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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 636 cod. proc. civile: Parcella delle spese e prestazioni

Nei casi previsti nei numeri 2 e 3 dell’articolo 633, la domanda deve essere accompagnata dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale. Il parere non occorre se l’ammontare delle spese e delle prestazioni è determinato in base a tariffe obbligatorie.

Il giudice, se non rigetta il ricorso a norma dell’articolo 640, deve attenersi al parere nei limiti della somma domandata, salva la correzione degli errori materiali.


Giurisprudenza annotata

Parcella delle spese e prestazioni.

 

 

  1. Generalità; 1.1. Criteri di determinazione del compenso professionale; 1.2. Soggetti e procedimenti applicabili; 1.2.1. Consulenti tecnici ed ausiliari; 1.2.2. Avvocati e procuratori; 1.3. Esclusioni; 2. Parcella professionale vistata; 2.1. Natura; 2.2. Valore probatorio; 3. Giudizio di opposizione; 3.1. Onere probatorio del creditore; 3.2. Onere del debitore; 3.3. Sindacato del giudice dell’opposizione; 3.4. Natura della decisione.

 

 

  1. Generalità.

 

 

1.1. Criteri di determinazione del compenso professionale.

L’art. 2233 c.c. pone una gerarchia di carattere preferenziale riguardo ai criteri di liquidazione del compenso spettante al professionista attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta tra le parti, in difetto alla tariffa o agli usi e in ulteriore subordine rimettendone la determinazione al giudice, previo parere (non vincolante) dell’associazione professionale. Tuttavia, le tariffe che escludono la discrezionalità del giudice nella determinazione del concreto ammontare dei compensi sono soltanto quelle fisse (cosiddette tariffe obbligatorie) dato che solo queste sono idonee ad integrare direttamente il contratto, non quelle con determinazione del massimo e del minimo, le quali hanno solo la funzione di fissare i limiti dell’autonomia privata, senza pregiudizio del potere del giudice, nel rispetto dei limiti tariffari, di fissare discrezionalmente il compenso e non quella di riservare, entro tali limiti, la determinazione della somma dovuta dal cliente al professionista medesimo. Cass. 30 ottobre 1996, n. 9514.

 

L’art. 2233 c.c., nello stabilire che la liquidazione del compenso spettante al professionista, in difetto di espressa pattuizione tra le parti, debba essere eseguita a termini di tariffa e, quando questa manchi (o non sia vincolante: cosiddetta tariffa obbligatoria, direttamente integrativa del contratto), essere determinata ope iudicis, secondo un criterio discrezionale, previo parere obbligatorio (anche se non vincolante) della competente associazione professionale, impone al giudice l’obbligo della richiesta, e della conseguente acquisizione, del detto parere, dal quale egli può, poi, legittimamente discostarsi a condizione di fornire adeguata motivazione e di non ricorrere al criterio dell’equità. Cass. 22 maggio 1998, n. 5111.

 

 

1.2. Soggetti e procedimenti applicabili.

 

 

1.2.1. Consulenti tecnici ed ausiliari.

Avverso il provvedimento di liquidazione del compenso in favore del custode giudiziario emesso in data successiva all’entrata in vigore del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115. (t.u. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia) - e dunque soggetto alle relative disposizioni processuali, immediatamente applicabili per principio generale - non è ammissibile il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., difettando il requisito della definitività del provvedimento, che può essere impugnato con l’opposizione prevista dall’art. 170 D.P.R. cit.; peraltro, il provvedimento in questione non sarebbe ricorribile per cassazione neanche in base al quadro normativo anteriore all’entrata in vigore del citato D.P.R., tenuto conto dell’inapplicabilità dell’art. 11 della legge n. 319 del 1980 agli ausiliari estranei alle categorie dei periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori e dell’impugnabilità dei provvedimenti sulla liquidazione dei compensi in favore degli stessi con i rimedi che derivano, secondo la legge processuale, dalla natura del provvedimento di liquidazione, e cioè con i rimedi di cui all’art. 640, comma terzo, c.p.c. per l’ausiliario, in caso di rigetto totale o parziale della sua istanza, e con quello di cui all’art. 645 c.p.c. per la parte obbligata, in caso di accoglimento dell’istanza dell’ausiliario. Cass. 20 aprile 2004, n. 7465.

