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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 645 cod. proc. civile: Opposizione

L’opposizione si propone davanti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto, con atto di citazione notificato al ricorrente nei luoghi di cui all’art. 638. Contemporaneamente l’ufficiale giudiziario deve notificare avviso dell’opposizione al cancelliere affinché ne prenda nota sull’originale del decreto.
In seguito all’opposizione il giudizio si svolge secondo le norme del procedimento ordinario davanti al giudice adito. L’anticipazione di cui all’articolo 163-bis, terzo comma, deve essere disposta fissando l’udienza per la comparizione delle parti non oltre trenta giorni dalla scadenza del termine minimo a comparire.


Giurisprudenza annotata

Opposizione.

 

 

  1. Natura del giudizio; 1.1. Normale procedimento di cognizione. Potere-dovere del giudice; 2. Questioni di giurisdizione e competenza; 2.1. Giurisdizione; 2.2. Competenza funzionale ed inderogabile: declaratoria di incompetenza e regolamento di competenza; 2.3. Competenza per connessione tra domande: separazione delle cause; 2.3.1. Cumulo di domande per valore; 2.3.2. Domande riconvenzionali; 2.4. Litispendenza e continenza tra cause pendenti tra giudici diversi; 2.5. Rapporti di pregiudizialità tra cause pendenti tra giudici diversi; 2.6. Riunione tra cause pendenti davanti allo stesso giudice; 2.7. Successione di leggi in materia di competenza; 3. Notifica e termini di proponibilità e di costituzione; 3.1. Notificazione dell’opposizione; 3.2. Termini di proponibilità dell’opposizione; 3.3. Termini della costituzione; 4. Domanda e legittimazione attiva; 4.1. Legittimazione e procura 4.2. Domande riconvenzionali, domande nuove, chiamata di terzo; 5. Comparsa di costituzione, copia notificata del decreto e legittimazione passiva; 5.1. Legittimazione e procura; 5.2. Domande riconvenzionali; 5.3. Deposito della copia notificata del decreto; 6. Onere probatorio e prove; 7. Ordinanze ex artt. 186-bis e 186-ter; 7.1. Ordinanza ex art. 186-bis; 7.2. Ordinanza ex art. 186-ter; 8. Opposizioni in materia di lavoro; 8.1. Competenza; 8.2. Domanda; 8.3. Prove; 9. Ipotesi particolari: opposizione alle spese di lite e fallimento; 9.1. Opposizione alle spese di lite; 9.2. Fallimento; 10. Questioni di costituzionalità.

 

 

  1. Natura del giudizio.

 

 

1.1. Normale procedimento di cognizione. Potere-dovere del giudice.

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice deve accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dall’ingiungente opposto e delle eccezioni e difese dell’opponente e non già stabilire se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa, salvo che ai fini esecutivi o per le spese della fase monitoria; pertanto, la eventuale insussistenza delle condizioni per l’emissione del decreto ingiuntivo (tranne che per ragioni di competenza) non può essere d’ostacolo al giudizio di merito che s’instaura con l’opposizione. Ne consegue che l’accertata nullità delle clausole concernenti la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista non travolge l’intero credito azionato dalla banca in via monitoria, bensì la sola parte di esso riguardante gli interessi così calcolati, imponendo al giudice di provvedere ad un nuovo calcolo degli interessi dovuti. Cass. 8 marzo 2012 n. 3649.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudicante ha l’obbligo di pronunciarsi sul merito della domanda sulla base delle prove offerte dal creditore, non potendo decidere la controversia alla luce del solo materiale probatorio prodotto al momento della richiesta di ingiunzione. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che, senza decidere sui mezzi istruttori richiesti dall’opposto, aveva accolto l’opposizione reputando insufficienti gli elementi di prova posti a fondamento del decreto ingiuntivo). Cass. 16 maggio 2007, n. 11302.

 

L’opposizione al decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario, autonomo giudizio di cognizione, che, sovrapponendosi allo speciale e sommario procedimento monitorio (artt. 633 e 644 ss. c.p.c.), si svolge nel contraddittorio delle parti secondo le norme del procedimento ordinario (art. 645 c.p.c.). Ne consegue che il giudice dell’opposizione, anche quando si tratti di giudice di pace, è investito del potere-dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione (nonché sulle eccezioni e l’eventuale domanda riconvenzionale dell’opponente) ancorché il decreto ingiuntivo sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio e non può limitarsi ad accertare e dichiarare la nullità del decreto emesso all’esito dello stesso. Ne consegue altresì che non può avere alcuna rilevanza, per la validità della pronuncia, né che il giudice non ne dichiari la nullità e non lo revochi, né che non motivi sul punto. Cass. 19 gennaio 2007, n. 1184.

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario ed autonomo giudizio di cognizione, con la conseguenza che il giudice dell’opposizione, ove opponente ed opposto siano i titolari del rapporto dedotto in giudizio, per partecipazione alla sua costituzione ovvero per successione alle parti originarie, è investito del potere - dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione e sulle eccezioni proposte ex adverso, ancorché il decreto ingiuntivo sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio, e non può, quindi, limitarsi ad accertare e dichiarare la nullità del decreto stesso. Cass. 31 maggio 2006, n. 13001.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, in cui il giudice deve, non già stabilire se l’ingiunzione fu emessa legittimamente in relazione alle condizioni previste dalla legge per l’emanazione del provvedimento monitorio, ma accertare il fondamento della pretesa fatta valere con il ricorso per ingiunzione e, se il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura monitoria che non importino l’insussistenza del diritto fatto valere con tale procedura. Invece, l’insussistenza delle condizioni che legittimano l’emanazione del procedimento monitorio può spiegare rilevanza soltanto sul regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. 12 gennaio 2006, n. 419.

 

Nel sistema delineato dal codice di procedura civile, il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si atteggia come un procedimento il cui oggetto non è ristretto alla verifica delle condizioni di ammissibilità e di validità del decreto stesso, ma si estende all’accertamento, con riferimento alla situazione di fatto esistente al momento della pronuncia della sentenza, dei fatti costitutivi del diritto in contestazione a nulla rilevando, al fine di trasformare il giudizio in una mera verifica dei requisiti formali, che l’opposto, costituendosi nel giudizio di opposizione, chieda solo la conferma del decreto ingiunti vo. Cass. 12 agosto 2004, n. 15702.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario e autonomo giudizio di cognizione, esteso, come tale, non solo all’esame delle condizioni di ammissibilità e validità del procedimento monitorio, ma anche alla fondatezza della domanda del creditore in base a tutti gli elementi di prova addotti da quest’ultimo e contrastati dall’ingiunto. Ne consegue che, qualora il giudice riconosca (come nella specie) fondata solo parzialmente un’eccezione di prescrizione formulata dall’opponente, deve comunque revocare in toto il decreto opposto, statuendo in merito al pagamento degli importi residui del credito, poiché la relativa sentenza di condanna è destinata a sostituirsi, del tutto legittimamente, all’originario provvedimento monitorio, e poiché, ancora, nel giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione, l’attore opposto può, altrettanto legittimamente, ridurre l’originario petitum senza che ciò costituisca domanda nuova, né in primo grado né in appello. Cass. 6 agosto 2004, n. 15186.

 

Con l’opposizione a decreto ingiuntivo si instaura un normale procedimento di cognizione, nel quale il creditore opposto può produrre nuove prove ad integrazione di quelle già offerte nella fase monitoria ed il giudice non valuta soltanto la sussistenza delle condizioni e della prova documentale necessarie per l’emanazione della ingiunzione, ma la fondatezza (e le prove relative) della pretesa creditoria nel suo complesso, con la conseguenza che l’accertamento dell’esistenza del credito travolge e supera le eventuali insufficienze probatorie riscontrabili nella fase monitoria. Cass. 24 maggio 2004, n. 9927.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, onde il giudice dell’opposizione è investito del potere-dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione, anche qualora il decreto sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio; ne consegue che, ove non si ponga un problema di spese della specifica fase monitoria, è irrilevante che il giudice dell’opposizione accerti se, sulla base della documentazione prodotta, il decreto poteva o meno essere emesso, dovendo perciò ritenersi inammissibile per carenza di interesse il ricorso per Cassazione che censuri su tale punto la sentenza di merito. Cass. lav., 24 giugno 2004, n. 11762; conforme Cass. 12 maggio 2003, n. 7188; Cass. 22 marzo 2001, n. 4121.

 

Posto che l’opposizione al decreto ingiuntivo non è un’impugnazione del decreto, volta a farne valere vizi ovvero originarie ragioni di invalidità, ma dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione di merito, teso all’accertamento dell’esistenza del diritto di credito azionato dal creditore con il ricorso ex artt. 633 e 638 c.p.c. - di tal che la sentenza che decide il giudizio deve accogliere la domanda dell’attore (il creditore istante), rigettando conseguentemente l’opposizione, quante volte abbia a riscontrare che i fatti costitutivi del diritto fatto valere in sede monitoria, pur se non sussistenti al momento della proposizione del ricorso o della emissione del decreto, sussistono tuttavia in quello successivo della decisione - l’opponente è privo di adeguato interesse a dolersi del fatto che la sentenza impugnata, nel rigettare l’opposizione, non abbia tenuto conto che difettava una delle condizioni originarie di ammissibilità del decreto ingiuntivo, quando tale condizione, in realtà, sia maturata immediatamente dopo, e comunque ben prima della definizione del giudizio di opposizione. (Nella specie, la doglianza del ricorrente era riferita alla circostanza che il decreto, con il quale gli era stato ingiunto di restituire alla banca recedente le somme ricevute a titolo di apertura di credito, fosse stato emesso prima della scadenza del termine dilatorio di quindici giorni previsto dall’art. 1845, secondo comma, c.c., e anche del termine, inferiore, negozialmente pattuito; nell’enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha così escluso l’incidenza del rilievo prospettato sulla sostanziale soccombenza dell’opponente, precisando che questi neppure aveva allegato, a sostegno del dedotto motivo di censura, uno specifico interesse con riguardo al regime delle spese, interesse in ogni caso non ravvisabile in relazione alla domanda di risarcimento dei danni per lite temeraria formulata nel corso del giudizio dal medesimo opponente). Cass. 22 aprile 2003, n. 6421.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione in cui il giudice non deve limitarsi a stabilire se l’ingiunzione fu emessa legittimamente in relazione alle condizioni previste dalla legge per l’emanazione del provvedimento monitorio, ma accertare il fondamento della pretesa fatta valere col ricorso per ingiunzione (pretesa che può essere dall’attore eventualmente ridotta nel giudizio di opposizione) e, ove il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura monitoria che non importino l’insussistenza del diritto fatto valere con tale procedura; l’eventuale mancanza delle condizioni che legittimano l’emanazione del provvedimento monitorio, come anche l’esistenza di eventuali vizi nella relativa procedura, può spiegare rilevanza soltanto sul regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. lav., 9 maggio 2002, n. 6663; conforme Cass. 18 aprile 2000, n. 4974; Cass. 27 settembre 1999, n. 10704; Cass. 2 settembre 1998, n. 8717.

 

La pronuncia di nullità del ricorso per decreto ingiuntivo (nonché del decreto stesso), una volta instauratosi il contraddittorio con la opposizione e la costituzione in giudizio degli opponenti (formalmente attori, ma sostanzialmente convenuti), va pur sempre collocata nel più vasto ambito dell’instaurato giudizio ordinario (ed autonomo) di cognizione, esteso, come tale, non solo all’esame della ammissibilità e validità del procedimento monitorio, ma anche (e comunque) della fondatezza della domanda di merito introdotta a seguito della rituale costituzione delle parti, con la conseguenza che il giudice adito, pur dichiarata la nullità del ricorso e del conseguente decreto ingiuntivo, è inderogabilmente chiamato ad una pronuncia sostanziale in ordine alla domanda di condanna ormai introdotta in seno al nuovo giudizio, ricorrendo, in caso contrario, gli estremi della fattispecie della omessa pronuncia, con conseguente annullamento con rinvio da parte della Suprema Corte allo stesso giudice per una nuova pronuncia di merito. Cass. 17 ottobre 1997, n. 10169.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, il (preteso) debitore opponente, assumendo la posizione di convenuto sostanziale, conserva ogni possibilità di difesa e può perciò provare di avere pagato, in tutto o in parte, il suo debito anche dopo l’emissione dell’ingiunzione, senza che l’esercizio di questa facoltà di difesa sia rinviato al processo esecutivo. Cass. lav., 12 ottobre 1979, n. 5348.

 

 

  1. Questioni di giurisdizione e competenza.

 

 

2.1. Giurisdizione.

Presupposto del processo di esecuzione civile è l’esistenza di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, senza che possano venire in considerazione profili cognitori per l’accertamento dell’esistenza di un’obbligazione, con la conseguenza che in punto di giurisdizione non si può profilare altro giudice competente sulla materia. Ne consegue che, in caso di decreto ingiuntivo emesso nei confronti di un’Ambasciata straniera in relazione a crediti di lavoro, la questione di giurisdizione può essere validamente eccepita o rilevata solo in sede di opposizione a decreto ingiuntivo e non anche nell’opposizione al precetto, nell’ambito della quale assumono rilievo soltanto le questioni attinenti al diritto della creditrice di procedere all’esecuzione forzata sulla base di un titolo formalmente valido ed in assenza di cause sopravvenute di inefficacia. (Nella specie, la corte territoriale, a fronte di una duplice opposizione, al decreto ingiuntivo e al precetto, aveva omesso di valutare la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiarata dal giudice di primo grado per tardività dell’opposizione ed aveva esaminato - scavalcando l’ordine logico-giuridico delle questioni - direttamente l’eccezione di giurisdizione; le Sez. Un., nel confermare l’inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo, con conseguente preclusione della questione di giurisdizione, ha cassato la decisione rimettendo le parti innanzi al giudice del rinvio per l’esame delle sole questioni oggetto dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.). Cass., Sez. Un.,27 luglio 2011, n. 16390.

 

Ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo rileva non tanto la prospettazione compiuta dalle parti, quanto il “petitum” sostanziale, che va identificato soprattutto in funzione della “causa petendi”, ossia dell’intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio; ne consegue che il giudizio di opposizione, promosso da un privato nei confronti di un Comune, avverso il decreto ingiuntivo emesso per l’esazione della sanzione sostitutiva della demolizione di porzioni di fabbricato edificato in parziale difformità rispetto ai titoli edilizi in precedenza rilasciati, è devoluto alla giurisdizione del giudice ordinario, in quanto tale giudizio non ha ad oggetto la valutazione del corretto uso del potere sanzionatorio da parte della P.A., bensì l’accertamento della sussistenza o meno del credito azionato. Cass., Sez. Un., 25 giugno 2010 n. 15323.

 

Con riguardo alla causa di opposizione a decreto ingiuntivo, avente ad oggetto l’adempimento di un accordo asseritamente intervenuto con l’amministrazione sull’ammontare del conguaglio del prezzo di cessione volontaria, a suo tempo stipulata nell’ambito di una procedura espropriativa, di tale questione, tenendo conto della comparsa di costituzione dell’opposto che ha precisato la domanda facendo valere una pretesa lato sensu diretta al conseguimento di un ristoro per la perdita della proprietà, va affermata la natura indennitaria, per la quale l’art. 34, comma 3, lett. b), D.Lgs. n. 80 del 1998 conferma la giurisdizione del giudice ordinario, pur se l’ammontare del ristoro espropriativo sia stato asseritamente oggetto di accordo. Cass., Sez. Un., 13 febbraio 2007, n. 3040.

 

Poiché, ai sensi dell’accordo internazionale di Washington concluso il 31 ottobre 1950 (recepito nello Stato italiano con la legge 9 gennaio 1951, n. 11), i privilegi e l’immunità dalla giurisdizione italiana sono accordati ai soggetti del vertice dell’organizzazione della F.A.O. e ai funzionari di concetto appositamente individuati dello stesso Ente internazionale con riferimento all’ambito della loro attività connessa con i poteri di supremazia della medesima Organizzazione e con i relativi fini istituzionali, il godimento in regime di locazione in Italia di un immobile da parte di un funzionario della F.A.O., per abitarlo o per destinarlo ad altro suo uso diretto, integra un fatto che si colloca al di fuori della suddetta attività istituzionale e funzionale della F.A.O. stessa, sicché per le controversie (di pagamento per morosità, nella specie) insorgenti dal relativo contratto di diritto privato deve affermarsi la giurisdizione del giudice italiano. Cass., Sez. Un., 1° giugno 2006, n. 13024.

 

In tema di riscossione delle somme dovute a titolo di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione delle norme sulla circolazione stradale, qualora l’autorità amministrativa rinunci all’esercizio dei propri poteri autoritativi e si rivolga al giudice al fine di ottenere un titolo giudiziale per la realizzazione del suo credito, invece di procedere direttamente alla emissione della cartella esattoriale, ai sensi dell’art. 27 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (che rinvia alla disciplina della riscossione in materia di imposte dirette), l’iniziativa non esclude la giurisdizione del giudice ordinario e non dà luogo ad alcuna indebita interferenza nella sfera di potere riservata alla P.A. nell’esercizio delle sue funzioni di amministrazione attiva, non essendo sindacabile la scelta dell’autorità amministrativa di avvalersi di strumenti privatistici per la realizzazione dei suoi fini. Cass., Sez. Un., 2 maggio 2006, n. 10067.

 

Il giudicato sulla giurisdizione può formarsi, oltre che a seguito della statuizione emessa dalle Sezioni Unite della S.C. in sede di regolamento preventivo di giurisdizione o di ricorso ordinario per motivi attinenti alla giurisdizione, ovvero per effetto di declaratoria espressa sulla giurisdizione data dal giudice di merito e non investita da specifica impugnazione, anche a seguito del passaggio in giudicato di una sentenza di merito che contenga il riconoscimento, sia pure implicito, della giurisdizione del giudice adito; pertanto, qualora sia stato emesso decreto ingiuntivo non opposto, deve ritenersi formato il giudicato quanto al rapporto creditorio, poiché in tal caso il decreto reca l’affermazione, almeno implicita, della giurisdizione del giudice ordinario sul rapporto, con conseguente inammissibilità, in caso di domande del creditore per il pagamento degli ulteriori interessi legali, del motivo di ricorso diretto a denunciare il difetto di giurisdizione di detto giudice. Cass., Sez. Un., 12 luglio 2005, n. 14546.

 

In sede di regolamento preventivo di giurisdizione, proposto in pendenza del giudizio d’opposizione avverso decreto ingiuntivo, deve escludersi la possibilità di dedurre l’irritualità della instaurazione di detto giudizio e l’esecutività del decreto opposto, trattandosi di questioni estranee alla giurisdizione e riservate al giudice cui spetta di conoscere del fondamento della domanda. Cass., Sez. Un., 6 luglio 2005, n. 14208; conforme Cass., Sez. Un., 11 aprile 1990, n. 3074.

Il regolamento preventivo di giurisdizione è esperibile in pendenza del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, non trovando ostacolo nell’emissione di quest’ultimo, atto processuale che, per effetto dell’opposizione, assume carattere provvisorio, non idoneo a contenere alcuna statuizione concernente la giurisdizione su cui possa formarsi il giudicato. Cass., Sez. Un., 14 gennaio 2005, n. 601; conforme Cass., Sez. Un., 25 ottobre 1996, n. 9336.

 

In relazione al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, non riguardano la giurisdizione, e non sono pertanto deducibili con istanza di regolamento preventivo, nè la questione attinente all’esperibilità del procedimento monitorio in causa soggetta al rito del lavoro, né la questione della devoluzione della controversia alla cognizione del giudice specializzato agrario, la quale investe un problema di competenza fra organi del medesimo ordine giurisdizionale. Cass., Sez. Un., 15 ottobre 1984, n. 5156.

 

L’esperibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, in pendenza del procedimento di opposizione avverso decreto ingiuntivo, non resta esclusa dall’emissione di tale decreto, che non costituisce decisione nel merito, ai sensi ed agli effetti dell’art. 41 c.p.c., né trova ostacolo, ove si sostenga che la controversia sia devoluta al giudice amministrativo, nella circostanza che questi manca del potere di revocare il decreto opposto, tenuto conto che tale provvedimento monitorio, in ipotesi di declaratoria del difetto di giurisdizione del giudice ordinario, viene travolto dalla caducazione dell’intera procedura, con la conseguente necessità di proporre ex novo il giudizio davanti al giudice munito di giurisdizione. Cass., Sez. Un., 16 maggio 1984, n. 2982.

 

La devoluzione alla cognizione del giudice amministrativo della controversia inerente alla legittimità del provvedimento del sindaco irrogativo di sanzione pecuniaria per opere edilizie abusive sia in forza dell’espressa previsione dell’art. 16 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, sia, prima dell’entrata in vigore di tale norma, in base ai principi generali sul riparto della giurisdizione, comporta, per il caso in cui l’autorità comunale abbia chiesto ed ottenuto, per il pagamento di detta sanzione, decreto ingiuntivo, ai sensi degli artt. 633 e ss. c.p.c., che nel giudizio di opposizione avverso il decreto, su deduzione di parte od anche d’ufficio, deve essere dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, anche per quanto riguarda la fase monitoria, con la conseguenza resta travolto il decreto opposto. Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2380.

 

 

2.2. Competenza funzionale ed inderogabile: declaratoria di incompetenza e regolamento di competenza.

Quando la domanda in via monitoria viene proposta con una qualificazione del rapporto idonea a giustificare la competenza di un giudice secondo criteri generali di valore e l’opponente a decreto ingiuntivo eccepisca che il rapporto ha una diversa qualificazione giustificativa della competenza per materia di un diverso giudice (nella specie, quello del lavoro ai sensi dell’art. 409, n. 3, c.p.c., in ragione della dedotta sussistenza di un rapporto di agenzia), poiché questa competenza costituisce l’eccezione rispetto alla regola, ad integrare la fondatezza dell’eccezione di competenza - in relazione al principio per cui le questioni di competenza vanno risolte in base ad una mera istruzione sommaria ai sensi dell’art. 38, terzo comma, c.p.c. -, è sufficiente che la eccepita qualificazione giustificativa non sia “prima facie” infondata sulla scorta di quanto emerge dagli atti o dalla stessa istruzione sommaria. Cass. 26 febbraio 2008, n. 4954.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo dinanzi al giudice di pace, poiché la competenza, attribuita dall'art. 645 cod. proc. civ. all'ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha carattere funzionale ed inderogabile, nel caso in cui l'opponente formuli domanda riconvenzionale eccedente i limiti di valore della competenza del giudice adito, questi è tenuto a separare le due cause, trattenendo quella relativa all'opposizione e rimettendo l'altra al tribunale, il quale, in difetto, qualora gli sia stata rimessa l'intera causa, può richiedere nei limiti temporali fissati dall'art. 38 cod. proc. civ. il regolamento di competenza ex art. 45 cod. proc. civ. Regola competenza d'ufficio

Cassazione civile sez. VI  12 gennaio 2015 n. 272

 

La dichiarazione di incompetenza del giudice che ha emanato il decreto ingiuntivo, pronunciata dallo stesso giudice funzionalmente competente ex art. 645 c.p.c., determina in ogni caso la caducazione del decreto, sicché l’eventuale riassunzione dinanzi al giudice competente non concerne la causa di opposizione, ormai definita, ma soltanto la causa relativa alla pretesa azionata dal creditore; ne consegue che, riformata in appello la sentenza di primo grado di rigetto dell’opposizione a decreto per incompetenza del giudice che aveva emesso il decreto, la mancata riassunzione della causa dinanzi al giudice competente non comporta il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ai sensi dell’art. 338 c.p.c., non configurandosi estinzione rispetto all’esito di definizione del giudizio di opposizione ad opera del giudice funzionalmente competente. (La S.C., in applicazione del principio soprariportato, ha confermato la sentenza d’appello, secondo la quale la dichiarazione di incompetenza del giudice che aveva emanato il decreto aveva eliminato il provvedimento monitorio, con la conseguenza che, estintosi il giudizio per mancata riassunzione, non era rimasta efficace alcuna sentenza di merito). Cass. lav., 21 maggio 2007, n. 11748.

 

L’art. 48 c.p.c., nel prevedere la sospensione dei processi in relazione ai quali è richiesto il regolamento di competenza al fine di impedire che la causa sia decisa da un giudice eventualmente incompetente, si riferisce unicamente a quei processi la cui decisione dipenda dalla risoluzione della questione di competenza dedotta con l’istanza di regolamento, per cui, ove sia stata proposta opposizione a decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, in virtù del quale sia stata iniziata l’espropriazione mobiliare in danno dell’ingiunto, la proposizione del regolamento di competenza avverso la sentenza, che abbia dichiarato l’incompetenza del giudice adito con l’opposizione all’ingiunzione, non produce l’automatico effetto sospensivo anche del procedimento esecutivo. In tal caso, infatti, non si realizza la condizione prevista dal citato art. 48 c.p.c. della contemporanea pendenza, dinanzi allo stesso o a diversi giudici, di due procedimenti di cognizione entrambi subordinati alla decisione della questione di competenza, considerato, altresì, che la sospensione del processo esecutivo, che non sia disposta dal giudice davanti al quale è impugnato il titolo esecutivo (art. 623 c.p.c.), può derivare solo in virtù di apposito provvedimento ex art. 624 c.p.c. del giudice dell’esecuzione. Cass. 31 marzo 2007, n. 8061.

 

L’adesione dell’opposto all’eccezione dell’opponente di incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo comporta, a norma dell’art. 38 c.p.c, che viene escluso ogni potere del giudice adito di decidere sulle competenza e conseguentemente di pronunciare sulle spese processuali relative alla fase svoltasi davanti a lui, dovendo provvedervi il giudice al quale è rimessa la causa. Tuttavia l’ordinanza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, prendendo atto dell’adesione dell’opposto all’eccezione, dispone la cancellazione della causa dal ruolo, deve contenere la revoca dell’ingiunzione, essendo a tal fine necessario un provvedimento espresso, e non implicito, che impedisca al decreto di produrre gli effetti provvisori di cui esso è capace in pendenza dell’opposizione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6106.

 

È ammissibile il regolamento di competenza avverso sentenza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiari la nullità del decreto opposto esclusivamente per incompetenza del giudice che lo ha emesso, atteso che essa integra una statuizione sulla competenza, e non una pronuncia sul merito, essendo la dichiarazione di nullità non solo conseguente, ma anche necessaria rispetto alla declaratoria di incompetenza; e ciò anche nel caso in cui la sentenza contenga condanna alla restituzione di quanto percepito dal ricorrente in forza del decreto ingiuntivo dichiarato provvisoriamente esecutivo, essendo anche tale statuizione conseguenza necessitata della dichiarazione di nullità del decreto opposto e, quindi, della statuizione di incompetenza. Esula dalla speciale competenza in unico grado della corte di appello, ai sensi dell’art. 19 della legge n. 865 del 1971, la domanda di pagamento di un’indennità di espropriazione che sia già stata determinata in via definitiva dalla competente autorità e rispetto alla quale vi sia stata accettazione implicita da parte dell’espropriato, per mancata impugnazione, o addirittura accettazione esplicita, anche nel caso in cui non sia stato adottato nel termine previsto il decreto di esproprio, atteso che in tali casi non si tratta di pervenire alla definizione giudiziale della giusta indennità per l’espropriazione, ma unicamente di stabilire la sussistenza o meno del diritto dell’espropriato alla corresponsione della somma definitivamente determinata dall’organo competente e accettata dall’espropriato, salvo poi stabilire il titolo di attribuzione della somma stessa in mancanza del decreto di esproprio. (Nella fattispecie la S.C. ha pertanto cassato, in sede di regolamento di competenza, la sentenza, di segno opposto, del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal presidente del tribunale, con la quale era stato annullato il decreto opposto per incompetenza del giudice che lo aveva emesso). Cass. 17 luglio 2006, n. 16193.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza ha carattere funzionale e inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, per cui rimane insensibile alle situazioni di connessione delineate dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., e dall’art. 40 in relazione alle cause in cui è competente il giudice di pace; pertanto, qualora dinanzi a quest’ultimo, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a spese condominiali l’opponente deduca di varie impugnato con separato giudizio promosso dinanzi al tribunale la delibera condominiale di approvazione e ripartizione degli oneri condominiali, il giudice di pace deve trattare e decidere la causa di opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 17 marzo 2006, n. 6054.

 

L’ordinanza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, senza dichiararlo nullo, prendendo atto dell’adesione dell’opposto all’eccezione dell’opponente di incompetenza territoriale del giudice che lo ha emesso, dispone la cancellazione della causa dal ruolo e rimette le parti dinanzi al giudice indicato dalle medesime, contiene, anche se implicita, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo in quanto emesso da giudice incompetente; di conseguenza, permanendo soltanto il giudizio di accertamento del credito a suo tempo monitoriamente azionato, trasmigrato al giudice ad quem, non sussiste il conflitto sollevato da quest’ultimo, a norma dell’art. 45 c.p.c., sul presupposto della propria incompetenza funzionale, in base al rilievo del mancato annullamento del decreto da parte del primo giudice. Cass. 20 maggio 2005, n. 10687; conforme Cass. 1° dicembre 1995, n. 12423.

 

Qualora il Conciliatore abbia dichiarato, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di una somma di danaro, la propria incompetenza per valore, il Pretore, al quale la causa è stata rimessa, non può richiedere d’ufficio il regolamento di competenza d’ufficio - che se proposto va dichiarato inammissibile - perché il provvedimento non integra una pronuncia declinatoria della competenza funzionale attribuita dall’art. 645 c.p.c., con riguardo soltanto all’accertamento delle condizioni per l’azione d’ingiunzione, ancorché manchi un’espressa dichiarazione di nullità del decreto opposto (da ritenersi implicita conseguenza della dichiarazione d’incompetenza a conoscere della causa di merito), né - trattandosi di pagamento di somme di denaro, non rientranti nella competenza per materia stabilita dall’art. 7, comma 2, c.p.c. per le cause vertenti sulle modalità d’uso dei servizi condominiali - una pronuncia implicita declinatoria di tale competenza per materia, e dovendo altresì escludersi che possa rilevare, ai fini di qualificare come funzionale ed inderogabile la sua competenza, il potere attribuito allo stesso conciliatore di decidere secondo equità osservando i principi regolatori della materia. (art. 113 c.p.c.). Cass., Sez. Un., 21 dicembre 1992, n. 13567.

 

La sentenza con cui in sede di opposizione a decreto ingiuntivo si dichiari l’incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto non comporta la declinatoria della competenza funzionale a decidere sull’opposizione, ma contiene, anche se implicitamente, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo, in quanto tale declaratoria è conseguenza necessaria e inscindibile dalla pronuncia di incompetenza del giudice che lo ha emesso; di conseguenza ciò che trasmigra al giudice ad quem non è propriamente la causa di opposizione, ma una causa che si svolge secondo il rito ordinario, sulla base della previsione dell’articolo 645 c.p.c. Pertanto, la riassunzione tempestiva della causa davanti al giudice dichiarato competente non consente a quest’ultimo di richiedere d’ufficio, a norma dell’articolo 45 c.p.c., il regolamento di competenza inderogabile di cui all’articolo 28 del codice di procedura civile. Cass. 11 luglio 2006, n. 15694.

 

La sentenza con cui il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiara l’incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto, non comporta la declinatoria della competenza funzionale ed inderogabile di quest’ultimo a decidere sulla opposizione ma contiene, ancorché implicita, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo, sicché la tempestiva riassunzione del giudizio dinanzi al giudice dichiarato competente non può essere riferita alla causa di opposizione al decreto, che ormai non esiste più, ma costituisce un nuovo atto di impulso di un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto la medesima domanda proposta con il ricorso in sede monitoria. Ne consegue che la mancata tempestiva riassunzione della causa determina l’estinzione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, con conseguente definitiva efficacia esecutiva di quest’ultimo, soltanto se la pronuncia con cui il giudice dell’opposizione dichiari la propria incompetenza non contenga (o anzi escluda) una contestuale pronuncia (sia pure implicita) di revoca o di nullità del decreto opposto. Cass. 9 novembre 2004, n. 21297.

 

Allorché il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ravvisi che il decreto sia stato emesso da un giudice incompetente per valore, deve adottare, nell’esercizio della sua competenza funzionale di giudice dell’opposizione, la consequenziale pronuncia di invalidità del decreto, e rimettere al tribunale, competente per valore, la causa ordinaria avente ad oggetto le domande cumulate originariamente proposte dal creditore con l’atto introduttivo della procedura per ingiunzione, onde consentire la traslatio judicii attraverso la tempestiva riassunzione ex art. 50 c.p.c. In materia di emissione ed opposizione a decreto ingiuntivo, la dichiarazione di contenimento del valore della domanda nei limiti di competenza del giudice adito può essere validamente formulata solo nel ricorso per decreto ingiuntivo, e, ove formulata nella successiva comparsa di risposta dell’ingiungente - opposto, essa può efficacemente contrastare l’eccezione di incompetenza per valore del giudice che ha emesso il decreto sollevata dalla controparte solo se da essa possa desumersi la rinuncia al decreto ingiuntivo emesso, in quanto affetto da nullità per essere stato emesso da giudice incompetente per valore, con i conseguenti effetti circa le spese della fase monitoria, e con l’instaurazione ex novo di un ordinario giudizio di cognizione. Cass. 14 luglio 2003, n. 10981.

 

In tema di opposizione al decreto ingiuntivo, qualora l’opponente deduca l’illegittimità del provvedimento per ragioni d’incompetenza per valore o per territorio del giudice che l’ha emesso, oltre che per ragioni di merito attinenti all’esistenza, attualità ed entità del credito fatto valere in sede monitoria, la sentenza del giudice della opposizione che, accogliendo la stessa sotto il primo degli anzidetti profili, rimetta le parti davanti al giudice ritenuto competente a conoscere la domanda nel merito integra una pronunzia sulla sola competenza, impugnabile esclusivamente con istanza di regolamento di competenza. Cass. 4 aprile 2003, n. 5310; conforme Cass. 26 marzo 2003, n. 4478.

 

La predetta ordinanza non viola la competenza funzionale del giudice dell’opposizione a decidere sul decreto, perché essendo questo ormai invalido, dinanzi al giudice competente è riassunto un ordinario giudizio di cognizione sul credito posto a fondamento del ricorso per ingiunzione. Cass. 15 dicembre 1999, n. 14075.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’art. 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha emesso il decreto. Ne consegue che qualora tale giudice ritenga che la controversia introdotta con l’opposizione esuli dalla propria competenza per materia (nella specie, quella del giudice di pace per le cause relative alla misura e alle modalità d’uso dei servizi condominiali), non può rimettere la causa davanti al giudice superiore dichiarandosi incompetente, in quanto la questione di competenza così formulata non ha alcuna incidenza sulle valutazioni, di merito, circa la legittimità del decreto ingiuntivo opposto, ivi compresa la questione relativa alla eventuale incompetenza del giudice che ha emesso il decreto, con la conseguente dichiarazione di nullità del provvedimento monitorio, pronuncia questa costituente pur sempre esercizio, e non diniego, della competenza funzionale e inderogabile del giudice dell’opposizione. Cass. 21 gennaio 2003, n. 861; conforme Cass. 11 luglio 2006, n. 15720.

 

In caso di regolamento di competenza avverso la sentenza che, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, rigetta l’eccezione di incompetenza per essere la causa devoluta alla cognizione arbitrale, la declaratoria da parte della Corte di Cassazione della competenza del collegio arbitrale rende suscettibile di revoca l’ingiunzione da parte del giudice innanzi al quale pende il giudizio d’opposizione. Cass. 11 luglio 2006, n. 15720; conforme Cass. 25 agosto 1997, n. 7990.

