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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 621 cod. proc. civile: Limiti della prova testimoniale

Il terzo opponente non può provare con testimoni il suo diritto sui beni mobili pignorati nella casa o nell’azienda del debitore, tranne che l’esistenza del diritto stesso sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore (1).


Commento

Terzo: [v. 619]; Testimone: [v. 246].

 

(1) Il terzo ha l’onere di provare che i beni precisamente individuati nel verbale di pignoramento costituiscono oggetto del suo diritto reale, acquisito in data certa anteriore. Il limite alla prova per testimoni è dettato dal timore che il terzo, d’accordo col debitore, si dichiari proprietario dei beni sottoposti a pignoramento al solo scopo di sottrarre al creditore procedente beni su cui questi intende soddisfare il proprio diritto. Per questo motivo, il legislatore presume (c.c. 2727) che quanto si trova presso il debitore sia da considerarsi disua proprietà: sarà poi il terzo che, tramite un’azione di accertamento negativo, dovrà superare la presunzione di appartenenza al debitore producendo un atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento (c.c. 2704). Non sarà necessaria la prova del solo diritto di proprietà ma di qualunque altro diritto reale vantato dal terzo. Unica deroga al divieto della prova testimoniale è rappresentata dal fatto che la professione esercitata dal terzo (es.: imbianchino, idraulico) o dal debitore (es.: restauratore di oggetti preziosi o antichi) renda probabile l’esistenza del diritto del terzo: solitamente in questi casi non c’è un atto scritto che documenti il rapporto tra terzo e debitore per cui diventa necessario poterlo provare mediante prova testimoniale.


Giurisprudenza annotata

Limiti della prova testimoniale.

 

 

  1. Ratio; 2. Limiti probatori; 2.1. “Casa del debitore”; 2.2. Nozione; 2.3. Esecuzione esattoriale; 3. Superamento; 4. Inapplicabilità; 5. Fallimento.

 

 

  1. Ratio.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 621 c.p.c. «nella parte in cui non consente al terzo opponente di provare con testimoni il suo diritto sui beni mobili pignorati nella casa del debitore, quando tale diritto sia reso verosimile dalla qualità, posseduta dall’opponente, di genitore convivente con il debitore», per asserito contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost. Ed invero - come la Corte ha già rilevato e successivamente ribadito nel dichiarare, la non (e manifesta non) fondatezza di identica questione di costituzionale - è da escludere la violazione di entrambi i parametri evocati, poiché la norma censurata - facendo derivare dalla ubicazione dei beni pignorati una presunzione di appartenenza al debitore, vincibile nei soli limiti in cui l’esistenza del diritto dell’opponente sia «resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore» - risponde ad un’esigenza di tutela dei diritti dei creditori contro possibili fraudolenti simulazioni, in funzione della quale si giustificano razionalmente le limitazioni imposte ai contrapposti interessi dei terzi opponenti. Corte cost. 19 dicembre 1986, n. 233.

 

È manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto dell’art. 621 c.p.c. e dell’art. 2729 c.c., censurato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui vieta la prova per presunzioni semplici, anche quando l’esistenza del diritto di proprietà del terzo opponente all’esecuzione dei beni pignorati sia resa verosimile dal rapporto di convivenza fra terzo-genitore e figlio debitore esecutato. Infatti, il rimettente non ha sufficientemente motivato in ordine alla rilevanza della questione, posto che nel giudizio a quo il creditore non ha sollevato eccezioni in merito alla prova per presunzioni su cui era articolata la difesa dell’opponente, con la conseguenza che, senza l’eccezione di parte, detta prova è ammissibile e la causa può essere decisa sulla base di essa. Corte cost. 2 aprile 2009, n. 95.

 

L’opposizione di terzo all’esecuzione, a norma dell’art. 619 c.p.c., è un azione di accertamento negativo, diretta a vincere la presunzione “iuris tantum” di appartenenza al debitore dei beni staggiti nella casa di abitazione o nell’azienda dello stesso, mediante la prova della proprietà dell’opponente e la correlativa negazione del diritto del creditore di procedere alla loro espropriazione. Tale prova deve essere fornita nel rispetto dei limiti fissati dall’art. 621 c.p.c., che mira ad impedire situazioni fraudolenti in danno del creditore, in virtù del quale il terzo opponente non può provare con testimoni il suo diritto sui beni mobili pignorati nella casa o nell’azienda del debitore, tranne che l’esistenza del diritto stesso sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore. Incombe pertanto all’opponente l’onere della prova dell’acquisto dei beni pignorati con atto avente data certa anteriore al pignoramento, nonché dell’affidamento degli stessi al debitore a titolo diverso dalla proprietà. Di contro, nel caso di comunanza di abitazione o di coincidenza della sede aziendale del debitore e del terzo, questi deve fornire esclusivamente la prova della proprietà, con i limiti innanzi richiamati. Trib. Bari, 7 aprile 2011.