 

Poiché, definito il giudizio e regolato con sentenza l’onere delle spese processuali, il giudice non ha più il potere di provvedere alla liquidazione dei compensi in favore del consulente tecnico d’ufficio, il relativo provvedimento risulta abnorme e in relazione ad esso, trattandosi di atto idoneo ad incidere in modo definitivo su posizioni di diritto soggettivo, è ammissibile il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., senza che possa ravvisarsi alcuna lesione del diritto del consulente tecnico d’ufficio ad ottenere il compenso per la propria prestazione, ben potendo egli chiedere il decreto ingiuntivo ex art. 633, n. 3, c.p.c. (Nella specie, la S.C. ha cassato senza rinvio il decreto con il quale il giudice, dopo aver definito il giudizio, ha liquidato i compensi spettanti al consulente tecnico d’ufficio, individuando anche la parte tenuta al pagamento). Cass. 22 luglio 2003, n. 11418.

Il CTU può, onde ottenere il compenso spettantegli per l’ attività svolta, ricorrere alla procedura monitoria o ordinaria, soltanto sussidiariamente, e cioè se neppure con la sentenza che decide la causa in cui ha espletato l’incarico il giudice di questa glielo abbia liquidato. Cass. 4 marzo 2000, n. 2481.

 

I decreti previsti dagli artt. 65 c.p.c., 24 e 52 delle disposizioni di attuazione - con i quali il giudice provvede alla liquidazione dei compensi spettanti, rispettivamente, ai custodi dei beni pignorati o sequestrati, ai consulenti tecnici e agli ausiliari di cui all’art. 68 del codice e indica la parte tenuta a corrispondere i compensi stessi - per il loro contenuto, per l’effetto giuridico che sono destinati a produrre e per l’individuazione del destinatario dell’ordine di pagamento, costituiscono dei provvedimenti speciali a carattere monitorio, inquadrabili nella categoria dei provvedimenti emessi, in via provvisoria, in determinate situazioni meritevoli di urgente e particolare tutela. essi, se sono assimilabili ai decreti ingiuntivi disciplinati dagli artt. 633 e ss. c.p.c. per quanto riguarda la loro impugnabilità mediante opposizione degli interessati, non possono dirsi equiparati, ad ogni effetto, nella loro regolamentazione processuale, ai decreti di ingiunzione e, in particolare, non sono soggetti alla sanzione di inefficacia comminata dall’art. 644 c.p.c. per la mancata notificazione, nel termine di quaranta giorni dalla pronuncia, dei decreti ingiuntivi. Cass. 8 giugno 1966, n. 1509.

Conf.: Il decreto con cui il giudice, a norma degli artt. 52 e 53 disp. att. c.p.c., liquida il compenso agli ausiliari da lui nominati, ha natura monitoria e può essere impugnato, dalla parte onerata del pagamento, esclusivamente con l’opposizione ex art. 645 c.p.c.; detto decreto, pertanto, non essendo definitivo, non è ricorribile in Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 10 marzo 1997, n. 2141.

 

Ai sensi dell’art. 11, quarto comma, legge 8 luglio 1980, n. 319, il decreto di liquidazione del compenso al CTU, emesso dal giudice, costituisce titolo provvisoriamente esecutivo e pertanto, per il principio ne bis in idem, il CTU non può ottenere un decreto ingiuntivo per la medesima causa petendi (ante D.P.R. 115/2002). Cass. 2 marzo 2000, n. 2315.

 

In tema di liquidazione del compenso di ausiliari del giudice diversi da quelli indicati dall’art. 11, legge 319/1980, non applicabile al di fuori delle ipotesi espressamente previste, i rimedi processuali offerti rispettivamente alle parti derivano dalla natura monitoria del provvedimento liquidatorio adottato ai sensi degli artt. 52 e 53 disp. att. c.p.c., contro il quale è perciò inammissibile il ricorso per cassazione, tenuto conto che, mentre nel caso di rigetto totale o parziale dell’istanza, l’ausiliare può sperimentare l’azione ordinaria ex art. 640, terzo comma, c.p.c., alla parte tenuta al pagamento è consentita l’opposizione ex art. 645 c.p.c. avverso l’ingiunzione emessa nei suoi confronti (ante D.P.R. 115/2002). Cass. 9 settembre 2003, n. 13134.

 

 

1.2.2. Avvocati e procuratori.

Il cliente è sempre obbligato a corrispondere gli onorari e i diritti all’avvocato ed al procuratore da lui nominati ed il relativo ammontare viene stabilito dal giudice nei suoi specifici confronti a seguito del procedimento monitorio (art. 636 c.p.c.) o del procedimento previsto dagli artt. 28 e 29 della legge n. 794 del 1942, senza essere vincolato alla pronuncia sulle spese da parte del giudice che ha definito la causa cui le stesse si riferiscono, bensì potendosi avere riguardo, nella liquidazione degli onorari a carico del cliente, al valore effettivo della controversia (da tener presente anche ai fini del rispetto dei minimi tariffari) quando essi risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile. Cass. lav., 30 maggio 1991, n. 6101.