 

 

2.3. Competenza per connessione tra domande: separazione delle cause.

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza ha carattere funzionale e inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, per cui rimane insensibile alle situazioni di connessione delineate dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., e dall’art. 40 in relazione alle cause in cui, come nel caso di specie, è competente il giudice di pace; ne consegue che, se al giudice di pace vengono proposte contestualmente una opposizione a decreto ingiuntivo ed una questione pregiudiziale che supera la sua competenza per valore, chiedendosene la decisione con efficacia di giudicato, è corretta la decisione del giudice di pace che rimetta al giudice dotato di competenza per valore più elevata solo la parte della controversia relativa alla decisione sulla questione pregiudiziale. Cass. 23 maggio 2003, n. 8165; conforme Cass. 7 maggio 2001, n. 6351; Cass. 23 aprile 2001, n. 5970.

 

 

2.3.1. Cumulo di domande per valore.

L’unicità dell’atto, con cui può validamente proporsi opposizione a più decreti ingiuntivi, non influenza la competenza per valore, che neppure è modificata dalla riunione dei procedimenti ai sensi dell’art. 273 c.p.c., né è idonea a spostare la competenza funzionale del giudice che ha emesso i decreti ingiuntivi a conoscere delle opposizioni. Nel caso, poi, di opposizione con unico atto a più decreti ingiuntivi emessi dal giudice di pace, al fine di accertare - nel regime anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006 - quale sia il mezzo di impugnazione esperibile avverso la sentenza con cui detto giudice abbia deciso l’opposizione, se, cioè, questa debba considerarsi pronunciata secondo equità ovvero secondo diritto, il valore della causa va determinato ai sensi dell’art. 10, secondo comma, c.p.c. (Nella specie, con unico atto era stata proposta opposizione a dodici decreti ingiuntivi - la cui somma ammontava complessivamente ad euro 11.430,93 -, emessi dal giudice di pace in favore dello stesso creditore e nei confronti dello stesso debitore; la S.C., sulla scorta dell’enunciato principio, ha ritenuto che la conclusiva sentenza del giudice di pace dovesse essere impugnata con atto di appello e non con ricorso per cassazione). Cass. 20 novembre 2009, n. 24539.

 

La competenza per l’opposizione a decreto ingiuntivo, attribuita dall’art. 645 c.p.c. all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto in conseguenza della qualificazione del giudizio di opposizione come giudizio di impugnazione e della normale inderogabilità della competenza per le impugnazioni, ha carattere funzionale ed inderogabile e non subisce modificazioni neppure per effetto di connessione c.d. impropria, all’esito della riunione di due o più cause di opposizione a distinti decreti ingiuntivi pronunziati dallo stesso giudice contro il medesimo soggetto, ancorché il cumulo delle domande ecceda la competenza per valore del giudice adito. Ne consegue che il giudice superiore cui sia stata rimessa l’intera causa ben può chiedere il regolamento di competenza a norma dell’art. 45 c.p.c., giacché la declaratoria di incompetenza per valore del primo giudice comporta implicitamente la soluzione in senso negativo della questione relativa alla propria competenza funzionale ed inderogabile, determinando così i presupposti di un conflitto virtuale negativo di competenza. Cass. 18 maggio 2005, n. 10374; conforme Cass. 28 marzo 2000, n. 3730; Cass. 18 febbraio 2000, n. 1828; Cass. 27 novembre 1999, n. 13281.

 

In tema di compensi professionali forensi, tenuto conto che, ai sensi del secondo comma dell’art. 6 del d.m. n. 585 del 1994, nella liquidazione degli onorari a carico del cliente può aversi riguardo al valore effettivo della controversia quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile, il giudice di merito deve verificare in concreto l’attività difensiva che il legale ha dovuto apprestare in relazione alle peculiarità del caso specifico in modo da stabilire se, al fine di determinare le competenze dovute al legale, l’importo oggetto della domanda possa costituire un parametro di riferimento idoneo ovvero se lo stesso si riveli del tutto inadeguato rispetto all’effettivo valore della causa. Pertanto, qualora sia accolta l’opposizione proposta ai sensi dell’art. 645 c.p.c., l’onorario dovuto al difensore del creditore che aveva chiesto il decreto ingiuntivo opposto deve essere determinato ponendo riferimento, in relazione al valore della controversia, alla domanda originaria, non potendo, allo scopo, operare il cumulo con la domanda successivamente proposta dall’opposto in sede di costituzione nel giudizio di opposizione. Cass. 31 maggio 2010 n. 13229.

 

 

2.3.2. Domande riconvenzionali.

La competenza dell’ufficio giudiziario, al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, a conoscere della relativa opposizione ha carattere funzionale, e, pertanto, inderogabile, con la conseguenza che, qualora nel giudizio di opposizione sia proposta domanda riconvenzionale rientrante nella competenza per valore di un altro giudice, il giudice dell’opposizione non può rimettere tutta la causa al giudice superiore, ma deve rimettere solo quella relativa alla domanda riconvenzionale, trattenendo quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo. Peraltro, nella ipotesi in cui il decreto ingiuntivo sia stato emesso dal giudice conciliatore, il quale, investito della cognizione del giudizio di opposizione allo stesso, nonché di domanda riconvenzionale esorbitante dalla propria competenza per valore, abbia, erroneamente, rimesso l’intera vicenda processuale al tribunale, che abbia sollevato conflitto di competenza, la sopravvenuta legge n. 374 del 1991, istitutiva del giudice di pace, che, all’art. 39, ha soppresso l’ufficio del conciliatore, esclude che in alcun caso il giudice competente funzionalmente per l’opposizione possa essere identificato nello stesso conciliatore, non essendo configurabile, in detta ipotesi, quella pendenza del procedimento che, ai sensi delle disposizioni transitorie della citata legge (artt. 43 e 44), giustifica la persistenza, in via transitoria, della sua competenza, e ciò in quanto, con il precedente provvedimento di declaratoria di incompetenza, si è concluso il procedimento già instaurato davanti a quel giudice (nella specie la Suprema Corte ha dichiarato la competenza sulla controversia di opposizione a decreto ingiuntivo del giudice di pace dello stesso comune sede del soppresso ufficio del conciliatore, contro la cui decisione era stato elevato il conflitto di competenza d’ufficio). Cass. 9 marzo 2005, n. 5163.

 

La competenza per l’opposizione a decreto ingiuntivo, attribuita dall’art. 645 c.p.c. all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha carattere funzionale ed inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, sicché essa non può subire modificazioni neppure per una situazione di connessione, senza che rilevi in contrario la eliminazione della regola della rilevabilità d’ufficio delle competenze cosiddette forti in ogni stato e grado. Ne consegue che, nel caso in cui, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, sia proposta dall’opponente domanda riconvenzionale eccedente i limiti di valore della competenza del predetto giudice, questi è tenuto a separare le due cause, trattenendo quella relativa alla opposizione e rimettendo l’altra al giudice superiore, e che, in difetto, il giudice superiore cui sia stata rimessa l’intera causa può richiedere, nei limiti temporali fissati dall’art. 38 c.p.c., il regolamento di competenza ex art. 45 c.p.c. Cass. 20 settembre 2006, n. 20324; conforme Cass. 21 novembre 2006, n. 24743; Cass. 2 febbraio 2004, n. 1812; Cass. 17 giugno 2002, n. 8702; Cass. 4 marzo 2002, n. 3107; Cass. 12 febbraio 2002, n. 2011; Cass., Sez. Un., 18 luglio 2001, n. 9769; Cass. 20 aprile 2001, n. 5911; Cass., Sez. Un., 8 ottobre 1992, n. 10985.

 

L’art. 645 c.p.c., disponendo che l’opposizione a decreto ingiuntivo deve essere proposta dinanzi all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha stabilito riguardo all’opposizione posizione una competenza funzionale e non derogabile, neanche per ragioni di continenza o di connessione. Ne consegue che, qualora nel corso del giudizio di opposizione sia stata formulata una domanda nei confronti di un’Amministrazione dello Stato, domanda appartenente, ai sensi dell’art. 25 c.p.c., alla competenza territoriale inderogabile di altro giudice, quello dell’opposizione deve disporre la separazione delle cause, trattenendo il procedimento di opposizione e rimettendo quella domanda al giudice territorialmente competente, salva la successiva applicazione, da parte di quest’ultimo, dei principi in materia di sospensione dei processi. Cass. 7 luglio 2011, n. 15052; conforme Cass. 7 dicembre 2000, n. 15528.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo appartiene alla competenza funzionale e perciò inderogabile dello stesso Giudice che ha emesso il provvedimento (art. 645 c.p.c.) e, pertanto, ove l’opponente formuli domanda riconvenzionale eccedente la competenza per valore del Giudice dell’opposizione, questi deve separare le due cause, trattenendo quella di opposizione e rimettere l’altra al Giudice superiore, salvo sospendere la prima in attesa di definizione della seconda, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., ricorrendone i presupposti. Cass. 1° marzo 2000, n. 2251; conforme Cass. 14 febbraio 2000, n. 1625.

 

Quando nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo venga eccepito in compensazione un credito eccedente la competenza per valore del giudice adito, questi non può rimettere al giudice superiore tutta la causa, ma deve rimettergli solo la decisione relativa all’eccezione di compensazione e trattenere quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo, salva l’eventuale sospensione di quest’ultima causa a norma dell’art. 295 c.p.c. Cass. 25 febbraio 1999, n. 1640.

 

 

2.4. Litispendenza e continenza tra cause pendenti tra giudici diversi.

Il tema di opposizione a decreto ingiuntivo, il principio relativo all’inderogabilità e all’immodificabilità, anche per ragioni di litispendenza, continenza o connessione, della competenza funzionale - per l’opposizione - del giudice che ha emesso il provvedimento non é applicabile nel caso in cui nel giudizio di opposizione sia proposta dall’opponente domanda riconvenzionale relativa ad un rapporto giuridico diverso da quello cui si riferisce il procedimento monitorio e sia eccepita la litispendenza in relazione a tale domanda. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell’enunciato principio, ha confermato la decisione della corte di merito che, dichiarata la litispendenza in ordine alla domanda di risarcimento del danno da inadempimento, preventivamente proposta dinanzi ad altro tribunale e relativa a forniture diverse da quelle cui si riferiva il procedimento monitorio, aveva rigettato l’opposizione al decreto ingiuntivo). Cass. 22 aprile 2008, n. 10384.

 

La parte che eccepisce la litispendenza ha l’onere di dimostrare non solo l’esistenza, ma anche la persistenza, fino all’udienza di discussione, delle condizioni per l’applicabilità dell’art. 39 c.p.c. perché la questione deve essere decisa con riguardo alla situazione processuale esistente al momento della relativa pronuncia, e dunque avuto riguardo anche agli eventi processuali sopravvenuti. Tale principio trova applicazione anche qualora una delle cause sia stata introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo al quale abbia fatto seguito rituale opposizione. Cass. 29 settembre 2005, n. 19165.

 

Qualora in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente deduca in compensazione la sussistenza di un credito che superi l’ammontare del decreto e che sia stato già fatto oggetto di domanda nel corso di altro autonomo giudizio pendente presso un diverso giudice, non sussiste una questione pregiudiziale sulla quale deve decidere altro giudice e conseguentemente non ricorre una ipotesi di sospensione necessaria del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, bensì una ipotesi di litispendenza in cui il giudice dell’opposizione, ferma restando la sua competenza inderogabile per la causa di opposizione, deve pronunziarsi secondo quella che è la disciplina di cui all’art. 39 c.p.c. Cass. 27 febbraio 2004, n. 4020.

 

Nel caso in cui la parte nei cui confronti è stata chiesta l’emissione di decreto ingiuntivo abbia proposto domanda di accertamento negativo del credito davanti ad un diverso giudice prima che il ricorso ed il decreto ingiuntivo le siano stati notificati, se, in virtù del rapporto di continenza tra le due cause, quella di accertamento negativo si presti ad essere riunita a quella di opposizione, la continenza deve operare in questo senso, retroagendo gli effetti della pendenza della controversia introdotta con la domanda di ingiunzione al momento del deposito del relativo ricorso, sempre che la domanda monitoria sia stata formulata davanti a giudice che, alla data della presentazione, era competente a conoscerla. (Con l’affermazione di tale principio le Sezioni Unite hanno risolto il contrasto formatosi in seno alle sezioni semplici in ordine alla determinazione della prevenzione, rilevante ai fini della continenza, tra la domanda di condanna introdotta con il ricorso per decreto ingiuntivo davanti ad un determinato giudice, comunque competente, e quella, proposta successivamente al deposito del ricorso monitorio ma anteriormente alla sua notificazione, di accertamento negativo dello stesso credito dinanzi ad altro giudice). Cass., Sez. Un., 1° ottobre 2007, n. 20596.

Contra: Qualora alla data di notificazione di un decreto ingiuntivo sia pendente, davanti ad altro giudice, una diversa domanda la cui “causa petendi” sia (in tutto o in parte) identica a quella della domanda proposta nel procedimento monitorio, e nel cui “petitum” sia contenuto quello della domanda monitoria, il giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo è tenuto, con pronuncia esaustiva della sua competenza funzionale, a dichiarare la propria incompetenza, la nullità del decreto ingiuntivo e a rimettere la causa al primo giudice La S.C. ha affermato questo principio in una fattispecie in cui era stato incardinato fra le stesse parti prima un giudizio di opposizione al precetto fondato su vaglia cambiari e, successivamente, un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, davanti a diverso giudice, sulla base dei medesimi titoli di credito. Cass. 14 luglio 2011 n. 15532.

Conf.: In tema di procedimenti monitori che iniziano con ricorso depositato nella cancelleria del giudice competente, la pendenza della lite va determinata con riferimento alla notifica del ricorso e del conseguente decreto ingiuntivo, così come disposto dall’articolo 643 c.p.c., norma speciale e non soggetta a deroghe in base a principi di carattere generale. Cass. 3 ottobre 2007, n. 20759.

Al fine di determinare l’eventuale spostamento di competenza per continenza di una causa di opposizione a decreto ingiuntivo e di una controversia introdotta con rito ordinario, si deve fare riferimento alla data di instaurazione della lite secondo il criterio sopra indicato, ferma restando la competenza funzionale inderogabile del giudice che ha pronunciato il decreto a dichiararne la nullità. Cass. 2 febbraio 2006, n. 2319.

 

Il giudice al quale è proposta l’eccezione di continenza deve prima accertare quale sia la causa preventivamente adita (ponendo a raffronto, se una delle cause sia di opposizione a decreto ingiuntivo, la data di notificazione del ricorso e del decreto, atteso che questa determina la pendenza della lite), e poi verificare se il giudice preventivamente adito sia competente, per valore, materia e territorio, anche in relazione alla causa proposta successivamente. Cass. 15 febbraio 2001, n. 2214; conforme Cass. 29 ottobre 1998, n. 10784; Cass. 28 aprile 1981, n. 2588; Cass. 8 gennaio 1980, n. 121; Cass. 11 gennaio 1978, n. 94; Cass. 26 febbraio 1965, n. 314.

 

Qualora la causa in relazione alla quale è stato emesso il decreto ingiuntivo sia in rapporto di continenza con altra causa pendente davanti ad altro giudice preventivamente adito in sede di cognizione ordinaria, il giudice dell’opposizione, nell’esercizio della propria competenza funzionale ed inderogabile, deve dichiarare l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto e, conseguentemente, la nullità del medesimo, fissando un termine perentorio entro il quale le parti debbono riassumere la causa davanti al primo giudice. Cass. 16 giugno 2011, n. 13287.

 

Il giudice dell’opposizione deve dichiarare la competenza del giudice preventivamente adito e disporre il trasferimento innanzi a questo non della causa di opposizione al decreto, ma della causa ordinaria di pagamento. Cass. 21 gennaio 2003, n. 854; conforme Cass. 11 ottobre 2002, n. 14563; Cass., Sez. Un., 23 luglio 2001, n. 10011; Cass. 7 dicembre 2000, n. 15525; Cass. 21 novembre 2000, n. 15020.

 

Qualora davanti al giudice di pace, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a spese condominiali, l’opponente deduca di aver impugnato con separato giudizio promosso davanti al tribunale della stessa città la delibera condominiale con cui era stata deliberata e ripartita la spesa per oneri condominiali, il giudice di pace deve trattenere e decidere la causa di opposizione a decreto ingiuntivo, in relazione alla quale sussiste la competenza funzionale e inderogabile del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, che prevale sulle ragioni di connessione previste dagli artt. 36 e 40 c.p.c. Cass. 17 settembre 2004, n. 18824.

 

Sussiste continenza di cause, ai sensi dell’art. 39, comma secondo, c.p.c., tra la domanda del venditore in via monitoria di condanna del compratore al pagamento del prezzo e quella preventivamente proposta in via ordinaria davanti ad un diverso giudice avente ad oggetto la domanda del compratore di risoluzione del contratto di compravendita e di risarcimento dei danni scaturendo le opposte domande dal medesimo rapporto contrattuale. Pertanto la competenza a decidere su entrambe le cause va accertata secondo il criterio della prevenzione rimanendo affidato al giudice della causa d’opposizione a decreto ingiuntivo il compito di valutare gli effetti su tale procedimento del rapporto di continenza. (Nel caso di specie la Corte ha cassato la sentenza con cui il tribunale di Como, preventivamente adito nella causa di risoluzione per inadempimento proposta dal compratore, aveva declinato la propria competenza in favore del giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo chiesto dal venditore, sul presupposto che detta competenza è funzionale e, perciò, inderogabile). Cass. 19 aprile 2001,n. 5837.

 

Il giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo non può sospendere il giudizio dinanzi a sé ai sensi dell’art. 295 c.p.c. fino alla definizione della causa ordinaria preventivamente instaurata, ma nell’esercizio della sua competenza funzionale deve dichiarare la nullità del decreto ingiuntivo per incompetenza del giudice che lo ha emesso e fissare un termine per la riassunzione della causa davanti al giudice preventivamente adito. Cass. 4 dicembre 1999, n. 13547.

 

Il giudice di appello sull’opposizione ad un decreto ingiuntivo non può dichiarare la nullità del provvedimento monitorio, omessa dal giudice di primo grado, per incompetenza originaria di detto giudice, avendolo emesso dopo la notifica della citazione per altra causa, dinanzi ad un giudice diverso, connessa a quella inerente al credito oggetto dell’ingiunzione, innanzi tutto perché la competenza funzionale ed inderogabile del giudice che ha emesso il decreto a decidere sull’opposizione osta all’applicabilità dell’art. 39, secondo comma, c.p.c., non potendo questo giudizio trasmigrare al giudice della causa anteriormente pendente; in secondo luogo perché la continenza non sussiste se le cause connesse pendono in grado diverso. Qualora poi la causa preventivamente instaurata sia stata definita in primo grado con sentenza ancora impugnabile, è per altro verso da escludere la continenza perché, fintantoché detta sentenza non è impugnata, manca la contemporanea pendenza di due giudizi su cause connesse. Cass. 13 novembre 2000, n. 14703.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo, che è disciplinata come procedimento d’impugnazione davanti allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento, è devoluta alla cognizione di questi in via funzionale ed inderogabile. Pertanto, ove sussista rapporto di continenza con altra causa pendente davanti a giudice diverso, il giudice dell’opposizione non può rimetterla a detto giudice, ma deve deciderla, salva la sospensione prevista dall’art. 295 c.p.c., se ne ricorrano i presupposti. Cass., Sez. Un., 8 ottobre 1992, n. 10985; conforme Cass. 26 novembre 1999, n. 13204.

 

 

2.5. Rapporti di pregiudizialità tra cause pendenti tra giudici diversi.

La sospensione necessaria del processo ex art. 295 c.p.c., nell’ipotesi di giudizio promosso per il riconoscimento di diritti derivanti da titolo, ricorre quando in un diverso giudizio tra le stesse parti si controverta dell’inesistenza o della nullità assoluta del titolo stesso, poiché al giudicato d’accertamento della nullità - la quale impedisce all’atto di produrre ab origine qualunque effetto, sia pure interinale - si potrebbe contrapporre un distinto giudicato, di accoglimento della pretesa basata su quel medesimo titolo, contrastante con il primo. Detto principio di inesecutività del titolo impugnato a seguito di allegazione della sua originaria invalidità assoluta è derogato, nella disciplina del condominio, da un sistema normativo che mira all’immediata esecutività del titolo, pur in pendenza di controversia, a tutela di interessi generali ritenuti prevalenti e meritevoli d’autonoma considerazione, sicché il giudice non ha il potere di disporre la sospensione della causa di opposizione a decreto ingiuntivo, ottenuto ai sensi dell’art. 63 disp. att. c.c., in relazione alla pendenza del giudizio in cui sia stata impugnata la relativa delibera condominiale, restando riservato al giudice dell’impugnazione il potere di sospendere ex art. 1137, comma secondo, c.c. l’esecuzione della delibera. Non osta a tale disciplina derogatoria il possibile contrasto di giudicati in caso di rigetto dell’opposizione all’ingiunzione e di accoglimento dell’impugnativa della delibera, poiché le conseguenze possono essere superate in sede esecutiva, facendo valere la sopravvenuta inefficacia del provvedimento monitorio, ovvero in sede ordinaria mediante azione di ripetizione dell’indebito. Cass., Sez. Un., 27 febbraio 2007, n. 4421.

 

Tra il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di oneri condominiali e la controversia avente ad oggetto l’impugnazione della delibera assembleare posta a sostegno della ingiunzione non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità necessaria, tale da giustificare la sospensione del procedimento di opposizione ai sensi dell’art. 295 c.p.c., tenuto conto, da un lato, che il diritto di credito del condominio alla corresponsione delle quote di spesa per il godimento delle cose e dei servizi comuni non sorge con la delibera assembleare che ne approva il riparto, ma inerisce alla gestione dei beni e servizi comuni, sicché l’eventuale venir meno della delibera per invalidità, se implica la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo, non comporta anche l’insussistenza del diritto del condominio di pretendere la contribuzione alle spese per i beni e servizi comuni di fatto erogati; e considerato dall’altro, che l’eventuale contrasto tra giudicati che potrebbe, in ipotesi, verificarsi in seguito al rigetto della opposizione ed all’accoglimento della impugnativa delle delibera, potrebbe essere superato in sede esecutiva, facendo valere la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo come conseguenza della dichiarata invalidità della delibera. Cass. 7 ottobre 2005, n. 19519.

L’opposizione proposta dal singolo condomino avverso il decreto ingiuntivo ottenuto dall’amministratore per il pagamento degli oneri condominiali deliberati dall’assemblea può avere ad oggetto la sussistenza del debito e la documentazione posta a fondamento dell’ingiunzione, ovvero il verbale della delibera assembleare, ma non anche la validità della stessa, che può venire contestata in via separata con l’impugnazione di cui all’art. 1137 c.c., dal momento che l’attualità del debito non è subordinata alla validità della delibera, ma solo alla sua perdurante efficacia. Cass. 24 agosto 2005, n. 17206.

 

Non sussiste né continenza. (art. 39 comma 2 c.p.c.) né pregiudizialità necessaria (art. 295 c.p.c.) tra la causa di opposizione a decreto ingiuntivo, ottenuto ai sensi dell’art. 63 disp. att. c.c., e quella preventivamente instaurata innanzi ad altro giudice impugnando la relativa delibera condominiale; presupposto del provvedimento monitorio è, infatti, l’efficacia esecutiva della delibera condominiale ed oggetto del giudizio innanzi al giudice dell’opposizione è il pagamento delle spese dovute da ciascun condomino sulla base della ripartizione approvata con la medesima, obbligatoria ed esecutiva finché non sospesa dal giudice dell’impugnazione, mentre oggetto del giudizio d’impugnazione è la validità di detta delibera. Cass. 17 maggio 2002, n. 7261; conforme Cass. 7 luglio 1999, n. 7073.

Contra parz.: In tema di competenza ed in ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di somme dovute a titolo di oneri condominiali, la questione avente ad oggetto l’accertamento della validità o meno della delibera assembleare, dalla quale scaturisce la pretesa del condominio, costituisce causa pregiudiziale, da decidersi con efficacia di giudicato, in quanto destinata a produrre conseguenze giuridiche, oltre il rapporto controverso, rispetto ad altri rapporti e ad altri soggetti. Ne consegue che il giudice di pace adito in sede monitoria, pur funzionalmente competente a decidere sulla relativa opposizione, qualora si deduca la invalidità della delibera assembleare posta a base della pretesa pecuniaria, non può compiere incidenter tantum l’accertamento richiesto e, se non ritiene di dover separare le cause e sospendere il processo ex art. 295 c.p.c., deve soffermarsi solo all’accertamento dell’efficacia esecutiva della delibera, poiché la condanna al pagamento contenuta nel decreto ingiuntivo è condizionata non alla validità della delibera assembleare, ma perdurare della sua efficacia. Cass. 17 gennaio 2003, n. 629.

 

Nei giudizi per opposizione a decreto ingiuntivo non può operare, in caso di continenza di cause, il principio della prevenzione di cui all’art. 39, comma secondo, c.p.c., poiché deve ritenersi prevalente la competenza funzionale del giudice adito, con la conseguenza che quest’ultimo può soltanto provvedere - nei casi in cui ravvisi una ipotesi di pregiudizialità del giudizio pendente dinanzi ad altro giudice - ai sensi dell’art. 295 del codice di rito, sospendendo il giudizio di opposizione in attesa della definizione del procedimento pregiudiziale. Cass. 7 dicembre 2000, n. 15525; conforme Cass. 13 dicembre 1999, n. 13950.

 

 

2.6. Riunione tra cause pendenti davanti allo stesso giudice.

Il principio secondo cui, nell’ipotesi di richiesta ad un ufficio giudiziario di un decreto ingiuntivo e di conseguente emissione del decreto, in pendenza di un giudizio di accertamento negativo del credito oggetto del ricorso monitorio, non sussiste né relazione di litispendenza né relazione di continenza fra i due procedimenti, ma, difettando il presupposto della diversità dei giudici e dovendo i procedimenti reputarsi pendenti innanzi allo stesso ufficio, si determina - una volta proposta l’opposizione - soltanto l’esigenza della loro riunione ai sensi degli artt. 273 e 274 c.p.c., deve ritenersi applicabile anche nel caso in cui un giudice delegato fallimentare emetta un decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 150 della l. fall. in pendenza, avanti al tribunale cui egli appartiene, di un giudizio di accertamento negativo in ordine al credito oggetto dell’ingiunzione. Ciò, perché anche in tal caso il giudice delegato rappresenta soltanto un’articolazione del tribunale e, mancando il presupposto della diversità del giudice, non può configurarsi una sua competenza diversa ed autonoma rispetto al quella del tribunale. Cass. 14 settembre 1999, n. 9803.

 

La circostanza che un decreto ingiuntivo, emesso dal Presidente di un tribunale e successivamente opposto, riguardi un credito, il quale sia già stato azionato dal creditore avanti allo stesso tribunale, mediante proposizione di domanda riconvenzionale in un processo di cognizione ordinaria, iniziato dal debitore con azione di accertamento negativo del credito stesso, non comporta l’invalidità del decreto, poiché fra quel processo ed il successivo processo di opposizione a decreto ingiuntivo non sussiste né un rapporto di litispendenza, né un rapporto di continenza, difettando il presupposto della pendenza avanti a giudici diversi, e sussiste, invece, una situazione che rende applicabile la disciplina della riunione ex artt. 273 e 274 c.p.c. (nell’enunciare il principio, la Suprema Corte ha ritenuto che correttamente il tribunale in primo grado, decidendo sui due giudizi riuniti, nel rigettare l’opposizione a decreto ingiuntivo, avesse ritenuto assorbita dal riconoscimento della pretesa creditoria fatta valere con il ricorso per decreto ingiuntivo, la domanda riconvenzionale, omettendo di pronunciare su di essa). Cass. 5 marzo 1999, n. 1876.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo… è devoluta alla cognizione di questi in via funzionale ed inderogabile. Pertanto tale competenza non può subire eccezione per ragioni di connessione impropria quando, a norma dell’art. 274 primo comma c.p.c., vengano riunite due cause di opposizione a distinti decreti ingiuntivi pronunziati dallo stesso giudice contro lo stesso soggetto, ancorché il cumulo delle domande ecceda la competenza per valore del giudice medesimo. Cass. 21 giugno 1996, n. 5737.

 

 

2.7. Successione di leggi in materia di competenza.

A seguito della entrata in vigore della legge 11 febbraio 1992, n. 127, istitutiva del tribunale di Nocera Inferiore, è cessata, per effetto della espressa previsione contenuta nell’art. 3 della citata legge, la competenza del tribunale di Salerno su tutti gli affari civili dinanzi ad esso pendenti e riconducibili al territorio ricompreso nella nuova circoscrizione (fatta eccezione per le cause già passate in decisione), con contemporanea sostituzione della competenza del nuovo tribunale sui medesimi affari, e conseguente deroga tanto al criterio generale dettato dall’art. 5 c.p.c. (a termini del quale la competenza si determina con riguardo alla legge vigente al momento della domanda, senza che abbiano rilevanza i successivi mutamenti di essa), quanto alla regola, fissata dall’art. 645 c.p.c., relativa alla competenza funzionale a conoscere dell’opposizione a decreto ingiuntivo da parte dello stesso ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto; ne consegue che, con la data di inizio di funzionamento del neoistituito tribunale di Nocera Inferiore, questo ufficio giudiziario è competente a conoscere l’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo emesso dal presidente del tribunale di Salerno, ove l’affare ricada nel territorio della nuova circoscrizione. Né tale esito - conseguente ad esigenze di riordino e di riorganizzazione del servizio giudiziario - comporta distoglimento alcuno dal giudice naturale precostituito per legge, atteso che il principio di cui all’art. 25 Cost. non impone una immutabilità assoluta dei regimi di competenza già maturatisi in relazione alla singola fattispecie, ma è volto a garantire che nessuna variazione abbia a determinarsi in ragione di provvedimenti particolari strettamente connessi, o comunque strumentalmente preordinati, alla singola controversia. Cass. 6 giugno 2002, n. 8240.

 

La competenza dell’ufficio giudiziario, al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, a conoscere della relativa opposizione ha carattere funzionale, e, pertanto, inderogabile, con la conseguenza che, qualora nel giudizio di opposizione sia proposta domanda riconvenzionale rientrante nella competenza per valore di un altro giudice, il giudice dell’opposizione non può rimettere tutta la causa al giudice superiore, ma deve rimettere solo quella relativa alla domanda riconvenzionale, trattenendo quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo. Peraltro, nella ipotesi in cui il decreto ingiuntivo sia stato emesso dal giudice conciliatore, il quale, investito della cognizione del giudizio di opposizione allo stesso, nonché di domanda riconvenzionale esorbitante dalla propria competenza per valore, abbia, erroneamente, rimesso l’intera vicenda processuale al tribunale, che abbia sollevato conflitto di competenza, la sopravvenuta legge n. 374 del 1991, istitutiva del giudice di pace, che, all’art. 39, ha soppresso l’ufficio del conciliatore, esclude che in alcun caso il giudice competente funzionalmente per l’opposizione possa essere identificato nello stesso conciliatore, non essendo configurabile, in detta ipotesi, quella pendenza del procedimento che, ai sensi delle disposizioni transitorie della citata legge (artt. 43 e 44) giustifica la persistenza, in via transitoria, della sua competenza, e ciò in quanto, con il precedente provvedimento di declaratoria di incompetenza, si è concluso il procedimento già instaurato davanti a quel giudice. Cass. 28 giugno 2000, n. 8814.

 

Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla legge 16 giugno 1998, n. 188, ha soppresso l’ufficio del pretore con effetto dal 2 giugno 1999 fatta salva l’attività necessaria per l’esaurimento degli affari pendenti trasferendo le relative competenze al tribunale ordinario in difetto di diversa disposizione ed ha mantenuto in funzione in via transitoria l’organo abolito per la definizione dei procedimenti pendenti che proseguono con l’applicazione delle norme anteriormente vigenti (art. 42) e ha devoluto in particolare al tribunale nella materia civile tutte le cause precedentemente di competenza del pretore (artt. 49 e 50) attribuendogli anche la trattazione e la definizione di quelle in corso (art. 132) con la sola eccezione dei casi in cui già siano state comunque ritenute in decisione (art. 133) Pertanto, va individuato nel tribunale il giudice davanti al quale debbono proseguire per le la decisione sia la causa di opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal pretore, sia la causa riconvenzionale sollevata dall’opponente in detto giudizio. Cass. 18 febbraio 2000, n. 1826.

 

 

  1. Notifica e termini di proponibilità e di costituzione.

 

3.1. Notificazione dell’opposizione.

Alla controversia che, pur riguardando un rapporto compreso tra quelli indicati dall’art. 409 o dall’art. 442 c.p.c., erroneamente non sia stata trattata con il rito del lavoro, sono comunque applicabili le regole ordinarie in ordine ai termini per la proposizione dell’impugnazione, atteso che il rito adottato dal giudice assume una funzione enunciativa della natura della stessa, indipendentemente dall’esattezza della relativa valutazione e costituisce per le parti criterio di riferimento (Nella specie, in applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha affermato che, correttamente, la Corte territoriale aveva ritenuto la ritualità dell’opposizione, proposta con atto di citazione depositato oltre il quarantesimo giorno, in quanto il decreto ingiuntivo era stato emesso, seppur erroneamente, trattandosi di crediti di lavoro maturati a titolo di compenso per l’attività di amministratore unico di società, dal Presidente del Tribunale e non dal giudice del lavoro). Cass. lav., 9 novembre 2010, n. 22738.

 

Pur essendo il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo assimilabile ad un giudizio di impugnazione, ciò tuttavia non comporta che allo stesso sia analogicamente applicabile l’art. 330 c.p.c. il quale - consentendo la notificazione dell’impugnazione collettivamente ed impersonalmente agli eredi della parte defunta - presuppone la previa notifica della sentenza ad opera di quest’ultima; ne consegue che in tal caso l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo deve essere notificato al creditore opposto, presso il domicilio eletto in sede monitoria, ove l’ingiunto non abbia avuto notizia del decesso al momento della notificazione del decreto, oppure personalmente agli eredi, presso la residenza o il domicilio di ciascuno. Cass. 11 agosto 2011, n. 17205.

 

La data in cui deve ritenersi compiuta la notificazione per mezzo del servizio postale è quella della ricezione del plico da parte del destinatario, e il solo documento che fa piena prova tanto di questa circostanza, quanto della persona a mani della quale la consegna è avvenuta è l’avviso di ricevimento; di conseguenza, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, incombe all’opposto che eccepisca la tardività dell’opposizione rispetto alla data della notificazione del decreto ingiuntivo avvenuta per mezzo del servizio postale l’onere di produrre tale documento. Cass. 19 maggio 2006, n. 11798.

 

A norma dell’art. 645, primo comma, c.p.c., l’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo deve essere notificato dall’opponente al ricorrente «nei luoghi di cui all’art. 638» e, quindi, innanzitutto, presso il procuratore indicato nel ricorso, la cui indicazione appunto equivale ad elezione di domicilio presso di lui, ovvero, (solo) quando il ricorso per ingiunzione sia stato proposto personalmente dal creditore, nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto, dove ha sede il giudice adito, mentre, se nel ricorso manca l’indicazione del procuratore ed anche (nei casi in cui è ammessa la costituzione di persona) la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio, la notificazione può essere fatta al ricorrente presso la cancelleria del giudice che ha pronunciato il decreto (art. 638 comma 2 c.p.c.), ciò che non esclude per l’opponente, sempre (e solo) nelle ipotesi da ultimo indicate, la facoltà di notificare l’opposizione, ai sensi dell’art. 139 c.p.c., nella residenza o nel domicilio reale del creditore. Cass. 12 maggio 2011, n. 10446; conforme Cass. 18 settembre 2003, n. 13739.

La notificazione dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo a più parti presso un unico difensore eseguita mediante la consegna di una sola copia, nonostante la pluralità dei destinatari, non è inesistente ma affetta da nullità, che può essere sanata, con effetto ex tunc, dalla costituzione in giudizio di tutte la parti. Cass. 11 aprile 2002, n. 5198; conforme Cass. 21 aprile 2000, n. 5219.