 

In tema di opposizione del terzo al procedimento di esecuzione, al fine di evitare collusioni tra il terzo opponente e il debitore esecutato, volte a sottrarre i beni all’azione esecutiva del creditore, sussiste a favore del debitore una presunzione di appartenenza dei beni che l’ufficiale giudiziario rinviene nella sua azienda. Trattasi di una presunzione di appartenenza al debitore che deve essere superata non con la sola prova della proprietà del bene da parte del terzo atteso che l’ubicazione della cosa funziona come una presunzione “iuris et de iure” quindi può essere vinta provando che le cose si trovino presso il debitore per un affidamento a qualunque titolo e tale affidamento non può essere provato per mezzo di testimoni. Trib. Ivrea, 21 gennaio 2010.

 

 

  1. Limiti probatori.

 

 

2.1. “Casa del debitore”.

L’espressione casa del debitore usata dall’art. 621 c.p.c. in tema di opposizione di terzo all’esecuzione, inerisce a un semplice rapporto di fatto che abbia però una certa stabilità e non sia temporanea ospitalità in casa altrui. Pertanto, in caso di opposizione di terzo avverso il pignoramento eseguito contro una società, quando detto atto esecutivo venga effettuato in un luogo che, oltre a essere la residenza del terzo sia anche il luogo in cui la società debitrice svolge la sua normale attività amministrativa, non merita censura in sede di legittimità la valutazione del giudice di merito che, proprio in virtù dello stabile rapporto di fatto tra il debitore e detto luogo di sua appartenenza in comune con altri, ritenga sussistente la condizione di proprietà, in capo allo stesso debitore, di quei beni per i quali il diritto, oltre che conclamato dalla presunzione di possesso, è reso altresì verosimile dalla reale destinazione all’attività esecutata. App. Roma, 12 gennaio 2012, n. 168.

 

La casa di abitazione del debitore defunto può fungere da indice di appartenenza dei beni agli eredi anche se gli eredi non abbiano stabilito presso tale immobile la propria dimora. Pertanto in caso di esecuzione esattoriale il coniuge rinunciante all’eredità può essere ammesso a provare la sua proprietà sui beni assoggettati all’esecuzione. La prova della proprietà di un bene pignorato è assoggettata ai limiti degli articoli di cui al decreto del Presidente della Repubblica 602 del 1973. Cass. 30 aprile 2005, n. 9008.

 

 

2.2. Nozione.

Nelle espropriazioni mobiliari, sui beni mobili rinvenuti nella “casa” del debitore ovvero negli altri luoghi a lui appartenenti, opera la presunzione di appartenenza dei beni stessi in capo al debitore esecutato, con la conseguenza che il terzo, oltre a dover fornire la prova, con i limiti previsti dall’art. 621 c.p.c., del diritto reale preteso, dovrà altresì provare il titolo meramente detentivo in base al quale il bene si trovi nella disponibilità del debitore esecutato. Trib. Cassino, 7 gennaio 2009.

 

Stante la presunzione, valevole in sede esecutiva, a norma degli artt. 513 e 621 c.p.c., per cui tutti i mobili arredanti l’abitazione del debitore da questi goduti, sono di sua proprietà, chiunque li abbia acquistati e li abbia introdotti nella casa, al terzo, opponentesi all’esecuzione, incombe l’onere di fornire la prova precisa che quei beni specifici, individuati nel verbale di pignoramento, costituiscono oggetto del diritto di proprietà acquistato da esso opponente in data anteriore al pignoramento, esclusa la prova per testimoni e per presunzioni semplici, nei limiti indicati dall’art. 621 c.p.c. Cass. 29 agosto 1994, n. 7564.

