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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 633 cod. proc. civile: Condizioni di ammissibilità

Su domanda di chi è creditore di una somma liquida di danaro o di una determinata quantità di cose fungibili, o di chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata, il giudice competente pronuncia ingiunzione di pagamento o di consegna:

1) se del diritto fatto valere si dà prova scritta;

2) se il credito riguarda onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali o rimborso di spese fatte da avvocati, procuratori, cancellieri, ufficiali giudiziari o da chiunque altro ha prestato la sua opera in occasione di un processo;

3) se il credito riguarda onorari, diritti o rimborsi spettanti ai notai a norma della loro legge professionale, oppure ad altri esercenti una libera professione o arte, per la quale esiste una tariffa legalmente approvata.

L’ingiunzione può essere pronunciata anche se il diritto dipende da una controprestazione o da una condizione, purché il ricorrente offra elementi atti a far presumere l’adempimento della controprestazione o lo avveramento della condizione.

 


Giurisprudenza annotata

Condizioni di ammissibilità.

 

 

  1. Natura del diritto vantato: obbligazione pecuniaria o di consegna; 1.1. Obbligazione di dare; 2. Condizioni di ammissibilità: credito pecuniario liquido ed esigibile (anche dipendente da controprestazione o condizione); 2.1. Certezza; 2.2. Liquidità; 2.3. Esigibilità; 2.4. Beneficio del termine; 2.5. Esclusioni; 2.6. Pluralità di titoli; 2.7. Prova scritta; 2.8. Onorari per prestazioni professionali giudiziali o stragiudiziali o rimborso spese ovvero per notai; 3. Consegna di cose fungibili e di cose mobili determinate; 4. Notifica all’estero (ante abrogazione ex art. 9, D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231).

 

  1. Natura del diritto vantato: obbligazione pecuniaria o di consegna.

 

 

1.1. Obbligazione di dare.

È pienamente ammissibile la domanda, proposta nelle forme del ricorso per ingiunzione, con la quale venga esercitata un’azione di carattere personale avente a oggetto la restituzione di una cosa in quanto l’art. 633 c.p.c., nel riferirsi alla domanda «di chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata», sta a indicare qualsiasi prestazione di dare che costituisca il contenuto di un rapporto obbligatorio. Cass. 14 dicembre 1978, n. 5957.

 

È inammissibile la domanda, proposta nella forma del ricorso per ingiunzione, con la quale viene esercitata un’azione di rivendicazione avente per oggetto una cosa mobile determinata. La inammissibilità della domanda comporta la irrituale instaurazione e l’irrituale svolgimento del processo; la quale irritualità, oltre a colpire la fase sommaria del processo, travolge anche la successiva fase procedurale di cognizione ordinaria instaurata con la notificazione dell’atto di opposizione al decreto ingiuntivo. Pertanto, il giudice dell’opposizione, rilevata (anche d’ufficio) la inammissibilità della domanda (in quanto non poteva essere proposta nella forma del ricorso per ingiunzione), deve limitarsi a revocare il decreto ingiuntivo, senza procedere ulteriormente all’esame della domanda nel merito. Cass. 18 novembre 1974, n. 3690.

 

Ai fini dell’emanazione del decreto ingiuntivo, per prova scritta deve intendersi qualsiasi documento che, sebbene privo di efficacia probatoria assoluta, risulti attendibile in ordine all’esistenza del diritto di credito azionato. Cass. 19 settembre 2000, n. 12388.

 

L’azione diretta a far valere il diritto alla restituzione di un bene oggetto di un contratto di vendita a rate con riserva della proprietà, nei confronti dello acquirente inadempiente all’ obbligazione di pagamento del prezzo, ha natura non di azione reale di rivendica ma di azione contrattuale personale proponibile nelle forme del procedimento monitorio. Cass. 22 marzo 2006, n. 6322; conforme Cass. 26 novembre 1991, n. 12654.

 

Con l’ingiunzione di pagamento - dovendo questa avere ad oggetto, ai sensi dell’art. 633, primo comma, c.p.c., esclusivamente una somma liquida di denaro o una determinata quantità di cose fungibili o una cosa mobile determinata - il creditore non può domandare (in aggiunta alla somma dovutagli ed ai relativi interessi) il risarcimento, ai sensi dell’art. 1224, secondo comma, c.c., del maggior danno derivatogli dal ritardo nell’adempimento, ma può formulare tale richiesta (che integra una emendatio libelli) nel giudizio di opposizione avverso l’ingiunzione. Cass. 17 maggio 2001, n. 6757; conforme Cass. lav., 22 febbraio 1993, n. 2106.