 

 

3.2. Termini di proponibilità dell’opposizione.

Il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo può rilevare d’ufficio l’inammissibilità dell’opposizione per inosservanza del termine prescritto dall’art. 641 c.p.c., solo se dagli atti emerga con certezza la tardività dell’opposizione in riferimento sia al “dies a quo”, ossia alla data di notificazione del decreto, che al “dies ad quem”, ossia alla data della relativa opposizione, ma, qualora sia noto soltanto il “dies ad quem”, non può adottare analoga statuizione officiosa presumendo tale tardività in assenza di dati significativi e, segnatamente, addebitando all’opponente la mancata produzione della busta contenente il decreto notificato, in quanto recante la data di smistamento del plico presso l’ufficio postale, ma non anche quella di effettivo recapito al destinatario. Cass. 24 novembre 2011 n. 24858.

 

Nel termine stabilito dall’art. 641 c.p.c. per proporre l’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente deve eseguire soltanto la notificazione dell’atto di citazione all’opposto e non già provvedere anche all’iscrizione a ruolo della causa ed alla conseguente costituzione in giudizio. Cass. 4 ottobre 2010 n. 20585.

 

La tempestività della proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo deve essere determinata esclusivamente assumendo come “dies a quo” la data della notifica del provvedimento monitorio al debitore opponente, e nulla rilevando, ai fini del computo del termine perentorio, la solidarietà passiva con altri condebitori. Ne consegue che, atteso il carattere di autonomia che caratterizza l’obbligazione solidale, il debitore solidale non può avvalersi, ai fini della tempestività dell’opposizione, del diverso termine relativo al debitore principale al quale il decreto sia stato notificato in data successiva. Cass. 13 maggio 2008, n. 11867.

 

Poiché l’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’articolo 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha adottato il decreto, l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, davanti al quale ai sensi dell’articolo 316 c.p.c. la domanda si propone con citazione a comparire a udienza fissa, in materia esorbitante dalla sua competenza (nella specie locatizia, per il pagamento degli oneri accessori dell’immobile locato) deve essere proposta, per la dichiarazione della nullità del provvedimento monitorio, innanzi allo stesso giudice di pace con citazione e non mediante ricorso, previsto, in via generale, per la particolare materia trattata (art. 447-bis c.p.c.), la cui eventuale conversione in citazione, peraltro, è ammissibile, purché siano rispettati i termini per la notifica stabiliti dall’articolo 641 c.p.c. (notificazione del ricorso stesso alla controparte nel termine di giorni quaranta). Cass. 16 novembre 2007, n. 23813.

 

In caso di discordanza tra l’originale del decreto ingiuntivo e la copia notificata all’ingiunto, nel senso che il primo rechi l’indicazione di un termine ridotto ai sensi dell’art. 641, secondo comma, c.p.c., mentre la seconda contenga quella del termine ordinario, l’ingiunto ha diritto di proporre l’opposizione nel termine più ampio indicato nella copia notificatagli, corrispondente al tenore dell’ingiunzione da lui effettivamente ricevuta e dalla quale è dunque chiamato a difendersi, atteso che l’opposta conclusione contrasterebbe con il diritto di difesa dell’ingiunto, il quale sarebbe esposto alla dichiarazione di decadenza dall’opposizione senza poterla prevenire, non avendo conoscenza del termine ridotto e non essendo tenuto a conoscerlo visionando l’originale del decreto presso la cancelleria del giudice emittente (adempimento, questo, che non è previsto dalla legge ed aggraverebbe ingiustificatamente l’esercizio della difesa nel breve tempo a disposizione dell’intimato). Cass. 11 giugno 2007, n. 13671.

 

La improponibilità e/o inammissibilità dell’opposizione avverso il decreto ingiuntivo non osta a che l’opposizione stessa produca gli effetti di un ordinario atto di citazione (nel concorso dei necessari requisiti di legge) con riguardo alle domande che esso contenga, autonome e distinte rispetto alla richiesta di annullamento e revoca del decreto. Cass. 6 aprile 2006, n. 8083.

 

Nei casi di nullità della notificazione del decreto ingiuntivo è applicabile, sempre che ricorrano le altre condizioni previste dall’art. 650 c.p.c., il rimedio di cui a tale norma, restando invece applicabile quello di cui all’art. 644 soltanto nei casi di mancanza o di inesistenza della notificazione. Inoltre, sempre in ragione della ricomprensione dell’ipotesi della nullità della notificazione nella nozione di irregolarità di cui all’art. 650, deve escludersi che nel caso di nullità della notificazione sia esperibile l’opposizione di cui all’art. 645 c.p.c., con decorrenza del relativo termine dalla effettiva conoscenza del decreto (principi affermati dalle, Sez. Un., in relazione ad un caso di notificazione a P.A. non eseguita presso l’Avvocatura dello Stato). Cass., Sez. Un., 12 maggio 2005, n. 9938.

 

In materia di notifica degli atti giudiziari a mezzo del servizio postale, la scelta del destinatario di avvalersi per il ricevimento della posta del servizio di casella postale non comporta alcuna deroga alla disciplina generale posta dalla legge n. 890 del 1982, che prevede all’art. 7, come regola generale, la consegna del piego a mani proprie del destinatario e, in mancanza, che questi sia avvisato con le modalità previste dall’art. 8 (Corte cost. 346/1998), e, pertanto, non può assumere rilevanza nei confronti dei terzi, i quali hanno diritto di confidare nell’avvenuta notifica, una volta eseguite le normali operazioni di recapito postale previste dalla legge (Fattispecie relativa ad opposizione a decreto ingiuntivo proposta oltre il termine di legge decorrente dalla notifica del decreto secondo le modalità di cui agli artt. 7 e 8, l. n. 890/82). Cass. lav., 20 maggio 2005, n. 10657.

 

Alla stregua delle disposizioni degli artt. 641 e 645 c.p.c., il termine per proporre opposizione a decreto ingiuntivo è perentorio ed è determinato in via ordinaria in quaranta giorni decorrenti dalla notificazione del decreto. Cass. 12 luglio 2006, n. 15763.

 

Il prolungamento di detto termine a sessanta giorni ha carattere di eccezione alla regola generale, e si rende possibile solo in presenza di questi motivi i quali devono essere preventivamente indicati nel ricorso per decreto ingiuntivo. Cass. 26 maggio 2003, n. 8334.

Ove il decreto ingiuntivo pur riguardando un rapporto tra quelli indicati dall’art. 409 o dall’art. 442 c.p.c., sia stato emesso, anziché (prima dell’istituzione del giudice unico di primo grado) dal pretore in funzione di giudice del lavoro, dal presidente del tribunale, ai fini della relativa opposizione è applicabile il regime della sospensione dei termini nel periodo feriale, in conformità del principio secondo cui il rito adottato dal giudice assume una funzione enunciativa della controversia, indipendentemente dalla esattezza della relativa valutazione, e perciò detto rito costituisce per le parti criterio di riferimento anche ai fini del computo dei termini processuali, secondo il regime previsto dagli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742. Cass. 7 maggio 2002, n. 6523.

 

La sottrazione delle controversie di lavoro e di previdenza e assistenza obbligatoria alle norme sulla sospensione dei termini processuali nel periodo feriale - che, prevista dall’art. 3 della legge n. 742 del 1969, opera in ogni fase concernente il processo del lavoro, stante lo scopo sollecitatorio perseguito dal legislatore - rileva anche rispetto al termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo concernente crediti di lavoro, nonostante l’inapplicabilità al procedimento monitorio, prima dell’opposizione, del forme del rito del lavoro, data la prevalente rilevanza, ai fini in esame, della materia controversa. Cass., Sez. Un., 18 marzo 1999, n. 156; conforme Cass. lav., 1° marzo 1995, n. 2376.

 

La sospensione feriale dei termini processuali, disposta dall’art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, si applica a tutti i termini processuali, e, quindi, anche a quello previsto per la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 4 giugno 1997, n. 4987.

 

La sentenza che, in sede di opposizione, rileva l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, espressamente (o anche solo implicitamente) revocandolo, non comporta la declinatoria della competenza funzionale a decidere della opposizione ma pone termine (con la pronuncia di incompetenza e la conseguente revoca, per motivi processuali, del decreto ingiuntivo) al giudizio di opposizione, senza che la eventuale tempestiva riassunzione della causa dinnanzi al giudice dichiarato competente possa essere riferita al giudizio di opposizione, che appartiene alla competenza funzionale del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, al più riguardando la causa di merito per la domanda proposta dal creditore mediante il ricorso in sede monitoria, con la conseguenza che nel giudizio che segue alla riassunzione sono improponibili le questioni attinenti alla tempestività dell’opposizione, che essendo pregiudiziali alla questione di competenza, sono state sostanzialmente superate, anche solo implicitamente, con la sentenza di incompetenza. Cass. 19 agosto 1994, n. 7438.

 

 

3.3. Termini della costituzione.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione della norma di interpretazione autentica dell’art. 165, primo comma, c.p.c., dettata dall’art. 2 della legge 29 dicembre 2011, n. 218, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente si applica solo se questi abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis, primo comma, c.p.c. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha escluso che ricorressero i presupposti per l’eccepita improcedibilità dell’opposizione perchè iscritta a ruolo oltre il quinto giorno successivo alla notificazione dell’atto di opposizione, risultando dagli atti che l’opponente non aveva assegnato all’opposto un termine per comparire inferiore a quello stabilito dall’art. 163-bis, primo comma, c.p.c.). Cass. 16 febbraio 2012, n. 2242.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo la previsione della riduzione a metà dei termini a comparire, stabilita nell’art. 645, secondo comma, c.p.c., determina il dimezzamento automatico dei termini di comparizione dell’opposto e dei termini di costituzione dell’opponente, discendendo tale duplice automatismo della mera proposizione dell’opposizione con salvezza della facoltà dell’opposto, che si sia costituito nel termine dimidiato, di richiedere ai sensi dell’art. 163 bis terzo comma c.p.c., l’anticipazione della prima udienza di trattazione (ante L. 281/2011 di interpretazione autentica di art. 165 c.p.c.). Cass, Sez. Un., 9 settembre 2010, n. 19246.

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 645, secondo comma; 163-bis, secondo comma e 165 c.p.c., nella parte in cui prevedono che il termine di iscrizione a ruolo della causa di opposizione a decreto ingiuntivo decorra dal perfezionamento della notificazione dell’atto di opposizione (piuttosto che dalla consegna di esso all’ufficiale giudiziario), anche quando l’opponente abbia ottenuto la dimidiazione dei termini processuali ordinari (cfr. ord. Corte cost. n. 18 del 2008). Quest’ultima dipende, infatti, da una libera scelta dell’opponente, il quale di conseguenza non può dolersi di non aver potuto rispettare un termine che, pur assai ristretto, è stato egli stesso ad accettare: tale circostanza basta ad escludere qualsiasi contrasto sia col diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., sia col principio di parità dei litiganti sancito dall’art. 111 Cost. e dall’art. 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Cass. 3 luglio 2008, n. 18203.

 

Nel procedimento davanti al pretore, a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990 e fino alla soppressione di tale figura, il giudizio era disciplinato in base alle norme relative al procedimento innanzi al tribunale, in quanto applicabili, tra le quali rientra l’art. 645 c.p.c., in relazione all’art. 165 c.p.c., con la conseguenza che la costituzione in giudizio dell’opponente doveva avvenire entro dieci giorni dalla notifica dell’atto di citazione e non poteva avvenire, perciò, all’udienza di comparizione. Cass. 14 giugno 2007, n. 13911.

 

Nel giudizio d’opposizione a decreto ingiuntivo, la tardiva costituzione dell’opponente deve essere equiparata alla sua mancata costituzione e comporta, indipendentemente dalla circostanza che l’opposto si sia costituito nel suo termine, l’improcedibilità dell’opposizione. Al riguardo, deve escludersi che il termine per la costituzione dell’opponente di cui all’art. 165 c.p.c. decorra - allorché la notifica sia stata effettuata tramite ufficiale giudiziario - dal momento in cui quest’ultimo ha restituito alla parte istante l’originale dell’atto notificato. Corte cost. 23 giugno 2000, n. 239; conforme Cass. 8 marzo 2005, n. 5039.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., consegue automaticamente al fatto obiettivo della concessione all’opposto di un termine di comparizione inferiore a sessanta giorni, anche se determinata da errore. Cass. 4 settembre 2004, n. 17915; conforme Cass. 15 marzo 2001, n. 3752.

 

La riduzione dei termini di comparizione alla metà, prevista dall’art. 645, secondo comma, c.p.c. per il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ha carattere facoltativo, in quanto l’opponente può, anziché valersi di tale disposizione, assegnare al convenuto il termine ordinario di comparizione o anche uno maggiore. Pertanto solo nel caso in cui l’opponente si sia effettivamente avvalso di tale facoltà, anche i termini di costituzione sono automaticamente ridotti alla metà. Cass. 20 novembre 2002, n. 16332.

 

Anche nel caso di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo destinato a svolgersi innanzi al Giudice di pace, il potere di abbreviazione - fino alla metà - dei termini di comparizione, attribuito dal combinato disposto degli artt. 163-bis, comma secondo, e 318, secondo comma, c.p.c., è cumulabile con la già astratta ed autonoma riduzione legislativa dei termini prevista, in via generale, dall’art. 645 c.p.c. Cass. 7 luglio 1998, n. 6588; conforme Cass. 7 luglio 1998, n. 6576, Cass. 7 luglio 1998, n. 6577, Cass. 7 luglio 1998, n. 6578 e Cass. 7 luglio 1998, n. 6579; Cass. 18 luglio 2008, n. 19987.

 

Allorché l’opponente a decreto ingiuntivo abbia ottenuto dal presidente del tribunale il beneficio della dimidiazione dei termini, ai sensi dell’art. 163 bis, secondo comma, c.p.c., anche il termine per la costituzione in giudizio dell’opponente stesso - così come il termine di comparizione fissato all’opposto - va dimezzato due volte: una prima volta ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., ed una seconda volta ai sensi dell’art. 163 bis, secondo comma, c.p.c. Cass. 3 luglio 2008, n. 18203.

Il potere di abbreviazione fino alla metà dei termini di comparizione nelle cause che richiedono pronta spedizione, attribuito dall’art. 163-bis, comma secondo, c.p.c., è riferibile anche alle controversie d’opposizione a decreto ingiuntivo (ad eccezione delle controversie in opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro), nonostante per queste sia già prevista l’astratta ed autonoma riduzione legislativa di cui all’art. 645 c.p.c. Infatti, la contemporanea applicabilità dell’art. 645, comma secondo, e dell’art. 163-bis, secondo comma, c.p.c. è resa possibile dalla diversità di ragioni giustificatrici che sorreggono le due distinte riduzioni dei termini: la prima genericamente ed astrattamente riconnessa alla peculiarità della fattispecie processuale di opposizione alla ingiunzione, in cui entrambe le parti hanno già avuto modo di presentare i propri argomenti difensivi e non vi è più ragione di differire l’istruzione della causa, la seconda dipendente da concrete e specifiche ragioni di urgenza emergenti dalle peculiarità del caso e da valutarsi di volta in volta dal giudice. Cass. 28 aprile 1995, n. 4719.

 

 

  1. Domanda e legittimazione attiva.

L’improponibilità della domanda a causa della previsione d’una clausola compromissoria per arbitrato irrituale è rilevabile non già d’ufficio, ma solo su eccezione della parte interessata e, dunque, non osta alla richiesta ed alla conseguente emissione di un decreto ingiuntivo; tuttavia, è facoltà dell’intimato eccepire l’improponibilità della domanda dinanzi al giudice dell’opposizione ed ottenerne la relativa declaratoria. Cass. 4 marzo 2011, n. 5265.

Nel giudizio introdotto con opposizione a decreto ingiuntivo, la richiesta dell’opponente di ripetizione delle somme versate in forza della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto non è qualificabile come domanda nuova e deve ritenersi implicitamente contenuta nell’istanza di revoca del decreto stesso, così come formulata nell’atto di opposizione, costituendo essa solo un accessorio di tale istanza ed essendo il suo accoglimento necessaria conseguenza, ex art. 336 c.p.c., dell’eliminazione dalla realtà giuridica dell’atto solutorio posto in essere. Cass. 3 novembre 2009, n. 23260.

 

La scelta da parte del creditore del rito ordinario e delle forme del procedimento monitorio per la proposizione della domanda comporta che l’eventuale opposizione al decreto ingiuntivo vada a sua volta proposta nella medesima forma ordinaria, indipendentemente dalle eccezioni sollevate dall’opponente, le quali andranno delibate ai soli e diversi fini dell’ammissibilità e fondatezza dell’avversa domanda. (Fattispecie in tema di opposizione a decreto ingiuntivo ottenuto da lavoratore parasubordinato, spiegata con atto di citazione). Cass. lav. 14 dicembre 2007, n. 26372.

 

Poichè l’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’articolo 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha adottato il decreto, l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, davanti al quale ai sensi dell’articolo 316 c.p.c. la domanda si propone con citazione a comparire a udienza fissa, in materia esorbitante dalla sua competenza (nella specie locatizia, per il pagamento degli oneri accessori dell’immobile locato) deve essere proposta, per la dichiarazione della nullità del provvedimento monitorio, innanzi allo stesso giudice di pace con citazione e non mediante ricorso, previsto, in via generale, per la particolare materia trattata (art. 447 bis c.p.c.), la cui eventuale conversione in citazione, peraltro, è ammissibile, purchè siano rispettati i termini per la notifica stabiliti dall’articolo 641 c.p.c. (notificazione del ricorso stesso alla controparte nel termine di giorni quaranta). Cass. 16 novembre 2007, n. 23813.

 

Dal principio di economia processuale consegue l’ammissibilità di un unico atto di opposizione avverso più ingiunzioni emesse su ricorso del medesimo creditore nei confronti dello stesso debitore (principio affermato dalla S.C. in controversia concernente opposizione avverso due ingiunzioni emesse nei confronti del medesimo debitore, per omissioni contributive accertate in un solo verbale e relative agli stessi lavoratori). Cass. lav., 26 marzo 2007, n. 7294.

 

L’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo deve avere tutti i requisiti formali previsti dagli artt. 163 e 163-bis c.p.c., ma non quelli concernenti il contenuto del normale atto di citazione, previsti dal terzo comma n. 4 dell’art. 163 c.p.c., giacché sotto il profilo del contenuto è equiparabile ad una comparsa di risposta, di modo che deve presentare - salva l’eventualità che contenga una domanda riconvenzionale o una chiamata in causa - i requisiti di cui all’art. 167 c.p.c. (Sulla base di tale principio la S.C. ha ritenuto che correttamente il giudice di merito avesse escluso la nullità della citazione ai sensi dell’art. 164 comma 4 c.p.c.). Cass. 20 ottobre 2006, n. 22528.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente deve essere parificato, dal punto di vista formale, all’attore dell’ordinario giudizio di cognizione che introduca in thema decidendum che deve essere portato necessariamente a conoscenza della controparte e sul quale il giudice sia poi chiamato a pronunciarsi, con la conseguenza che ove sussista una nullità di notifica dell’atto introduttivo del giudizio di opposizione deve farsi applicazione dell’art. 291 c.p.c. ed ordinarsi per l’effetto alla parte opponente di provvedere alla notifica nelle forme di legge. (Nella specie la S.C. ha affermato che la notifica dell’atto di opposizione, proposto verbalmente davanti al Giudice di pace ai sensi dell’art. 316 c.p.c., doveva essere effettuata ai sensi degli artt. 638 e 645 c.p.c. nel domicilio eletto nel ricorso per decreto ingiuntivo e non nel domicilio reale della parte). Cass. 12 luglio 2000, n. 9233.

 

La scelta, da parte del creditore, del rito ordinario e delle forme del procedimento monitorio per la proposizione della domanda comporta che l’eventuale opposizione al decreto ingiuntivo vada, a sua volta, proposta nella medesima forma ordinaria, indipendentemente dalle eccezioni sollevate dall’opponente, le quali andranno delibate ai soli e diversi fini dell’ammissibilità e fondatezza dell’avversa domanda. (Nella fattispecie, il locatore aveva chiesto, con ricorso per decreto ingiuntivo al presidente del tribunale, il pagamento di canoni di locazione alla conduttrice ASL, che ha a sua volta proposto opposizione con citazione al decreto ingiuntivo: la corte di appello, con sentenza confermata sul punto dalla Corte di cassazione, ha ritenuto l’opposizione tempestiva perché proposta correttamente nella forma ordinaria). Cass. 11 luglio 2006, n. 15720.

 

A norma dell’art. 38, comma secondo, c.p.c., disposizione applicabile anche nel procedimento dinanzi al giudice di pace, la questione di competenza per territorio convenzionalmente derogabile deve essere eccepita a pena di decadenza nella prima difesa utile del giudizio di primo grado; nei procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo deve intendersi come prima difesa utile l’atto di opposizione che, in tali procedimenti, tiene luogo della comparsa di risposta nella procedura ordinaria. Cass. 27 maggio 1999, n. 5161.

 

 

4.1. Legittimazione e procura.

Quando un decreto ingiuntivo sia notificato a soggetto diverso dal debitore effettivo, ma che potrebbe essere considerato debitore a causa delle ambigue indicazioni contenute nel ricorso, questo è legittimato a proporre opposizione avverso l’ingiunzione giacché, non essendo più possibile la successiva esatta identificazione del soggetto destinatario della pretesa, il decreto ingiuntivo acquisterebbe autorità di cosa giudicata e qualità di titolo esecutivo ove non opposto dall’ingiunto, con conseguente incidenza pregiudizievole nella sfera giuridica sostanziale dell’intimato. Cass. 5 maggio 2011, n. 9911.

 

La procura alle liti conferita al difensore in calce alla copia notificata del decreto ingiuntivo (o dell’atto di citazione), anche se priva di data certa e dell’indicazione nominativa del difensore, deve ritenersi valida se l’atto di opposizione (o la comparsa di risposta) sia redatto dal medesimo avvocato che ha autenticato la sottoscrizione del rappresentato e se il documento che reca la procura sia depositato al momento della costituzione in giudizio. Cass. 5 maggio 2011, n. 9921.

 

Il decreto ingiuntivo pronunciato a carico di una società di persone estende i suoi effetti anche contro i soci illimitatamente responsabili, derivando dall’esistenza dell’obbligazione sociale necessariamente la responsabilità dei singoli soci e, quindi, ricorrendo una situazione non diversa da quella che, ai sensi dell’art. 477 c.p.c., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato e risolvendosi, altresì, l’imperfetta personalità giuridica della società di persone in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi solo dalla sussidiarietà, mentre la pienezza del potere di gestione in capo ad essi finisce con il far diventare dei soci i debiti della società; ciascun socio, pertanto, ha l’onere di proporre opposizione contro detto titolo, con la conseguenza che, in difetto, in ragione della conseguita definitività del provvedimento monitorio anche nei confronti del socio, questi non può più opporre l’eventuale prescrizione maturata in precedenza. Cass. 24 marzo 2011 n. 6734.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente ha la posizione processuale del convenuto; pertanto l’amministratore di condominio che proceda a tale opposizione non ha la necessità di essere autorizzato dall’assemblea condominiale, ai sensi dell’art. 1131, secondo comma, c.c. Cass. 24 maggio 2010, n. 12622.

 

In tema di legittimazione processuale, l’imprenditore, pur senza specificare la sua qualità, è legittimato ad opporsi ad un decreto ingiuntivo emesso nei confronti della relativa ditta, non avendo quest’ultima soggettività giuridica distinta ed identificandosi essa con il suo titolare sotto l’aspetto sia sostanziale che processuale. Cass. 19 aprile 2010, n. 9260.

 

L’autorizzazione necessaria perché un ente pubblico possa agire o resistere in giudizio, emessa dall’organo collegiale competente, e della quale l’organo rappresentante l’ente pubblico deve essere munito, attiene alla legitimatio ad processum, ossia all’efficacia e non alla validità della costituzione stessa, sicché essa può intervenire ed essere prodotta in causa anche dopo che sia scaduto il termine per l’impugnazione o per l’opposizione a decreto ingiuntivo, con efficacia convalidante dell’attività processuale svolta in precedenza, sempre che il giudice di merito non abbia già rilevato il difetto di legittimazione processuale, ossia l’irregolarità della costituzione del rappresentante dell’ente pubblico, traendone come conseguenza l’invalidità degli atti compiuti. Cass. 15 febbraio 2007, n. 3454.

 

Poiché l’opposizione a decreto ingiuntivo si propone con atto di citazione, trova al riguardo applicazione la disposizione di cui all’art. 125, secondo comma, c.p.c., secondo cui la procura può essere rilasciata successivamente alla notificazione dell’atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata, atteso che tale regola non opera soltanto nei procedimenti promossi con ricorso, in cui la costituzione coincide istituzionalmente con il deposito del ricorso medesimo. Cass. 30 gennaio 2007, n. 1899.

 

È inammissibile l’opposizione a decreto ingiuntivo, emesso nei confronti della regione, proposta dal direttore generale di azienda sanitaria locale quale commissario della gestione liquidatoria della preesistente unità sanitaria locale, atteso che la legittimazione all’opposizione spetta al soggetto destinatario dell’ingiunzione, e le gestioni liquidatorie (già gestioni stralcio) delle unità sanitarie locali sono - in quanto usufruiscono della soggettività dell’ente soppresso - soggetti giuridici diversi dalla regione. (principio affermato con riferimento ad USL della Regione Campania, sulla base del rilievo che la disciplina in materia di gestione liquidatoria delle USL stabilita da detta Regione, con l’art. 1 della l. reg. 2 settembre 1996, n. 22, coincide con quella nazionale di cui all’art. 6, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 e all’art. 2, comma 14, della legge 23 dicembre 1995, n. 549). Cass., Sez. Un., 8 luglio 2005, n. 14336.

 

Nel giudizio d’opposizione al decreto ingiuntivo le parti possono essere soltanto colui il quale ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta. Cass. 18 agosto 2004, n. 16069.

 

Nel giudizio di cognizione instaurato con opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale, ai fini della costituzione di un regolare contraddittorio, assume effettiva e sostanziale rilevanza la notifica dell’atto di opposizione, l’asserito vizio di notificazione del decreto ingiuntivo opposto, dedotto dal debitore ingiunto, non rileva sull’accertamento del credito azionato, se non limitatamente alla revoca dell’opposto decreto. Cass. lav., 12 aprile 2002, n. 5317

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Il decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto dal creditore contro più debitori solidali acquista autorità di giudicato sostanziale nei confronti dell’intimato che non proponga opposizione e la relativa efficacia resta insensibile all’eventuale accoglimento dell’opposizione avanzata da altro intimato; pertanto, nel giudizio di opposizione instaurato da uno degli intimati non può essere pronunciata condanna alle spese processuali del giudizio di opposizione, nei confronti del condebitore solidale che non abbia proposto opposizione. Cass. 20 maggio 2003, n. 7881.

 

Anche con riguardo ad opposizione a decreto ingiuntivo, l’originaria carenza di autorizzazione del sindaco a stare in giudizio in rappresentanza del comune, resa dal competente organo collegiale (per i Comuni della Sicilia, la giunta municipale, nelle materie di sua pertinenza, senza necessità di ratifica del consiglio), è sanata ex tunc dalla sopravvenienza dell’autorizzazione medesima in corso di causa, quindi pure dopo la scadenza del termine per detta opposizione, vertendosi in tema di condizione di efficacia, non di requisito di validità della costituzione in giudizio. Cass., Sez. Un., 26 aprile 1991, n. 4621.

 

Poiché nel giudizio d’opposizione al decreto ingiuntivo le parti possono essere soltanto colui il quale ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta, il soggetto indicato come rappresentante di una società nel decreto ingiuntivo emesso contro di questa, e che contesta di rivestire tale qualità, non può proporre opposizione iure proprio. Cass. 8 settembre 1997, n. 8731; conforme Cass. 19 luglio 1996, n. 6498.

 

È valida la procura al difensore rilasciata dall’opponente a decreto ingiuntivo in calce a tale provvedimento notificatogli e depositato all’atto della sua costituzione in giudizio, sì da poterne ritenere, implicitamente, l’anteriorità rispetto a tale momento. (art. 125 comma 2 c.p.c.). Cass. 23 dicembre 1997, n. 13006.

 

 

4.2. Domande riconvenzionali, domande nuove, chiamata di terzo.

Qualora, pertanto, nell’impugnare la sentenza di primo grado, l’opponente abbia fatto valere l’avvenuto pagamento della somma dovuta, tale deduzione, in quanto diretta ad ottenere il rigetto della domanda, costituisce un’eccezione in senso proprio, che, se non è stata precedentemente proposta, ha carattere di novità. A norma dell’art. 345 c.p.c., nel testo (applicabile ratione temporis) anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, tale eccezione è sempre proponibile con l’atto di citazione nel giudizio di appello, indipendentemente dall’eventuale contrasto con le difese svolte in primo grado, il quale può assumere rilievo esclusivamente sul piano probatorio. Cass. 3 febbraio 2006, n. 2421.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, solo da un punto di vista formale l’opponente assume la posizione di attore e l’opposto quella di convenuto, perché è il creditore ad avere veste sostanziale di attore ed a soggiacere ai conseguenti oneri probatori, mentre l’opponente è il convenuto cui compete di addurre e dimostrare eventuali fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito, di tal che le difese con le quali l’opponente miri ad evidenziare l’inesistenza, l’invalidità o comunque la non azionabilità del credito vantato ex adverso non si collocano sul versante della domanda - che resta quella prospettata dal creditore nel ricorso per ingiunzione - ma configurano altrettante eccezioni. Pertanto, nel regime processuale anteriore alla novella del 1990, ove, nel corso del giudizio, l’opponente integri le proprie difese proponendo eccezioni nuove, la deduzione non impinge nel divieto di domanda nuova, restando ogni nuova eccezione ammissibile fino alla rimessione della causa al collegio ex art. 184 c.p.c. e perfino in appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c., nella rispettiva formulazione applicabile ai giudizi in corso alla data (30 aprile 1995) di entrata in vigore della legge n. 353 del 1990. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva qualificato come domanda nuova l’eccezione di nullità della clausola di preventiva rinunzia alla liberazione del fideiussore ex art. 1956 c.c. contenuta nel contratto posto a base dell’ingiunzione, benché l’opponente avesse fatto valere in tal modo l’inesistenza di un fatto costitutivo del diritto azionato dal creditore, sulla scorta di un vizio che, determinando la nullità del contratto, era rilevabile anche d’ufficio). Cass. 24 novembre 2005, n. 24815.

 

Nel giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtù della sua posizione sostanziale di convenuto, è legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto, che incorrerebbe, ove le avanzasse, nel divieto (la cui violazione è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità) di formulazione di domande nuove, salvo il caso in cui, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi, a sua volta, nella posizione processuale di convenuta. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata rilevata l’inammissibilità della domanda - da qualificarsi come «nuova» siccome fondata su una diversa causa petendi - proposta dall’opposto che, dopo aver agito in sede monitoria per il pagamento di canoni di locazione arretrati, aveva chiesto, nella conseguente fase oppositiva, anche la condanna dell’opponente al risarcimento dei danni conseguenti alle modifiche non autorizzate apportate all’immobile locato dall’ente conduttore, senza che potesse aver alcun rilievo, ai fini dell’ammissibilità di detta domanda, la riserva, effettuata in sede monitoria, di agire per le ulteriori somme dovute in separato giudizio). Cass. 5 giugno 2007, n. 13086; conforme Cass. 17 settembre 2004, n. 18767; Cass. 29 novembre 2002, n. 16957; Cass. 19 maggio 2000, n. 6528.

In tema di procedimento per ingiunzione, per effetto dell’opposizione non si verifica alcuna inversione della posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso, nel senso che il creditore mantiene la veste di attore e l’opponente quella di convenuto, ciò che esplica i suoi effetti non solo in tema di onere della prova, ma anche in ordine ai poteri ed alle preclusioni processuali rispettivamente previsti per ciascuna delle parti. Ne consegue che il disposto dell’art. 269 c.p.c., che disciplina le modalità della chiamata di terzo in causa, non si concilia con l’opposizione al decreto, dovendo in ogni caso l’opponente citare unicamente il soggetto che ha ottenuto detto provvedimento e non potendo le parti originariamente essere altre che il soggetto istante per l’ingiunzione e il soggetto nei cui confronti la domanda è diretta, così che l’opponente deve necessariamente chiedere al giudice, con l’atto di opposizione, l’autorizzazione a chiamare in giudizio il terzo al quale ritenga comune la causa sulla base dell’esposizione dei fatti e delle considerazioni giuridiche contenute nel ricorso per decreto. (Nella specie, in applicazione del principio soprariportato, la S.C. ha cassato la sentenza d’appello e rinviato la causa al giudice di primo grado per provvedere in ordine alla richiesta di chiamata in causa proposta dall’opponente con l’atto di opposizione e giudicata inammissibile dai giudici di merito). Cass. 1° marzo 2007, n. 4800.

 

In tema di procedimento di ingiunzione, l’opponente - debitore, che mantiene la posizione naturale di convenuto - qualora intenda chiamare in causa un terzo - ha l’onere di chiederne l’autorizzazione al giudice, a pena di decadenza con l’atto di opposizione, non potendo né convenirlo in giudizio direttamente con la citazione né chiedere il differimento della prima udienza, non ancora fissata. Pertanto, poiché nel giudizio secondo equità dinanzi al giudice di pace trovano applicazione, oltre alle norme costituzionali, comunitarie e ai principi generali dell’ordinamento che siano espressione di norme costituzionali, anche le disposizioni regolatrici del processo, deve essere dichiarata la nullità della chiamata del terzo effettuata con l’atto di opposizione, non rilevata dal giudice di pace ed implicitamente esclusa con la sentenza di accoglimento della domanda proposta contro il terzo che va, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., cassata senza rinvio. Cass. 16 luglio 2004, n. 13272.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, le ragioni addotte dall’opponente per il rigetto della pretesa monitoria non costituiscono una do manda principale ma solo eccezioni o, eventualmente, domande riconvenzionali. Ne consegue che, se l’opponente muti le ragioni in base alle quali ha richiesto la revoca del decreto ingiuntivo ed il rigetto della domanda dell’opposto, non propone una nuova domanda, ma solo diverse e nuove eccezioni, che erano proponibili anche in appello ai sensi dell’art. 345, secondo comma c.p.c., nella formulazione anteriore a quella vigente, applicabile ai giudizi in corso alla data del 30 aprile 1995 ai sensi dell’art. 90 della legge 26 novembre 1990, n. 353 (come modificato e sostituito dall’art. 9 del d.l. 18 ottobre 1995, n. 432, convertito con modificazioni dalla legge 20 dicembre 1995, n. 534). Cass. 24 ottobre 2003, n. 16011.

 

Nel caso di decreto ingiuntivo emesso nei confronti del fideiussore, questi può, con l’opposizione al decreto, eccepire, ai sensi degli artt. 1247 e 1945 c.c., la compensazione con il debito che il creditore ha verso il debitore principale garantito, ancorché tale debito, non ancora scaduto alla data del decreto, diventi esigibile nel corso del giudizio di opposizione. Cass. 22 febbraio 2002, n. 2573.

 

  1. Comparsa di costituzione, copia notificata del decreto e legittimazione passiva.

Nella domanda azionata con ricorso per ingiunzione, avente ad oggetto l’importo di un preteso accordo di liquidazione del conguaglio del prezzo di cessione volontaria, a suo tempo stipulata nell’ambito di una procedura espropriativa, ben può ravvisarsi, in seguito alle precisazioni contenute nella comparsa di costituzione nel giudizio di opposizione, una pretesa lato sensu mirata a conseguire il ristoro per la perdita della proprietà, dunque anche il conguaglio, da determinare secondo le norme in materia di determinazione dell’indennità, ma non anche il risarcimento del danno per la perdita della proprietà, data l’ontologica diversità tra le due domande, poiché la causa petendi è rappresentata, quanto alla prima, dalla tempestiva emissione di un provvedimento ablatorio (o del trasferimento volontario del bene), mentre l’elemento costitutivo della seconda è rappresentato da un comportamento illecito dell’Amministrazione. Cass., Sez. Un., 13 febbraio 2007, n. 3040.