 

Il provvedimento camerale ex art. 26, l. fall., con cui il tribunale rigetta il reclamo proposto contro il decreto del giudice delegato relativo alla liquidazione del compenso al difensore, per l’assistenza prestata alla curatela fallimentare in una causa ancora pendente, è ricorribile in cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., siccome definitivo ed incidente su diritto soggettivo. Più in particolare, il potere del giudice fallimentare di liquidare il compenso al difensore nominato a difesa degli interessi del fallimento, ai sensi dell’art. 25, n. 7, l. fall., che pure soggiace alle regole previste in materia professionale, non trova ostacolo nella previsione di diverso giudice competente, in via generale, alla liquidazione del compenso spettante al difensore per le prestazioni giudiziali, mediante procedimento di ingiunzione ex art. 633 c.p.c. o procedimento di liquidazione ex artt. 27 e ss., legge n. 794 del 1942. Cass. 24 marzo 2004, n. 5905.

 

Con riguardo al procedimento per ingiunzione promosso da avvocato per il pagamento della parcella, in ordine all’applicabilità del procedimento speciale introdotto dalla legge n. 794 del 1942, le prestazioni stragiudiziali che siano strettamente dipendenti dal mandato relativo alla difesa, sì da potersi considerare attività strumentale o complementare di quella propriamente processuale, hanno, anche esse, natura di prestazioni giudiziali, come la preventiva richiesta di risarcimento del danno all’assicuratore ai sensi della legge n. 990 del 1969, che integra esercizio di attività stragiudiziale puramente strumentale a quella giudiziale, essendo condizione per la proponibilità dell’azione risarcitoria. Cass. 1° marzo 1994, n. 2034.

 

Manifesta infondatezza - in riferimento agli artt. 3, 24 e 113 Cost. - della questione di legittimità costituzionale dell’art. 636, comma secondo, c.p.c., che stabilisce la vincolatività per il giudice del parere delle competenti associazioni professionali - in particolare del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati - in merito alla congruità delle parcelle per spese e prestazioni. Corte cost. 19 gennaio 1988, n. 34.

 

1.3. Esclusioni.

Nel caso in cui il presidente del tribunale su ricorso anche di uno solo degli arbitri provvede ai sensi dell’art. 814, comma secondo, c.p.c. alla liquidazione degli onorari degli arbitri, non trovano applicazione le disposizioni sull’opposizione a decreto ingiuntivo, né sono applicabili le disposizioni speciali attinenti ai compensi degli ausiliari del giudice. (artt. 614, 633, 636 c.p.c., artt. 53 e 52 disp. att. c.p.c.) Il detto provvedimento è soltanto impugnabile con ricorso per cassazione per violazione di legge ex art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento decisorio, diretto a risolvere il conflitto tra gli arbitri e le parti del procedimento arbitrale, e suscettibile di passare in giudicato in quanto non soggetto a particolari mezzi di impugnazione, né revocabile o modificabile dal giudice che lo ha emesso. Cass. 5 agosto 1988, n. 4847.

 

In tema di compenso per prestazioni professionali, nell’ipotesi in cui l’obbligazione non abbia origine contrattuale ma si ricolleghi all’arricchimento senza causa, le tariffe professionali costituiscono soltanto una base discrezionale di riferimento per la liquidazione del credito. in tale ipotesi, data l’illiquidità del credito, non ricorrono le condizioni di ammissibilità del procedimento d’ingiunzione. Cass. 30 maggio 1966, n. 1426.

 

 

  1. Parcella professionale vistata.

 

 

2.1. Natura.

In tema di compenso spettante all’avvocato, l’acquisizione del parere dell’ordine professionale è obbligatoria soltanto nel procedimento d’ingiunzione, secondo quanto prescritto dall’art. 636, primo comma, c.p.c., quando l’ammontare del relativo credito non sia determinato in base a tariffe fisse. Al di fuori del predetto ambito, la necessità del parere non è in funzione del procedimento giudiziale adottato, camerale o a cognizione piena, né dipende dal fatto che il credito sia azionato dal professionista stesso o dai suoi eredi, ma è dettata dalla tipologia del corrispettivo, nel senso che è indispensabile soltanto se esso non possa essere determinato in base a tariffe, ovvero queste, pur esistenti, non siano vincolanti. Ne consegue che il predetto parere è necessario solo quando oggetto di liquidazione siano attività non rientranti nelle previsioni della tariffa professionale, per le quali la liquidazione debba avvenire opera del giudice. Cass. 5 gennaio 2011, n. 236.