 

 

  1. Condizioni di ammissibilità: credito pecuniario liquido ed esigibile (anche dipendente da controprestazione o condizione).

 

 

2.1. Certezza.

Ai fini della prova richiesta dalla legge per l’emissione del decreto ingiuntivo è sufficiente qualsiasi documento di sicura autenticità, anche non proveniente dal debitore, da cui risulti con certezza l’esistenza del diritto di credito fatto valere in giudizio. Cass. 12 luglio 2000, n. 9232.

 

L’esistenza di un credito certo, liquido ed esigibile è presupposto per la richiesta di decreto ingiuntivo. Il requisito della esigibilità deve esistere quanto meno alla scadenza del termine stabilito per l’opposizione. Cass. 19 novembre 1969, n. 3760.

 

La cognizione del giudice chiamato a provvedere sulla domanda di decreto ingiuntivo di pagamento non si esaurisce nel controllo meramente formale dell’esistenza di un titolo idoneo in astratto per ottenere il provvedimento, ma si estende ad un esame sommario del diritto fatto valere. Pertanto, se un decreto ingiuntivo risulta emesso sulla base di un contratto notarile di mutuo ipotecario e dell’autorizzazione a stipulare il mutuo dato dal giudice tutelare alla madre esercente la patria potestà sui figli minori, deve ritenersi che il giudice che ha emesso il decreto ed ha ingiunto al legale rappresentante di pagare le somme richieste dal creditore abbia ammesso come provati non solo i fatti costitutivi del diritto di credito, ma anche la validità della obbligazione di tutti i mutuatari, compresi i minori. Cass. 7 ottobre 1967, n. 2326.

 

 

2.2. Liquidità.

L’ordinanza con la quale il presidente del tribunale pronunci, ai sensi dell’art. 708 c.p.c., i provvedimenti temporanei ed urgenti di contenuto economico nell’interesse dei coniugi e della prole non costituisce titolo per la emanazione di una successiva ingiunzione di pagamento ai sensi dell’art. 633 c.p.c., trattandosi di provvedimento (esaminabile soltanto nel contesto del procedimento cui accede) autonomamente presidiato da efficacia esecutiva con riguardo alle somme che risultino determinate ovvero determinabili con un semplice calcolo aritmetico. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva revocato il decreto ingiuntivo relativo sia a crediti per spese straordinarie della prole non quantificate, per le quali era necessario acquisire il titolo esecutivo, sia a crediti per i quali avrebbe già potuto procedersi esecutivamente. Cass. 24 febbraio 2011, n. 4543.

 

La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione ovvero di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento costituisce valido titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell’obbligazione, la somma stessa sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico, sempreché, dovendo il titolo esecutivo essere determinato e delimitato, in relazione all’esigenza di certezza e liquidità del diritto che ne costituisce l’oggetto, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni, non desumibili da esso, ancorché presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo. Ne consegue che, se per la determinazione dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio, nel cui ambito la sentenza è utilizzabile come atto scritto, dimostrativo dell’esistenza del credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti, ma non può, invece, attivare l’esecuzione. Cass. lav., 5 febbraio 2011, n. 2816; conforme Cass. lav., 9 febbraio 1988, n. 1376.

 

La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento, ai sensi dell’art. 18, legge n. 300 del 1970, costituisce valido titolo esecutivo, che non richiede ulteriori interventi del giudice diretti all’esatta quantificazione del credito, solo se tale credito risulti da operazioni meramente aritmetiche eseguibili sulla base dei dati contenuti nella sentenza; se invece - come sovente accade, non essendo sempre possibile individuare sulla base degli atti le componenti della retribuzione globale di fatto - la sentenza di condanna non consenta di determinare le pretese economiche del lavoratore in base al contenuto del titolo stesso, con la conseguenza che per la determinazione dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio. Cass., 1° giugno 2005, n. 11677.