 

Il terzo che si oppone all’esecuzione sui beni mobili pignorati presso la casa o l’azienda del debitore non può fondare il suo diritto di proprietà su di essi sulla trascrizione del beni a suo favore perché tale formalità, ai sensi degli artt. 2683 e 2684 c.c., non è costitutiva del trasferimento del diritto di proprietà - effetto reale del semplice consenso del venditore e del compratore - bensì ha la diversa finalità di risolvere il conflitto tra più acquirenti del medesimo bene dallo stesso venditore (c.d. pubblicità dichiarativa), e quindi non costituisce prova sufficientemente idonea a superare la presunzione legale stabilita dall’art. 621 c.p.c. Cass. 11 agosto 2004, n. 15569.

 

Il terzo che si oppone all’esecuzione mobiliare ha l’onere di provare documentalmente non soltanto l’affidamento dei beni al debitore in data certa, anteriore al pignoramento, ma altresì il suo diritto di proprietà su di essi e a questo fine il contratto di comodato è inidoneo. Cass. 24 aprile 1998, n. 4222.

 

Il contratto di locazione, che conferisce un mero diritto personale di godimento, e prescinde dalla sussistenza del diritto di proprietà del locatore, non è di per sé idoneo, in mancanza di altre risultanze probatorie o qualora esse siano contraddittorie, a provare il diritto di proprietà del terzo opponente, proprietario dell’immobile, sui beni mobili pignorati nella casa del debitore locatario ed a vincere la presunzione di appartenenza al debitore posta dall’art. 621 c.p.c. Cass. 29 agosto 1994, n. 7564.

 

In tema di opposizione di terzo all’esecuzione, ai sensi dell’art. 619 c.p.c., il contratto di locazione dei beni pignorati, stipulato dal terzo debitore, non basta per provare il diritto di proprietà dell’opponente locatore, costituendo solo un elemento indiziario che il giudice deve valutare, tenendo conto di ogni altro elemento di prova, in relazione alla professione o al commercio del terzo e del debitore. Cass. 18 aprile 1996, n. 3664.

 

 

2.3. Esecuzione esattoriale.

L’art. 621 c.p.c. non è applicabile all’opposizione di terzo all’esecuzione esattoriale, per cui il terzo opponente non può provare con testimoni il suo diritto di proprietà sui beni pignorati nella casa o nell’azienda del debitore, ancorché l’esistenza del diritto stesso sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore. Cass. 10 maggio 1996, n. 4417.

 

Nell’opposizione di terzo all’esecuzione esattoriale, il terzo opponente, ancorché l’esistenza del diritto sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore, non può provare con testimoni la proprietà sui beni pignorati nella casa o nell’azienda dell’esecutato, giacché, ai sensi dell’art. 65 del D.P.R. n. 602 del 1973, la relativa dimostrazione esige l’atto pubblico, la sentenza passata in giudicato o la scrittura privata autenticata di data certa anteriore alla consegna del ruolo dell’esattore. Cass. 18 gennaio 2002, n. 539.

 

 

  1. Superamento.

Nell’opposizione di terzo all’esecuzione, l’art. 621 c.p.c. nega al terzo opponente la possibilità di provare con testimoni e, quindi, con presunzioni semplici il diritto vantato sui beni pignorati nella casa o nell’azienda del debitore. La presunzione di appartenenza dei beni al debitore posta dalla disposizione indicata è superabile con lo scritto di data certa anteriore al pignoramento o con circostanze inerenti alla professione o al commercio esercitato dal terzo o dal debitore. Consegue che il terzo ha l’onere di provare il fatto costitutivo del suo diritto di proprietà nonché il titolo per cui essi si trovano presso il debitore. Cass. 16 novembre 2000, n. 14873; conforme Trib. Roma, 4 febbraio 2010.

 

Nell’opposizione di terzo all’esecuzione, al terzo è consentito avvalersi della prova testimoniale o di presunzioni semplici per provare il suo diritto di proprietà sui beni rinvenuti presso il debitore all’atto del pignoramento, soltanto quando appaia verosimile, in base ad un giudizio di comparazione tra la professione e il commercio rispettivamente esercitati dal terzo opponente e dal debitore, necessariamente differenti, che a cagione della diversa attività svolta i beni rinvenuti presso l’abitazione del debitore siano di proprietà del terzo. Cass. 16 giugno 2003, n. 9627.