 

In base al combinato disposto degli art. 633 e 636 c.p.c., la domanda monitoria relativa a crediti per prestazioni professionali deve essere accompagnata dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, mentre non possono ritenersi idonee prove scritte, in relazione a tali crediti, la fattura e la copia autentica del registro Iva, ai sensi dell'art. 634 c.p.c., riferendosi tale ultima norma alle diverse ipotesi dei crediti per somministrazione di merci e di denaro ovvero per prestazioni di servizi.

Cassazione civile sez. II  31 ottobre 2011 n. 22655

 

In base al combinato disposto degli artt. 633 e 636 c.p.c., la domanda monitoria relativa a crediti per prestazioni professionali deve essere accompagnata dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, mentre non possono ritenersi idonee prove scritte, in relazione a tali crediti, la fattura e la copia autentica del registro IVA, ai sensi dell’art. 634 c.p.c., riferendosi tale ultima norma alle diverse ipotesi dei crediti per somministrazione di merci e di denaro ovvero per prestazioni di servizi. Cass. 31 ottobre 2011 n. 22655.

 

La parcella dell’avvocato costituisce una dichiarazione unilaterale assistita da una presunzione di veridicità, in quanto l’iscrizione all’albo del professionista è una garanzia della sua personalità; pertanto, le “poste” o “voci” in essa elencate, in mancanza di specifiche contestazioni del cliente, non possono essere disconosciute dal giudice. Cass., Sez. Un., 18 giugno 2010, n. 14699.

 

Nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento di prestazioni professionali forensi, spetta a chi fa valere tale diritto fornire la prova dell’effettività delle prestazioni professionali, tenendo conto che la parcella vistata dal competente Ordine professionale, che costituisce titolo idoneo per l’emissione del decreto ingiuntivo a carico del cliente, non ha valore probatorio nel giudizio di opposizione, costituendo una semplice dichiarazione unilaterale del professionista. Cass. 24 gennaio 2000, n. 736.

 

La parcella delle spese e prestazioni, sottoscritta dal ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, che accompagna, ai sensi dell’art. 636 c.p.c., la domanda di ingiunzione di pagamento per crediti per onorari professionali, non ha il valore di una certificazione amministrativa, e non da luogo, perciò, ad alcuna presunzione di verità circa l’effettiva esecuzione delle attività professionali indicatevi e del tempo in cui esse sono state svolte, la prova dei quali fatti resta assoggettata alle comuni norme civilistiche. Cass. 21 ottobre 1978, n. 4775.

 

In tema di prestazioni professionali il consiglio dell’ordine si limita a dare il parere sulla congruità delle parcelle in relazione alle tariffe ed alle eventuali deroghe alle tariffe stesse per prestazioni speciali, ma non è tenuto, né può svolgere altre indagini sulla validità ed efficacia delle obbligazioni assuntesi dalle parti nei singoli casi, e sull’esatto adempimento delle stesse, su cui conosce e decide, in caso di controversia e nei limiti delle domande e delle difese, il giudice. Cass. 20 gennaio 1982, n. 384.

 

Il parere, espresso sulla parcella stessa dal competente organo professionale, costituisce un mero controllo sulla corrispondenza delle voci elencate a quelle previste nella tariffa. Cass. 3 febbraio 1969, n. 326.

 

 

2.2. Valore probatorio.

Il giudice chiamato ad emanare il decreto ingiuntivo per crediti da prestazioni mediche sulla base della legislazione effettuata dal Consiglio dell’Ordine si trova davanti non un documento meramente applicativo di tariffe dettate per i singoli casi ma un componimento che costituisce - esclusione fatta dei casi in cui il professionista siasi accontentato del compenso minimo - il risultato dell’applicazione al caso singolo del criterio generale del decoro e della dignità professionali. Ne consegue che l’asserito «privilegio» del medico pur non risultando del tutto eliminato, è contenuto in limiti di assoluta ragionevolezza, che sono travalicati solo se la legge, ed i decreti applicativi non vengono applicati dal Consiglio dell’Ordine, potendo pur sempre accertare il giudice della opposizione se, ed in qual modo, siano state praticate le prestazioni. Non è pertanto fondata la questione di legittimità costituzionale, del combinato disposto degli artt. 648, comma primo, 633, comma primo, n. 3, e 636 c.p.c. in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. Corte cost. 4 maggio 1984, n. 137.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento di prestazioni professionali, la parcella corredata dal parere del competente consiglio dell’ordine di appartenenza del professionista, mentre ha valore di prova privilegiata e carattere vincolante per il giudice ai fini della pronuncia dell’ingiunzione, non ha - costituendo semplice dichiarazione unilaterale del professionista - valore probatorio nel successivo giudizio di opposizione, nel quale il creditore opposto assume la veste sostanziale di attore e su di lui incombono i relativi oneri probatori ex art. 2697 c.c., ove vi sia contestazione da parte dell’opponente in ordine all’effettività ed alla consistenza delle prestazioni eseguite o all’applicazione della tariffa pertinente ed alla rispondenza ad essa delle somme richieste. Cass. 30 luglio 2004, n. 14556; conforme Cass. 4 aprile 2003, n. 5321; Cass. 7 maggio 1997, n. 3972; Cass. 19 febbraio 1997, n. 1513; Cass. 30 ottobre 1996, n. 9514; Cass. 21 febbraio 1995, n. 1889.