 

Non rileva, in senso preclusivo del procedimento d’ingiunzione, la provvisoria esecuzione delle sentenze prevista dagli artt. 431 e 447 c.p.c., la quale presuppone che il credito riconosciuto sia liquido e comunque determinabile alla stregua degli elementi contenuti nella stessa sentenza. Cass. lav., 6 giugno 2003, n. 9132; conforme Cass. lav., 6 marzo 1996, n. 1741.

 

Poiché il procedimento monitorio a norma dell’art. 633 c.p.c. può essere esperito per tutti i crediti di somme liquide di danaro indipendentemente dal titolo che li giustifica, il pretore, nella sua qualità di giudice del lavoro, é funzionalmente competente a pronunziare decreto ingiuntivo per tutti i crediti di lavoro e previdenziali di cui può conoscere in via ordinaria in base alle norme di cui alla legge 11 agosto 1973, n 533. Cass. lav., 9 gennaio 1981, n. 194.

 

Con l’ingiunzione di pagamento non è possibile richiedere il risarcimento, ai sensi dell’art. 1224, secondo comma, c.c., del maggior danno derivato dal ritardo nell’adempimento, ma qualora si tratti di crediti di lavoro il creditore può domandare (in aggiunta alla somma dovutagli ed ai relativi interessi) anche la rivalutazione monetaria, atteso che i crediti suddetti sono da considerare indicizzati per effetto delle disposizioni di cui agli artt. 429 c.p.c. e 152 disp. att. c.p.c. Cass. lav., 17 novembre 2003, n. 17396.

 

L’art. 1278 c.c., il quale dispone che se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento, è disposizione generale e riguarda tutti i crediti e quindi anche quelli che fatti giudizialmente valere in moneta straniera possono essere convertiti successivamente in moneta italiana, in conformità delle vigenti norme valutarie, mediante ricorso ad una semplice operazione aritmetica. Ne consegue che la liquidità del credito fatto valere attraverso la procedura monitoria sussiste anche quando esso sia stato espresso al tempo del ricorso introduttivo in moneta straniera facilmente convertibile in danaro avente corso legale in Italia. Cass. 6 novembre 1991, n. 11834.

 

Poiché il requisito della liquidità del credito deve non solo esistere, ma essere documentalmente provato al momento in cui il procedimento monitorio si instaura con la presentazione del ricorso, l’eventuale emanazione del decreto nel difetto di una tale condizione, considerata dalla legge come uno dei presupposti di detto procedimento, importa la illegittimità del decreto stesso, la quale non e destinata a sanarsi per il fatto che la prova scritta venga fornita in tempo successivo, nella fase del giudizio di opposizione, tale prova sarà poi vagliata secondo le norme del giudizio di cognizione. Cass. 29 luglio 1968, n. 2724.

 

 

2.3. Esigibilità.

In tema di locazione, l’obbligazione del locatore di restituire il deposito cauzionale versato dal conduttore, a garanzia degli obblighi contrattuali, sorge al termine della locazione non appena avvenuto il rilascio dell’immobile locato, con la conseguenza che, ove il locatore trattenga la somma anche dopo il rilascio dell’immobile da parte del conduttore, senza proporre domanda giudiziale per l’attribuzione, in tutto o in parte, della stessa a copertura di specifici danni subiti, la sua obbligazione di restituzione ha per oggetto un credito liquido ed esigibile, che legittima il conduttore ad ottenere decreto ingiuntivo. In tal caso i diritti del locatore potranno essere fatti valere in sede di opposizione all’ingiunzione, sempre che la sua pretesa sia compresa nei limiti della competenza del giudice che ha emesso il decreto. Cass. 9 novembre 1989, n. 4725.

 

L’emissione del decreto ingiuntivo, su ricorso fondato ritualmente su una delle prove previste dall’art. 633 c.p.c., non è preclusa dalla sussistenza di contestazione intorno all’esistenza ed all’esigibilità del credito. Alla soluzione di tale contestazione è, invece, subordinata l’efficacia dell’ingiunzione, in quanto questa rimane priva d’effetto qualora, a seguito di opposizione, il credito risulti insussistente o inesigibile. Ne consegue che nell’ipotesi di somma consensualmente depositata nelle mani di un terzo e vincolata alla soluzione della controversia sulla spettanza di essa, non è precluso all’ingiungente di utilizzare - al fine di pervenire alla soluzione della detta controversia - il mezzo previsto dall’art. 633 citato, giacché con esso viene ad instaurarsi appunto quella lite la cui decisione, in difetto d’altra soluzione concordata si rende necessaria perché la condizione, alla quale è subordinata l’estinzione del deposito, abbia a verificarsi. Cass. 25 luglio 1972, n. 2533.