 

 

  1. Inapplicabilità.

Nell’opposizione all’esecuzione proposta dal terzo, ai sensi dell’art. 619 c.p.c., i limiti alla prova testimoniale, indicati dal successivo art. 621, hanno riguardo alla sola ipotesi in cui i beni mobili siano stati pignorati nella casa del debitore, così che, in mancanza di tale condizione, la prova della proprietà potrà essere fornita dall’opponente con ogni mezzo, ivi comprese le presunzioni. Pertanto, qualora la prova per testi, nel giudizio di rinvio conseguente all’annullamento della pronuncia di merito da parte della S.C., risulti non più ammissibile per effetto delle preclusioni gia verificatesi ed accertate nel corso del procedimento, l’opponente avrà, comunque, diritto alla valutazione delle circostanze già addotte come presunzioni semplici e poste a fondamento della dimostrazione della proprietà del bene pignorato. Cass. 24 giugno 1997, n. 5636.

 

Nel caso in cui il pignoramento non sia avvenuto nell’abitazione o nell’ufficio del debitore, il terzo opponente che dia dimostrazione di tale circostanza, non è per ciò solo esonerato dal provare l’esistenza, in suo favore di un diritto sul bene prevalente rispetto a quello fatto valere dal creditore procedente; infatti il fatto comporta che l’opponente non soggiaccia più alle limitazioni indicate nell’art. 621 c.p.c., fermo restando che la prova, pur senza limitazioni, e, quindi, anche con testimoni o per presunzioni, deve comunque vertere su quanto richiesto dal precedente art. 619 c.p.c. Trib. Arezzo, 29 giugno 2010.

 

 

  1. Fallimento.

Poiché la dichiarazione di fallimento attua un pignoramento generale dei beni del fallito, le rivendiche dei beni inventariati proposte nei confronti del fallimento hanno la stessa natura e soggiacciono alla stessa disciplina dell’opposizione di terzo all’esecuzione, regolate per l’esecuzione individuale dagli articoli 619 seguenti c.p.c. Di conseguenza, il terzo che rivendichi la proprietà o alto diritto reale sui beni compresi nell’attivo fallimentare deve dimostrare con atto di data certa anteriore al fallimento di aver acquisito in passato la proprietà del bene ed altresì che il bene non era di proprietà del debitore per essere stato a lui affidato per un titolo diverso dalla proprietà o altro diritto reale, trovando applicazione l’articolo 621 c.p.c., che esclude che il terzo opponente possa provare con testimoni il proprio diritto sui beni pignorati nell’azienda o della casa del debitore, consentendo di fornire la prova tramite testimoni solo nel caso in cui l’esercizio del diritto stesso sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore. Incombe inoltre al rivendicante dimostrare che il possesso del bene al momento del fallimento trova origine nell’allegato titolo diverso da quello di proprietà. La certezza della data, seguita da regolare fattura, dell’acquisto del bene concesso in leasing e oggetto di rivendica nei confronti del fallimento nonché l’indicazione del contratto di leasing e del locatario consentono di ritenere dimostrata la anteriorità al fallimento della data di stipula di tale contratto di acquisto. In sede di rivendica nei confronti del fallimento di un bene concesso in leasing, è possibile far ricorso alle presunzioni, in applicazione della deroga al divieto di prova testimoniale prevista dall’articolo 621 c.p.c., per dimostrare la persistenza della persistenza della locazione finanziaria al momento della dichiarazione di fallimento. App. Venezia, 1 aprile 2011.

In tema di rivendicazione e restituzione di beni mobili rinvenuti nell’azienda del fallito e legittimamente acquisiti dal curatore ex art. 84 legge fall., incombe sul ricorrente ex art. 103 legge fall. (anche a seguito della modifica apportata dal D.Lgs. n. 5 del 2006) l’onere di dare dimostrazione del proprio diritto sui medesimi beni, trovando applicazione il regime probatorio previsto dall’art. 621 c.p.c. ed essendo, pertanto, ammissibile la prova testimoniale e, quindi, le presunzioni ex art. 2729 c.c., se l’esistenza del diritto del terzo sia resa verosimile dalla professione esercitata da questi o dal debitore. Cass. 15 dicembre 2011, n. 27092.

 

In tema di domanda di restituzione proposta da istituto di leasing ai sensi dell’art. 103 legge fallimentare - R.D. n. 267/1942, il diritto alla consegna dei beni o al pagamento del loro controvalore, può essere riconosciuto anche in base a presunzioni semplici, così come previsto dall’art. 621 c.p.c. quando l’esistenza del diritto sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore. Trib. Venezia, 16 febbraio 2009.



 
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