 

Ai sensi degli articoli 633, n. 3 e 636 c.p.c., la parcella delle proprie prestazioni professionali, redatta e sottoscritta dall’esercente una professione (nella specie, un architetto), per la quale esista una tariffa legalmente approvata, e corredata dal parere del competente ordine professionale, costituisce titolo idoneo per la richiesta e la concessione del decreto ingiuntivo, anche nei confronti di un Comune o di altra Pubblica Amministrazione. Le norme che regolano il sorgere di obbligazioni valide ed efficaci a carico di tali soggetti hanno, difatti, rilevanza, solo nel caso di opposizione al decreto ingiuntivo, allorché il creditore e tenuto a fornire la prova dell’effettiva esistenza del proprio credito. Cass. 23 maggio 1972, n. 1584.

 

Poiché nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’onere di provare l’esistenza e l’ammontare del credito spetta al creditore opposto, e a tal fine non costituisce prova idonea il parere del consiglio dell’ordine professionale esibito per ottenere il decreto, ove il giudice di appello rigetti la eccezione di prescrizione accolta dal primo giudice, non può senz’altro determinare il credito in conformità del predetto parere solo perché il debitore non abbia riproposto ex art. 346 c.p.c. le contestazioni, sull’ammontare del credito, sollevate in primo grado. Cass. 18 febbraio 1967, n. 401.

 

 

  1. Giudizio di opposizione.

Nel caso in cui sia stato emesso decreto ingiuntivo per i compensi professionali di un avvocato, ai sensi degli artt. 28 e 29 della legge 13 giugno 1942, n. 794, al giudizio di opposizione si applica l’art. 30 della stessa legge, ma, per quanto non previsto da tale disposizione speciale, il processo deve intendersi regolato dalle norme del codice di rito sull’ordinario giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ivi inclusa quella di cui all’art. 653 c.p.c. Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2010 n. 4071.

 

La speciale procedura di liquidazione dei compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati in materia civile, regolata dagli artt. 28 e seguenti della legge n. 794 del 1942, non è applicabile quando la controversia riguardi non soltanto la semplice determinazione della misura del compenso spettante al professionista, bensì anche altri oggetti di accertamento e decisione, quali i presupposti stessi del diritto al compenso, i limiti del mandato, l’effettiva esecuzione delle prestazioni e la sussistenza di cause estintive o limitative della pretesa azionata (nella specie la S.C. - riconoscendo natura sostanziale di sentenza al provvedimento del tribunale che aveva deciso col rito camerale l’opposizione a decreto ingiuntivo su crediti professionali di avvocato, ancorché la decisione fosse formalmente un’ordinanza - ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso per cassazione contro tale pronuncia, essendo la medesima impugnabile soltanto con l’appello, proprio in quanto avente natura decisoria non soltanto della semplice misura del compenso). Cass. 10 agosto 2007, n. 17622.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo per crediti professionali, l’adozione del rito camerale anziché di quello ordinario, necessario se l’opponente contesta il conferimento dell’incarico al professionista, non determina la nullità del procedimento, se non è denunciata e provata la violazione del diritto di difesa. Cass. 7 settembre 2004, n. 17992.

 

In tema di liquidazione dei compensi spettanti agli avvocati per prestazioni professionali, la competenza funzionale ed inderogabile «del capo dell’ufficio giudiziario adito per il processo» sussiste per il solo procedimento speciale previsto dagli artt. 28 e 29 della legge 13 giugno 1942, n. 794, laddove se il professionista ha optato per il procedimento monitorio, l’eventuale giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo segue le regole del procedimento ordinario di cognizione, per cui non è configurabile in ordine ad esso, la competenza inderogabile del capo dell’ufficio. Cass. 16 luglio 2002, n. 10293.