 

Al fine di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo in tema di contratti con prestazioni corrispettive, l’istante non è tenuto a fornire la duplice completa dimostrazione, quella cioè dell’esistenza dell’obbligazione di cui si invoca il soddisfacimento e quella dello avvenuto adempimento dell’obbligazione propria, cui l’esigibilità della prima sia subordinata, essendo sufficiente la dimostrazione limitata al primo dei suaccennati effetti, cui si accompagni l’offerta di elementi indiziari in ordine al secondo. Cass. 8 febbraio 1971, n. 330; conforme Cass. 24 giugno 1968, n. 2112.

 

La parte che abbia eseguito un pagamento per merce non acquistata e restituita al mittente, può chiedere l’emissione di decreto ingiuntivo per la restituzione della somma pagata, senza l’obbligo di offrire elementi atti a far presumere l’adempimento della controprestazione (restituzione), perché le ragioni di credito fatte valere non sono subordinate all’adempimento di alcuna controprestazione né all’avveramento di alcuna condizione (nella specie la merce era stata respinta al mittente a mezzo dello stesso spedizioniere, presso il quale era rimasta giacente, per averne il mittente rifiutata la riconsegna. Cass., 6 settembre 1969, n. 3076.

 

Il requisito della esigibilità deve esistere quanto meno alla scadenza del termine stabilito per l’opposizione. Cass. 19 novembre 1969, n. 3760.

 

Non può essere accolta l’opposizione a decreto ingiuntivo emesso per la prestazione di un’obbligazione senza determinazione del tempo per l’adempimento, poiché, non essendo imposta nessuna formula sacramentale o forma determinata per la richiesta al giudice di fissazione del termine per adempiere e per il consequenziale provvedimento, la richiesta può essere individuata anche nel ricorso per l’emanazione del decreto ingiuntivo ed il provvedimento di fissazione nel decreto pronunciato in accoglimento di essa. Cass. 16 maggio 1962, n. 1084.

 

 

2.4. Beneficio del termine.

La disposizione di carattere generale dell’art. 1186 c.c., che consente al creditore di esigere immediatamente la prestazione - anche quando per essa sia stato stabilito un termine nell’interesse del debitore - se questo è divenuto insolvente o ha diminuito per fatto proprio le garanzie o non ha dato le garanzie promesse, non postula il conseguimento di una preventiva pronuncia giudiziale né la formulazione di un’espressa domanda, potendo essere il diritto al pagamento immediato virtualmente dedotto con la domanda o il ricorso per ingiunzione di pagamento del debito non ancora scaduto, in quanto la sentenza o il decreto che tale domanda accolgano devono ritenersi contenere un implicito accertamento positivo delle condizioni per l’applicabilità della citata norma, salva la possibilità per il debitore (in sede di opposizione, nel caso di decreto ingiuntivo) di far valere le sue ragioni circa l’insussistenza della ritenuta insolvenza. Cass. 8 maggio 2003, n. 6984; conforme Cass. 18 novembre 2011 n. 24330; Cass. 17 marzo 1978, n. 1343.

 

La decadenza del debitore dal beneficio del termine, ai sensi dell’art. 1186 c.c., non consegue automaticamente alla sua sopravvenuta insolvenza, occorrendo invece, perché la decadenza si verifichi, che il creditore richieda l’immediato adempimento. Tale richiesta - che non postula una preventiva delibazione giurisdizionale sulla sussistenza delle condizioni per l’applicabilità della citata norma e può ritenersi effettuata con la stessa domanda giudiziale di pagamento del debito o con il ricorso per ingiunzione - integra un atto unilaterale recettizio, che determina l’effetto della decadenza dal momento in cui perviene a conoscenza del debitore. Cass. 5 dicembre 1989, n. 5371.

 

 

2.5. Esclusioni.

I crediti a carico delle pregresse gestioni ospedaliere, che - secondo il disposto dell’art. 23-ter, legge 29 febbraio 1980, n. 33 - sono pagati, previo accertamento da compiersi dalle regioni con la collaborazione delle unità sanitarie locali, mediante erogazioni annuali di fondi disposti con decreto del ministro del tesoro, sono inesigibili ove non esistano ancora tali disponibilità finanziarie con specifica destinazione, e, quindi, il soggetto creditore (nella specie: l’INPS) non può far ricorso al procedimento di ingiunzione ex art. 663 c.p.c. che presuppone l’esigibilità del credito azionato. Cass. lav., 6 marzo 1990, n. 1760.

