dei provvedimenti cautelari, possessori o di urgenza ed alle eventuali contestazioni o opposizioni delle parti, è applicabile solo nei casi in cui sia effettivamente pendente il giudizio di merito, dovendosi altrimenti ritenere esperibili contro l’esecuzione ed i relativi atti i rimedi ordinari della opposizione alla esecuzione o agli atti esecutivi previsti dagli artt. 615 e 617 c.p.c. Cass. 4 maggio 1993, n. 5152.

 

 

  1. Esecuzione esattoriale.

In relazione alla cartella esattoriale emessa ai fini della riscossione di sanzioni amministrative pecuniarie sono ammissibili, a seconda dei casi, i seguenti rimedi: a) l’opposizione ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, allorché sia mancata la notificazione dell’ordinanza - ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione al codice della strada, al fine di consentire all’interessato di recuperare l’esercizio del mezzo di tutela previsto dalla legge riguardo agli atti sanzionatori; b) l’opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., allorché si contesti la legittimità dell’iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella, e quindi per la mancanza di un titolo legittimante l’iscrizione a ruolo, o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo; c) l’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., allorché si contesti la ritualità formale della cartella esattoriale o si adducano vizi di forma del procedimento esattoriale, compresi i vizi strettamente attinenti alla notifica della cartella e quelli riguardanti i successivi avvisi di mora. Ciascuno di tali rimedi è, poi, soggetto al regime suo proprio quanto ai mezzi di impugnazione della relativa decisione: ricorso per Cassazione quanto al primo e al terzo rimedio; appello quanto al secondo. Cass. 28 giugno 2002, n. 9498.

 

In tema di opposizione a cartella esattoriale relativa a contributi previdenziali iscritti a ruolo, ove sia dedotta l’irregolarità formale della cartella, che, essendo un estratto del ruolo, costituisce titolo esecutivo ai sensi dell’art. 49 D.P.R. n. 602 del 1973, l’opposizione deve essere qualificata come opposizione agli atti esecutivi, per la quale è applicabile l’art. 29, comma 2, del D.Lgs. n. 46 del 1999 (che rinvia, per la relativa regolamentazione, alle forme ordinarie), e non l’art. 24 del medesimo decreto (che prevede il diverso termine di quaranta giorni e riguarda l’opposizione, nel merito della pretesa azionata). Ne consegue che l’opposizione prima dell’inizio dell’esecuzione deve proporsi entro cinque giorni dalla notifica della cartella, e che è irrilevante la mancata indicazione, nella cartella, del termine predetto, in quanto l’obbligo di indicazione dei termini e delle modalità di impugnazione della cartella, di cui all’art. 1, comma 2, del D.M. 28 giugno 1999, deve intendersi riferito solo alle impugnazioni sul merito della pretesa azionata. Cass. 24 ottobre 2008, n. 25757.

 

Fermo restando che l’omessa notificazione dell’atto presupposto costituisce vizio della cartella di pagamento, il destinatario dell’atto di riscossione può esperire sia i rimedi del processo di opposizione, ex artt. 615 e 617 c.p.c., quanto l’iter di cui alla L. n. 689 del 1981. Cass. 21 febbraio 2012, n. 2486.

 

Nel processo tributario tutte le contestazioni relative alla legittimità formale e sostanziale degli atti di imposizione attengono alla materia della cognizione, e non dell’esecuzione, e sono come tali funzionalmente devolute al giudice tributario. Ne consegue che là dove il contribuente contesti la legittimità dell’avviso di mora (nella specie, perché immotivato e comunque non preceduto da notifica della cartella di pagamento) la relativa controversia spetta al giudice tributario. L’avviso di mora, infatti, non è un atto dell’esecuzione, ma un atto prodromico all’esecuzione e, come tale, esso può essere impugnato innanzi al giudice tributario, cui spetta la giurisdizione esclusiva in materia. Cass., Sez. Un., 15 ottobre 2009, n. 21891.



 
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