 

In tema di liquidazione degli onorari di avvocato nei confronti del proprio cliente, il professionista può scegliere tra il rito speciale previsto dagli artt. 28, 29 e 30 della legge n. 794 del 1942 e quello monitorio per ingiunzione. Qualora egli opti per il secondo, e la sua domanda venga accolta, il debitore che intenda proporre opposizione deve farlo mediante atto di citazione, e non mediante ricorso. Tuttavia, per il principio della conversione degli atti processuali nulli, di cui all’art. 156 c.p.c., la eventuale adozione della forma del ricorso in luogo di quella della citazione non determina la nullità della opposizione quando, con la regolare instaurazione del contraddittorio, sia stato raggiunto lo scopo dell’atto. Cass. 16 febbraio 1999, n. 12833.

 

 

3.1. Onere probatorio del creditore.

Mentre ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo a norma dell’art. 636 c.p.c. la prova dell’espletamento dell’opera e dell’entità delle prestazioni può essere utilmente fornita con la produzione della parcella e del relativo parere della competente associazione professionale, tale documentazione non è più sufficiente nel giudizio di opposizione, il quale si svolge secondo le regole ordinarie della cognizione e impone, quindi, al professionista, nella sua qualità di attore, di fornire gli elementi dimostrativi della pretesa, con la conseguenza che il giudice di merito non può assumere come base di calcolo per la determinazione del compenso le esposizioni di detta parcella contestate dal debitore (con riferimento alle opere effettivamente eseguite e alla misura degli importi, v. Cass. 21 aprile 1981, n. 2342). Cass. 17 marzo 2006, n. 5884; conforme Cass. 19 febbraio 1997, n. 1513.

 

Poiché il parere espresso sulla parcella dell’avvocato dal competente organo professionale costituisce un mero controllo sulla rispondenza delle voci indicate in parcella a quelle previste dalla tariffa, esso non avvalora in alcun modo i criteri assunti dal professionista per individuare il valore della controversia e determinarne l’importanza. La parcella dell’avvocato costituisce una dichiarazione unilaterale assistita da una presunzione di veridicità, in quanto l’iscrizione all’albo del professionista è una garanzia della sua personalità; ciò tuttavia non lo esime, in caso di contestazione, dall’onere di provare l’effettiva esecuzione delle prestazioni e l’esborso delle spese indicate in parcella. Cass. 30 gennaio 1997, n. 932.

 

Qualora il diritto del professionista al compenso, fatto valere in via monitoria, venga contestato dal cliente, con opposizione alla ingiunzione, in relazione al requisito delle riconducibilità della attività espletata fra quelle alle quali il professionista medesimo è abilitato, incombe a carico di quest’ultimo, in quanto attore in senso sostanziale, di fornire la relativa prova. Cass. 25 maggio 1984, n. 3232.

 

In sede di opposizione al decreto ingiuntivo riguardante gli onorari di un professionista, spetta a quest’ultimo l’onere di dimostrare le proprie ragioni creditorie, riferite al conferimento dell’incarico e all’effettivo svolgimento delle prestazioni indicate nella parcella, dal momento che il creditore istante, anche se formalmente assume il ruolo di convenuto in opposizione, ha sostanzialmente la posizione di attore, dato che la situazione giuridica sostanziale prevale su quella formale del processo. Cass. 2 settembre 1978, n. 4018; conforme Cass. 7 novembre 1957, n. 4283.

 

Il professionista che ottenga decreto ingiuntivo per il pagamento del compenso inerente ad un determinato incarico, sostenendo che le somme ricevute dal cliente vanno imputate ad altre precedenti prestazioni, ha l’onere di provare l’effettuazione di quelle altre prestazioni, e la legittimità di detta imputazione, ove tali circostanze siano contestate dal cliente con l’opposizione avverso il decreto ingiuntivo. Cass. 28 dicembre 1976, n. 4737.

 

Qualora, nel giudizio di cognizione conseguente all’opposizione del cliente all’ingiunzione emessa in base alla parcella del notaio corredata del predetto parere, l’opponente contesti il numero degli accessi e l’ammontare delle spese, incombe al notaio l’onere di provare gli accessi effettuati e le spese sostenute nell’interesse del cliente. Cass. 18 febbraio 1969, n. 558.

 

 

3.2. Onere del debitore.

Al fine, inoltre, di determinare il suddetto onere probatorio a carico del professionista e di investire il giudice del potere - dovere di verificare la fondatezza della contestazione mossa dall’opponente, non è necessario che la contestazione abbia carattere specifico, essendo sufficiente anche una contestazione di carattere generico. Cass. 30 luglio 2004, n. 14556.

 

L’avvocato che abbia espletato l’incarico ricevuto dal proprio cliente non è tenuto al rendimento del conto con il connesso onere del cliente di contestare specificamente le singole voci esposte nella parcella, essendo sufficiente una contestazione anche generica dell’effettività delle prestazioni a far sorgere l’onere della prova a carico del creditore (attore in senso sostanziale) nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo emesso sulla base della parcella e del parere dell’ordine professionale. Cass. 16 agosto 1993, n. 8724.