 

L’opposizione al decreto ingiuntivo instaura un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice non deve limitarsi ad esaminare se l’ingiunzione sia stata legittimamente emessa, ma deve procedere ad una autonoma valutazione di tutti gli elementi offerti sia dal creditore per dimostrare la fondatezza della propria pretesa dedotta con il ricorso sia dall’opponente per contestarla e, a tal fine, non è necessario che la parte che chieda l’ingiunzione formuli una specifica ed espressa domanda diretta ad ottenere una pronuncia sul merito della propria pretesa creditoria, essendo, invece, sufficiente che resista alla proposta opposizione e chieda conferma del decreto opposto. Ne consegue che il giudice che dichiari nullo il decreto per nullità della procura ed emetta una sentenza di condanna non incorre in alcuno dei vizi di cui all’art. 112 c.p.c., non configurando l’opposizione un’impugnazione del decreto. Cass. 7 ottobre 2011, n. 20613.

 

Non sussiste il vizio di “extrapetizione” (art. 112 c.p.c.) se il giudice dell’ opposizione a decreto ingiuntivo - giudizio di cognizione proposto non solo per accertare l’esistenza delle condizioni per l’emissione dell’ ingiunzione, ma anche per esaminare la fondatezza della domanda del creditore in base a tutti gli elementi, offerti dal medesimo e contrastati dall’ingiunto - revoca il provvedimento monitorio ed emette una sentenza di condanna di questi per somma anche minore rispetto a quella ingiunta, dovendosi ritenere che nella originaria domanda di pagamento di un credito, contenuta nel ricorso per ingiunzione, e nella domanda di rigetto dell’opposizione (o dell’appello dell’opponente) sia ricompresa quella subordinata di accoglimento della pretesa per un importo minore. Cass. 27 gennaio 2009, n. 1954.

 

La richiesta di conferma del decreto ingiuntivo opposto, formulata dal creditore al momento della costituzione o nel corso del giudizio di opposizione, comprende in sé in modo implicito la richiesta di condanna al pagamento del credito o di una parte di esso, che può pertanto essere pronunziata dal giudice per un importo inferiore a quello per il quale è stato emesso il decreto ingiuntivo, anche in difetto di esplicita domanda in tal senso, senza incorrere in vizio di ultrapetizione. Cass. 30 aprile 2005, n. 9021; conforme Cass. 27 dicembre 2004, n. 24021.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo - nel quale attore in senso formale è l’opponente, che propone le sue domande nella forma dell’atto di citazione (art. 645 c.p.c.), e, quindi, con il rispetto dei requisiti di contenuto indicati nell’art. 163 c.p.c., mentre il creditore, sebbene attore in senso sostanziale, assume la veste di convenuto in senso formale, ed è tenuto ad esporre compiutamente le due difese nella comparsa di risposta. (art. 167 comma 1 c.p.c.) - al creditore opposto non è consentito, nella prima udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c., proporre nuove domande. (Nella specie il convenuto in senso formale, una società calcistica, che aveva azionato la propria pretesa in sede monitoria sulla base di una clausola penale a presidio di un’obbligazione simulata, prevedente il pagamento di una somma di danaro per il caso del mancato svolgimento di una partita di calcio, preso atto delle diverse prospettazioni di controparte in sede di atto di opposizione, aveva, in esito alla prima udienza di trattazione, sostituito il titolo della domanda, facendo leva sul contratto dissimulato, avente ad oggetto il versamento di una somma di danaro che l’opponente, anch’esso una società calcistica, si era impegnato a versare quale contributo alle spese che esso opposto doveva sostenere per il compenso da corrispondere ad un calciatore precedentemente ceduto). Cass. 21 maggio 2004, n. 9685.

 

 

5.1. Legittimazione e procura.

Ogni qualvolta la cessione di un credito avvenga nel corso del procedimento, l’attività sino a quel momento svolta e le pronunce eventualmente emesse trovano la loro disciplina nell’art. 111 c.p.c. e non nell’art. 105 c.p.c., assumendo il successore a titolo particolare nel diritto controverso la posizione di parte e non quella di terzo. Ne consegue che tale successione lo espone, indipendentemente dall’estromissione del dante causa, agli effetti della decisione pronunciata, che è da lui impugnabile e fruibile in sede esecutiva (Fattispecie in tema di opposizione a decreto ingiuntivo nella quale il credito portato dal decreto era stato ceduto dalla società opposta; la S.C. ha riconosciuto che la società cessionaria, successore a titolo particolare nel diritto controverso, aveva titolo, in quanto parte, a chiedere la conferma dell’opposto decreto). Cass. 13 luglio 2007 n. 15674.

Con riguardo all’opposizione del datore di lavoro al decreto ingiuntivo emesso per presunte omissioni contributive nei confronti di un ente previdenziale (nella specie: INPDAI), basata sul principale rilievo dell’eseguito adempimento dell’obbligo contributivo nei confronti di altro ente previdenziale (nella specie: INPS) si configura una ipotesi di causa inscindibile, con la conseguenza che l’impugnazione della sentenza di primo grado da parte di uno solo dei suddetti enti soccombenti e la partecipazione al giudizio di appello del datore di lavoro sono elementi necessari (ai sensi dell’art. 331 c.p.c.), ma anche sufficienti (in base all’art. 336 c.p.c.) ad assicurare il contraddittorio in appello e ad evitare il passaggio in giudicato della sentenza nei confronti di tutti i litisconsorti necessari. Cass. lav., 19 dicembre 2000, n. 15920.

 

In genere i fatti allegati da una parte possono essere considerati pacifici, rimanendo così la parte esonerata dalla relativa prova, soltanto quando essi siano stati esplicitamente ammessi dall’altra parte, ovvero questa, senza contestarli, abbia impostato la propria difesa su elementi e argomenti incompatibili col loro disconoscimento. Tuttavia, nel caso in cui, deceduto nel corso del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il convenuto-opposto, si costituiscano volontariamente in prosecuzione soggetti che dichiarino di essere, nella loro qualità di congiunti del de cuius, i suoi eredi, la mancanza di contestazioni al riguardo dell’opponente assume il particolare valore di una implicita e definitiva ammissione di tale loro qualità (e non di una semplice e irrilevante omissione non preclusiva di successiva eccezione e rilevabilità d’ufficio), tenuto presente che solo la validità di tale costituzione, nel difetto di iniziative da parte dell’opponente, vale a prevenire l’acquisto da parte del decreto opposto della sua definitiva esecutività in danno dell’opponente. Cass. 14 febbraio 1995, n. 1576.

 

L’invalidità del decreto ingiuntivo, per essere stato il ricorso sottoscritto da un difensore sfornito di procura, non è di ostacolo al giudizio di merito che si instaura con l’opposizione, dovendo il giudice di questa accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dallo ingiungente opposto, ove ritualmente riproposto in tale sede, senza che rilevi - salvo che ai fini dell’esecuzione provvisoria e dell’incidenza delle spese nella fase monitoria - se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa. Cass. 26 maggio 1994, n. 5171.

 

Legittimato passivo alla citazione in opposizione a decreto ingiuntivo è esclusivamente il beneficiario dell’ingiunzione e, pertanto, nell’ipotesi in cui la citazione in opposizione a decreto ingiuntivo sia proposta e venga notificata nei confronti di un soggetto diverso da quello a favore del quale il decreto ingiuntivo sia stato pronunciato, si determina, con riferimento al requisito di cui al n. 2 dell’art. 163 c.p.c. ed al primo inciso del primo comma dell’art. 645 c.p.c. (che indica il ricorrente per decreto ingiuntivo come destinatario della citazione), una nullità della citazione, la quale, tuttavia, può essere sanata dalla costituzione in giudizio del soggetto legittimato, cioè del ricorrente per ingiunzione…. (principio enunciato dalla Suprema Corte con riguardo ad un caso, nel quale, emesso il decreto ingiuntivo a favore di soggetto asseritosi titolare di una ditta individuale, l’opposizione era stata proposta e notificata nei riguardi di una s.a.s. della quale quel soggetto veniva indicato come «titolare» e si era, poi, costituito nel giudizio di opposizione quello stesso soggetto come titolare della ditta individuale). Cass. 5 maggio 1999, n. 4470.

 

La ditta è segno distintivo dell’imprenditore, ma non è soggetto distinto dal suo titolare, e pertanto questi, pur senza specificare la sua qualità, è legittimato ad opporsi ad un decreto ingiuntivo emesso nei confronti di quella. Cass. 4 settembre 1998, n. 8784.

 

Qualora il direttore di filiale di un istituto di credito (nella specie, il direttore della sede di Palermo della Cassa di Risparmio V.E. per le province siciliane) sia espressamente legittimato dalle norme statutarie a proporre ricorso per decreto ingiuntivo ed a notificare il relativo decreto, deve pure ritenersi sussistente la legittimazione passiva dello stesso organo rispetto alla notifica dell’atto di opposizione al decreto, atteso il carattere unitario dell’intero giudizio, nel quale la domanda è proposta col ricorso per ingiunzione e l’opposizione sostituisce la comparsa assumendone il contenuto e la funzione. Cass. 11 febbraio 1995, n. 1552.

 

 

5.2. Domande riconvenzionali.

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 c.p.c., introdotto dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti, e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice, essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano - in quanto espressione di un interesse pubblico - l’ampliamento successivo del “thema decidendi”, anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell’enunciato principio, cassando senza rinvio la sentenza impugnata, ha dichiarato inammissibile la domanda di pagamento delle opere extra contratto proposta dall’opposto con la comparsa di costituzione in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo al pagamento del corrispettivo di un appalto per l’esecuzione di lavori edili, negando ogni rilievo all’avvenuta accettazione del contraddittorio di controparte). Cass. 30 novembre 2011, n. 25598.

 

Le domande di adempimento contrattuale e di arricchimento senza causa, quali azioni che riguardano entrambe diritti eterodeterminati, si differenziano, strutturalmente e tipologicamente, sia quanto alla “causa petendi” (esclusivamente nella seconda rilevando come fatti costitutivi la presenza e l’entità del proprio impoverimento e dell’altrui locupletazione, nonché, ove l’arricchito sia una P.A., il riconoscimento dell’utilitas da parte dell’ente), sia quanto al “petitum” (pagamento del corrispettivo pattuito o indennizzo). Ne consegue che, nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo - al quale si devono applicare le norme del rito ordinario, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, e, dunque, anche l’art. 183, quinto comma, c.p.c. - è ammissibile la domanda di arricchimento senza causa avanzata con la comparsa di costituzione e risposta dall’opposto (che riveste la posizione sostanziale di attore) soltanto qualora l’opponente abbia introdotto nel giudizio, con l’atto di citazione, un ulteriore tema di indagine, tale che possa giustificare l’esame di una situazione di arricchimento senza causa. In ogni altro caso, all’opposto non è consentito di proporre, neppure in via subordinata, nella comparsa di risposta o successivamente, un’autonoma domanda di arricchimento senza causa, la cui inammissibilità è rilevabile d’ufficio dal giudice. Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2010 n. 26128.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, emesso per il pagamento di somme a titolo di corrispettivo di forniture in favore di un ente pubblico territoriale, la proposizione da parte dell’opposto dell’azione di arricchimento senza causa, in via subordinata rispetto alla domanda principale, al fine di contrastare le eccezioni dell’opponente, senza immutazione o alterazione del fatto costitutivo del diritto dedotto in giudizio, non costituisce “mutatio libelli”, ma semplice “emendatio”, sicché non viola il divieto di domande nuove, previsto dagli artt. 183 e 184 c.p.c. Cass. 23 giugno 2009, n. 14646.

 

Nel giudizio di opposizione a ingiunzione, mentre integra una consentita “emendatio libelli” la richiesta degli interessi (legali o convenzionali) dovuti per l’inadempimento dell’obbligazione o il maggior danno di cui all’art. 1224, secondo comma, c.c. invocato secondo parametri fissi, integra invece una domanda riconvenzionale la richiesta di tale maggior danno rapportata alle particolari condizioni in cui si è trovato il creditore durante la mora, introducendosi in tal caso non già un mero ampliamento quantitativo del “petitum”, ma un fatto costitutivo del credito per danni reclamato radicalmente differente rispetto a quello azionato, nonché sottoponendosi al giudice un nuovo tema di indagine avente ad oggetto la verifica delle condizioni soggettive del creditore durante la mora. Cass. 8 luglio 2010, n. 16155.

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la richiesta ulteriore di pagamento degli interessi convenzionali relativi al credito dedotto in sede monitoria (nella specie, per canoni locatizi) formulata dall’opposto in comparsa di risposta non implica modifica della domanda originaria, così come non integra (a maggior ragione) gli estremi di una domanda riconvenzionale, costituendo una mera “emendatio libelli”, siccome comportante un mero ampliamento del “petitum” al fine di renderlo più idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere. Cass. 8 gennaio 2010 n. 75.

 

Nel giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtù della sua posizione sostanziale di convenuto, è legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto, che incorrerebbe, ove le avanzasse, nel divieto (la cui violazione è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità) di formulazione di domande nuove, salvo il caso in cui, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi, a sua volta, nella posizione processuale di convenuta. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata rilevata l’inammissibilità della domanda - da qualificarsi come «nuova» siccome fondata su una diversa causa petendi - proposta dall’opposto che, dopo aver agito in sede monitoria per il pagamento di canoni di locazione arretrati, aveva chiesto, nella conseguente fase oppositiva, anche la condanna dell’opponente al risarcimento dei danni conseguenti alle modifiche non autorizzate apportate all’immobile locato dall’ente conduttore, senza che potesse aver alcun rilievo, ai fini dell’ammissibilità di detta domanda, la riserva, effettuata in sede monitoria, di agire per le ulteriori somme dovute in separato giudizio). Cass. 5 giugno 2007, n. 13086; conforme Cass. 29 settembre 2006, n. 21245.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, propone, ove muti le ragioni in base alle quali chiede la revoca dell’ingiunzione, domande riconvenzionali o diverse e nuove eccezioni, che sono ammissibili nei limiti del di sposto degli artt. 167 e 345 c.p.c. Per contro l’opposto, rivestendo la qualità sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quella fatta valere con l’ingiunzione, a meno che su di esse non venga accettato il contraddittorio dall’altra parte. (Fattispecie, in controversia instaurata anteriormente alla riforma del rito civile ordinario, relativa a domanda di arricchimento senza causa sulla quale vi era stata accettazione del contraddittorio). Cass. 16 maggio 2006, n. 11368; conforme Cass. 11 aprile 2006, n. 8423; Cass. 30 marzo 2006, n. 7571.

 

La regola posta dall’art. 1453, secondo comma, c.c., in forza della quale la parte può sostituire la domanda di adempimento del contratto con quella di risoluzione, trova applicazione anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, comportando la possibilità che il creditore che abbia chiesto in via monitoria la prestazione pattuita domandi, nel successivo giudizio di opposizione, la risoluzione del contratto per inadempimento. Cass. 28 aprile 2006, n. 9941.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, mentre l’opposto, rivestendo la qualità sostanziale di attore, non può proporre domanda diversa da quella fatta valere con l’ingiunzione, essendogli consentito solamente di modificarla nei limiti di quanto disposto dagli artt. 183 e 184 c.p.c., potendo quindi senz’altro domandare una somma minore di quella chiesta con l’ingiunzione - purché non modifichi la causa petendi - ma non già una somma maggiore, neppure se tale causa petendi lasci immutata, in tale ipotesi rimanendo altrimenti integrata la sostituzione di quella originaria con una nuova domanda, ed imponendosi al giudice di revocare il decreto emesso qualunque sia l’esito della lite, e pertanto anche quando riconosca dovuto un credito di ammontare coincidente con quello fatto valere con l’ingiunzione. Cass. 29 marzo 2004, n. 6202.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione. Ne consegue che, essendola domanda di arricchimento senza causa domanda nuova rispetto a quella di inadempimento contrattuale, deve ritenersi inammissibile tale domanda ove proposta dall’opposto nel giudizio di cognizione che consegue alla proposizione di una opposizione a decreto ingiuntivo da lui richiesto per il pagamento di prestazioni professionali. Cass. 18 novembre 2003, n. 17440; conforme Cass. 4 ottobre 2002, n. 14267; Cass., Sez. Un., 22 maggio 1996, n. 4712.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, in via generale solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l’opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione; tale principio, peraltro, è derogabile allorquando, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi in una posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, il cui ingresso nel medesimo processo sia stato consentito dal giudice (nella specie, l’opponente, cui era stato ingiunto il pagamento di una fornitura di merce, si era opposto facendo valere un controcredito, ma nel giudizio di opposizione il creditore opposto aveva fatto valere un più complesso rapporto tra le parti, dimostrando l’esistenza di un residuo credito superiore a quello azionato in via monitoria). Cass. 20 novembre 2002, n. 16331; conforme Cass. lav., 9 ottobre 2000, n. 13445.

Contra: Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo spettano all’opposto tutti i poteri che il codice di rito ricollega alla posizione processuale di convenuto, compreso quello di proporre domanda riconvenzionale, a fondamento della quale può essere anche dedotto un titolo non dipendente da quello posto a fondamento della ingiunzione o delle relative eccezioni, quando non si determini in tal modo spostamento di competenza e sia pur sempre ravvisabile un collegamento obiettivo tra domanda principale e domanda riconvenzionale, tale da rendere opportuno secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità, la celebrazione del simultaneus processus). Cass., Sez. Un., 18 maggio 1994, n. 4837.

  1. anche Giurisprudenza sub § 4.2.

 

 

5.3. Deposito della copia notificata del decreto.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la produzione della copia notificata del decreto, con il relativo fascicolo della fase monitoria, non è richiesta a pena di improcedibilità dell’opposizione, non essendo applicabile a tale procedimento - che non è un mezzo d’impugnazione - la disciplina propria delle impugnazioni. La mancata produzione della copia de qua (o di altra documentazione già allegata al ricorso per ingiunzione) può, difatti, assumere rilievo ai fini della declaratoria di inammissibilità dell’opposizione per inosservanza del termine decadenziale di cui all’art. 641 c.p.c. (sotto il profilo dell’inosservanza dell’opponente dell’onere di fornire la prova del rispetto del termine medesimo), ovvero ai fini del rigetto della domanda del ricorrente in ingiunzione (sotto il profilo della mancata dimostrazione dei fatti costitutivi della pretesa), sempre che la prova stessa non sia ricavabile dai documenti allegati al processo e prodotti dalla controparte (o comunque aliunde acquisiti), senza che dalla mancata produzione dell’atto predetto possano derivare ulteriori conseguenze in tema di improcedibilità dell’opposizione e di validità della relativa sentenza. Cass. 28 dicembre 2004, n. 24048; conforme Cass. 15 luglio 2009, n. 16540; Cass. 26 giugno 2008, n. 17495; Cass. 12 agosto 2004, n. 15687; Cass. 1° dicembre 2000, n. 15387; Cass., Sez. Un., 16 gennaio 1985, n. 84.

 

Pertanto tale produzione, volta a dimostrare l’inesistenza del giudicato interno, deve ritenersi consentita anche in grado di appello, in applicazione dell’art. 354, secondo comma, c.p.c., nel testo anteriore a quello novellato dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, nei giudizi ai quali esso è applicabile secondo la disciplina transitoria. Cass. 5 luglio 2002, n. 9810; conforme Cass. 5 dicembre 2001, n. 15369; Cass. 27 luglio 1990, n. 7580; Cass., 7 marzo 1983, n. 1680.

 

La produzione della copia autentica del decreto ingiuntivo con la relata di notificazione costituisce non condizione di procedibilità, la cui mancanza comporti la definitiva ed irreversibile improcedibilità della proposta opposizione, ma condizione di ammissibilità del l’opposizione a decreto ingiuntivo, quale mezzo necessario al fine del riscontro della tempestività dell’opposizione medesima. Pertanto tale produzione, volta a dimostrare l’inesistenza del giudicato interno, deve ritenersi consentita anche in grado d’appello in applicazione dell’art. 345 secondo comma c.p.c., riferibile anche ai documenti di carattere processuale. Cass. 25 gennaio 1990, n. 435; conforme Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2388; contra Cass., 7 settembre 1979, n. 4733, Cass., 25 agosto 1977, n. 3855.

 

 

  1. Onere probatorio e prove.

Il procedimento che si apre con la presentazione del ricorso per decreto ingiuntivo e si chiude con la notifica del decreto stesso non è autonomo rispetto a quello che si apre con l’opposizione di cui all’art. 645 c.p.c.; ne consegue che nel giudizio di opposizione, ove la parte opposta non abbia allegato al fascicolo, nel termine di cui all’art. 184 c.p.c., la documentazione posta a fondamento del ricorso monitorio, tale documentazione può essere utilmente prodotta nel giudizio di appello, non potendosi considerare come nuova. (Principio enunciato in relazione al testo dell’art. 345 c.p.c. come formulato dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile alla fattispecie “ratione temporis”). Cass. 27 maggio 2011 n. 11817.

La fattura è titolo idoneo per l’emissione di un decreto ingiuntivo in favore di chi l’ha emessa, ma nell’eventuale giudizio di opposizione la stessa non costituisce prova dell’esistenza del credito, che dovrà essere dimostrato con gli ordinari mezzi di prova dall’opposto. (Principio enunciato ai sensi dell’art. 360-bis, n. 1, c.p.c.). Cass VI, 11 marzo 2011, n. 5915.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo nel quale l’opponente eccepisca e dimostri di aver corrisposto una somma idonea ad estinguere l’obbligazione posta a base del provvedimento monitorio, non costituisce domanda nuova, all’interno dello stesso rapporto pluriennale di fornitura incontestatamente intercorso tra le parti, la richiesta di parte opposta volta ad ottenere la differenza tra quanto corrisposto e quanto dovuto, non risultando diverso né il “petitum” (per la stessa entità della somma residua) né la “causa petendi” (trattandosi di esposizioni debitorie relative al medesimo rapporto). Spetta però al creditore, attore in senso sostanziale, allegare e dimostrare che il pagamento effettuato debba imputarsi all’estinzione parziale del debito complessivo, estendendo l’indagine all’intero rapporto di fornitura intercorso tra le parti ai fini della verifica dell’efficacia dell’imputazione di pagamento eseguita dal debitore. Cass. 11 novembre 2008, n. 26945.

 

L’art. 2719 c.c. (che esige l’espresso disconoscimento della conformità con l’originale delle copie fotografiche o fotostatiche) è applicabile tanto alla ipotesi di disconoscimento della conformità della copia al suo originale, quanto a quella di disconoscimento della autenticità di scrittura o di sottoscrizione, e nel silenzio della norma in merito ai modi e ai termini in cui i due suddetti disconoscimenti debbano avvenire, è applicabile ad entrambi la disciplina degli artt. 214 e 215 c.p.c., con la conseguenza che la copia fotostatica non autenticata si ha per riconosciuta (tanto nella sua conformità all’originale quanto nella scrittura e sottoscrizione) se la parte comparsa non la disconosca, in modo formale, e quindi specifico e non equivoco, alla prima udienza, ovvero nella prima risposta successiva alla sua produzione. Alla stregua di tale principio, deve essere individuata, nell’ambito di un procedimento a contraddittorio differito quale quello che si origina da un decreto ingiuntivo, la “prima risposta” nell’atto di opposizione (e con la formulazione delle difese in seno a detto atto), atteso che, con tale opposizione, si dà inizio non ad un autonomo processo, ma ad una fase di quello già iniziato con la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto, si da configurarsi essa stessa come “la prima risposta” del debitore, dopo che questi sia stato messo in grado di esaminare i documenti depositati in cancelleria e posti a fondamento dell’istanza (e del provvedimento) monitorio. Cass. 17 luglio 2008, n. 19680.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudicante ha l’obbligo di pronunciarsi sul merito della domanda sulla base delle prove offerte dal creditore, non potendo decidere la controversia alla luce del solo materiale probatorio prodotto al momento della richiesta di ingiunzione. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che, senza decidere sui mezzi istruttori richiesti dall’opposto, aveva accolto l’opposizione reputando insufficienti gli elementi di prova posti a fondamento del decreto ingiuntivo). Cass. 16 maggio 2007, n. 11302.

 

Con l’opposizione a decreto ingiuntivo si instaura un normale procedimento di cognizione, nel quale, il creditore opposto può produrre nuove prove ad integrazione di quelle già offerte nella fase monitoria ed il giudice non valuta soltanto la sussistenza delle condizioni e della prova documentale necessarie per l’emanazione della ingiunzione, ma la fondatezza (e le prove relative) della pretesa creditoria nel suo complesso, con la conseguenza che l’accertamento dell’esistenza del credito travolge e supera le eventuali insufficienze probatorie riscontrabili nella fase monitoria (salva restando la loro eventuale rilevanza al fine delle spese processuali di tale fase). Cass. 23 ottobre 1990, n. 10280.

 

Il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si configura come giudizio ordinario di cognizione e si svolge seconde le norme del procedimento ordinario nel quale incombe, secondo i principi generali in tema di onere della prova, a chi fa valere un diritto in giudizio il compito di fornire gli elementi probatori a sostegno della propria pretesa. Pertanto, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento di forniture, spetta a chi fa valere tale diritto fornire la prova del fatto costitutivo, non potendo la fattura e l’estratto delle scritture contabili, già costituenti titolo idoneo per l’emissione del decreto, non costituisce fonte di prova in favore della parte che li ha emessi; né è sufficiente la mancata contestazione dell’opponente, occorrendo, affinché un fatto possa considerarsi pacifico, che esso sia esplicitamente ammesso o che la difesa sia stata impostata su circostanze incompatibili con il disconoscimento e, con riferimento al comportamento extraprocessuale, non il mero silenzio, ma atti e fatti obiettivi di concludenza e serietà tali da assurgere a indizi non equivoci idonei, in concorso con altri, a fondare il convincimento del giudice. (Nella specie anteriore all’entrata in vigore della riforma del processo civile - la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza che aveva rigettato l’opposizione sulla base della prova documentale del decreto ingiuntivo e del mancato adempimento dell’onere di contestazione da parte dell’opponente prima e durante il processo). Cass. 17 novembre 2003, n. 17371.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, solo da un punto di vista formale l’opponente assume la posizione di attore e l’opposto quella di convenuto, perché è il creditore ad avere veste sostanziale di attore ed a soggiacere ai conseguenti oneri probatori, mentre l’opponente è il convenuto cui compete di addurre e dimostrare eventuali fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito, di tal che le difese con le quali l’opponente miri ad evidenziare l’inesistenza, l’invalidità o comunque la non azionabilità del credito vantato ex adverso non si collocano sul versante della domanda - che resta quella prospettata dal creditore nel ricorso per ingiunzione - ma configurano altrettante eccezioni. Pertanto, ove con l’atto di appello l’opponente prospetti una diversa qualificazione del rapporto controverso (nella specie, non in termini di apertura di credito, bensì quale sconto bancario, al fine di dedurre che la banca non avrebbe potuto pretendere la restituzione in via monitoria delle somme anticipate se non dopo che fossero rimasti insoluti i titoli posti allo sconto), si pone un problema, non già di mutamento della domanda, ma di proposizione di nuove eccezioni, consentite secondo il testo originario dell’art. 345 c.p.c. (nel caso tuttora applicabile ratione temporis). Cass. 22 aprile 2003, n. 6421.

 

La valutazione del giudice di merito, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, in ordine alla sussistenza della prova scritta fornita dal creditore con la domanda di decreto ingiuntivo, involge un apprezzamento di fatto sottratto al controllo di legittimità, purché adeguatamente motivato. Cass. 2 marzo 1973, n. 573.

 

 

  1. Ordinanze ex artt. 186-bis e 186-ter.

 

 

7.1. Ordinanza ex art. 186-bis.

Non è ammissibile la pronuncia di ordinanza ai sensi dell’art. 186-bis c.p.c. nell’ambito di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo atteso che in tal modo si avrebbe una indebita duplicazione di titoli esecutivi per lo stesso credito che comporterebbe, in caso di estinzione del processo, il riprendere vigore del decreto ingiuntivo opposto. Deve ritenersi incompatibile con il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo la pronuncia di ordinanza ex art. 186-quater c.p.c., essendo questa un mezzo surrettizio - e come tale non predisposto dal legislatore - per ottenere, seppure all’esito dell’istruttoria, una sorta di via alternativa alla provvisoria esecuzione del decreto negata in prima battuta con provvedimento non impugnabile e non revocabile. L’art. 186-quater mantiene in capo al giudice un certo ambito di discrezionalità, come si rileva dal tenore letterale della dizione «può disporre», che induce a ritenere che, pur in presenza dei requisiti richiesti dalla legge, possano sussistere ragioni di opportunità che portino a rifiutare la richiesta di concessione del provvedimento, così come accade alla provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo in ragione dell’analoga dizione dell’art. 648 c.p.c. Trib. Biella, 14 febbraio 2000.

Contra: Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo, all’emanazione della ordinanza di cui all’art. 186-quater c.p.c. non osta la precedente pronunzia del provvedimento ex art. 186-bis c.p.c. Quest’ultimo, per espressa previsione legislativa, è infatti soggetto alla disciplina delle ordinanze revocabili di cui agli artt. 177 e 178 c.p.c. ed il Pretore può, revocato il provvedimento accordato, emettere l’ordinanza di condanna ex art. 186-quater. Pret. Macerata, 11 gennaio 1997.

 

 

7.2. Ordinanza ex art. 186-ter.

L’ordinanza di ingiunzione, ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c., è consentita nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, anche nell’ipotesi di precedente sospensione ai sensi dell’art. 649 c.p.c. dell’originaria immediata esecutività del decreto. Trib. Terni, 21 luglio 1999.

 

L’istanza per la concessione di ordinanza ingiuntiva ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c. è ammissibile anche nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, dal momento che questo procedimento costituisce un ordinario giudizio di cognizione e che l’ingiunto può ovviare con l’opposizione all’esecuzione al pericolo derivante, in caso di estinzione del giudizio, dalla duplicazione dei titoli esecutivi sullo stesso credito. Pret. Salerno, 21 aprile 1998.

 

L’istanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. deve ritenersi ammissibile anche nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, dal momento che questo procedimento costituisce un ordinario giudizio di cognizione. Trib. Firenze, 12 marzo 1998.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo è consentito proporre istanza per ottenere ordinanza ingiuntiva ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c. (nella specie, l’istanza è stata proposta per somma inferiore a quella portata dal decreto opposto, e contestualmente è stata fatta rinuncia, da parte dell’offerente, al decreto stesso). Pret. Verona, 22 gennaio 1998.

 

L’ordinanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. può essere pronunziata nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo ed in relazione al medesimo credito per il quale è stata ottenuta la condanna monitoria: la pronunzia è peraltro ammissibile solamente dopo la decisione sulle eventuali istanze di cui agli artt. 648 o 649 c.p.c. e qualora il decreto non sia già esecutivo ex artt. 642 o 648 c.p.c. La prova scritta offerta dalla parte che domanda la pronuncia dell’ordinanza d’ingiunzione ex art. 186-ter c.p.c. dev’essere valutata alla luce dell’atteggiamento difensivo avversario: l’ordinanza non può essere data sulla base delle scritture contabili del richiedente, il cui fondamento sia contestato dal preteso debitore (non imprenditore commerciale). Pret. Salerno, 26 novembre 1996.

 

Poiché il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si svolge secondo gli schemi di un ordinario giudizio di cognizione nell’ambito del quale il giudice statuisce sull’intera pretesa fatta valere con la domanda d’ingiunzione e sulle eccezioni contro di essa proposte, è ammissibile l’ordinanza d’ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. Trib. Roma, 16 novembre 1996.

 

Contra: L’istanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. deve ritenersi inammissibile nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo quando abbia ad oggetto parte di una somma già portata dal provvedimento monitorio. Ciò in quanto l’eventuale estinzione del giudizio determinerebbe la coesistenza di due titoli esecutivi sullo stesso credito. (Nella specie, il giudice istruttore ha giudicato irrilevante, mancando una apposita procura speciale, che il difensore del creditore opposto avesse rinunciato ad avvalersi, in caso di estinzione del giudizio successiva all’accoglimento dell’istanza ingiuntiva, del decreto ottenuto nella fase monitoria ed ha pertanto revocato una ordinanza ingiunzionale in precedenza concessa sulla base di una diversa valutazione in iure). Trib. Firenze, 17 luglio 1998.Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo non è consentita la pronuncia dell’ordinanza prevista dall’art. 186-ter c.p.c. Trib. Padova, 3 ottobre 1996.

 

Non è adottabile nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’ordinanza ex art. 186-ter di identico contenuto rispetto a quello del provvedimento monitorio poiché, in caso contrario, si avrebbe la duplicazione del provvedimento di ingiunzione, in palese contrasto con il principio del ne bis in idem secondo cui non possono coesistere due provvedimenti di condanna, relativi alla medesima causa petendi. Pret. Civitanova Marche, 15 marzo 1996.

 

 

  1. Opposizione in materia di lavoro.

Non è manifestamente infondata, per contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 415 e 645 c.p.c., laddove non consentono, nella proposizione di opposizione al decreto ingiuntivo emesso su richiesta di enti o istituti previdenziali per crediti aventi ad oggetto contributi omessi e relative sanzioni civili, di depositare il ricorso nella cancelleria del giudice competente avvalendosi della spedizione postale, come previsto in favore di chi, per identico credito, sia destinatario dell’ordinanza ingiunzione prevista e disciplinata dall’art. 35 della legge n. 689 del 1981. Cass. lav., 6 dicembre 2004, n. 22811.

 

 

8.1. Competenza.

Quando la domanda in via monitoria viene proposta con una qualificazione del rapporto idonea a giustificare la competenza di un giudice secondo criteri generali di valore e l’opponente a decreto ingiuntivo eccepisca che il rapporto ha una diversa qualificazione giustificativa della competenza per materia di un diverso giudice (nella specie, quello del lavoro ai sensi dell’art. 409, n. 3, c.p.c., in ragione della dedotta sussistenza di un rapporto di agenzia), poiché questa competenza costituisce l’eccezione rispetto alla regola, ad integrare la fondatezza dell’eccezione di competenza - in relazione al principio per cui le questioni di competenza vanno risolte in base ad una mera istruzione sommaria ai sensi dell’art. 38, terzo comma, c.p.c. -, è sufficiente che la eccepita qualificazione giustificativa non sia “prima facie” infondata sulla scorta di quanto emerge dagli atti o dalla stessa istruzione sommaria. Cass. 26 febbraio 2008, n. 4954.

 

Il pretore del lavoro giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo che, dichiarando la propria incompetenza territoriale ad emettere il decreto, revoca detto provvedimento e dichiara funzionalmente e territorialmente competente altro giudice, deve provvedere con sentenza, senza che tale provvedimento possa essere considerato come un provvedimento di adeguamento del rito ex art. 427 c.p.c., che consiste in un’ordinanza pronunziabile nei casi in cui, non essendo insorta tra le parti contrasto in ordine alla competenza, il giudice ravvisi una competenza diversa da quella pretorile e proceda alla fissazione di un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la riassunzione del processo davanti al giudice competente. Ne consegue che, annullato il decreto ingiuntivo e dichiarata con sentenza l’incompetenza, la riassunzione deve aver luogo secondo il disposto di cui all’art. 50 c.p.c., norma di carattere generale che, in mancanza di termine per la riassunzione fissato dal giudice, stabilisce che la riassunzione deve avvenire entro sei mesi dalla comunicazione della sentenza, momento che, nel rito del lavoro, coincide non con la pronuncia del dispositivo in udienza, ma con la comunicazione da parte della cancelleria dell’avvenuto deposito della sentenza completa di motivazione. Cass. 12 luglio 2005, n. 145528.

 

 

8.2. Domanda.

Nel rito del lavoro, il principio secondo il quale l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, è applicabile al procedimento per opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro - per identità di “ratio” di regolamentazione ed ancorchè detto procedimento debba considerarsi un ordinario processo di cognizione anzichè un mezzo di impugnazione - sicchè, anche in tale procedimento, la mancata notifica del ricorso in opposizione e del decreto di fissazione dell’udienza determina l’improcedibilità dell’opposizione e con essa l’esecutività del decreto ingiuntivo opposto. Cass., Sez. Un., 30 luglio 2008, n. 20604.