 

L’istituto dell’amministrazione della nave pignorata, disciplinato dall’art. 652 c. nav., è destinato ad evitare, in relazione alle specificità del bene aggredito dall’esecuzione, la sua espropriazione da un lato consentendo che, attraverso i proventi del viaggio o dei viaggi autorizzati, il debitore possa far fronte ai suoi impegni e dall’altro lato evitando che l’inutilizzo del veicolo ne comporti il deterioramento e, quindi, la stesso deprezzamento che si risolverebbe in danno dei creditori. L’obbligazione principale cui accede la garanzia prestata in base alla suddetta disposizione è costituita dall’impegno dell’armatore (o di chi vi ha interesse) a far rientrare la nave in porto alla fine dei viaggi autorizzati dal giudice competente. Conseguentemente il garante può essere chiamato ad adempiere soltanto dopo la scadenza del termine stabilito per l’adempimento della suddetta obbligazione. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che difettava del requisito dell’esigibilità il credito, vantato da un dipendente di una società di navigazione in conseguenza della declaratoria di illegittimità del proprio licenziamento, azionato in via monitoria esclusivamente nei confronti dell’istituto di credito fideiussore in base alla disposizione in argomento, prima della scadenza dell’obbligazione della società di navigazione di far rientrare in porto la nave amministrata). Cass. lav., 6 luglio 1988, n. 6573.

 

La domanda di risarcimento del maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, cpv. c.c. non può formare oggetto dell’ingiunzione richiesta per il pagamento della somma dovuta, essendo inammissibile nel procedimento ingiuntivo la richiesta di qualsiasi bene della vita diverso dal pagamento di una somma liquida di denaro, da una determinata quantità di cose fungibili o da una cosa mobile determinata alla cui consegna l’ingiungente abbia diritto, ma può essere domandata soltanto nel giudizio di cognizione instaurato a seguito dell’opposizione; senza che tuttavia il momento della sua proposizione incida su quello dell’insorgenza del relativo diritto, che è quello del verificatosi inadempimento (v. anche Giurisprudenza sub § 1). Cass. 30 maggio 1987, n. 4821.

Il difetto dei presupposti di ammissibilità del ricorso per decreto ingiuntivo relativi ai requisiti del credito previsti dall’art. 633 c.p.c. non preclude la pronuncia nel merito da parte del giudice dell’opposizione, salva la revoca del decreto ingiuntivo (comportante, se del caso, effetti secondari, per esempio in tema di esecuzione provvisoria del decreto), e non può essere fatto valere in appello, se non già dedotto in primo grado con l’atto di opposizione al decreto ingiuntivo. Cass. lav., 4 giugno 1999, n. 5504.

 

 

2.6. Pluralità di titoli.

Il creditore che abbia ottenuto sentenza di condanna del debitore ha esaurito il diritto di azione e non può, per difetto di interesse rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo, richiedere ulteriormente un decreto ingiuntivo contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto di cui alla sentenza. Ne consegue che, poiché la sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di quanto dovuto a seguito della declaratoria dell’illegittimità del licenziamento costituisce un titolo esecutivo per la realizzazione del credito ove il dovuto, pur non indicato nel suo ammontare complessivo, sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico (senza dover fare ricorso ad elementi estranei al giudizio e non predeterminati per legge), non è ammissibile, in tal caso, il successivo ricorso del creditore alla procedura monitoria per il medesimo credito. Cass. lav., 23 aprile 2009 n. 9695; conforme Cass. lav., 28 marzo 1974, n. 873; Cass. 16 luglio 1997, n. 6525.

 

Il principio secondo il quale il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere ex novo un decreto ingiuntivo contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto trova deroga tutte le volte che la domanda di condanna rivolta al giudice, pur nella preesistenza di altro ed analogo titolo giudiziale, non risulti diretta alla mera duplicazione del titolo già conseguito, ma faccia, per converso, valere una situazione giuridica (che non abbia già trovato esaustiva tutela) suscettibile di conseguimento di un risultato ulteriore rispetto alla lesione denunziata. Cass. 21 luglio 2004, n. 13518; conforme Cass. 5 gennaio 2001, n. 135.