 

Qualora il professionista forense abbia chiesto, per il pagamento di spese ed onorari in materia civile, decreto ingiuntivo contro il proprio cliente, a norma degli artt. 633 e ss. c.p.c., l’opposizione deve essere proposta con atto di citazione nel termine stabilito nel decreto stesso. L’opposizione proposta con ricorso non vale ad impedire il passaggio in giudicato del decreto, a meno che il ricorso stesso non venga notificato alla controparte, con il decreto del giudice, nel termine fissato per proporre opposizione, raggiungendo così gli stessi scopi della citazione. Cass. 22 maggio 1959, n. 1561.

 

 

3.3. Sindacato del giudice dell’opposizione.

In tema di onorari dovuti ad esercente la professione forense la mancanza del parere dell’ordine professionale (non necessario peraltro quando il compenso sia predeterminato sulla base di una tariffa obbligatoria quale quella riguardante i diritti di procuratore stabiliti ex lege in misura fissa) e della parcella contenente l’esposizione delle spese e dei diritti, secondo quanto dispone l’art. 636 c.p.c. ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo, può essere eventualmente rilevante sotto il solo profilo del regolamento delle spese processuali ma non impedisce al giudice nel giudizio di opposizione di valutare la fondatezza della pretesa creditoria sulla base di ogni elemento versato in atti. Cass. 12 febbraio 1998, n. 1505.

 

Il giudice, qualora siano contestate le pretese del professionista, deve accertare in base agli elementi probatori prodotti in giudizio se siano state o non eseguite le prestazioni per le quali il compenso è stato chiesto. Cass. 11 agosto 1997, n. 7476; Cass. 17 novembre 1977, n. 5032.

 

Il giudice deve valutare le prove raccolte per stabilire se le prestazioni siano state eseguite e rientrino nell’attività professionale dell’attore e quali siano le voci della tariffa, ed in quale misura, da applicare. Cass. 7 giugno 1972, n. 1765.

 

La mancata contestazione del valore della causa indicato in parcella non esime il giudice dall’obbligo di controllare, anche d’ufficio, l’esattezza di tale indicazione. Cass. 23 ottobre 1979, n. 5528.

Il giudice - mentre in sede di emissione di decreto ingiuntivo e vincolato, nei limiti della somma domandata, dal parere espresso dal consiglio dell’ordine forense competente - non è condizionato dal predetto parere in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, o quando la liquidazione e richiesta con le forme dell’ordinario giudizio di cognizione. Cass. 28 novembre 1978, n. 5610.

 

Il giudice può desumere elementi di convincimento, in ordine alla sussistenza delle prestazioni e quindi del credito del professionista, anche dalla parcella da quest’ultimo prodotta, corredata dal prescritto parere della competente associazione professionale, ove la parcella medesima non sia stata oggetto di specifiche contestazioni da parte dell’opponente. Cass. 22 ottobre 1975, n. 3498.

 

 

3.4. Natura della decisione.

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo per onorari ed altre spettanze dovuti dal cliente al proprio difensore per prestazioni giudiziali civili, al fine di individuare il regime impugnatorio del provvedimento - sentenza oppure ordinanza ex art. 30 della legge 13 giugno 1942, n. 794 - che ha deciso la controversia, assume rilevanza la forma adottata dal giudice, ove la stessa sia frutto di una consapevole scelta, che può essere anche implicita e desumibile dalle modalità con le quali si è in concreto svolto il relativo procedimento. (Nella specie, le Sez. Un. hanno cassato la sentenza della Corte territoriale che aveva dichiarato inammissibile il gravame avverso la sentenza emessa dal giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, per somme relative a prestazioni giudiziali civili, reputando che si trattasse, nella sostanza, di ordinanza inappellabile ai sensi dell’art. 30 della legge n. 794 del 1942, nonostante detta sentenza fosse stata emanata all’esito di un procedimento svoltosi completamente nelle forme di un ordinario procedimento civile contenzioso). Cass., Sez. Un., 11 gennaio 2011, n. 390.

 

Ai fini delle impugnazione esperibili, al principio della natura sostanziale del provvedimento si sostituiscono quelli dell’affidamento e della certezza, con la conseguenza che la qualificazione data dal giudice al provvedimento de quo, giusta o meno che sia, determina ipso facto anche il tipo di impugnazione legittimamente proponibile, senza che rilevi, in contrario, la circostanza per cui la qualificazione intervenga, nella specie, con un provvedimento ordinatorio diverso e precedente rispetto a quello da impugnare. Cass. 21 febbraio 2006, n. 3744.