Contra: Nelle controversie soggette al rito del lavoro, il principio secondo il quale la proposizione dell’appello si perfeziona, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., con il deposito del ricorso, nei termini previsti dalla legge, nella cancelleria del giudice ad quem tale deposito impedendo ogni decadenza dall’impugnazione - con la conseguenza che qualsiasi eventuale vizio o inesistenza, giuridica o di fatto, della notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione non si comunica all’impugnazione, ma impone al giudice che rilevi il vizio di indicarlo all’appellante ex art. 421 c.p.c. e di assegnare allo stesso, previa fissazione di un’altra udienza di discussione, un termine, necessariamente perentorio, per provvedere a notificare il ricorso, unitamente al decreto presidenziale di fissazione della nuova udienza - deve ritenersi applicabile anche al procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, attesane l’identità di ratio rispetto alle sopraindicate disposizioni di legge, e nonostante detto procedimento debba considerarsi un ordinario giudizio di cognizione, anziché un mezzo d’impugnazione). Cass. lav., 24 marzo 2001, n. 4291.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo concesso in materia di locazione e quindi soggetta al rito del lavoro deve essere proposta con ricorso e, ove proposta erroneamente con citazione, questa può produrre gli effetti del ricorso solo se sia depositata in cancelleria entro il termine di cui all’art. 641 c.p.c., non essendo sufficiente che entro tale data sia stata comunque notificata alla controparte. Cass. 2 aprile 2009, n. 8014.

 

Con riguardo al decreto ingiuntivo reso dal pretore per crediti inerenti ai rapporti di cui agli artt. 409 e 442 c.p.c., l’opposizione va proposta con ricorso, da depositarsi in cancelleria nel termine perentorio fissato dall’art. 641 c.p.c. Pertanto, ove tale opposizione sia proposta con citazione, il relativo atto è idoneo alla tempestiva instaurazione del giudizio solo se depositato nel rispetto dell’indicato termine, non essendo sufficiente la mera notificazione nel termine stesso. Cass., Sez. Un., 14 marzo 1991, n. 2714.

 

Qualora l’opposizione a decreto ingiuntivo sia soggetta al rito delle controversie di lavoro, e debba quindi essere proposta con ricorso, a norma dell’art. 415 c.p.c., il tempestivo deposito del ricorso in opposizione nel termine di venti giorni dalla notificazione del decreto medesimo vale ad impedire che questo divenga esecutivo, mentre l’eventuale assegnazione di un termine di comparizione inferiore a quello fissato dalla citata norma, ricollegandosi ad un errore del giudice, non comporta l’esecutività del decreto, ma la nullità del provvedimento di fissazione dell’udienza e del giudizio di primo grado, celebratosi in contumacia del convenuto. Tale nullità, ove venga rilevata e dichiarata in grado d’appello, implica che il giudice di secondo grado deve disporre la rinnovazione dell’atto e decidere la causa nel merito, non ricorrendo alcuna delle ipotesi di rimessione al primo giudice contemplate dagli artt. 353 e 354 c.p.c. Cass., Sez. Un., 19 ottobre 1983, n. 6128.

 

Nel procedimento dinanzi al pretore disciplinato dall’art. 314 c.p.c. nel testo vigente prima della novella introdotta dalla legge n. 353 del 1990, la costituzione delle parti può avvenire o mediante il deposito in cancelleria della citazione o del processo verbale di cui all’art. 312 c.p.c. (in caso di proposizione di domanda verbale) con la relazione di notificazione e ove occorrente, della procura, oppure presentando tali documenti al giudice direttamente in udienza, non esistendo nel giudizio pretorile l’onere di costituirsi in cancelleria prima della udienza fissata in citazione nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c. per il solo giudizio dinanzi al tribunale (fattispecie relativa alla costituzione dell’opponente in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in cui il decreto era stato emesso dal pretore). Cass. 11 agosto 2004, n. 15553.

 

Al ricorso per ingiunzione per crediti inerenti a rapporti di lavoro o di previdenza e assistenza obbligatorie non si applicano le prescrizioni dell’art. 414 c.p.c. sul contenuto del ricorso introduttivo, nel senso che, fermo restando che il creditore che agisce in via monitoria deve indicare gli elementi essenziali dell’azione e cioè la causa petendi e il petitum, nella memoria di costituzione a seguito di opposizione egli può specificare l’una e l’altro e formulare ulteriori prove, costituende o costituite, a sostegno della pretesa azionata con il ricorso per ingiunzione, nonché modificare la domanda introdotta nel ricorso per ingiunzione, senza tuttavia poter formulare domande nuove; in ogni caso, eventuali nullità del ricorso per decreto ingiuntivo non possono determinare automaticamente la nullità della memoria di costituzione in giudizio, potendo rilevare solo ai fini del regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. lav., 4 agosto 2004, n. 14962; conforme Cass. lav., 22 aprile 2004, n. 7688; Cass. lav., 17 aprile 2002, n. 5526.

 

Pertanto l’opposto, attore sostanziale, ha l’onere di articolare la propria domanda secondo quanto previsto dall’art. 414 c.p.c. e l’opponente ha l’onere di articolare le proprie difese secondo quanto previsto dall’art. 416, terzo comma, c.p.c. prendendo specifica posizione in ordine ai fatti allegati dall’attore ed indicando specificamente i mezzi di prova e i documenti che deve contestualmente depositare; la mancanza di una specifica e tempestiva contestazione, da parte dell’opponente, dei fatti addotti dal ricorrente per ingiunzione - opposto consente al giudice di ritenere tali fatti come ammessi. Cass. lav., 13 giugno 2002, n. 8502.

 

Nel giudizio di opposizione instaurato dal datore di lavoro contro il decreto ingiuntivo per il pagamento di somme richieste dal lavoratore, dovendo la domanda del creditore opposto essere individuata in relazione alle richieste formulate con il ricorso per ingiunzione, è inammissibile la richiesta di una somma ulteriore avanzata con la memoria di costituzione, trattandosi di modificazione non consentita della domanda, senza che assuma alcun rilievo in contrario la eventuale accettazione del contraddittorio ad opera della controparte, in quanto il regime di preclusione delle domande, eccezioni e conclusioni risponde, nel rito del lavoro, ad esigenze di ordine pubblico, attinenti al funzionamento del processo in aderenza ai principi di immediatezza, oralità e concentrazione che lo informano. Trattandosi di modificazione inammissibile della domanda inizialmente formulata, non è configurabile in relazione ad essa il vizio di omessa pronuncia da parte del giudice di appello, in quanto la proposizione di una domanda inammissibile non determina l’insorgere di alcun potere-dovere del giudice di pronunciarsi su di essa. Cass. lav., 20 novembre 2002, n. 16386.

 

Anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo in materia di lavoro, soggetto al rito speciale ex artt. 414 ss. c.p.c., la produzione della copia notificata del decreto non è richiesta a pena di improcedibilità, non essendo applicabile la disciplina propria delle impugnazioni ed essendo possibile, peraltro, produrre tale documento processuale anche in grado di appello, nelle forme e nei termini stabiliti dagli artt. 434 e 436 c.p.c. Cass. lav., 6 febbraio 2002, n. 1585.

 

Nel rito del lavoro le preclusioni previste dagli artt. 414 e 416 c.p.c. fanno riferimento alla posizione - rispettivamente di attore o di convenuto - assunta processualmente dalle parti. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si svolga con il suddetto rito, all’opponente vanno riferite le preclusioni di cui all’art. 414 cit., mentre all’opposto quelle di cui all’art. 416 cit. Il primo, infatti, ancorché assuma la posizione sostanziale di convenuto rispetto alla pretesa fatta valere dall’intimante, ha, in relazione alla proposta opposizione la posizione processuale di attore; il secondo, d’altra parte, pur assumendo la posizione sostanziale di attore in riferimento alla pretesa fatta valere, ha, rispetto all’opposizione, la posizione processuale di convenuto. Pertanto, qualora l’opponente faccia tempestivamente valere l’eccezione di prescrizione, incombe al creditore opposto far valere l’avvenuta interruzione della prescrizione, a pena di decadenza, con l’atto di costituzione nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo ovvero con l’atto di appello avverso la sentenza che ha dichiarato la prescrizione. (Fattispecie relativa ad un credito dell’INPS per omissioni contributive). Cass. lav., 1° dicembre 2000, n. 15339.

 

L’eccezione di compensazione ha carattere di eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio dal giudice per l’espresso divieto posto dall’art. 1242, primo comma, c.c., ed è soggetta nel rito del lavoro a decadenza se non proposta nella memoria difensiva in primo grado, o nel caso di domanda introdotta in forma monitoria, con l’atto di opposizione al decreto ingiuntivo. Cass. lav., 14 luglio 1997, n. 6391.

 

 

8.3. Prove.

La legge n. 533 del 1973 non ha fatto venir meno l’ammissibilità del procedimento d’ingiunzione per i crediti di lavoro e previdenziali, ma si è limitata a prevedere l’applicabilità del rito del lavoro nel giudizio di opposizione. Ne consegue che mentre nella prima fase, a cognizione sommaria, la prova scritta è costituita da qualsiasi documento proveniente dal debitore o un terzo idoneo ad evidenziare l’esistenza del diritto fatto valere, nel successivo eventuale giudizio di cognizione la memoria difensiva dell’opposto, attesa la sua posizione sostanziale di attore, deve osservare la forma della domanda di cui all’art. 414 c.p.c. e deve recare “l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda”. Resta pertanto irrilevante la circostanza che i conteggi, operati dal ricorrente per la determinazione della somma richiesta e depositati nella fase monitoria, non siano stati notificati alla controparte, atteso che nel procedimento per ingiunzione il contraddittorio è posticipato ed eventuale e, una volta introdotto con l’opposizione al decreto ingiuntivo il giudizio di cognizione, l’opposto ha, in tale ambito, l’onere di fornire la prova del proprio credito indipendentemente dalla legittimità, validità ed efficacia del decreto. Cass. lav., 25 luglio 2011, n. 16199.

 

Nel rito del lavoro, l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dall’opponente (convenuto sostanziale) deve avere il contenuto della memoria difensiva di cui all’art. 416 c.p.c., mentre l’atto di costituzione dell’opposto (attore sostanziale) è riconducibile non alla memoria difensiva, ma ad un atto integrativo della domanda azionata con la richiesta di decreto ingiuntivo; ne consegue che, poiché l’opponente è in grado di conoscere con completezza la pretesa dell’attore solo dopo la costituzione in giudizio di quest’ultimo, non può ritenersi tardiva la richiesta di prova testimoniale articolata dall’opponente nella prima difesa successiva a tale costituzione. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto inammissibile in quanto tardiva la prova testimoniale volta a provare il contenuto di una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, formulata non in atto di opposizione a decreto ingiuntivo ma nella prima udienza successiva alla costituzione dell’opposto). Cass. lav., 25 gennaio 2005, n. 1458.

 

La documentazione che ha consentito l’emissione del decreto ingiuntivo non perde, per il solo fatto dell’opposizione proposta avverso lo stesso, la propria attitudine probatoria nel relativo procedimento ordinario. Consegue che gli accertamenti previsti dall’art. 635 c.p.c., relativi ai crediti per contribuzioni sociali, mantengono anche nel giudizio di opposizione la loro idoneità specifica ad essere fonti di prove, ancorché esposta al confronto con le prove contrarie ed al vaglio critico del giudice. Cass. lav., 3 giugno 1986, n. 3714.

 

 

  1. Ipotesi particolari: opposizione alle spese di lite e fallimento.

 

 

9.1. Opposizione alle spese di lite.

In tema di procedimenti cautelari, il provvedimento con il quale il giudice, pronunciando anteriormente all’inizio della causa di merito, abbia negato l’invocata misura cautelare per cessata materia del contendere, (avendo il convenuto posto rimedio ante causam alla situazione dannosa lamentata dall’istante), disponendo, nel contempo, sulle spese del procedimento, ex art. 669-septies c.p.c., è opponibile ai sensi degli artt. 645 e ss. stesso codice nel termine perentorio di venti giorni dalla pronuncia dell’ordinanza, secondo l’espressa previsione del ricordato art. 669-septies, sicché l’eventuale appello proposto avverso detto provvedimento deve essere dichiarato inammissibile. Cass. 12 aprile 2005, n. 7549; conforme Cass. 6 maggio 2003, n. 6892; Cass. 27 novembre 2002, n. 16725; Cass. lav., 24 febbraio 2001, n. 2718.

 

Avverso l’ordinanza di rigetto dell’istanza cautelare con compensazione delle spese, è ammissibile il reclamo ai sensi del citato art. 669-terdecies, mentre, avverso il provvedimento adottato sul reclamo (ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione dello stesso), è del pari legittima l’opposizione di cui all’art. 669-septies, i cui termini iniziano a decorrere, rispettivamente, o dalla scadenza del termine per proporre il reclamo o dalla pronuncia, se resa in udienza, o dalla comunicazione dell’ordinanza del giudice del reclamo che rende definitiva la pronuncia sulle spese. Cass., Sez. Un., 28 dicembre 2001, n. 16214.

 

È inammissibile il ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso il decreto del presidente del Tribunale avente ad oggetto la liquidazione, a carico di società di capitali, del compenso all’amministratore giudiziario nominato ai sensi dell’art. 2409, terzo comma, seconda parte, c.c., in considerazione della natura monitoria del provvedimento, intrinsecamente mancante di definitività e suscettibile di dare ingresso all’esercizio del rimedio, per la parte obbligata alla corresponsione, di cui all’art. 645 c.p.c. (v., per custode giudiziario Cass. 20 aprile 2004, n. 7465; Cass. 9 settembre 2003, n. 13134; Cass. 15 novembre 2001, n. 14312). Cass. 14 settembre 2004, n. 18451.

 

In tema di procedimento cautelare, nell’ipotesi in cui sia proposta opposizione avverso la condanna alle spese (ai sensi dell’artt. 669-septies e 645 c.p.c.) e tale giudizio sia definito dal giudice con il rito camerale ed in composizione collegiale (invece che con il rito ordinario e da giudice monocratico), la parte che voglia far valere siffatto vizio del procedimento non può limitarsi a lamentare genericamente la violazione del suo diritto di difesa, ma deve dedurre e provare in concreto quale danno abbia per lei comportato tale deviazione processuale. Peraltro, il provvedimento, anche se emesso nella forma dell’ordinanza a seguito dell’irrituale adozione della procedura camerale innanzi menzionata, assume, avuto riguardo al suo contenuto sostanziale ed agli effetti giuridici che esso è destinato a produrre, il valore di sentenza e, come tale, è soggetto all’ordinario mezzo di impugnazione. (l’appello) e non al ricorso straordinario per cassazione. Cass. 21 giugno 2002, n. 9077.

 

 

9.2. Fallimento.

La rinuncia stragiudiziale all’opposizione a decreto ingiuntivo che non si traduca in una rinuncia agli atti del giudizio formalizzata dall’opponente ai sensi dell’art. 306 c.p.c., non determina né l’estinzione del giudizio né la definitività dell’ingiunzione. Pertanto, sopravvenuto il fallimento dell’opponente, la formale pendenza del giudizio di opposizione determina l’inopponibilità al fallimento dell’intervenuta rinuncia, avendo il credito azionato in via monitoria ancora natura di “res litigiosa” e dovendo, conseguentemente disporsene l’ammissione al passivo in chirografo anche quando sia stata iscritta, in virtù della provvisoria esecuzione del decreto opposto, ipoteca giudiziale anteriormente al fallimento. Cass. 5 novembre 2010 n. 22549.

 

La sopravvenuta dichiarazione di fallimento del debitore determina l’inopponibilità alla massa dei creditori concorsuali del decreto ingiuntivo in precedenza emesso se, all’epoca del fallimento, il termine per la proposizione dell’opposizione non sia ancora decorso, a nulla rilevando che il decreto stesso sia munito della clausola di provvisoria esecutività, occorrendo invece, per il prodursi di tale opponibilità, che il decreto ingiuntivo acquisti efficacia di giudicato sostanziale, conseguibile solo a seguito della dichiarazione di esecutorietà ai sensi dell’art. 647 c.p.c. Cass. 23 dicembre 2011, n. 28553; conforme Cass. 13 marzo 2009, n. 6198.

 

Nell’ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, attesa la inopponibilità, al fallimento, di un decreto non ancora definitivo e, pertanto, privo della indispensabile natura di “sentenza impugnabile”, esplicitamente richiesta dall’art. 95, comma terzo, legge fallimentare, norma di carattere eccezionale, insuscettibile di applicazione analogica. Conseguentemente la domanda formulata in sede di cognizione ordinaria, se proposta prima dell’inizio della procedura concorsuale, diventa improcedibile, e tale improcedibilità è rilevabile d’ufficio, anche nel giudizio di cassazione, derivando da norme inderogabilmente dettate a tutela del principio della “par condicio creditorum”. Cass. 13 agosto 2008, n. 21565.

 

In caso di dichiarazione di fallimento del debitore ingiunto nelle more del giudizio di primo grado di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudice d’appello non può dichiarare inammissibile l’appello proposto dal fallito, sul rilievo della inopponibilità al fallimento del provvedimento monitorio, ma deve pronunciare nel merito, qualora l’evento interruttivo non sia stato dichiarato dal curatore - unico soggetto a ciò legittimato - ed il creditore ingiungente, coltivando il giudizio, abbia dimostrato di volersi comunque avvalere della sentenza nei confronti del fallito, una volta tornato in bonis. Cass. 28 giugno 2006, n. 14981.

 

La domanda di ripetizione delle somme da corrispondersi in forza della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto deve ritenersi implicitamente contenuta nell’istanza di revoca del decreto stesso, senza necessità di esplicita richiesta della parte, atteso che l’azione di restituzione non si inquadra nella condictio indebiti, sia perché si ricollega ad una specifica ed autonoma esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale antecedente, sia perché in tal caso (come in quello di ripetizione di somme pagate in esecuzione di una sentenza di appello, o di una sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, riformata in appello) il comportamento dell’accipiens non si presta a valutazioni di buona fede o mala fede, ai sensi dell’art. 2033 c.c., non potendo venire in rilievo stati soggettivi rispetto a prestazioni eseguite e ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo e della provvisorietà di suoi effetti. Ne consegue che anche nell’ipotesi di inefficacia del decreto ingiuntivo a causa di sopravvenuto fallimento o liquidazione coatta amministrativa del debitore ingiunto, che rende il decreto ingiuntivo inopponibile alla procedura e impone al creditore opposto di partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, non è necessaria un’esplicita domanda di ripetizione di quanto già corrisposto in forza della provvisoria esecuzione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6098.

 

Nell’ipotesi di dichiarazione di fallimento (o liquidazione coatta amministrativa) intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito o posto in liquidazione coatta amministrativa, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, attesa la inopponibilità, al fallimento, di un decreto non ancora definitivo e, pertanto, privo della indispensabile natura di sentenza impugnabile», esplicitamente richiesta dall’art. 95, comma terzo, l. fall., norma di carattere eccezionale, insuscettibile di qualsivoglia applicazione analogica. Ne discende in tal caso che, essendo il decreto ingiuntivo inefficace e inopponibile alla massa, la domanda deve essere riproposta al giudice fallimentare, la cui competenza inderogabile prevale sul criterio della competenza funzionale del giudice che ha emesso l’ingiunzione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6098.

 

Nella ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, essendo inopponibile al fallimento sia il decreto sia l’ipoteca giudiziale eventualmente iscritta in base ad esso, con la conseguenza che il creditore, stante appunto l’inopponibilità alla massa del primo e della seconda, neppure può ottenere l’ammissione al passivo per il credito costituito dalle spese sopportate per il giudizio monitorio e per l’iscrizione dell’ipoteca. Cass. 1° aprile 2005, n. 6918; conforme Cass. 23 luglio 1998, n. 7221; Cass. 2 marzo 1995, n. 2402.

 

In caso di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il curatore non è tenuto a riassumere il giudizio di opposizione perché, se il creditore vuol far valere il titolo nei confronti del fallimento, deve far accertare il proprio credito ai sensi dell’art. 52 l. fall., mediante la procedura di accertamento del passivo, non essendo il decreto ingiuntivo equiparabile alle sentenze non ancora passate in giudicato e non trovando, quindi, applicazione l’eccezione al principio dell’accertamento concorsuale dettata dall’art. 95 stessa legge. Sussiste invece l’interesse del fallito, il quale perde la capacità processuale solo per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, a riassumere il processo, per evitare che gli effetti ex art. 653 c.p.c. si verifichino nei suoi confronti e gli possano essere opposti quando tornerà in bonis. L’eventuale riassunzione, da parte del curatore, del giudizio di opposizione interrotto, non al fine di farne dichiarare l’improcedibilità, ma per ottenere una pronuncia sul merito, non incide sulla disciplina dell’accertamento del passivo fallimentare, dettata a tutela del principio concorsuale e quindi di un pubblico interesse. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, decidendo nel merito di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto da debitore poi fallito e riassunto dalla curatela fallimentare, aveva rigettato l’opposizione, e, provvedendo sul merito, ha dichiarato l’improcedibilità dell’opposizione). Cass. 23 marzo 2004, n. 5727; conforme Cass. 25 marzo 1995, n. 3580; Cass. 29 marzo 1989, n. 1492.

 

Nell’opposizione a decreto ingiuntivo, il fallimento del creditore opposto, nei cui confronti sia stata proposta dall’opponente domanda riconvenzionale, non determina l’improcedibilità dell’opposizione e la rimessione dell’intera controversia al giudice fallimentare, rimanendo il Tribunale ordinario competente per l’opposizione mentre al Tribunale fallimentare, previa separazione dei giudizi, deve essere rimessa esclusivamente la domanda riconvenzionale, in ordine alla quale soltanto sussiste, dunque, la competenza funzionale ed inderogabile di tale organo giudiziale. È fatta, comunque, salva la possibilità di sospensione del giudizio di opposizione qualora la definizione della domanda riconvenzionale sia pregiudiziale rispetto all’opposizione. Cass. 27 maggio 2011, n. 11749.

 

Con riguardo all’opposizione a decreto ingiuntivo, il fallimento del creditore opposto, nei cui confronti sia stata proposta dall’opponente domanda riconvenzionale, non comporta l’improcedibilità del giudizio di opposizione e la rimessione dell’intera controversia al giudice fallimentare, dovendo il giudice dell’opposizione trattenere questa e su di essa decidere, e disporre la remissione della sola domanda riconvenzionale dinanzi al giudice delegato al fallimento, previa separazione dei due procedimenti, e salva la possibilità di sospensione del giudizio di opposizione qualora la definizione della riconvenzionale si presenti come pregiudiziale rispetto alla decisione dell’opposizione medesima. Più in generale, non sussiste alcuna possibilità di simultaneus processus tra la opposizione a decreto ingiuntivo in sede ordinaria e la controversia di natura fallimentare, vuoi che quest’ultima sia già pendente presso il giudice del fallimento (come nella specie), vuoi che insorga nell’ambito dello stesso processo di opposizione. Cass. 14 settembre 2007, n. 19290; conforme Cass. 11 agosto 2000, n. 10692; Cass. 21 novembre 1996, n. 10278.

Per opposizioni in materia di crediti professionali; v. Giurisprudenza sub art. 636, § 3.

 

 

  1. Questioni di costituzionalità.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 645, secondo comma, 647 e 165 del codice di procedura civile, nella parte in cui fa decorrere il termine di costituzione dell’opponente a decreto ingiuntivo dalla notificazione dell’opposizione, anziché dalla restituzione dell’originale o da altro atto cui possa collegarsi la conoscenza dell’inizio del decorso del termine, e nella parte in cui non consente che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo possa proseguire, qualora la mancata tempestiva costituzione dell’opponente sia dipesa da caso fortuito o forza maggiore, sollevata con riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, per l’asserita lesione del diritto di difesa, del diritto ad un giusto processo e per la ritenuta disparità di trattamento rispetto al processo ordinario. Su questione analoga vedi, citata, nel senso della manifesta infondatezza, ordinanza n. 239/2000. Corte cost. 12 aprile 2005, n. 154.

 

Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 645, comma secondo, 647 e 165, comma primo, c.p.c., censurato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui fa decorrere il termine per la costituzione dell’opponente a decreto ingiuntivo dalla notificazione dell’opposizione anziché dalla restituzione dell’originale notificato o da altro atto cui possa ricollegarsi la conoscenza dell’inizio del decorso del termine. Va, infatti, osservato che: a) le situazioni poste a raffronto (procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e processo ordinario di cognizione) ai fini della denunciata disparità di trattamento non sono tra loro comparabili, sicché, è da escludere qualsiasi violazione dell’art. 3 Cost; b) è del pari insussistente la lamentata lesione del diritto di difesa in quanto nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo non è invocabile il principio affermato da questa Corte in tema di decorrenza del termine di riassunzione del processo (principio secondo cui la garanzia riconosciuta dall’art. 24 della Costituzione deve estendersi alla conoscibilità del momento iniziale di decorrenza di un termine, onde assicurarne all’interessato l’utilizzazione nella sua interezza) perché nel suddetto procedimento è lo stesso opponente a porre le premesse per la sua costituzione nel termine ridotto, avvalendosi della facoltà di dimidiare il termine di comparazione; c) la soluzione auspicata dai rimettenti in merito al momento dal quale far decorrere il termine de quo introdurrebbe nel processo un elemento di assoluta incertezza per l’impossibilità di controllo da parte del giudice (non essendo accertabile, in difetto di specifica previsione normativa, il momento della conoscenza o conoscibilità dell’avvenuta notifica). Corte cost. 24 maggio 2000, n. 152.

 

Sono manifestamente inammissibile le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 641, comma 1, c.p.c., nella parte in cui non prevede l’avvertimento che l’opponente deve proporre, a pena di decadenza, nell’atto di opposizione le eventuali domande riconvenzionali, e dell’art. 645, comma 1, c.p.c., nella parte in cui non prevede espressamente che l’opponente deve proporre nell’atto di opposizione, a pena di decadenza, le eventuali domande riconvenzionali - sollevate con riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. - sia perché non essendo stata formulata nel giudizio a quo ad opera della parte opposta, o una espressa eccezione in ordine alla inammissibilità della domanda riconvenzionale, le questioni stesse risultano sollevate in modo del tutto astratto; sia perché - tenuto conto che identiche questioni. (ancorché più ampie) sono state già sollevate dallo stesso rimettente nell’ambito del medesimo giudizio e dichiarate manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza con ord. n. 282 del 1998 - in presenza di una pronuncia avente contenuto decisorio, come è quella che abbia accertato un difetto di rilevanza non modificabile dal giudice a quo non è consentito al medesimo rimettente riproporre nel medesimo giudizio la stessa questione, in quanto ciò integrerebbe un’impugnazione della precedente decisione della Corte, inammissibile alla stregua dell’ultimo comma dell’art. 137 Cost. n. 282/98. Corte cost. 28 marzo 2000, n. 87.

 

La impossibilità, per il giudice della opposizione a decreto ingiuntivo, di rimettere le parti innanzi al giudice preventivamente adito per altra causa connessa, non comporta violazione del diritto di difesa in quanto il simultaneus processus è mero espediente processuale mirato a fini di economia dei giudizi e di prevenzione del pericolo di eventuali giudicati contraddittori, onde la sua inattuabilità non riguarda né il diritto di azione, né il diritto di difesa una volta che la pretesa sostanziale del soggetto interessato possa essere fatta valere nella competente, anche se distinta, sede giudiziaria con pienezza di contraddittorio; tanto più quando il sistema processuale preveda comunque strumenti di raccordo, quale, nel caso - in difetto delle condizioni per la pronuncia, da parte del giudice della opposizione, di sentenza subordinata alla prestazione di cauzione (art. 35 c.p.c.) - la sospensione necessaria (ex art. 295 c.p.c.) della causa di opposizione al decreto ingiuntivo fino alla definizione nella sede sua propria della causa sul credito opposto in compensazione. (Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 40 e 645 c.p.c., sollevata in riferimento all’art. 24 Cost.). Corte cost. 26 giugno 1991, n. 308.

 

La diversità di trattamento fra l’opposizione a decreto ingiuntivo nelle forme del rito ordinario e quella nelle forme del rito del lavoro, mentre trova ragionevole giustificazione e fondamento nelle peculiarità del rito speciale, finalizzate all’accelerazione del procedimento e alla concentrazione della trattazione nonché all’immediatezza della pronuncia, non esclude che, ricorrendo il secondo caso, possa, anteriormente all’udienza di cui all’art. 420 c.p.c., farsi applicazione analogica del disposto dell’art. 351 c.p.c., al fine di una delibazione anticipata, rispetto all’udienza stessa, delle questioni concernenti la provvisoria esecuzione del decreto opposto, adottandosi le relative decisioni nella forma, in tale ultima norma prevista, dell’ordinanza e, quindi, previa istituzione del contraddittorio fra le parti. (Nella sp

Opposizione.

 

 

  1. Natura del giudizio; 1.1. Normale procedimento di cognizione. Potere-dovere del giudice; 2. Questioni di giurisdizione e competenza; 2.1. Giurisdizione; 2.2. Competenza funzionale ed inderogabile: declaratoria di incompetenza e regolamento di competenza; 2.3. Competenza per connessione tra domande: separazione delle cause; 2.3.1. Cumulo di domande per valore; 2.3.2. Domande riconvenzionali; 2.4. Litispendenza e continenza tra cause pendenti tra giudici diversi; 2.5. Rapporti di pregiudizialità tra cause pendenti tra giudici diversi; 2.6. Riunione tra cause pendenti davanti allo stesso giudice; 2.7. Successione di leggi in materia di competenza; 3. Notifica e termini di proponibilità e di costituzione; 3.1. Notificazione dell’opposizione; 3.2. Termini di proponibilità dell’opposizione; 3.3. Termini della costituzione; 4. Domanda e legittimazione attiva; 4.1. Legittimazione e procura 4.2. Domande riconvenzionali, domande nuove, chiamata di terzo; 5. Comparsa di costituzione, copia notificata del decreto e legittimazione passiva; 5.1. Legittimazione e procura; 5.2. Domande riconvenzionali; 5.3. Deposito della copia notificata del decreto; 6. Onere probatorio e prove; 7. Ordinanze ex artt. 186-bis e 186-ter; 7.1. Ordinanza ex art. 186-bis; 7.2. Ordinanza ex art. 186-ter; 8. Opposizioni in materia di lavoro; 8.1. Competenza; 8.2. Domanda; 8.3. Prove; 9. Ipotesi particolari: opposizione alle spese di lite e fallimento; 9.1. Opposizione alle spese di lite; 9.2. Fallimento; 10. Questioni di costituzionalità.

 

 

  1. Natura del giudizio.

 

 

1.1. Normale procedimento di cognizione. Potere-dovere del giudice.

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice deve accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dall’ingiungente opposto e delle eccezioni e difese dell’opponente e non già stabilire se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa, salvo che ai fini esecutivi o per le spese della fase monitoria; pertanto, la eventuale insussistenza delle condizioni per l’emissione del decreto ingiuntivo (tranne che per ragioni di competenza) non può essere d’ostacolo al giudizio di merito che s’instaura con l’opposizione. Ne consegue che l’accertata nullità delle clausole concernenti la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista non travolge l’intero credito azionato dalla banca in via monitoria, bensì la sola parte di esso riguardante gli interessi così calcolati, imponendo al giudice di provvedere ad un nuovo calcolo degli interessi dovuti. Cass. 8 marzo 2012 n. 3649.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudicante ha l’obbligo di pronunciarsi sul merito della domanda sulla base delle prove offerte dal creditore, non potendo decidere la controversia alla luce del solo materiale probatorio prodotto al momento della richiesta di ingiunzione. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che, senza decidere sui mezzi istruttori richiesti dall’opposto, aveva accolto l’opposizione reputando insufficienti gli elementi di prova posti a fondamento del decreto ingiuntivo). Cass. 16 maggio 2007, n. 11302.

 

L’opposizione al decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario, autonomo giudizio di cognizione, che, sovrapponendosi allo speciale e sommario procedimento monitorio (artt. 633 e 644 ss. c.p.c.), si svolge nel contraddittorio delle parti secondo le norme del procedimento ordinario (art. 645 c.p.c.). Ne consegue che il giudice dell’opposizione, anche quando si tratti di giudice di pace, è investito del potere-dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione (nonché sulle eccezioni e l’eventuale domanda riconvenzionale dell’opponente) ancorché il decreto ingiuntivo sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio e non può limitarsi ad accertare e dichiarare la nullità del decreto emesso all’esito dello stesso. Ne consegue altresì che non può avere alcuna rilevanza, per la validità della pronuncia, né che il giudice non ne dichiari la nullità e non lo revochi, né che non motivi sul punto. Cass. 19 gennaio 2007, n. 1184.

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario ed autonomo giudizio di cognizione, con la conseguenza che il giudice dell’opposizione, ove opponente ed opposto siano i titolari del rapporto dedotto in giudizio, per partecipazione alla sua costituzione ovvero per successione alle parti originarie, è investito del potere - dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione e sulle eccezioni proposte ex adverso, ancorché il decreto ingiuntivo sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio, e non può, quindi, limitarsi ad accertare e dichiarare la nullità del decreto stesso. Cass. 31 maggio 2006, n. 13001.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, in cui il giudice deve, non già stabilire se l’ingiunzione fu emessa legittimamente in relazione alle condizioni previste dalla legge per l’emanazione del provvedimento monitorio, ma accertare il fondamento della pretesa fatta valere con il ricorso per ingiunzione e, se il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura monitoria che non importino l’insussistenza del diritto fatto valere con tale procedura. Invece, l’insussistenza delle condizioni che legittimano l’emanazione del procedimento monitorio può spiegare rilevanza soltanto sul regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. 12 gennaio 2006, n. 419.

 

Nel sistema delineato dal codice di procedura civile, il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si atteggia come un procedimento il cui oggetto non è ristretto alla verifica delle condizioni di ammissibilità e di validità del decreto stesso, ma si estende all’accertamento, con riferimento alla situazione di fatto esistente al momento della pronuncia della sentenza, dei fatti costitutivi del diritto in contestazione a nulla rilevando, al fine di trasformare il giudizio in una mera verifica dei requisiti formali, che l’opposto, costituendosi nel giudizio di opposizione, chieda solo la conferma del decreto ingiunti vo. Cass. 12 agosto 2004, n. 15702.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario e autonomo giudizio di cognizione, esteso, come tale, non solo all’esame delle condizioni di ammissibilità e validità del procedimento monitorio, ma anche alla fondatezza della domanda del creditore in base a tutti gli elementi di prova addotti da quest’ultimo e contrastati dall’ingiunto. Ne consegue che, qualora il giudice riconosca (come nella specie) fondata solo parzialmente un’eccezione di prescrizione formulata dall’opponente, deve comunque revocare in toto il decreto opposto, statuendo in merito al pagamento degli importi residui del credito, poiché la relativa sentenza di condanna è destinata a sostituirsi, del tutto legittimamente, all’originario provvedimento monitorio, e poiché, ancora, nel giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione, l’attore opposto può, altrettanto legittimamente, ridurre l’originario petitum senza che ciò costituisca domanda nuova, né in primo grado né in appello. Cass. 6 agosto 2004, n. 15186.

 

Con l’opposizione a decreto ingiuntivo si instaura un normale procedimento di cognizione, nel quale il creditore opposto può produrre nuove prove ad integrazione di quelle già offerte nella fase monitoria ed il giudice non valuta soltanto la sussistenza delle condizioni e della prova documentale necessarie per l’emanazione della ingiunzione, ma la fondatezza (e le prove relative) della pretesa creditoria nel suo complesso, con la conseguenza che l’accertamento dell’esistenza del credito travolge e supera le eventuali insufficienze probatorie riscontrabili nella fase monitoria. Cass. 24 maggio 2004, n. 9927.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione, onde il giudice dell’opposizione è investito del potere-dovere di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione, anche qualora il decreto sia stato emesso fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio; ne consegue che, ove non si ponga un problema di spese della specifica fase monitoria, è irrilevante che il giudice dell’opposizione accerti se, sulla base della documentazione prodotta, il decreto poteva o meno essere emesso, dovendo perciò ritenersi inammissibile per carenza di interesse il ricorso per Cassazione che censuri su tale punto la sentenza di merito. Cass. lav., 24 giugno 2004, n. 11762; conforme Cass. 12 maggio 2003, n. 7188; Cass. 22 marzo 2001, n. 4121.