 

È ammissibile la richiesta di decreto ingiuntivo da parte di un creditore già munito di titolo stragiudiziale con efficacia esecutiva (nella specie rogito notarile di mutuo). Cass. 3 maggio 1969, n. 1467.

 

Ai sensi dell’ art. 11, quarto comma, legge 8 luglio 1980, n. 319, il decreto di liquidazione del compenso al CTU, emesso dal giudice, costituisce titolo provvisoriamente esecutivo e pertanto, per il principio ne bis in idem, il CTU non può ottenere un decreto ingiuntivo per la medesima causa petendi. Cass. 2 marzo 2000, n. 2315.

 

 

2.7. Prova scritta.

  1. Giurisprudenza sub art. 634.

 

 

2.8. Onorari per prestazioni professionali giudiziali o stragiudiziali o rimborso spese ovvero per notai.

  1. Giurisprudenza sub art. 636.

 

 

  1. Consegna di cose fungibili e di cose mobili determinate.

In caso di opposizione a decreto ingiuntivo relativo alla restituzione di titoli di credito, ove l’opponente provi che i titoli stessi sono stati restituiti, il giudice dell’opposizione è tenuto a revocare l’ingiunzione senza che sussista, in capo all’opponente, in relazione alla difesa dell’opposto, anche l’onere di provare la ragione della restituzione. In tale ipotesi, ove permanga il credito sotteso ai titoli, la relativa domanda di pagamento deve essere proposta in altro giudizio, configurandosi come diversa da quella di restituzione del titolo. Cass. 19 novembre 2001, n. 14458.

Il decreto ingiuntivo di condanna alla consegna di titoli di Stato deve essere assoggettato alla imposta proporzionale di registro ai sensi dell’art. 8, lettera b), della tariffa, parte prima, allegato A del testo unico approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, senza che possa ritenersi esente da detto tributo ai sensi dell’art. 85, primo comma, lettera c), del D.P.R. 14 febbraio 1963, n. 1343. Cass. 23 febbraio 2000, n. 2077.

 

Nel procedimento monitorio avente per oggetto la consegna di una cosa mobile non può non comprendersi il caso in cui la cosa mobile determinata, di cui si chiede la consegna, sia una chiave (nella specie, di accesso ad un terrazzo), poiché il giudice non è tenuto ad accertare preventivamente, ai fini della pronuncia dell’ingiunzione, se l’immobile, cui inerisce la chiave, sia posseduto legittimamente o meno dal destinatario dell’ingiunzione. Tale accertamento, infatti, riguarda una questione diversa, che può essere introdotta col giudizio di merito conseguente all’opposizione, incombendo alle parti la dimostrazione dei rispettivi assunti secondo i principi che regolano l’onere della prova. Cass. 25 gennaio 1979, n. 567.

 

 

  1. Notifica all’estero (ante abrogazione ex art. 9, D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231).

La norma dell’art. 633, ultimo comma, c.p.c. (testo originario, anteriormente all’abrogazione di cui al D.Lgs. n. 231 del 2002), la quale dispone che non può essere emesso decreto ingiuntivo qualora questo debba essere notificato all’estero, non crea un difetto di competenza giurisdizionale, suscettibile di essere deciso con il regolamento preventivo, ma concerne una causa di inammissibilità del procedimento speciale. Cass., Sez. Un., 28 gennaio 2005, n. 1735.

 

L’art. 633 c.p.c., il quale prevede una condizione di ammissibilità del ricorso per ingiunzione disponendo che la stessa non può essere emessa se la notificazione all’intimato del relativo decreto deve avvenire fuori del territorio dello Stato, non trova applicazione nell’ipotesi in cui l’ingiunto, residente all’estero, abbia eletto domicilio in Italia, in guisa da consentire la tempestiva notificazione ed una altrettanto tempestiva opposizione. Cass. 5 luglio 2001, n. 9094.

 

La nullità del decreto ingiuntivo, non rilevabile d’ufficio, per essere stato emesso in violazione dell’art. 633 c.p.c. allorché la notificazione all’intimato debba avvenire fuori dalla Repubblica, può essere denunciata soltanto con l’atto di opposizione tempestivamente proposto (Nella specie la S.C. ha confermato la pronuncia di merito che aveva dichiarato inammissibile l’opposizione proposta avverso un decreto ingiuntivo notificato all’estero per mezzo del procedimento previsto dall’art. 142 c.p.c.). Cass. lav., 27 marzo 1998, n. 3271.