 

Le decisioni sulle opposizioni a decreto ingiuntivo in materia di onorari professionali dovuti agli avvocati hanno valore di ordinanza, e come tali sono impugnabili solo a mezzo di ricorso «straordinario» per cassazione ex 111 Cost., solo nelle ipotesi in cui sia controverso soltanto il quantum del compensi dovuti al professionista, mentre hanno valore di sentenza, e come tali sono appellabili, qualora nell’opposizione si facciano valere anche altre ragioni di merito (quali, come nella specie, il difetto di legittimazione passiva). Cass. 29 marzo 2005, n. 6578; conforme Cass. 7 luglio 1978, n. 3402.

 

In tema di onorari e di diritti di avvocato, ancorché il difensore si sia avvalso dell’ordinario procedimento per ingiunzione ex artt. 633 e ss. c.p.c., l’opposizione avverso il provvedimento di liquidazione deve svolgersi secondo lo speciale procedimento previsto dagli artt. 29 e 30 della legge 13 giugno 1942, n. 794, dovendosi riconoscere alla decisione conclusiva, anche se adottata nella forma della sentenza, natura sostanziale di ordinanza, sottratta all’appello ed impugnabile solo con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. Tale principio non può, tuttavia, trovare applicazione quando la controversia non involga unicamente la misura del compenso dovuto all’avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile, ma siano contestati i presupposti stessi del diritto del patrono al compenso, potendo, in tal caso, la sentenza pronunciata all’esito del giudizio di opposizione essere impugnata soltanto con l’appello. Nondimeno, qualora, come nella specie, l’ordinanza - sentenza in discorso sia stata pronunciata dal giudice di pace secondo equità - tale dovendosi sempre considerare, a norma dell’art. 113 c.c., la decisione delle cause il cui valore è inferiore a due milioni di lire, ancorché dell’equità il giudice di pace. (come nella specie) non abbia fatto menzione - essa è impugnabile solo con ricorso per cassazione. Cass. 7 agosto 2002, n. 11882.

 

Tale provvedimento conclusivo non muta la sua natura giuridica di ordinanza non impugnabile anche quando la decisione sia stata emessa in forma di sentenza senza l’adozione del rito camerale, poiché l’inosservanza delle disposizioni che regolano la disciplina di questo procedimento non determina la nullità della decisione, non essendo in alcun modo prevista tale sanzione, avuto riguardo all’applicazione del principio generale di tassatività delle nullità ricavabile dall’art. 156 del codice di rito. Cass. 7 febbraio 2007, n. 2623; conforme Cass. 14 dicembre 1967, n. 2961, Cass., Sez. Un., 15 gennaio 1968, n. 79.

 

Salvo che la contestazione involga i presupposti stessi del diritto del patrono al compenso per prestazioni giudiziali in materia civile, e non già la sola misura di questo (ipotesi nella quale, invece, la sentenza pronunciata all’esito del giudizio di opposizione può essere impugnata soltanto con l’appello). Né sussistono, nella descritta disciplina, che prevede una deroga al principio del doppio grado di giurisdizione, profili di illegittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 34, secondo comma, Cost., avuto riguardo al fatto che la Corte Costituzionale, con le sentenze n. 22 del 1973 e n. 238 del 1976, ha già dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 28, 29 e 30 della citata legge n. 794 del 1942, in riferimento ai medesimi parametri, sul rilievo che la non impugnabilità del provvedimento conclusivo del procedimento per la liquidazione delle prestazioni giudiziali in materia civile rese dagli avvocati è stata razionalmente intesa negli stretti limiti della non appellabilità del medesimo provvedimento in quanto emanato nell’ambito della materia della liquidazione, e che detto regime, pur escludendo il doppio grado di cognizione di merito - peraltro non riconosciuto dalla Costituzione quale necessaria garanzia del diritto di difesa - assicura comunque il valido esercizio di tale diritto attraverso la esperibilità del ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 3 agosto 2000, n. 10190, conforme Cass. 15 marzo 2010, n. 6225.

 

Se in un procedimento per la liquidazione del compenso per le prestazioni professionali di avvocato e di procuratore, l’ingiunto oppone in compensazione un credito né liquido né esigibile, i limiti di applicabilità dello speciale procedimento, previsto dagli artt. 29 e 30 legge 23 giugno 1942, n. 794, risultano superati e la decisione la quale abbia dichiarato la compensazione o, comunque, siasi pronunciata su di essa, ha natura di sentenza impugnabile colle forme ordinarie dell’appello. Cass. 17 giugno 1966, n. 1557.



 
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