 

Posto che l’opposizione al decreto ingiuntivo non è un’impugnazione del decreto, volta a farne valere vizi ovvero originarie ragioni di invalidità, ma dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione di merito, teso all’accertamento dell’esistenza del diritto di credito azionato dal creditore con il ricorso ex artt. 633 e 638 c.p.c. - di tal che la sentenza che decide il giudizio deve accogliere la domanda dell’attore (il creditore istante), rigettando conseguentemente l’opposizione, quante volte abbia a riscontrare che i fatti costitutivi del diritto fatto valere in sede monitoria, pur se non sussistenti al momento della proposizione del ricorso o della emissione del decreto, sussistono tuttavia in quello successivo della decisione - l’opponente è privo di adeguato interesse a dolersi del fatto che la sentenza impugnata, nel rigettare l’opposizione, non abbia tenuto conto che difettava una delle condizioni originarie di ammissibilità del decreto ingiuntivo, quando tale condizione, in realtà, sia maturata immediatamente dopo, e comunque ben prima della definizione del giudizio di opposizione. (Nella specie, la doglianza del ricorrente era riferita alla circostanza che il decreto, con il quale gli era stato ingiunto di restituire alla banca recedente le somme ricevute a titolo di apertura di credito, fosse stato emesso prima della scadenza del termine dilatorio di quindici giorni previsto dall’art. 1845, secondo comma, c.c., e anche del termine, inferiore, negozialmente pattuito; nell’enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha così escluso l’incidenza del rilievo prospettato sulla sostanziale soccombenza dell’opponente, precisando che questi neppure aveva allegato, a sostegno del dedotto motivo di censura, uno specifico interesse con riguardo al regime delle spese, interesse in ogni caso non ravvisabile in relazione alla domanda di risarcimento dei danni per lite temeraria formulata nel corso del giudizio dal medesimo opponente). Cass. 22 aprile 2003, n. 6421.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione in cui il giudice non deve limitarsi a stabilire se l’ingiunzione fu emessa legittimamente in relazione alle condizioni previste dalla legge per l’emanazione del provvedimento monitorio, ma accertare il fondamento della pretesa fatta valere col ricorso per ingiunzione (pretesa che può essere dall’attore eventualmente ridotta nel giudizio di opposizione) e, ove il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura monitoria che non importino l’insussistenza del diritto fatto valere con tale procedura; l’eventuale mancanza delle condizioni che legittimano l’emanazione del provvedimento monitorio, come anche l’esistenza di eventuali vizi nella relativa procedura, può spiegare rilevanza soltanto sul regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. lav., 9 maggio 2002, n. 6663; conforme Cass. 18 aprile 2000, n. 4974; Cass. 27 settembre 1999, n. 10704; Cass. 2 settembre 1998, n. 8717.

 

La pronuncia di nullità del ricorso per decreto ingiuntivo (nonché del decreto stesso), una volta instauratosi il contraddittorio con la opposizione e la costituzione in giudizio degli opponenti (formalmente attori, ma sostanzialmente convenuti), va pur sempre collocata nel più vasto ambito dell’instaurato giudizio ordinario (ed autonomo) di cognizione, esteso, come tale, non solo all’esame della ammissibilità e validità del procedimento monitorio, ma anche (e comunque) della fondatezza della domanda di merito introdotta a seguito della rituale costituzione delle parti, con la conseguenza che il giudice adito, pur dichiarata la nullità del ricorso e del conseguente decreto ingiuntivo, è inderogabilmente chiamato ad una pronuncia sostanziale in ordine alla domanda di condanna ormai introdotta in seno al nuovo giudizio, ricorrendo, in caso contrario, gli estremi della fattispecie della omessa pronuncia, con conseguente annullamento con rinvio da parte della Suprema Corte allo stesso giudice per una nuova pronuncia di merito. Cass. 17 ottobre 1997, n. 10169.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, il (preteso) debitore opponente, assumendo la posizione di convenuto sostanziale, conserva ogni possibilità di difesa e può perciò provare di avere pagato, in tutto o in parte, il suo debito anche dopo l’emissione dell’ingiunzione, senza che l’esercizio di questa facoltà di difesa sia rinviato al processo esecutivo. Cass. lav., 12 ottobre 1979, n. 5348.

 

 

  1. Questioni di giurisdizione e competenza.

 

 

2.1. Giurisdizione.

Presupposto del processo di esecuzione civile è l’esistenza di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, senza che possano venire in considerazione profili cognitori per l’accertamento dell’esistenza di un’obbligazione, con la conseguenza che in punto di giurisdizione non si può profilare altro giudice competente sulla materia. Ne consegue che, in caso di decreto ingiuntivo emesso nei confronti di un’Ambasciata straniera in relazione a crediti di lavoro, la questione di giurisdizione può essere validamente eccepita o rilevata solo in sede di opposizione a decreto ingiuntivo e non anche nell’opposizione al precetto, nell’ambito della quale assumono rilievo soltanto le questioni attinenti al diritto della creditrice di procedere all’esecuzione forzata sulla base di un titolo formalmente valido ed in assenza di cause sopravvenute di inefficacia. (Nella specie, la corte territoriale, a fronte di una duplice opposizione, al decreto ingiuntivo e al precetto, aveva omesso di valutare la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiarata dal giudice di primo grado per tardività dell’opposizione ed aveva esaminato - scavalcando l’ordine logico-giuridico delle questioni - direttamente l’eccezione di giurisdizione; le Sez. Un., nel confermare l’inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo, con conseguente preclusione della questione di giurisdizione, ha cassato la decisione rimettendo le parti innanzi al giudice del rinvio per l’esame delle sole questioni oggetto dell’opposizione ex art. 615 c.p.c.). Cass., Sez. Un.,27 luglio 2011, n. 16390.

 

Ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo rileva non tanto la prospettazione compiuta dalle parti, quanto il “petitum” sostanziale, che va identificato soprattutto in funzione della “causa petendi”, ossia dell’intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio; ne consegue che il giudizio di opposizione, promosso da un privato nei confronti di un Comune, avverso il decreto ingiuntivo emesso per l’esazione della sanzione sostitutiva della demolizione di porzioni di fabbricato edificato in parziale difformità rispetto ai titoli edilizi in precedenza rilasciati, è devoluto alla giurisdizione del giudice ordinario, in quanto tale giudizio non ha ad oggetto la valutazione del corretto uso del potere sanzionatorio da parte della P.A., bensì l’accertamento della sussistenza o meno del credito azionato. Cass., Sez. Un., 25 giugno 2010 n. 15323.

 

Con riguardo alla causa di opposizione a decreto ingiuntivo, avente ad oggetto l’adempimento di un accordo asseritamente intervenuto con l’amministrazione sull’ammontare del conguaglio del prezzo di cessione volontaria, a suo tempo stipulata nell’ambito di una procedura espropriativa, di tale questione, tenendo conto della comparsa di costituzione dell’opposto che ha precisato la domanda facendo valere una pretesa lato sensu diretta al conseguimento di un ristoro per la perdita della proprietà, va affermata la natura indennitaria, per la quale l’art. 34, comma 3, lett. b), D.Lgs. n. 80 del 1998 conferma la giurisdizione del giudice ordinario, pur se l’ammontare del ristoro espropriativo sia stato asseritamente oggetto di accordo. Cass., Sez. Un., 13 febbraio 2007, n. 3040.

 

Poiché, ai sensi dell’accordo internazionale di Washington concluso il 31 ottobre 1950 (recepito nello Stato italiano con la legge 9 gennaio 1951, n. 11), i privilegi e l’immunità dalla giurisdizione italiana sono accordati ai soggetti del vertice dell’organizzazione della F.A.O. e ai funzionari di concetto appositamente individuati dello stesso Ente internazionale con riferimento all’ambito della loro attività connessa con i poteri di supremazia della medesima Organizzazione e con i relativi fini istituzionali, il godimento in regime di locazione in Italia di un immobile da parte di un funzionario della F.A.O., per abitarlo o per destinarlo ad altro suo uso diretto, integra un fatto che si colloca al di fuori della suddetta attività istituzionale e funzionale della F.A.O. stessa, sicché per le controversie (di pagamento per morosità, nella specie) insorgenti dal relativo contratto di diritto privato deve affermarsi la giurisdizione del giudice italiano. Cass., Sez. Un., 1° giugno 2006, n. 13024.

 

In tema di riscossione delle somme dovute a titolo di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione delle norme sulla circolazione stradale, qualora l’autorità amministrativa rinunci all’esercizio dei propri poteri autoritativi e si rivolga al giudice al fine di ottenere un titolo giudiziale per la realizzazione del suo credito, invece di procedere direttamente alla emissione della cartella esattoriale, ai sensi dell’art. 27 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (che rinvia alla disciplina della riscossione in materia di imposte dirette), l’iniziativa non esclude la giurisdizione del giudice ordinario e non dà luogo ad alcuna indebita interferenza nella sfera di potere riservata alla P.A. nell’esercizio delle sue funzioni di amministrazione attiva, non essendo sindacabile la scelta dell’autorità amministrativa di avvalersi di strumenti privatistici per la realizzazione dei suoi fini. Cass., Sez. Un., 2 maggio 2006, n. 10067.

 

Il giudicato sulla giurisdizione può formarsi, oltre che a seguito della statuizione emessa dalle Sezioni Unite della S.C. in sede di regolamento preventivo di giurisdizione o di ricorso ordinario per motivi attinenti alla giurisdizione, ovvero per effetto di declaratoria espressa sulla giurisdizione data dal giudice di merito e non investita da specifica impugnazione, anche a seguito del passaggio in giudicato di una sentenza di merito che contenga il riconoscimento, sia pure implicito, della giurisdizione del giudice adito; pertanto, qualora sia stato emesso decreto ingiuntivo non opposto, deve ritenersi formato il giudicato quanto al rapporto creditorio, poiché in tal caso il decreto reca l’affermazione, almeno implicita, della giurisdizione del giudice ordinario sul rapporto, con conseguente inammissibilità, in caso di domande del creditore per il pagamento degli ulteriori interessi legali, del motivo di ricorso diretto a denunciare il difetto di giurisdizione di detto giudice. Cass., Sez. Un., 12 luglio 2005, n. 14546.

 

In sede di regolamento preventivo di giurisdizione, proposto in pendenza del giudizio d’opposizione avverso decreto ingiuntivo, deve escludersi la possibilità di dedurre l’irritualità della instaurazione di detto giudizio e l’esecutività del decreto opposto, trattandosi di questioni estranee alla giurisdizione e riservate al giudice cui spetta di conoscere del fondamento della domanda. Cass., Sez. Un., 6 luglio 2005, n. 14208; conforme Cass., Sez. Un., 11 aprile 1990, n. 3074.

Il regolamento preventivo di giurisdizione è esperibile in pendenza del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, non trovando ostacolo nell’emissione di quest’ultimo, atto processuale che, per effetto dell’opposizione, assume carattere provvisorio, non idoneo a contenere alcuna statuizione concernente la giurisdizione su cui possa formarsi il giudicato. Cass., Sez. Un., 14 gennaio 2005, n. 601; conforme Cass., Sez. Un., 25 ottobre 1996, n. 9336.

 

In relazione al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, non riguardano la giurisdizione, e non sono pertanto deducibili con istanza di regolamento preventivo, nè la questione attinente all’esperibilità del procedimento monitorio in causa soggetta al rito del lavoro, né la questione della devoluzione della controversia alla cognizione del giudice specializzato agrario, la quale investe un problema di competenza fra organi del medesimo ordine giurisdizionale. Cass., Sez. Un., 15 ottobre 1984, n. 5156.

 

L’esperibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, in pendenza del procedimento di opposizione avverso decreto ingiuntivo, non resta esclusa dall’emissione di tale decreto, che non costituisce decisione nel merito, ai sensi ed agli effetti dell’art. 41 c.p.c., né trova ostacolo, ove si sostenga che la controversia sia devoluta al giudice amministrativo, nella circostanza che questi manca del potere di revocare il decreto opposto, tenuto conto che tale provvedimento monitorio, in ipotesi di declaratoria del difetto di giurisdizione del giudice ordinario, viene travolto dalla caducazione dell’intera procedura, con la conseguente necessità di proporre ex novo il giudizio davanti al giudice munito di giurisdizione. Cass., Sez. Un., 16 maggio 1984, n. 2982.

 

La devoluzione alla cognizione del giudice amministrativo della controversia inerente alla legittimità del provvedimento del sindaco irrogativo di sanzione pecuniaria per opere edilizie abusive sia in forza dell’espressa previsione dell’art. 16 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, sia, prima dell’entrata in vigore di tale norma, in base ai principi generali sul riparto della giurisdizione, comporta, per il caso in cui l’autorità comunale abbia chiesto ed ottenuto, per il pagamento di detta sanzione, decreto ingiuntivo, ai sensi degli artt. 633 e ss. c.p.c., che nel giudizio di opposizione avverso il decreto, su deduzione di parte od anche d’ufficio, deve essere dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, anche per quanto riguarda la fase monitoria, con la conseguenza resta travolto il decreto opposto. Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2380.

 

 

2.2. Competenza funzionale ed inderogabile: declaratoria di incompetenza e regolamento di competenza.

Quando la domanda in via monitoria viene proposta con una qualificazione del rapporto idonea a giustificare la competenza di un giudice secondo criteri generali di valore e l’opponente a decreto ingiuntivo eccepisca che il rapporto ha una diversa qualificazione giustificativa della competenza per materia di un diverso giudice (nella specie, quello del lavoro ai sensi dell’art. 409, n. 3, c.p.c., in ragione della dedotta sussistenza di un rapporto di agenzia), poiché questa competenza costituisce l’eccezione rispetto alla regola, ad integrare la fondatezza dell’eccezione di competenza - in relazione al principio per cui le questioni di competenza vanno risolte in base ad una mera istruzione sommaria ai sensi dell’art. 38, terzo comma, c.p.c. -, è sufficiente che la eccepita qualificazione giustificativa non sia “prima facie” infondata sulla scorta di quanto emerge dagli atti o dalla stessa istruzione sommaria. Cass. 26 febbraio 2008, n. 4954.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo dinanzi al giudice di pace, poiché la competenza, attribuita dall'art. 645 cod. proc. civ. all'ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha carattere funzionale ed inderogabile, nel caso in cui l'opponente formuli domanda riconvenzionale eccedente i limiti di valore della competenza del giudice adito, questi è tenuto a separare le due cause, trattenendo quella relativa all'opposizione e rimettendo l'altra al tribunale, il quale, in difetto, qualora gli sia stata rimessa l'intera causa, può richiedere nei limiti temporali fissati dall'art. 38 cod. proc. civ. il regolamento di competenza ex art. 45 cod. proc. civ. Regola competenza d'ufficio

Cassazione civile sez. VI  12 gennaio 2015 n. 272

 

La dichiarazione di incompetenza del giudice che ha emanato il decreto ingiuntivo, pronunciata dallo stesso giudice funzionalmente competente ex art. 645 c.p.c., determina in ogni caso la caducazione del decreto, sicché l’eventuale riassunzione dinanzi al giudice competente non concerne la causa di opposizione, ormai definita, ma soltanto la causa relativa alla pretesa azionata dal creditore; ne consegue che, riformata in appello la sentenza di primo grado di rigetto dell’opposizione a decreto per incompetenza del giudice che aveva emesso il decreto, la mancata riassunzione della causa dinanzi al giudice competente non comporta il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ai sensi dell’art. 338 c.p.c., non configurandosi estinzione rispetto all’esito di definizione del giudizio di opposizione ad opera del giudice funzionalmente competente. (La S.C., in applicazione del principio soprariportato, ha confermato la sentenza d’appello, secondo la quale la dichiarazione di incompetenza del giudice che aveva emanato il decreto aveva eliminato il provvedimento monitorio, con la conseguenza che, estintosi il giudizio per mancata riassunzione, non era rimasta efficace alcuna sentenza di merito). Cass. lav., 21 maggio 2007, n. 11748.

 

L’art. 48 c.p.c., nel prevedere la sospensione dei processi in relazione ai quali è richiesto il regolamento di competenza al fine di impedire che la causa sia decisa da un giudice eventualmente incompetente, si riferisce unicamente a quei processi la cui decisione dipenda dalla risoluzione della questione di competenza dedotta con l’istanza di regolamento, per cui, ove sia stata proposta opposizione a decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, in virtù del quale sia stata iniziata l’espropriazione mobiliare in danno dell’ingiunto, la proposizione del regolamento di competenza avverso la sentenza, che abbia dichiarato l’incompetenza del giudice adito con l’opposizione all’ingiunzione, non produce l’automatico effetto sospensivo anche del procedimento esecutivo. In tal caso, infatti, non si realizza la condizione prevista dal citato art. 48 c.p.c. della contemporanea pendenza, dinanzi allo stesso o a diversi giudici, di due procedimenti di cognizione entrambi subordinati alla decisione della questione di competenza, considerato, altresì, che la sospensione del processo esecutivo, che non sia disposta dal giudice davanti al quale è impugnato il titolo esecutivo (art. 623 c.p.c.), può derivare solo in virtù di apposito provvedimento ex art. 624 c.p.c. del giudice dell’esecuzione. Cass. 31 marzo 2007, n. 8061.

 

L’adesione dell’opposto all’eccezione dell’opponente di incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo comporta, a norma dell’art. 38 c.p.c, che viene escluso ogni potere del giudice adito di decidere sulle competenza e conseguentemente di pronunciare sulle spese processuali relative alla fase svoltasi davanti a lui, dovendo provvedervi il giudice al quale è rimessa la causa. Tuttavia l’ordinanza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, prendendo atto dell’adesione dell’opposto all’eccezione, dispone la cancellazione della causa dal ruolo, deve contenere la revoca dell’ingiunzione, essendo a tal fine necessario un provvedimento espresso, e non implicito, che impedisca al decreto di produrre gli effetti provvisori di cui esso è capace in pendenza dell’opposizione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6106.

 

È ammissibile il regolamento di competenza avverso sentenza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiari la nullità del decreto opposto esclusivamente per incompetenza del giudice che lo ha emesso, atteso che essa integra una statuizione sulla competenza, e non una pronuncia sul merito, essendo la dichiarazione di nullità non solo conseguente, ma anche necessaria rispetto alla declaratoria di incompetenza; e ciò anche nel caso in cui la sentenza contenga condanna alla restituzione di quanto percepito dal ricorrente in forza del decreto ingiuntivo dichiarato provvisoriamente esecutivo, essendo anche tale statuizione conseguenza necessitata della dichiarazione di nullità del decreto opposto e, quindi, della statuizione di incompetenza. Esula dalla speciale competenza in unico grado della corte di appello, ai sensi dell’art. 19 della legge n. 865 del 1971, la domanda di pagamento di un’indennità di espropriazione che sia già stata determinata in via definitiva dalla competente autorità e rispetto alla quale vi sia stata accettazione implicita da parte dell’espropriato, per mancata impugnazione, o addirittura accettazione esplicita, anche nel caso in cui non sia stato adottato nel termine previsto il decreto di esproprio, atteso che in tali casi non si tratta di pervenire alla definizione giudiziale della giusta indennità per l’espropriazione, ma unicamente di stabilire la sussistenza o meno del diritto dell’espropriato alla corresponsione della somma definitivamente determinata dall’organo competente e accettata dall’espropriato, salvo poi stabilire il titolo di attribuzione della somma stessa in mancanza del decreto di esproprio. (Nella fattispecie la S.C. ha pertanto cassato, in sede di regolamento di competenza, la sentenza, di segno opposto, del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal presidente del tribunale, con la quale era stato annullato il decreto opposto per incompetenza del giudice che lo aveva emesso). Cass. 17 luglio 2006, n. 16193.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza ha carattere funzionale e inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, per cui rimane insensibile alle situazioni di connessione delineate dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., e dall’art. 40 in relazione alle cause in cui è competente il giudice di pace; pertanto, qualora dinanzi a quest’ultimo, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a spese condominiali l’opponente deduca di varie impugnato con separato giudizio promosso dinanzi al tribunale la delibera condominiale di approvazione e ripartizione degli oneri condominiali, il giudice di pace deve trattare e decidere la causa di opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 17 marzo 2006, n. 6054.

 

L’ordinanza con la quale il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo, senza dichiararlo nullo, prendendo atto dell’adesione dell’opposto all’eccezione dell’opponente di incompetenza territoriale del giudice che lo ha emesso, dispone la cancellazione della causa dal ruolo e rimette le parti dinanzi al giudice indicato dalle medesime, contiene, anche se implicita, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo in quanto emesso da giudice incompetente; di conseguenza, permanendo soltanto il giudizio di accertamento del credito a suo tempo monitoriamente azionato, trasmigrato al giudice ad quem, non sussiste il conflitto sollevato da quest’ultimo, a norma dell’art. 45 c.p.c., sul presupposto della propria incompetenza funzionale, in base al rilievo del mancato annullamento del decreto da parte del primo giudice. Cass. 20 maggio 2005, n. 10687; conforme Cass. 1° dicembre 1995, n. 12423.

 

Qualora il Conciliatore abbia dichiarato, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di una somma di danaro, la propria incompetenza per valore, il Pretore, al quale la causa è stata rimessa, non può richiedere d’ufficio il regolamento di competenza d’ufficio - che se proposto va dichiarato inammissibile - perché il provvedimento non integra una pronuncia declinatoria della competenza funzionale attribuita dall’art. 645 c.p.c., con riguardo soltanto all’accertamento delle condizioni per l’azione d’ingiunzione, ancorché manchi un’espressa dichiarazione di nullità del decreto opposto (da ritenersi implicita conseguenza della dichiarazione d’incompetenza a conoscere della causa di merito), né - trattandosi di pagamento di somme di denaro, non rientranti nella competenza per materia stabilita dall’art. 7, comma 2, c.p.c. per le cause vertenti sulle modalità d’uso dei servizi condominiali - una pronuncia implicita declinatoria di tale competenza per materia, e dovendo altresì escludersi che possa rilevare, ai fini di qualificare come funzionale ed inderogabile la sua competenza, il potere attribuito allo stesso conciliatore di decidere secondo equità osservando i principi regolatori della materia. (art. 113 c.p.c.). Cass., Sez. Un., 21 dicembre 1992, n. 13567.

 

La sentenza con cui in sede di opposizione a decreto ingiuntivo si dichiari l’incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto non comporta la declinatoria della competenza funzionale a decidere sull’opposizione, ma contiene, anche se implicitamente, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo, in quanto tale declaratoria è conseguenza necessaria e inscindibile dalla pronuncia di incompetenza del giudice che lo ha emesso; di conseguenza ciò che trasmigra al giudice ad quem non è propriamente la causa di opposizione, ma una causa che si svolge secondo il rito ordinario, sulla base della previsione dell’articolo 645 c.p.c. Pertanto, la riassunzione tempestiva della causa davanti al giudice dichiarato competente non consente a quest’ultimo di richiedere d’ufficio, a norma dell’articolo 45 c.p.c., il regolamento di competenza inderogabile di cui all’articolo 28 del codice di procedura civile. Cass. 11 luglio 2006, n. 15694.

 

La sentenza con cui il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo dichiara l’incompetenza territoriale del giudice che ha emesso il decreto, non comporta la declinatoria della competenza funzionale ed inderogabile di quest’ultimo a decidere sulla opposizione ma contiene, ancorché implicita, la declaratoria di invalidità del decreto ingiuntivo, sicché la tempestiva riassunzione del giudizio dinanzi al giudice dichiarato competente non può essere riferita alla causa di opposizione al decreto, che ormai non esiste più, ma costituisce un nuovo atto di impulso di un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto la medesima domanda proposta con il ricorso in sede monitoria. Ne consegue che la mancata tempestiva riassunzione della causa determina l’estinzione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, con conseguente definitiva efficacia esecutiva di quest’ultimo, soltanto se la pronuncia con cui il giudice dell’opposizione dichiari la propria incompetenza non contenga (o anzi escluda) una contestuale pronuncia (sia pure implicita) di revoca o di nullità del decreto opposto. Cass. 9 novembre 2004, n. 21297.

 

Allorché il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ravvisi che il decreto sia stato emesso da un giudice incompetente per valore, deve adottare, nell’esercizio della sua competenza funzionale di giudice dell’opposizione, la consequenziale pronuncia di invalidità del decreto, e rimettere al tribunale, competente per valore, la causa ordinaria avente ad oggetto le domande cumulate originariamente proposte dal creditore con l’atto introduttivo della procedura per ingiunzione, onde consentire la traslatio judicii attraverso la tempestiva riassunzione ex art. 50 c.p.c. In materia di emissione ed opposizione a decreto ingiuntivo, la dichiarazione di contenimento del valore della domanda nei limiti di competenza del giudice adito può essere validamente formulata solo nel ricorso per decreto ingiuntivo, e, ove formulata nella successiva comparsa di risposta dell’ingiungente - opposto, essa può efficacemente contrastare l’eccezione di incompetenza per valore del giudice che ha emesso il decreto sollevata dalla controparte solo se da essa possa desumersi la rinuncia al decreto ingiuntivo emesso, in quanto affetto da nullità per essere stato emesso da giudice incompetente per valore, con i conseguenti effetti circa le spese della fase monitoria, e con l’instaurazione ex novo di un ordinario giudizio di cognizione. Cass. 14 luglio 2003, n. 10981.

 

In tema di opposizione al decreto ingiuntivo, qualora l’opponente deduca l’illegittimità del provvedimento per ragioni d’incompetenza per valore o per territorio del giudice che l’ha emesso, oltre che per ragioni di merito attinenti all’esistenza, attualità ed entità del credito fatto valere in sede monitoria, la sentenza del giudice della opposizione che, accogliendo la stessa sotto il primo degli anzidetti profili, rimetta le parti davanti al giudice ritenuto competente a conoscere la domanda nel merito integra una pronunzia sulla sola competenza, impugnabile esclusivamente con istanza di regolamento di competenza. Cass. 4 aprile 2003, n. 5310; conforme Cass. 26 marzo 2003, n. 4478.

 

La predetta ordinanza non viola la competenza funzionale del giudice dell’opposizione a decidere sul decreto, perché essendo questo ormai invalido, dinanzi al giudice competente è riassunto un ordinario giudizio di cognizione sul credito posto a fondamento del ricorso per ingiunzione. Cass. 15 dicembre 1999, n. 14075.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’art. 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha emesso il decreto. Ne consegue che qualora tale giudice ritenga che la controversia introdotta con l’opposizione esuli dalla propria competenza per materia (nella specie, quella del giudice di pace per le cause relative alla misura e alle modalità d’uso dei servizi condominiali), non può rimettere la causa davanti al giudice superiore dichiarandosi incompetente, in quanto la questione di competenza così formulata non ha alcuna incidenza sulle valutazioni, di merito, circa la legittimità del decreto ingiuntivo opposto, ivi compresa la questione relativa alla eventuale incompetenza del giudice che ha emesso il decreto, con la conseguente dichiarazione di nullità del provvedimento monitorio, pronuncia questa costituente pur sempre esercizio, e non diniego, della competenza funzionale e inderogabile del giudice dell’opposizione. Cass. 21 gennaio 2003, n. 861; conforme Cass. 11 luglio 2006, n. 15720.

 

In caso di regolamento di competenza avverso la sentenza che, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, rigetta l’eccezione di incompetenza per essere la causa devoluta alla cognizione arbitrale, la declaratoria da parte della Corte di Cassazione della competenza del collegio arbitrale rende suscettibile di revoca l’ingiunzione da parte del giudice innanzi al quale pende il giudizio d’opposizione. Cass. 11 luglio 2006, n. 15720; conforme Cass. 25 agosto 1997, n. 7990.

 

 

2.3. Competenza per connessione tra domande: separazione delle cause.

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza ha carattere funzionale e inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, per cui rimane insensibile alle situazioni di connessione delineate dagli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., e dall’art. 40 in relazione alle cause in cui, come nel caso di specie, è competente il giudice di pace; ne consegue che, se al giudice di pace vengono proposte contestualmente una opposizione a decreto ingiuntivo ed una questione pregiudiziale che supera la sua competenza per valore, chiedendosene la decisione con efficacia di giudicato, è corretta la decisione del giudice di pace che rimetta al giudice dotato di competenza per valore più elevata solo la parte della controversia relativa alla decisione sulla questione pregiudiziale. Cass. 23 maggio 2003, n. 8165; conforme Cass. 7 maggio 2001, n. 6351; Cass. 23 aprile 2001, n. 5970.

 

 

2.3.1. Cumulo di domande per valore.

L’unicità dell’atto, con cui può validamente proporsi opposizione a più decreti ingiuntivi, non influenza la competenza per valore, che neppure è modificata dalla riunione dei procedimenti ai sensi dell’art. 273 c.p.c., né è idonea a spostare la competenza funzionale del giudice che ha emesso i decreti ingiuntivi a conoscere delle opposizioni. Nel caso, poi, di opposizione con unico atto a più decreti ingiuntivi emessi dal giudice di pace, al fine di accertare - nel regime anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006 - quale sia il mezzo di impugnazione esperibile avverso la sentenza con cui detto giudice abbia deciso l’opposizione, se, cioè, questa debba considerarsi pronunciata secondo equità ovvero secondo diritto, il valore della causa va determinato ai sensi dell’art. 10, secondo comma, c.p.c. (Nella specie, con unico atto era stata proposta opposizione a dodici decreti ingiuntivi - la cui somma ammontava complessivamente ad euro 11.430,93 -, emessi dal giudice di pace in favore dello stesso creditore e nei confronti dello stesso debitore; la S.C., sulla scorta dell’enunciato principio, ha ritenuto che la conclusiva sentenza del giudice di pace dovesse essere impugnata con atto di appello e non con ricorso per cassazione). Cass. 20 novembre 2009, n. 24539.

 

La competenza per l’opposizione a decreto ingiuntivo, attribuita dall’art. 645 c.p.c. all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto in conseguenza della qualificazione del giudizio di opposizione come giudizio di impugnazione e della normale inderogabilità della competenza per le impugnazioni, ha carattere funzionale ed inderogabile e non subisce modificazioni neppure per effetto di connessione c.d. impropria, all’esito della riunione di due o più cause di opposizione a distinti decreti ingiuntivi pronunziati dallo stesso giudice contro il medesimo soggetto, ancorché il cumulo delle domande ecceda la competenza per valore del giudice adito. Ne consegue che il giudice superiore cui sia stata rimessa l’intera causa ben può chiedere il regolamento di competenza a norma dell’art. 45 c.p.c., giacché la declaratoria di incompetenza per valore del primo giudice comporta implicitamente la soluzione in senso negativo della questione relativa alla propria competenza funzionale ed inderogabile, determinando così i presupposti di un conflitto virtuale negativo di competenza. Cass. 18 maggio 2005, n. 10374; conforme Cass. 28 marzo 2000, n. 3730; Cass. 18 febbraio 2000, n. 1828; Cass. 27 novembre 1999, n. 13281.

 

In tema di compensi professionali forensi, tenuto conto che, ai sensi del secondo comma dell’art. 6 del d.m. n. 585 del 1994, nella liquidazione degli onorari a carico del cliente può aversi riguardo al valore effettivo della controversia quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile, il giudice di merito deve verificare in concreto l’attività difensiva che il legale ha dovuto apprestare in relazione alle peculiarità del caso specifico in modo da stabilire se, al fine di determinare le competenze dovute al legale, l’importo oggetto della domanda possa costituire un parametro di riferimento idoneo ovvero se lo stesso si riveli del tutto inadeguato rispetto all’effettivo valore della causa. Pertanto, qualora sia accolta l’opposizione proposta ai sensi dell’art. 645 c.p.c., l’onorario dovuto al difensore del creditore che aveva chiesto il decreto ingiuntivo opposto deve essere determinato ponendo riferimento, in relazione al valore della controversia, alla domanda originaria, non potendo, allo scopo, operare il cumulo con la domanda successivamente proposta dall’opposto in sede di costituzione nel giudizio di opposizione. Cass. 31 maggio 2010 n. 13229.

 

 

2.3.2. Domande riconvenzionali.

La competenza dell’ufficio giudiziario, al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, a conoscere della relativa opposizione ha carattere funzionale, e, pertanto, inderogabile, con la conseguenza che, qualora nel giudizio di opposizione sia proposta domanda riconvenzionale rientrante nella competenza per valore di un altro giudice, il giudice dell’opposizione non può rimettere tutta la causa al giudice superiore, ma deve rimettere solo quella relativa alla domanda riconvenzionale, trattenendo quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo. Peraltro, nella ipotesi in cui il decreto ingiuntivo sia stato emesso dal giudice conciliatore, il quale, investito della cognizione del giudizio di opposizione allo stesso, nonché di domanda riconvenzionale esorbitante dalla propria competenza per valore, abbia, erroneamente, rimesso l’intera vicenda processuale al tribunale, che abbia sollevato conflitto di competenza, la sopravvenuta legge n. 374 del 1991, istitutiva del giudice di pace, che, all’art. 39, ha soppresso l’ufficio del conciliatore, esclude che in alcun caso il giudice competente funzionalmente per l’opposizione possa essere identificato nello stesso conciliatore, non essendo configurabile, in detta ipotesi, quella pendenza del procedimento che, ai sensi delle disposizioni transitorie della citata legge (artt. 43 e 44), giustifica la persistenza, in via transitoria, della sua competenza, e ciò in quanto, con il precedente provvedimento di declaratoria di incompetenza, si è concluso il procedimento già instaurato davanti a quel giudice (nella specie la Suprema Corte ha dichiarato la competenza sulla controversia di opposizione a decreto ingiuntivo del giudice di pace dello stesso comune sede del soppresso ufficio del conciliatore, contro la cui decisione era stato elevato il conflitto di competenza d’ufficio). Cass. 9 marzo 2005, n. 5163.

 

La competenza per l’opposizione a decreto ingiuntivo, attribuita dall’art. 645 c.p.c. all’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha carattere funzionale ed inderogabile, stante l’assimilabilità del giudizio di opposizione a quello di impugnazione, sicché essa non può subire modificazioni neppure per una situazione di connessione, senza che rilevi in contrario la eliminazione della regola della rilevabilità d’ufficio delle competenze cosiddette forti in ogni stato e grado. Ne consegue che, nel caso in cui, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, sia proposta dall’opponente domanda riconvenzionale eccedente i limiti di valore della competenza del predetto giudice, questi è tenuto a separare le due cause, trattenendo quella relativa alla opposizione e rimettendo l’altra al giudice superiore, e che, in difetto, il giudice superiore cui sia stata rimessa l’intera causa può richiedere, nei limiti temporali fissati dall’art. 38 c.p.c., il regolamento di competenza ex art. 45 c.p.c. Cass. 20 settembre 2006, n. 20324; conforme Cass. 21 novembre 2006, n. 24743; Cass. 2 febbraio 2004, n. 1812; Cass. 17 giugno 2002, n. 8702; Cass. 4 marzo 2002, n. 3107; Cass. 12 febbraio 2002, n. 2011; Cass., Sez. Un., 18 luglio 2001, n. 9769; Cass. 20 aprile 2001, n. 5911; Cass., Sez. Un., 8 ottobre 1992, n. 10985.