 

È manifestamente infondata, con riferimento agli artt. 3, 24 e 41 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 633, ultimo comma, c.p.c., laddove statuisce che l’ingiunzione di pagamento non può essere pronunciata se la notificazione all’intimato deve avvenire fuori della Repubblica, in quanto - posto che è già stato affermato, con riferimento all’art. 10 Cost., che nei patti comunitari non si configurano principi generali incidenti sulla materia del processo, lasciata alla disciplina del diritto interno degli Stati, e che il divieto di notificazione all’estero del decreto ingiuntivo determina solo una causa di inammissibilità della speciale tutela monitoria e non un difetto di tutela giurisdizionale, potendosi agire in sede ordinaria - con riferimento agli artt. 24 e 41 Cost., proprio la possibilità per il creditore di utilizzare tutti gli altri strumenti processuali offertigli in sede ordinaria e cautelare. (ivi compresi i provvedimenti anticipatori di condanna di cui agli artt. 186-bis e ss. c.p.c.) onde far valere il proprio diritto, esclude la paventata menomazione del diritto di difesa e di azione dello stesso, nonché, conseguentemente e di riflesso, la restrizione della sua piena libertà di iniziativa economica; in quanto, con riferimento al principio di uguaglianza, non sono omogenei, in termini di natura e di funzione, il provvedimento monitorio e l’ordinanza disciplinata dall’art. 186-ter c.p.c., richiamata quale tertium comparationis; ed in quanto, più in generale, resta comunque affidata alla discrezionalità del legislatore la differenziazione delle condizioni di accesso alla tutela giurisdizionale, tanto più nella specie, dove la richiesta pronuncia caducatoria implicherebbe imprescindibilmente un articolato coordinamento dello specifico contesto processuale (termini di notifica del decreto ingiuntivo, effetti della mancata notifica dello stesso, instaurazione del giudizio di opposizione). Corte cost. 26 marzo 1998, n. 80.

 

Il divieto, posto dall’art. 633 c.p.c., di emettere il decreto ingiuntivo nel caso in cui questo debba essere notificato fuori del territorio dello stato, concerne una causa di inammissibilità del procedimento speciale monitorio, ma non priva il giudice del potere di conoscere della controversia cui il decreto si riferisce. Pertanto, siffatta inammissibilità, rilevabile con l’atto di opposizione ai soli fini del regolamento delle spese processuali relative della fase monitoria, non impedisce la prosecuzione del giudizio istaurato con l’opposizione, sino alla pronunzia di merito. Invero l’opposizione a decreto ingiuntivo da luogo ad un normale ed autonomo giudizio di cognizione che si svolge secondo il rito ordinario nel contraddittorio delle parti, con la conseguenza che il giudice dell’opposizione e investito del potere-dovere di giudicare sulla pretesa fatta valere con la ingiunzione e sulle eccezioni contro di essa proposte, ancorché il decreto sia stato emesso fuori dei casi previsti dalla legge, salvo che, per difetto di competenza dell’autorità che ha emesso la ingiunzione, o per difetto di altri presupposti processuali, manchi la possibilità di emettere una decisione di merito nei confronti delle parti. Cass. 6 marzo 1976, n. 757.

 

L’art. 633, ultimo comma, c.p.c., disponendo che l’ingiunzione non può essere pronunciata se la notificazione del relativo decreto all’intimato deve avvenire fuori del territorio dello stato, introduce una condizione di ammissibilità del ricorso. l’inammissibilità, se non venga rilevata d’ufficio in sede di esame del ricorso o di emanazione del decreto di esecutorietà, può essere fatta valere con l’opposizione. la predetta condizione di ammissibilità del ricorso deve essere riferita al momento della pronuncia del decreto ingiuntivo. Pertanto ove l’ingiunto solo successivamente alla pronuncia del decreto, abbia trasferito la propria residenza fuori del territorio italiano e quindi non abbia ne domicilio ne dimora il decreto conserva efficacia e legittimamente viene notificato all’ingiunto stesso nelle forme previste dall’art. 142 c.p.c. Cass., Sez. Un., 1° agosto 1968, n. 2736.



 
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