 

L’art. 645 c.p.c., disponendo che l’opposizione a decreto ingiuntivo deve essere proposta dinanzi all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha stabilito riguardo all’opposizione posizione una competenza funzionale e non derogabile, neanche per ragioni di continenza o di connessione. Ne consegue che, qualora nel corso del giudizio di opposizione sia stata formulata una domanda nei confronti di un’Amministrazione dello Stato, domanda appartenente, ai sensi dell’art. 25 c.p.c., alla competenza territoriale inderogabile di altro giudice, quello dell’opposizione deve disporre la separazione delle cause, trattenendo il procedimento di opposizione e rimettendo quella domanda al giudice territorialmente competente, salva la successiva applicazione, da parte di quest’ultimo, dei principi in materia di sospensione dei processi. Cass. 7 luglio 2011, n. 15052; conforme Cass. 7 dicembre 2000, n. 15528.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo appartiene alla competenza funzionale e perciò inderogabile dello stesso Giudice che ha emesso il provvedimento (art. 645 c.p.c.) e, pertanto, ove l’opponente formuli domanda riconvenzionale eccedente la competenza per valore del Giudice dell’opposizione, questi deve separare le due cause, trattenendo quella di opposizione e rimettere l’altra al Giudice superiore, salvo sospendere la prima in attesa di definizione della seconda, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., ricorrendone i presupposti. Cass. 1° marzo 2000, n. 2251; conforme Cass. 14 febbraio 2000, n. 1625.

 

Quando nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo venga eccepito in compensazione un credito eccedente la competenza per valore del giudice adito, questi non può rimettere al giudice superiore tutta la causa, ma deve rimettergli solo la decisione relativa all’eccezione di compensazione e trattenere quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo, salva l’eventuale sospensione di quest’ultima causa a norma dell’art. 295 c.p.c. Cass. 25 febbraio 1999, n. 1640.

 

 

2.4. Litispendenza e continenza tra cause pendenti tra giudici diversi.

Il tema di opposizione a decreto ingiuntivo, il principio relativo all’inderogabilità e all’immodificabilità, anche per ragioni di litispendenza, continenza o connessione, della competenza funzionale - per l’opposizione - del giudice che ha emesso il provvedimento non é applicabile nel caso in cui nel giudizio di opposizione sia proposta dall’opponente domanda riconvenzionale relativa ad un rapporto giuridico diverso da quello cui si riferisce il procedimento monitorio e sia eccepita la litispendenza in relazione a tale domanda. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell’enunciato principio, ha confermato la decisione della corte di merito che, dichiarata la litispendenza in ordine alla domanda di risarcimento del danno da inadempimento, preventivamente proposta dinanzi ad altro tribunale e relativa a forniture diverse da quelle cui si riferiva il procedimento monitorio, aveva rigettato l’opposizione al decreto ingiuntivo). Cass. 22 aprile 2008, n. 10384.

 

La parte che eccepisce la litispendenza ha l’onere di dimostrare non solo l’esistenza, ma anche la persistenza, fino all’udienza di discussione, delle condizioni per l’applicabilità dell’art. 39 c.p.c. perché la questione deve essere decisa con riguardo alla situazione processuale esistente al momento della relativa pronuncia, e dunque avuto riguardo anche agli eventi processuali sopravvenuti. Tale principio trova applicazione anche qualora una delle cause sia stata introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo al quale abbia fatto seguito rituale opposizione. Cass. 29 settembre 2005, n. 19165.

 

Qualora in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente deduca in compensazione la sussistenza di un credito che superi l’ammontare del decreto e che sia stato già fatto oggetto di domanda nel corso di altro autonomo giudizio pendente presso un diverso giudice, non sussiste una questione pregiudiziale sulla quale deve decidere altro giudice e conseguentemente non ricorre una ipotesi di sospensione necessaria del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, bensì una ipotesi di litispendenza in cui il giudice dell’opposizione, ferma restando la sua competenza inderogabile per la causa di opposizione, deve pronunziarsi secondo quella che è la disciplina di cui all’art. 39 c.p.c. Cass. 27 febbraio 2004, n. 4020.

 

Nel caso in cui la parte nei cui confronti è stata chiesta l’emissione di decreto ingiuntivo abbia proposto domanda di accertamento negativo del credito davanti ad un diverso giudice prima che il ricorso ed il decreto ingiuntivo le siano stati notificati, se, in virtù del rapporto di continenza tra le due cause, quella di accertamento negativo si presti ad essere riunita a quella di opposizione, la continenza deve operare in questo senso, retroagendo gli effetti della pendenza della controversia introdotta con la domanda di ingiunzione al momento del deposito del relativo ricorso, sempre che la domanda monitoria sia stata formulata davanti a giudice che, alla data della presentazione, era competente a conoscerla. (Con l’affermazione di tale principio le Sezioni Unite hanno risolto il contrasto formatosi in seno alle sezioni semplici in ordine alla determinazione della prevenzione, rilevante ai fini della continenza, tra la domanda di condanna introdotta con il ricorso per decreto ingiuntivo davanti ad un determinato giudice, comunque competente, e quella, proposta successivamente al deposito del ricorso monitorio ma anteriormente alla sua notificazione, di accertamento negativo dello stesso credito dinanzi ad altro giudice). Cass., Sez. Un., 1° ottobre 2007, n. 20596.

Contra: Qualora alla data di notificazione di un decreto ingiuntivo sia pendente, davanti ad altro giudice, una diversa domanda la cui “causa petendi” sia (in tutto o in parte) identica a quella della domanda proposta nel procedimento monitorio, e nel cui “petitum” sia contenuto quello della domanda monitoria, il giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo è tenuto, con pronuncia esaustiva della sua competenza funzionale, a dichiarare la propria incompetenza, la nullità del decreto ingiuntivo e a rimettere la causa al primo giudice La S.C. ha affermato questo principio in una fattispecie in cui era stato incardinato fra le stesse parti prima un giudizio di opposizione al precetto fondato su vaglia cambiari e, successivamente, un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, davanti a diverso giudice, sulla base dei medesimi titoli di credito. Cass. 14 luglio 2011 n. 15532.

Conf.: In tema di procedimenti monitori che iniziano con ricorso depositato nella cancelleria del giudice competente, la pendenza della lite va determinata con riferimento alla notifica del ricorso e del conseguente decreto ingiuntivo, così come disposto dall’articolo 643 c.p.c., norma speciale e non soggetta a deroghe in base a principi di carattere generale. Cass. 3 ottobre 2007, n. 20759.

Al fine di determinare l’eventuale spostamento di competenza per continenza di una causa di opposizione a decreto ingiuntivo e di una controversia introdotta con rito ordinario, si deve fare riferimento alla data di instaurazione della lite secondo il criterio sopra indicato, ferma restando la competenza funzionale inderogabile del giudice che ha pronunciato il decreto a dichiararne la nullità. Cass. 2 febbraio 2006, n. 2319.

 

Il giudice al quale è proposta l’eccezione di continenza deve prima accertare quale sia la causa preventivamente adita (ponendo a raffronto, se una delle cause sia di opposizione a decreto ingiuntivo, la data di notificazione del ricorso e del decreto, atteso che questa determina la pendenza della lite), e poi verificare se il giudice preventivamente adito sia competente, per valore, materia e territorio, anche in relazione alla causa proposta successivamente. Cass. 15 febbraio 2001, n. 2214; conforme Cass. 29 ottobre 1998, n. 10784; Cass. 28 aprile 1981, n. 2588; Cass. 8 gennaio 1980, n. 121; Cass. 11 gennaio 1978, n. 94; Cass. 26 febbraio 1965, n. 314.

 

Qualora la causa in relazione alla quale è stato emesso il decreto ingiuntivo sia in rapporto di continenza con altra causa pendente davanti ad altro giudice preventivamente adito in sede di cognizione ordinaria, il giudice dell’opposizione, nell’esercizio della propria competenza funzionale ed inderogabile, deve dichiarare l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto e, conseguentemente, la nullità del medesimo, fissando un termine perentorio entro il quale le parti debbono riassumere la causa davanti al primo giudice. Cass. 16 giugno 2011, n. 13287.

 

Il giudice dell’opposizione deve dichiarare la competenza del giudice preventivamente adito e disporre il trasferimento innanzi a questo non della causa di opposizione al decreto, ma della causa ordinaria di pagamento. Cass. 21 gennaio 2003, n. 854; conforme Cass. 11 ottobre 2002, n. 14563; Cass., Sez. Un., 23 luglio 2001, n. 10011; Cass. 7 dicembre 2000, n. 15525; Cass. 21 novembre 2000, n. 15020.

 

Qualora davanti al giudice di pace, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo a spese condominiali, l’opponente deduca di aver impugnato con separato giudizio promosso davanti al tribunale della stessa città la delibera condominiale con cui era stata deliberata e ripartita la spesa per oneri condominiali, il giudice di pace deve trattenere e decidere la causa di opposizione a decreto ingiuntivo, in relazione alla quale sussiste la competenza funzionale e inderogabile del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, che prevale sulle ragioni di connessione previste dagli artt. 36 e 40 c.p.c. Cass. 17 settembre 2004, n. 18824.

 

Sussiste continenza di cause, ai sensi dell’art. 39, comma secondo, c.p.c., tra la domanda del venditore in via monitoria di condanna del compratore al pagamento del prezzo e quella preventivamente proposta in via ordinaria davanti ad un diverso giudice avente ad oggetto la domanda del compratore di risoluzione del contratto di compravendita e di risarcimento dei danni scaturendo le opposte domande dal medesimo rapporto contrattuale. Pertanto la competenza a decidere su entrambe le cause va accertata secondo il criterio della prevenzione rimanendo affidato al giudice della causa d’opposizione a decreto ingiuntivo il compito di valutare gli effetti su tale procedimento del rapporto di continenza. (Nel caso di specie la Corte ha cassato la sentenza con cui il tribunale di Como, preventivamente adito nella causa di risoluzione per inadempimento proposta dal compratore, aveva declinato la propria competenza in favore del giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo chiesto dal venditore, sul presupposto che detta competenza è funzionale e, perciò, inderogabile). Cass. 19 aprile 2001,n. 5837.

 

Il giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo non può sospendere il giudizio dinanzi a sé ai sensi dell’art. 295 c.p.c. fino alla definizione della causa ordinaria preventivamente instaurata, ma nell’esercizio della sua competenza funzionale deve dichiarare la nullità del decreto ingiuntivo per incompetenza del giudice che lo ha emesso e fissare un termine per la riassunzione della causa davanti al giudice preventivamente adito. Cass. 4 dicembre 1999, n. 13547.

 

Il giudice di appello sull’opposizione ad un decreto ingiuntivo non può dichiarare la nullità del provvedimento monitorio, omessa dal giudice di primo grado, per incompetenza originaria di detto giudice, avendolo emesso dopo la notifica della citazione per altra causa, dinanzi ad un giudice diverso, connessa a quella inerente al credito oggetto dell’ingiunzione, innanzi tutto perché la competenza funzionale ed inderogabile del giudice che ha emesso il decreto a decidere sull’opposizione osta all’applicabilità dell’art. 39, secondo comma, c.p.c., non potendo questo giudizio trasmigrare al giudice della causa anteriormente pendente; in secondo luogo perché la continenza non sussiste se le cause connesse pendono in grado diverso. Qualora poi la causa preventivamente instaurata sia stata definita in primo grado con sentenza ancora impugnabile, è per altro verso da escludere la continenza perché, fintantoché detta sentenza non è impugnata, manca la contemporanea pendenza di due giudizi su cause connesse. Cass. 13 novembre 2000, n. 14703.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo, che è disciplinata come procedimento d’impugnazione davanti allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento, è devoluta alla cognizione di questi in via funzionale ed inderogabile. Pertanto, ove sussista rapporto di continenza con altra causa pendente davanti a giudice diverso, il giudice dell’opposizione non può rimetterla a detto giudice, ma deve deciderla, salva la sospensione prevista dall’art. 295 c.p.c., se ne ricorrano i presupposti. Cass., Sez. Un., 8 ottobre 1992, n. 10985; conforme Cass. 26 novembre 1999, n. 13204.

 

 

2.5. Rapporti di pregiudizialità tra cause pendenti tra giudici diversi.

La sospensione necessaria del processo ex art. 295 c.p.c., nell’ipotesi di giudizio promosso per il riconoscimento di diritti derivanti da titolo, ricorre quando in un diverso giudizio tra le stesse parti si controverta dell’inesistenza o della nullità assoluta del titolo stesso, poiché al giudicato d’accertamento della nullità - la quale impedisce all’atto di produrre ab origine qualunque effetto, sia pure interinale - si potrebbe contrapporre un distinto giudicato, di accoglimento della pretesa basata su quel medesimo titolo, contrastante con il primo. Detto principio di inesecutività del titolo impugnato a seguito di allegazione della sua originaria invalidità assoluta è derogato, nella disciplina del condominio, da un sistema normativo che mira all’immediata esecutività del titolo, pur in pendenza di controversia, a tutela di interessi generali ritenuti prevalenti e meritevoli d’autonoma considerazione, sicché il giudice non ha il potere di disporre la sospensione della causa di opposizione a decreto ingiuntivo, ottenuto ai sensi dell’art. 63 disp. att. c.c., in relazione alla pendenza del giudizio in cui sia stata impugnata la relativa delibera condominiale, restando riservato al giudice dell’impugnazione il potere di sospendere ex art. 1137, comma secondo, c.c. l’esecuzione della delibera. Non osta a tale disciplina derogatoria il possibile contrasto di giudicati in caso di rigetto dell’opposizione all’ingiunzione e di accoglimento dell’impugnativa della delibera, poiché le conseguenze possono essere superate in sede esecutiva, facendo valere la sopravvenuta inefficacia del provvedimento monitorio, ovvero in sede ordinaria mediante azione di ripetizione dell’indebito. Cass., Sez. Un., 27 febbraio 2007, n. 4421.

 

Tra il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di oneri condominiali e la controversia avente ad oggetto l’impugnazione della delibera assembleare posta a sostegno della ingiunzione non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità necessaria, tale da giustificare la sospensione del procedimento di opposizione ai sensi dell’art. 295 c.p.c., tenuto conto, da un lato, che il diritto di credito del condominio alla corresponsione delle quote di spesa per il godimento delle cose e dei servizi comuni non sorge con la delibera assembleare che ne approva il riparto, ma inerisce alla gestione dei beni e servizi comuni, sicché l’eventuale venir meno della delibera per invalidità, se implica la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo, non comporta anche l’insussistenza del diritto del condominio di pretendere la contribuzione alle spese per i beni e servizi comuni di fatto erogati; e considerato dall’altro, che l’eventuale contrasto tra giudicati che potrebbe, in ipotesi, verificarsi in seguito al rigetto della opposizione ed all’accoglimento della impugnativa delle delibera, potrebbe essere superato in sede esecutiva, facendo valere la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo come conseguenza della dichiarata invalidità della delibera. Cass. 7 ottobre 2005, n. 19519.

L’opposizione proposta dal singolo condomino avverso il decreto ingiuntivo ottenuto dall’amministratore per il pagamento degli oneri condominiali deliberati dall’assemblea può avere ad oggetto la sussistenza del debito e la documentazione posta a fondamento dell’ingiunzione, ovvero il verbale della delibera assembleare, ma non anche la validità della stessa, che può venire contestata in via separata con l’impugnazione di cui all’art. 1137 c.c., dal momento che l’attualità del debito non è subordinata alla validità della delibera, ma solo alla sua perdurante efficacia. Cass. 24 agosto 2005, n. 17206.

 

Non sussiste né continenza. (art. 39 comma 2 c.p.c.) né pregiudizialità necessaria (art. 295 c.p.c.) tra la causa di opposizione a decreto ingiuntivo, ottenuto ai sensi dell’art. 63 disp. att. c.c., e quella preventivamente instaurata innanzi ad altro giudice impugnando la relativa delibera condominiale; presupposto del provvedimento monitorio è, infatti, l’efficacia esecutiva della delibera condominiale ed oggetto del giudizio innanzi al giudice dell’opposizione è il pagamento delle spese dovute da ciascun condomino sulla base della ripartizione approvata con la medesima, obbligatoria ed esecutiva finché non sospesa dal giudice dell’impugnazione, mentre oggetto del giudizio d’impugnazione è la validità di detta delibera. Cass. 17 maggio 2002, n. 7261; conforme Cass. 7 luglio 1999, n. 7073.

Contra parz.: In tema di competenza ed in ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di somme dovute a titolo di oneri condominiali, la questione avente ad oggetto l’accertamento della validità o meno della delibera assembleare, dalla quale scaturisce la pretesa del condominio, costituisce causa pregiudiziale, da decidersi con efficacia di giudicato, in quanto destinata a produrre conseguenze giuridiche, oltre il rapporto controverso, rispetto ad altri rapporti e ad altri soggetti. Ne consegue che il giudice di pace adito in sede monitoria, pur funzionalmente competente a decidere sulla relativa opposizione, qualora si deduca la invalidità della delibera assembleare posta a base della pretesa pecuniaria, non può compiere incidenter tantum l’accertamento richiesto e, se non ritiene di dover separare le cause e sospendere il processo ex art. 295 c.p.c., deve soffermarsi solo all’accertamento dell’efficacia esecutiva della delibera, poiché la condanna al pagamento contenuta nel decreto ingiuntivo è condizionata non alla validità della delibera assembleare, ma perdurare della sua efficacia. Cass. 17 gennaio 2003, n. 629.

 

Nei giudizi per opposizione a decreto ingiuntivo non può operare, in caso di continenza di cause, il principio della prevenzione di cui all’art. 39, comma secondo, c.p.c., poiché deve ritenersi prevalente la competenza funzionale del giudice adito, con la conseguenza che quest’ultimo può soltanto provvedere - nei casi in cui ravvisi una ipotesi di pregiudizialità del giudizio pendente dinanzi ad altro giudice - ai sensi dell’art. 295 del codice di rito, sospendendo il giudizio di opposizione in attesa della definizione del procedimento pregiudiziale. Cass. 7 dicembre 2000, n. 15525; conforme Cass. 13 dicembre 1999, n. 13950.

 

 

2.6. Riunione tra cause pendenti davanti allo stesso giudice.

Il principio secondo cui, nell’ipotesi di richiesta ad un ufficio giudiziario di un decreto ingiuntivo e di conseguente emissione del decreto, in pendenza di un giudizio di accertamento negativo del credito oggetto del ricorso monitorio, non sussiste né relazione di litispendenza né relazione di continenza fra i due procedimenti, ma, difettando il presupposto della diversità dei giudici e dovendo i procedimenti reputarsi pendenti innanzi allo stesso ufficio, si determina - una volta proposta l’opposizione - soltanto l’esigenza della loro riunione ai sensi degli artt. 273 e 274 c.p.c., deve ritenersi applicabile anche nel caso in cui un giudice delegato fallimentare emetta un decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 150 della l. fall. in pendenza, avanti al tribunale cui egli appartiene, di un giudizio di accertamento negativo in ordine al credito oggetto dell’ingiunzione. Ciò, perché anche in tal caso il giudice delegato rappresenta soltanto un’articolazione del tribunale e, mancando il presupposto della diversità del giudice, non può configurarsi una sua competenza diversa ed autonoma rispetto al quella del tribunale. Cass. 14 settembre 1999, n. 9803.

 

La circostanza che un decreto ingiuntivo, emesso dal Presidente di un tribunale e successivamente opposto, riguardi un credito, il quale sia già stato azionato dal creditore avanti allo stesso tribunale, mediante proposizione di domanda riconvenzionale in un processo di cognizione ordinaria, iniziato dal debitore con azione di accertamento negativo del credito stesso, non comporta l’invalidità del decreto, poiché fra quel processo ed il successivo processo di opposizione a decreto ingiuntivo non sussiste né un rapporto di litispendenza, né un rapporto di continenza, difettando il presupposto della pendenza avanti a giudici diversi, e sussiste, invece, una situazione che rende applicabile la disciplina della riunione ex artt. 273 e 274 c.p.c. (nell’enunciare il principio, la Suprema Corte ha ritenuto che correttamente il tribunale in primo grado, decidendo sui due giudizi riuniti, nel rigettare l’opposizione a decreto ingiuntivo, avesse ritenuto assorbita dal riconoscimento della pretesa creditoria fatta valere con il ricorso per decreto ingiuntivo, la domanda riconvenzionale, omettendo di pronunciare su di essa). Cass. 5 marzo 1999, n. 1876.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo… è devoluta alla cognizione di questi in via funzionale ed inderogabile. Pertanto tale competenza non può subire eccezione per ragioni di connessione impropria quando, a norma dell’art. 274 primo comma c.p.c., vengano riunite due cause di opposizione a distinti decreti ingiuntivi pronunziati dallo stesso giudice contro lo stesso soggetto, ancorché il cumulo delle domande ecceda la competenza per valore del giudice medesimo. Cass. 21 giugno 1996, n. 5737.

 

 

2.7. Successione di leggi in materia di competenza.

A seguito della entrata in vigore della legge 11 febbraio 1992, n. 127, istitutiva del tribunale di Nocera Inferiore, è cessata, per effetto della espressa previsione contenuta nell’art. 3 della citata legge, la competenza del tribunale di Salerno su tutti gli affari civili dinanzi ad esso pendenti e riconducibili al territorio ricompreso nella nuova circoscrizione (fatta eccezione per le cause già passate in decisione), con contemporanea sostituzione della competenza del nuovo tribunale sui medesimi affari, e conseguente deroga tanto al criterio generale dettato dall’art. 5 c.p.c. (a termini del quale la competenza si determina con riguardo alla legge vigente al momento della domanda, senza che abbiano rilevanza i successivi mutamenti di essa), quanto alla regola, fissata dall’art. 645 c.p.c., relativa alla competenza funzionale a conoscere dell’opposizione a decreto ingiuntivo da parte dello stesso ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto; ne consegue che, con la data di inizio di funzionamento del neoistituito tribunale di Nocera Inferiore, questo ufficio giudiziario è competente a conoscere l’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo emesso dal presidente del tribunale di Salerno, ove l’affare ricada nel territorio della nuova circoscrizione. Né tale esito - conseguente ad esigenze di riordino e di riorganizzazione del servizio giudiziario - comporta distoglimento alcuno dal giudice naturale precostituito per legge, atteso che il principio di cui all’art. 25 Cost. non impone una immutabilità assoluta dei regimi di competenza già maturatisi in relazione alla singola fattispecie, ma è volto a garantire che nessuna variazione abbia a determinarsi in ragione di provvedimenti particolari strettamente connessi, o comunque strumentalmente preordinati, alla singola controversia. Cass. 6 giugno 2002, n. 8240.

 

La competenza dell’ufficio giudiziario, al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, a conoscere della relativa opposizione ha carattere funzionale, e, pertanto, inderogabile, con la conseguenza che, qualora nel giudizio di opposizione sia proposta domanda riconvenzionale rientrante nella competenza per valore di un altro giudice, il giudice dell’opposizione non può rimettere tutta la causa al giudice superiore, ma deve rimettere solo quella relativa alla domanda riconvenzionale, trattenendo quella concernente l’opposizione a decreto ingiuntivo. Peraltro, nella ipotesi in cui il decreto ingiuntivo sia stato emesso dal giudice conciliatore, il quale, investito della cognizione del giudizio di opposizione allo stesso, nonché di domanda riconvenzionale esorbitante dalla propria competenza per valore, abbia, erroneamente, rimesso l’intera vicenda processuale al tribunale, che abbia sollevato conflitto di competenza, la sopravvenuta legge n. 374 del 1991, istitutiva del giudice di pace, che, all’art. 39, ha soppresso l’ufficio del conciliatore, esclude che in alcun caso il giudice competente funzionalmente per l’opposizione possa essere identificato nello stesso conciliatore, non essendo configurabile, in detta ipotesi, quella pendenza del procedimento che, ai sensi delle disposizioni transitorie della citata legge (artt. 43 e 44) giustifica la persistenza, in via transitoria, della sua competenza, e ciò in quanto, con il precedente provvedimento di declaratoria di incompetenza, si è concluso il procedimento già instaurato davanti a quel giudice. Cass. 28 giugno 2000, n. 8814.

 

Il D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, come modificato dalla legge 16 giugno 1998, n. 188, ha soppresso l’ufficio del pretore con effetto dal 2 giugno 1999 fatta salva l’attività necessaria per l’esaurimento degli affari pendenti trasferendo le relative competenze al tribunale ordinario in difetto di diversa disposizione ed ha mantenuto in funzione in via transitoria l’organo abolito per la definizione dei procedimenti pendenti che proseguono con l’applicazione delle norme anteriormente vigenti (art. 42) e ha devoluto in particolare al tribunale nella materia civile tutte le cause precedentemente di competenza del pretore (artt. 49 e 50) attribuendogli anche la trattazione e la definizione di quelle in corso (art. 132) con la sola eccezione dei casi in cui già siano state comunque ritenute in decisione (art. 133) Pertanto, va individuato nel tribunale il giudice davanti al quale debbono proseguire per le la decisione sia la causa di opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal pretore, sia la causa riconvenzionale sollevata dall’opponente in detto giudizio. Cass. 18 febbraio 2000, n. 1826.

 

 

  1. Notifica e termini di proponibilità e di costituzione.

 

3.1. Notificazione dell’opposizione.

Alla controversia che, pur riguardando un rapporto compreso tra quelli indicati dall’art. 409 o dall’art. 442 c.p.c., erroneamente non sia stata trattata con il rito del lavoro, sono comunque applicabili le regole ordinarie in ordine ai termini per la proposizione dell’impugnazione, atteso che il rito adottato dal giudice assume una funzione enunciativa della natura della stessa, indipendentemente dall’esattezza della relativa valutazione e costituisce per le parti criterio di riferimento (Nella specie, in applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha affermato che, correttamente, la Corte territoriale aveva ritenuto la ritualità dell’opposizione, proposta con atto di citazione depositato oltre il quarantesimo giorno, in quanto il decreto ingiuntivo era stato emesso, seppur erroneamente, trattandosi di crediti di lavoro maturati a titolo di compenso per l’attività di amministratore unico di società, dal Presidente del Tribunale e non dal giudice del lavoro). Cass. lav., 9 novembre 2010, n. 22738.

 

Pur essendo il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo assimilabile ad un giudizio di impugnazione, ciò tuttavia non comporta che allo stesso sia analogicamente applicabile l’art. 330 c.p.c. il quale - consentendo la notificazione dell’impugnazione collettivamente ed impersonalmente agli eredi della parte defunta - presuppone la previa notifica della sentenza ad opera di quest’ultima; ne consegue che in tal caso l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo deve essere notificato al creditore opposto, presso il domicilio eletto in sede monitoria, ove l’ingiunto non abbia avuto notizia del decesso al momento della notificazione del decreto, oppure personalmente agli eredi, presso la residenza o il domicilio di ciascuno. Cass. 11 agosto 2011, n. 17205.

 

La data in cui deve ritenersi compiuta la notificazione per mezzo del servizio postale è quella della ricezione del plico da parte del destinatario, e il solo documento che fa piena prova tanto di questa circostanza, quanto della persona a mani della quale la consegna è avvenuta è l’avviso di ricevimento; di conseguenza, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, incombe all’opposto che eccepisca la tardività dell’opposizione rispetto alla data della notificazione del decreto ingiuntivo avvenuta per mezzo del servizio postale l’onere di produrre tale documento. Cass. 19 maggio 2006, n. 11798.

 

A norma dell’art. 645, primo comma, c.p.c., l’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo deve essere notificato dall’opponente al ricorrente «nei luoghi di cui all’art. 638» e, quindi, innanzitutto, presso il procuratore indicato nel ricorso, la cui indicazione appunto equivale ad elezione di domicilio presso di lui, ovvero, (solo) quando il ricorso per ingiunzione sia stato proposto personalmente dal creditore, nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto, dove ha sede il giudice adito, mentre, se nel ricorso manca l’indicazione del procuratore ed anche (nei casi in cui è ammessa la costituzione di persona) la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio, la notificazione può essere fatta al ricorrente presso la cancelleria del giudice che ha pronunciato il decreto (art. 638 comma 2 c.p.c.), ciò che non esclude per l’opponente, sempre (e solo) nelle ipotesi da ultimo indicate, la facoltà di notificare l’opposizione, ai sensi dell’art. 139 c.p.c., nella residenza o nel domicilio reale del creditore. Cass. 12 maggio 2011, n. 10446; conforme Cass. 18 settembre 2003, n. 13739.

La notificazione dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo a più parti presso un unico difensore eseguita mediante la consegna di una sola copia, nonostante la pluralità dei destinatari, non è inesistente ma affetta da nullità, che può essere sanata, con effetto ex tunc, dalla costituzione in giudizio di tutte la parti. Cass. 11 aprile 2002, n. 5198; conforme Cass. 21 aprile 2000, n. 5219.

 

 

3.2. Termini di proponibilità dell’opposizione.

Il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo può rilevare d’ufficio l’inammissibilità dell’opposizione per inosservanza del termine prescritto dall’art. 641 c.p.c., solo se dagli atti emerga con certezza la tardività dell’opposizione in riferimento sia al “dies a quo”, ossia alla data di notificazione del decreto, che al “dies ad quem”, ossia alla data della relativa opposizione, ma, qualora sia noto soltanto il “dies ad quem”, non può adottare analoga statuizione officiosa presumendo tale tardività in assenza di dati significativi e, segnatamente, addebitando all’opponente la mancata produzione della busta contenente il decreto notificato, in quanto recante la data di smistamento del plico presso l’ufficio postale, ma non anche quella di effettivo recapito al destinatario. Cass. 24 novembre 2011 n. 24858.

 

Nel termine stabilito dall’art. 641 c.p.c. per proporre l’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente deve eseguire soltanto la notificazione dell’atto di citazione all’opposto e non già provvedere anche all’iscrizione a ruolo della causa ed alla conseguente costituzione in giudizio. Cass. 4 ottobre 2010 n. 20585.

 

La tempestività della proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo deve essere determinata esclusivamente assumendo come “dies a quo” la data della notifica del provvedimento monitorio al debitore opponente, e nulla rilevando, ai fini del computo del termine perentorio, la solidarietà passiva con altri condebitori. Ne consegue che, atteso il carattere di autonomia che caratterizza l’obbligazione solidale, il debitore solidale non può avvalersi, ai fini della tempestività dell’opposizione, del diverso termine relativo al debitore principale al quale il decreto sia stato notificato in data successiva. Cass. 13 maggio 2008, n. 11867.

 

Poiché l’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’articolo 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha adottato il decreto, l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, davanti al quale ai sensi dell’articolo 316 c.p.c. la domanda si propone con citazione a comparire a udienza fissa, in materia esorbitante dalla sua competenza (nella specie locatizia, per il pagamento degli oneri accessori dell’immobile locato) deve essere proposta, per la dichiarazione della nullità del provvedimento monitorio, innanzi allo stesso giudice di pace con citazione e non mediante ricorso, previsto, in via generale, per la particolare materia trattata (art. 447-bis c.p.c.), la cui eventuale conversione in citazione, peraltro, è ammissibile, purché siano rispettati i termini per la notifica stabiliti dall’articolo 641 c.p.c. (notificazione del ricorso stesso alla controparte nel termine di giorni quaranta). Cass. 16 novembre 2007, n. 23813.

 

In caso di discordanza tra l’originale del decreto ingiuntivo e la copia notificata all’ingiunto, nel senso che il primo rechi l’indicazione di un termine ridotto ai sensi dell’art. 641, secondo comma, c.p.c., mentre la seconda contenga quella del termine ordinario, l’ingiunto ha diritto di proporre l’opposizione nel termine più ampio indicato nella copia notificatagli, corrispondente al tenore dell’ingiunzione da lui effettivamente ricevuta e dalla quale è dunque chiamato a difendersi, atteso che l’opposta conclusione contrasterebbe con il diritto di difesa dell’ingiunto, il quale sarebbe esposto alla dichiarazione di decadenza dall’opposizione senza poterla prevenire, non avendo conoscenza del termine ridotto e non essendo tenuto a conoscerlo visionando l’originale del decreto presso la cancelleria del giudice emittente (adempimento, questo, che non è previsto dalla legge ed aggraverebbe ingiustificatamente l’esercizio della difesa nel breve tempo a disposizione dell’intimato). Cass. 11 giugno 2007, n. 13671.

 

La improponibilità e/o inammissibilità dell’opposizione avverso il decreto ingiuntivo non osta a che l’opposizione stessa produca gli effetti di un ordinario atto di citazione (nel concorso dei necessari requisiti di legge) con riguardo alle domande che esso contenga, autonome e distinte rispetto alla richiesta di annullamento e revoca del decreto. Cass. 6 aprile 2006, n. 8083.

 

Nei casi di nullità della notificazione del decreto ingiuntivo è applicabile, sempre che ricorrano le altre condizioni previste dall’art. 650 c.p.c., il rimedio di cui a tale norma, restando invece applicabile quello di cui all’art. 644 soltanto nei casi di mancanza o di inesistenza della notificazione. Inoltre, sempre in ragione della ricomprensione dell’ipotesi della nullità della notificazione nella nozione di irregolarità di cui all’art. 650, deve escludersi che nel caso di nullità della notificazione sia esperibile l’opposizione di cui all’art. 645 c.p.c., con decorrenza del relativo termine dalla effettiva conoscenza del decreto (principi affermati dalle, Sez. Un., in relazione ad un caso di notificazione a P.A. non eseguita presso l’Avvocatura dello Stato). Cass., Sez. Un., 12 maggio 2005, n. 9938.

 

In materia di notifica degli atti giudiziari a mezzo del servizio postale, la scelta del destinatario di avvalersi per il ricevimento della posta del servizio di casella postale non comporta alcuna deroga alla disciplina generale posta dalla legge n. 890 del 1982, che prevede all’art. 7, come regola generale, la consegna del piego a mani proprie del destinatario e, in mancanza, che questi sia avvisato con le modalità previste dall’art. 8 (Corte cost. 346/1998), e, pertanto, non può assumere rilevanza nei confronti dei terzi, i quali hanno diritto di confidare nell’avvenuta notifica, una volta eseguite le normali operazioni di recapito postale previste dalla legge (Fattispecie relativa ad opposizione a decreto ingiuntivo proposta oltre il termine di legge decorrente dalla notifica del decreto secondo le modalità di cui agli artt. 7 e 8, l. n. 890/82). Cass. lav., 20 maggio 2005, n. 10657.

 

Alla stregua delle disposizioni degli artt. 641 e 645 c.p.c., il termine per proporre opposizione a decreto ingiuntivo è perentorio ed è determinato in via ordinaria in quaranta giorni decorrenti dalla notificazione del decreto. Cass. 12 luglio 2006, n. 15763.

 

Il prolungamento di detto termine a sessanta giorni ha carattere di eccezione alla regola generale, e si rende possibile solo in presenza di questi motivi i quali devono essere preventivamente indicati nel ricorso per decreto ingiuntivo. Cass. 26 maggio 2003, n. 8334.

Ove il decreto ingiuntivo pur riguardando un rapporto tra quelli indicati dall’art. 409 o dall’art. 442 c.p.c., sia stato emesso, anziché (prima dell’istituzione del giudice unico di primo grado) dal pretore in funzione di giudice del lavoro, dal presidente del tribunale, ai fini della relativa opposizione è applicabile il regime della sospensione dei termini nel periodo feriale, in conformità del principio secondo cui il rito adottato dal giudice assume una funzione enunciativa della controversia, indipendentemente dalla esattezza della relativa valutazione, e perciò detto rito costituisce per le parti criterio di riferimento anche ai fini del computo dei termini processuali, secondo il regime previsto dagli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742. Cass. 7 maggio 2002, n. 6523.

 

La sottrazione delle controversie di lavoro e di previdenza e assistenza obbligatoria alle norme sulla sospensione dei termini processuali nel periodo feriale - che, prevista dall’art. 3 della legge n. 742 del 1969, opera in ogni fase concernente il processo del lavoro, stante lo scopo sollecitatorio perseguito dal legislatore - rileva anche rispetto al termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo concernente crediti di lavoro, nonostante l’inapplicabilità al procedimento monitorio, prima dell’opposizione, del forme del rito del lavoro, data la prevalente rilevanza, ai fini in esame, della materia controversa. Cass., Sez. Un., 18 marzo 1999, n. 156; conforme Cass. lav., 1° marzo 1995, n. 2376.

 

La sospensione feriale dei termini processuali, disposta dall’art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, si applica a tutti i termini processuali, e, quindi, anche a quello previsto per la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 4 giugno 1997, n. 4987.

 

La sentenza che, in sede di opposizione, rileva l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, espressamente (o anche solo implicitamente) revocandolo, non comporta la declinatoria della competenza funzionale a decidere della opposizione ma pone termine (con la pronuncia di incompetenza e la conseguente revoca, per motivi processuali, del decreto ingiuntivo) al giudizio di opposizione, senza che la eventuale tempestiva riassunzione della causa dinnanzi al giudice dichiarato competente possa essere riferita al giudizio di opposizione, che appartiene alla competenza funzionale del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, al più riguardando la causa di merito per la domanda proposta dal creditore mediante il ricorso in sede monitoria, con la conseguenza che nel giudizio che segue alla riassunzione sono improponibili le questioni attinenti alla tempestività dell’opposizione, che essendo pregiudiziali alla questione di competenza, sono state sostanzialmente superate, anche solo implicitamente, con la sentenza di incompetenza. Cass. 19 agosto 1994, n. 7438.

 

 

3.3. Termini della costituzione.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione della norma di interpretazione autentica dell’art. 165, primo comma, c.p.c., dettata dall’art. 2 della legge 29 dicembre 2011, n. 218, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente si applica solo se questi abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis, primo comma, c.p.c. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha escluso che ricorressero i presupposti per l’eccepita improcedibilità dell’opposizione perchè iscritta a ruolo oltre il quinto giorno successivo alla notificazione dell’atto di opposizione, risultando dagli atti che l’opponente non aveva assegnato all’opposto un termine per comparire inferiore a quello stabilito dall’art. 163-bis, primo comma, c.p.c.). Cass. 16 febbraio 2012, n. 2242.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo la previsione della riduzione a metà dei termini a comparire, stabilita nell’art. 645, secondo comma, c.p.c., determina il dimezzamento automatico dei termini di comparizione dell’opposto e dei termini di costituzione dell’opponente, discendendo tale duplice automatismo della mera proposizione dell’opposizione con salvezza della facoltà dell’opposto, che si sia costituito nel termine dimidiato, di richiedere ai sensi dell’art. 163 bis terzo comma c.p.c., l’anticipazione della prima udienza di trattazione (ante L. 281/2011 di interpretazione autentica di art. 165 c.p.c.). Cass, Sez. Un., 9 settembre 2010, n. 19246.

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 645, secondo comma; 163-bis, secondo comma e 165 c.p.c., nella parte in cui prevedono che il termine di iscrizione a ruolo della causa di opposizione a decreto ingiuntivo decorra dal perfezionamento della notificazione dell’atto di opposizione (piuttosto che dalla consegna di esso all’ufficiale giudiziario), anche quando l’opponente abbia ottenuto la dimidiazione dei termini processuali ordinari (cfr. ord. Corte cost. n. 18 del 2008). Quest’ultima dipende, infatti, da una libera scelta dell’opponente, il quale di conseguenza non può dolersi di non aver potuto rispettare un termine che, pur assai ristretto, è stato egli stesso ad accettare: tale circostanza basta ad escludere qualsiasi contrasto sia col diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., sia col principio di parità dei litiganti sancito dall’art. 111 Cost. e dall’art. 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Cass. 3 luglio 2008, n. 18203.

 

Nel procedimento davanti al pretore, a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990 e fino alla soppressione di tale figura, il giudizio era disciplinato in base alle norme relative al procedimento innanzi al tribunale, in quanto applicabili, tra le quali rientra l’art. 645 c.p.c., in relazione all’art. 165 c.p.c., con la conseguenza che la costituzione in giudizio dell’opponente doveva avvenire entro dieci giorni dalla notifica dell’atto di citazione e non poteva avvenire, perciò, all’udienza di comparizione. Cass. 14 giugno 2007, n. 13911.

 

Nel giudizio d’opposizione a decreto ingiuntivo, la tardiva costituzione dell’opponente deve essere equiparata alla sua mancata costituzione e comporta, indipendentemente dalla circostanza che l’opposto si sia costituito nel suo termine, l’improcedibilità dell’opposizione. Al riguardo, deve escludersi che il termine per la costituzione dell’opponente di cui all’art. 165 c.p.c. decorra - allorché la notifica sia stata effettuata tramite ufficiale giudiziario - dal momento in cui quest’ultimo ha restituito alla parte istante l’originale dell’atto notificato. Corte cost. 23 giugno 2000, n. 239; conforme Cass. 8 marzo 2005, n. 5039.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., consegue automaticamente al fatto obiettivo della concessione all’opposto di un termine di comparizione inferiore a sessanta giorni, anche se determinata da errore. Cass. 4 settembre 2004, n. 17915; conforme Cass. 15 marzo 2001, n. 3752.

 

La riduzione dei termini di comparizione alla metà, prevista dall’art. 645, secondo comma, c.p.c. per il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ha carattere facoltativo, in quanto l’opponente può, anziché valersi di tale disposizione, assegnare al convenuto il termine ordinario di comparizione o anche uno maggiore. Pertanto solo nel caso in cui l’opponente si sia effettivamente avvalso di tale facoltà, anche i termini di costituzione sono automaticamente ridotti alla metà. Cass. 20 novembre 2002, n. 16332.

 

Anche nel caso di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo destinato a svolgersi innanzi al Giudice di pace, il potere di abbreviazione - fino alla metà - dei termini di comparizione, attribuito dal combinato disposto degli artt. 163-bis, comma secondo, e 318, secondo comma, c.p.c., è cumulabile con la già astratta ed autonoma riduzione legislativa dei termini prevista, in via generale, dall’art. 645 c.p.c. Cass. 7 luglio 1998, n. 6588; conforme Cass. 7 luglio 1998, n. 6576, Cass. 7 luglio 1998, n. 6577, Cass. 7 luglio 1998, n. 6578 e Cass. 7 luglio 1998, n. 6579; Cass. 18 luglio 2008, n. 19987.

 

Allorché l’opponente a decreto ingiuntivo abbia ottenuto dal presidente del tribunale il beneficio della dimidiazione dei termini, ai sensi dell’art. 163 bis, secondo comma, c.p.c., anche il termine per la costituzione in giudizio dell’opponente stesso - così come il termine di comparizione fissato all’opposto - va dimezzato due volte: una prima volta ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., ed una seconda volta ai sensi dell’art. 163 bis, secondo comma, c.p.c. Cass. 3 luglio 2008, n. 18203.

Il potere di abbreviazione fino alla metà dei termini di comparizione nelle cause che richiedono pronta spedizione, attribuito dall’art. 163-bis, comma secondo, c.p.c., è riferibile anche alle controversie d’opposizione a decreto ingiuntivo (ad eccezione delle controversie in opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro), nonostante per queste sia già prevista l’astratta ed autonoma riduzione legislativa di cui all’art. 645 c.p.c. Infatti, la contemporanea applicabilità dell’art. 645, comma secondo, e dell’art. 163-bis, secondo comma, c.p.c. è resa possibile dalla diversità di ragioni giustificatrici che sorreggono le due distinte riduzioni dei termini: la prima genericamente ed astrattamente riconnessa alla peculiarità della fattispecie processuale di opposizione alla ingiunzione, in cui entrambe le parti hanno già avuto modo di presentare i propri argomenti difensivi e non vi è più ragione di differire l’istruzione della causa, la seconda dipendente da concrete e specifiche ragioni di urgenza emergenti dalle peculiarità del caso e da valutarsi di volta in volta dal giudice. Cass. 28 aprile 1995, n. 4719.

 

 

  1. Domanda e legittimazione attiva.

L’improponibilità della domanda a causa della previsione d’una clausola compromissoria per arbitrato irrituale è rilevabile non già d’ufficio, ma solo su eccezione della parte interessata e, dunque, non osta alla richiesta ed alla conseguente emissione di un decreto ingiuntivo; tuttavia, è facoltà dell’intimato eccepire l’improponibilità della domanda dinanzi al giudice dell’opposizione ed ottenerne la relativa declaratoria. Cass. 4 marzo 2011, n. 5265.

Nel giudizio introdotto con opposizione a decreto ingiuntivo, la richiesta dell’opponente di ripetizione delle somme versate in forza della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto non è qualificabile come domanda nuova e deve ritenersi implicitamente contenuta nell’istanza di revoca del decreto stesso, così come formulata nell’atto di opposizione, costituendo essa solo un accessorio di tale istanza ed essendo il suo accoglimento necessaria conseguenza, ex art. 336 c.p.c., dell’eliminazione dalla realtà giuridica dell’atto solutorio posto in essere. Cass. 3 novembre 2009, n. 23260.

 

La scelta da parte del creditore del rito ordinario e delle forme del procedimento monitorio per la proposizione della domanda comporta che l’eventuale opposizione al decreto ingiuntivo vada a sua volta proposta nella medesima forma ordinaria, indipendentemente dalle eccezioni sollevate dall’opponente, le quali andranno delibate ai soli e diversi fini dell’ammissibilità e fondatezza dell’avversa domanda. (Fattispecie in tema di opposizione a decreto ingiuntivo ottenuto da lavoratore parasubordinato, spiegata con atto di citazione). Cass. lav. 14 dicembre 2007, n. 26372.

 

Poichè l’opposizione a decreto ingiuntivo è devoluta dall’articolo 645 c.p.c., in via funzionale e inderogabile, alla cognizione del giudice che ha adottato il decreto, l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal giudice di pace, davanti al quale ai sensi dell’articolo 316 c.p.c. la domanda si propone con citazione a comparire a udienza fissa, in materia esorbitante dalla sua competenza (nella specie locatizia, per il pagamento degli oneri accessori dell’immobile locato) deve essere proposta, per la dichiarazione della nullità del provvedimento monitorio, innanzi allo stesso giudice di pace con citazione e non mediante ricorso, previsto, in via generale, per la particolare materia trattata (art. 447 bis c.p.c.), la cui eventuale conversione in citazione, peraltro, è ammissibile, purchè siano rispettati i termini per la notifica stabiliti dall’articolo 641 c.p.c. (notificazione del ricorso stesso alla controparte nel termine di giorni quaranta). Cass. 16 novembre 2007, n. 23813.

 

Dal principio di economia processuale consegue l’ammissibilità di un unico atto di opposizione avverso più ingiunzioni emesse su ricorso del medesimo creditore nei confronti dello stesso debitore (principio affermato dalla S.C. in controversia concernente opposizione avverso due ingiunzioni emesse nei confronti del medesimo debitore, per omissioni contributive accertate in un solo verbale e relative agli stessi lavoratori). Cass. lav., 26 marzo 2007, n. 7294.

 

L’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo deve avere tutti i requisiti formali previsti dagli artt. 163 e 163-bis c.p.c., ma non quelli concernenti il contenuto del normale atto di citazione, previsti dal terzo comma n. 4 dell’art. 163 c.p.c., giacché sotto il profilo del contenuto è equiparabile ad una comparsa di risposta, di modo che deve presentare - salva l’eventualità che contenga una domanda riconvenzionale o una chiamata in causa - i requisiti di cui all’art. 167 c.p.c. (Sulla base di tale principio la S.C. ha ritenuto che correttamente il giudice di merito avesse escluso la nullità della citazione ai sensi dell’art. 164 comma 4 c.p.c.). Cass. 20 ottobre 2006, n. 22528.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente deve essere parificato, dal punto di vista formale, all’attore dell’ordinario giudizio di cognizione che introduca in thema decidendum che deve essere portato necessariamente a conoscenza della controparte e sul quale il giudice sia poi chiamato a pronunciarsi, con la conseguenza che ove sussista una nullità di notifica dell’atto introduttivo del giudizio di opposizione deve farsi applicazione dell’art. 291 c.p.c. ed ordinarsi per l’effetto alla parte opponente di provvedere alla notifica nelle forme di legge. (Nella specie la S.C. ha affermato che la notifica dell’atto di opposizione, proposto verbalmente davanti al Giudice di pace ai sensi dell’art. 316 c.p.c., doveva essere effettuata ai sensi degli artt. 638 e 645 c.p.c. nel domicilio eletto nel ricorso per decreto ingiuntivo e non nel domicilio reale della parte). Cass. 12 luglio 2000, n. 9233.

 

La scelta, da parte del creditore, del rito ordinario e delle forme del procedimento monitorio per la proposizione della domanda comporta che l’eventuale opposizione al decreto ingiuntivo vada, a sua volta, proposta nella medesima forma ordinaria, indipendentemente dalle eccezioni sollevate dall’opponente, le quali andranno delibate ai soli e diversi fini dell’ammissibilità e fondatezza dell’avversa domanda. (Nella fattispecie, il locatore aveva chiesto, con ricorso per decreto ingiuntivo al presidente del tribunale, il pagamento di canoni di locazione alla conduttrice ASL, che ha a sua volta proposto opposizione con citazione al decreto ingiuntivo: la corte di appello, con sentenza confermata sul punto dalla Corte di cassazione, ha ritenuto l’opposizione tempestiva perché proposta correttamente nella forma ordinaria). Cass. 11 luglio 2006, n. 15720.

 

A norma dell’art. 38, comma secondo, c.p.c., disposizione applicabile anche nel procedimento dinanzi al giudice di pace, la questione di competenza per territorio convenzionalmente derogabile deve essere eccepita a pena di decadenza nella prima difesa utile del giudizio di primo grado; nei procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo deve intendersi come prima difesa utile l’atto di opposizione che, in tali procedimenti, tiene luogo della comparsa di risposta nella procedura ordinaria. Cass. 27 maggio 1999, n. 5161.

 

 

4.1. Legittimazione e procura.

Quando un decreto ingiuntivo sia notificato a soggetto diverso dal debitore effettivo, ma che potrebbe essere considerato debitore a causa delle ambigue indicazioni contenute nel ricorso, questo è legittimato a proporre opposizione avverso l’ingiunzione giacché, non essendo più possibile la successiva esatta identificazione del soggetto destinatario della pretesa, il decreto ingiuntivo acquisterebbe autorità di cosa giudicata e qualità di titolo esecutivo ove non opposto dall’ingiunto, con conseguente incidenza pregiudizievole nella sfera giuridica sostanziale dell’intimato. Cass. 5 maggio 2011, n. 9911.

 

La procura alle liti conferita al difensore in calce alla copia notificata del decreto ingiuntivo (o dell’atto di citazione), anche se priva di data certa e dell’indicazione nominativa del difensore, deve ritenersi valida se l’atto di opposizione (o la comparsa di risposta) sia redatto dal medesimo avvocato che ha autenticato la sottoscrizione del rappresentato e se il documento che reca la procura sia depositato al momento della costituzione in giudizio. Cass. 5 maggio 2011, n. 9921.

 

Il decreto ingiuntivo pronunciato a carico di una società di persone estende i suoi effetti anche contro i soci illimitatamente responsabili, derivando dall’esistenza dell’obbligazione sociale necessariamente la responsabilità dei singoli soci e, quindi, ricorrendo una situazione non diversa da quella che, ai sensi dell’art. 477 c.p.c., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato e risolvendosi, altresì, l’imperfetta personalità giuridica della società di persone in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi solo dalla sussidiarietà, mentre la pienezza del potere di gestione in capo ad essi finisce con il far diventare dei soci i debiti della società; ciascun socio, pertanto, ha l’onere di proporre opposizione contro detto titolo, con la conseguenza che, in difetto, in ragione della conseguita definitività del provvedimento monitorio anche nei confronti del socio, questi non può più opporre l’eventuale prescrizione maturata in precedenza. Cass. 24 marzo 2011 n. 6734.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente ha la posizione processuale del convenuto; pertanto l’amministratore di condominio che proceda a tale opposizione non ha la necessità di essere autorizzato dall’assemblea condominiale, ai sensi dell’art. 1131, secondo comma, c.c. Cass. 24 maggio 2010, n. 12622.

 

In tema di legittimazione processuale, l’imprenditore, pur senza specificare la sua qualità, è legittimato ad opporsi ad un decreto ingiuntivo emesso nei confronti della relativa ditta, non avendo quest’ultima soggettività giuridica distinta ed identificandosi essa con il suo titolare sotto l’aspetto sia sostanziale che processuale. Cass. 19 aprile 2010, n. 9260.

 

L’autorizzazione necessaria perché un ente pubblico possa agire o resistere in giudizio, emessa dall’organo collegiale competente, e della quale l’organo rappresentante l’ente pubblico deve essere munito, attiene alla legitimatio ad processum, ossia all’efficacia e non alla validità della costituzione stessa, sicché essa può intervenire ed essere prodotta in causa anche dopo che sia scaduto il termine per l’impugnazione o per l’opposizione a decreto ingiuntivo, con efficacia convalidante dell’attività processuale svolta in precedenza, sempre che il giudice di merito non abbia già rilevato il difetto di legittimazione processuale, ossia l’irregolarità della costituzione del rappresentante dell’ente pubblico, traendone come conseguenza l’invalidità degli atti compiuti. Cass. 15 febbraio 2007, n. 3454.

 

Poiché l’opposizione a decreto ingiuntivo si propone con atto di citazione, trova al riguardo applicazione la disposizione di cui all’art. 125, secondo comma, c.p.c., secondo cui la procura può essere rilasciata successivamente alla notificazione dell’atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata, atteso che tale regola non opera soltanto nei procedimenti promossi con ricorso, in cui la costituzione coincide istituzionalmente con il deposito del ricorso medesimo. Cass. 30 gennaio 2007, n. 1899.

 

È inammissibile l’opposizione a decreto ingiuntivo, emesso nei confronti della regione, proposta dal direttore generale di azienda sanitaria locale quale commissario della gestione liquidatoria della preesistente unità sanitaria locale, atteso che la legittimazione all’opposizione spetta al soggetto destinatario dell’ingiunzione, e le gestioni liquidatorie (già gestioni stralcio) delle unità sanitarie locali sono - in quanto usufruiscono della soggettività dell’ente soppresso - soggetti giuridici diversi dalla regione. (principio affermato con riferimento ad USL della Regione Campania, sulla base del rilievo che la disciplina in materia di gestione liquidatoria delle USL stabilita da detta Regione, con l’art. 1 della l. reg. 2 settembre 1996, n. 22, coincide con quella nazionale di cui all’art. 6, comma 1, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 e all’art. 2, comma 14, della legge 23 dicembre 1995, n. 549). Cass., Sez. Un., 8 luglio 2005, n. 14336.

 

Nel giudizio d’opposizione al decreto ingiuntivo le parti possono essere soltanto colui il quale ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta. Cass. 18 agosto 2004, n. 16069.

 

Nel giudizio di cognizione instaurato con opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale, ai fini della costituzione di un regolare contraddittorio, assume effettiva e sostanziale rilevanza la notifica dell’atto di opposizione, l’asserito vizio di notificazione del decreto ingiuntivo opposto, dedotto dal debitore ingiunto, non rileva sull’accertamento del credito azionato, se non limitatamente alla revoca dell’opposto decreto. Cass. lav., 12 aprile 2002, n. 5317

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Il decreto ingiuntivo richiesto ed ottenuto dal creditore contro più debitori solidali acquista autorità di giudicato sostanziale nei confronti dell’intimato che non proponga opposizione e la relativa efficacia resta insensibile all’eventuale accoglimento dell’opposizione avanzata da altro intimato; pertanto, nel giudizio di opposizione instaurato da uno degli intimati non può essere pronunciata condanna alle spese processuali del giudizio di opposizione, nei confronti del condebitore solidale che non abbia proposto opposizione. Cass. 20 maggio 2003, n. 7881.

 

Anche con riguardo ad opposizione a decreto ingiuntivo, l’originaria carenza di autorizzazione del sindaco a stare in giudizio in rappresentanza del comune, resa dal competente organo collegiale (per i Comuni della Sicilia, la giunta municipale, nelle materie di sua pertinenza, senza necessità di ratifica del consiglio), è sanata ex tunc dalla sopravvenienza dell’autorizzazione medesima in corso di causa, quindi pure dopo la scadenza del termine per detta opposizione, vertendosi in tema di condizione di efficacia, non di requisito di validità della costituzione in giudizio. Cass., Sez. Un., 26 aprile 1991, n. 4621.

 

Poiché nel giudizio d’opposizione al decreto ingiuntivo le parti possono essere soltanto colui il quale ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta, il soggetto indicato come rappresentante di una società nel decreto ingiuntivo emesso contro di questa, e che contesta di rivestire tale qualità, non può proporre opposizione iure proprio. Cass. 8 settembre 1997, n. 8731; conforme Cass. 19 luglio 1996, n. 6498.

 

È valida la procura al difensore rilasciata dall’opponente a decreto ingiuntivo in calce a tale provvedimento notificatogli e depositato all’atto della sua costituzione in giudizio, sì da poterne ritenere, implicitamente, l’anteriorità rispetto a tale momento. (art. 125 comma 2 c.p.c.). Cass. 23 dicembre 1997, n. 13006.

 

 

4.2. Domande riconvenzionali, domande nuove, chiamata di terzo.

Qualora, pertanto, nell’impugnare la sentenza di primo grado, l’opponente abbia fatto valere l’avvenuto pagamento della somma dovuta, tale deduzione, in quanto diretta ad ottenere il rigetto della domanda, costituisce un’eccezione in senso proprio, che, se non è stata precedentemente proposta, ha carattere di novità. A norma dell’art. 345 c.p.c., nel testo (applicabile ratione temporis) anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, tale eccezione è sempre proponibile con l’atto di citazione nel giudizio di appello, indipendentemente dall’eventuale contrasto con le difese svolte in primo grado, il quale può assumere rilievo esclusivamente sul piano probatorio. Cass. 3 febbraio 2006, n. 2421.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, solo da un punto di vista formale l’opponente assume la posizione di attore e l’opposto quella di convenuto, perché è il creditore ad avere veste sostanziale di attore ed a soggiacere ai conseguenti oneri probatori, mentre l’opponente è il convenuto cui compete di addurre e dimostrare eventuali fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito, di tal che le difese con le quali l’opponente miri ad evidenziare l’inesistenza, l’invalidità o comunque la non azionabilità del credito vantato ex adverso non si collocano sul versante della domanda - che resta quella prospettata dal creditore nel ricorso per ingiunzione - ma configurano altrettante eccezioni. Pertanto, nel regime processuale anteriore alla novella del 1990, ove, nel corso del giudizio, l’opponente integri le proprie difese proponendo eccezioni nuove, la deduzione non impinge nel divieto di domanda nuova, restando ogni nuova eccezione ammissibile fino alla rimessione della causa al collegio ex art. 184 c.p.c. e perfino in appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c., nella rispettiva formulazione applicabile ai giudizi in corso alla data (30 aprile 1995) di entrata in vigore della legge n. 353 del 1990. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva qualificato come domanda nuova l’eccezione di nullità della clausola di preventiva rinunzia alla liberazione del fideiussore ex art. 1956 c.c. contenuta nel contratto posto a base dell’ingiunzione, benché l’opponente avesse fatto valere in tal modo l’inesistenza di un fatto costitutivo del diritto azionato dal creditore, sulla scorta di un vizio che, determinando la nullità del contratto, era rilevabile anche d’ufficio). Cass. 24 novembre 2005, n. 24815.

 

Nel giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtù della sua posizione sostanziale di convenuto, è legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto, che incorrerebbe, ove le avanzasse, nel divieto (la cui violazione è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità) di formulazione di domande nuove, salvo il caso in cui, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi, a sua volta, nella posizione processuale di convenuta. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata rilevata l’inammissibilità della domanda - da qualificarsi come «nuova» siccome fondata su una diversa causa petendi - proposta dall’opposto che, dopo aver agito in sede monitoria per il pagamento di canoni di locazione arretrati, aveva chiesto, nella conseguente fase oppositiva, anche la condanna dell’opponente al risarcimento dei danni conseguenti alle modifiche non autorizzate apportate all’immobile locato dall’ente conduttore, senza che potesse aver alcun rilievo, ai fini dell’ammissibilità di detta domanda, la riserva, effettuata in sede monitoria, di agire per le ulteriori somme dovute in separato giudizio). Cass. 5 giugno 2007, n. 13086; conforme Cass. 17 settembre 2004, n. 18767; Cass. 29 novembre 2002, n. 16957; Cass. 19 maggio 2000, n. 6528.

In tema di procedimento per ingiunzione, per effetto dell’opposizione non si verifica alcuna inversione della posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso, nel senso che il creditore mantiene la veste di attore e l’opponente quella di convenuto, ciò che esplica i suoi effetti non solo in tema di onere della prova, ma anche in ordine ai poteri ed alle preclusioni processuali rispettivamente previsti per ciascuna delle parti. Ne consegue che il disposto dell’art. 269 c.p.c., che disciplina le modalità della chiamata di terzo in causa, non si concilia con l’opposizione al decreto, dovendo in ogni caso l’opponente citare unicamente il soggetto che ha ottenuto detto provvedimento e non potendo le parti originariamente essere altre che il soggetto istante per l’ingiunzione e il soggetto nei cui confronti la domanda è diretta, così che l’opponente deve necessariamente chiedere al giudice, con l’atto di opposizione, l’autorizzazione a chiamare in giudizio il terzo al quale ritenga comune la causa sulla base dell’esposizione dei fatti e delle considerazioni giuridiche contenute nel ricorso per decreto. (Nella specie, in applicazione del principio soprariportato, la S.C. ha cassato la sentenza d’appello e rinviato la causa al giudice di primo grado per provvedere in ordine alla richiesta di chiamata in causa proposta dall’opponente con l’atto di opposizione e giudicata inammissibile dai giudici di merito). Cass. 1° marzo 2007, n. 4800.

 

In tema di procedimento di ingiunzione, l’opponente - debitore, che mantiene la posizione naturale di convenuto - qualora intenda chiamare in causa un terzo - ha l’onere di chiederne l’autorizzazione al giudice, a pena di decadenza con l’atto di opposizione, non potendo né convenirlo in giudizio direttamente con la citazione né chiedere il differimento della prima udienza, non ancora fissata. Pertanto, poiché nel giudizio secondo equità dinanzi al giudice di pace trovano applicazione, oltre alle norme costituzionali, comunitarie e ai principi generali dell’ordinamento che siano espressione di norme costituzionali, anche le disposizioni regolatrici del processo, deve essere dichiarata la nullità della chiamata del terzo effettuata con l’atto di opposizione, non rilevata dal giudice di pace ed implicitamente esclusa con la sentenza di accoglimento della domanda proposta contro il terzo che va, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., cassata senza rinvio. Cass. 16 luglio 2004, n. 13272.

 

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, le ragioni addotte dall’opponente per il rigetto della pretesa monitoria non costituiscono una do manda principale ma solo eccezioni o, eventualmente, domande riconvenzionali. Ne consegue che, se l’opponente muti le ragioni in base alle quali ha richiesto la revoca del decreto ingiuntivo ed il rigetto della domanda dell’opposto, non propone una nuova domanda, ma solo diverse e nuove eccezioni, che erano proponibili anche in appello ai sensi dell’art. 345, secondo comma c.p.c., nella formulazione anteriore a quella vigente, applicabile ai giudizi in corso alla data del 30 aprile 1995 ai sensi dell’art. 90 della legge 26 novembre 1990, n. 353 (come modificato e sostituito dall’art. 9 del d.l. 18 ottobre 1995, n. 432, convertito con modificazioni dalla legge 20 dicembre 1995, n. 534). Cass. 24 ottobre 2003, n. 16011.

 

Nel caso di decreto ingiuntivo emesso nei confronti del fideiussore, questi può, con l’opposizione al decreto, eccepire, ai sensi degli artt. 1247 e 1945 c.c., la compensazione con il debito che il creditore ha verso il debitore principale garantito, ancorché tale debito, non ancora scaduto alla data del decreto, diventi esigibile nel corso del giudizio di opposizione. Cass. 22 febbraio 2002, n. 2573.

 

  1. Comparsa di costituzione, copia notificata del decreto e legittimazione passiva.

Nella domanda azionata con ricorso per ingiunzione, avente ad oggetto l’importo di un preteso accordo di liquidazione del conguaglio del prezzo di cessione volontaria, a suo tempo stipulata nell’ambito di una procedura espropriativa, ben può ravvisarsi, in seguito alle precisazioni contenute nella comparsa di costituzione nel giudizio di opposizione, una pretesa lato sensu mirata a conseguire il ristoro per la perdita della proprietà, dunque anche il conguaglio, da determinare secondo le norme in materia di determinazione dell’indennità, ma non anche il risarcimento del danno per la perdita della proprietà, data l’ontologica diversità tra le due domande, poiché la causa petendi è rappresentata, quanto alla prima, dalla tempestiva emissione di un provvedimento ablatorio (o del trasferimento volontario del bene), mentre l’elemento costitutivo della seconda è rappresentato da un comportamento illecito dell’Amministrazione. Cass., Sez. Un., 13 febbraio 2007, n. 3040.

 

L’opposizione al decreto ingiuntivo instaura un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice non deve limitarsi ad esaminare se l’ingiunzione sia stata legittimamente emessa, ma deve procedere ad una autonoma valutazione di tutti gli elementi offerti sia dal creditore per dimostrare la fondatezza della propria pretesa dedotta con il ricorso sia dall’opponente per contestarla e, a tal fine, non è necessario che la parte che chieda l’ingiunzione formuli una specifica ed espressa domanda diretta ad ottenere una pronuncia sul merito della propria pretesa creditoria, essendo, invece, sufficiente che resista alla proposta opposizione e chieda conferma del decreto opposto. Ne consegue che il giudice che dichiari nullo il decreto per nullità della procura ed emetta una sentenza di condanna non incorre in alcuno dei vizi di cui all’art. 112 c.p.c., non configurando l’opposizione un’impugnazione del decreto. Cass. 7 ottobre 2011, n. 20613.

 

Non sussiste il vizio di “extrapetizione” (art. 112 c.p.c.) se il giudice dell’ opposizione a decreto ingiuntivo - giudizio di cognizione proposto non solo per accertare l’esistenza delle condizioni per l’emissione dell’ ingiunzione, ma anche per esaminare la fondatezza della domanda del creditore in base a tutti gli elementi, offerti dal medesimo e contrastati dall’ingiunto - revoca il provvedimento monitorio ed emette una sentenza di condanna di questi per somma anche minore rispetto a quella ingiunta, dovendosi ritenere che nella originaria domanda di pagamento di un credito, contenuta nel ricorso per ingiunzione, e nella domanda di rigetto dell’opposizione (o dell’appello dell’opponente) sia ricompresa quella subordinata di accoglimento della pretesa per un importo minore. Cass. 27 gennaio 2009, n. 1954.

 

La richiesta di conferma del decreto ingiuntivo opposto, formulata dal creditore al momento della costituzione o nel corso del giudizio di opposizione, comprende in sé in modo implicito la richiesta di condanna al pagamento del credito o di una parte di esso, che può pertanto essere pronunziata dal giudice per un importo inferiore a quello per il quale è stato emesso il decreto ingiuntivo, anche in difetto di esplicita domanda in tal senso, senza incorrere in vizio di ultrapetizione. Cass. 30 aprile 2005, n. 9021; conforme Cass. 27 dicembre 2004, n. 24021.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo - nel quale attore in senso formale è l’opponente, che propone le sue domande nella forma dell’atto di citazione (art. 645 c.p.c.), e, quindi, con il rispetto dei requisiti di contenuto indicati nell’art. 163 c.p.c., mentre il creditore, sebbene attore in senso sostanziale, assume la veste di convenuto in senso formale, ed è tenuto ad esporre compiutamente le due difese nella comparsa di risposta. (art. 167 comma 1 c.p.c.) - al creditore opposto non è consentito, nella prima udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c., proporre nuove domande. (Nella specie il convenuto in senso formale, una società calcistica, che aveva azionato la propria pretesa in sede monitoria sulla base di una clausola penale a presidio di un’obbligazione simulata, prevedente il pagamento di una somma di danaro per il caso del mancato svolgimento di una partita di calcio, preso atto delle diverse prospettazioni di controparte in sede di atto di opposizione, aveva, in esito alla prima udienza di trattazione, sostituito il titolo della domanda, facendo leva sul contratto dissimulato, avente ad oggetto il versamento di una somma di danaro che l’opponente, anch’esso una società calcistica, si era impegnato a versare quale contributo alle spese che esso opposto doveva sostenere per il compenso da corrispondere ad un calciatore precedentemente ceduto). Cass. 21 maggio 2004, n. 9685.

 

 

5.1. Legittimazione e procura.

Ogni qualvolta la cessione di un credito avvenga nel corso del procedimento, l’attività sino a quel momento svolta e le pronunce eventualmente emesse trovano la loro disciplina nell’art. 111 c.p.c. e non nell’art. 105 c.p.c., assumendo il successore a titolo particolare nel diritto controverso la posizione di parte e non quella di terzo. Ne consegue che tale successione lo espone, indipendentemente dall’estromissione del dante causa, agli effetti della decisione pronunciata, che è da lui impugnabile e fruibile in sede esecutiva (Fattispecie in tema di opposizione a decreto ingiuntivo nella quale il credito portato dal decreto era stato ceduto dalla società opposta; la S.C. ha riconosciuto che la società cessionaria, successore a titolo particolare nel diritto controverso, aveva titolo, in quanto parte, a chiedere la conferma dell’opposto decreto). Cass. 13 luglio 2007 n. 15674.

Con riguardo all’opposizione del datore di lavoro al decreto ingiuntivo emesso per presunte omissioni contributive nei confronti di un ente previdenziale (nella specie: INPDAI), basata sul principale rilievo dell’eseguito adempimento dell’obbligo contributivo nei confronti di altro ente previdenziale (nella specie: INPS) si configura una ipotesi di causa inscindibile, con la conseguenza che l’impugnazione della sentenza di primo grado da parte di uno solo dei suddetti enti soccombenti e la partecipazione al giudizio di appello del datore di lavoro sono elementi necessari (ai sensi dell’art. 331 c.p.c.), ma anche sufficienti (in base all’art. 336 c.p.c.) ad assicurare il contraddittorio in appello e ad evitare il passaggio in giudicato della sentenza nei confronti di tutti i litisconsorti necessari. Cass. lav., 19 dicembre 2000, n. 15920.

 

In genere i fatti allegati da una parte possono essere considerati pacifici, rimanendo così la parte esonerata dalla relativa prova, soltanto quando essi siano stati esplicitamente ammessi dall’altra parte, ovvero questa, senza contestarli, abbia impostato la propria difesa su elementi e argomenti incompatibili col loro disconoscimento. Tuttavia, nel caso in cui, deceduto nel corso del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il convenuto-opposto, si costituiscano volontariamente in prosecuzione soggetti che dichiarino di essere, nella loro qualità di congiunti del de cuius, i suoi eredi, la mancanza di contestazioni al riguardo dell’opponente assume il particolare valore di una implicita e definitiva ammissione di tale loro qualità (e non di una semplice e irrilevante omissione non preclusiva di successiva eccezione e rilevabilità d’ufficio), tenuto presente che solo la validità di tale costituzione, nel difetto di iniziative da parte dell’opponente, vale a prevenire l’acquisto da parte del decreto opposto della sua definitiva esecutività in danno dell’opponente. Cass. 14 febbraio 1995, n. 1576.

 

L’invalidità del decreto ingiuntivo, per essere stato il ricorso sottoscritto da un difensore sfornito di procura, non è di ostacolo al giudizio di merito che si instaura con l’opposizione, dovendo il giudice di questa accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dallo ingiungente opposto, ove ritualmente riproposto in tale sede, senza che rilevi - salvo che ai fini dell’esecuzione provvisoria e dell’incidenza delle spese nella fase monitoria - se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa. Cass. 26 maggio 1994, n. 5171.

 

Legittimato passivo alla citazione in opposizione a decreto ingiuntivo è esclusivamente il beneficiario dell’ingiunzione e, pertanto, nell’ipotesi in cui la citazione in opposizione a decreto ingiuntivo sia proposta e venga notificata nei confronti di un soggetto diverso da quello a favore del quale il decreto ingiuntivo sia stato pronunciato, si determina, con riferimento al requisito di cui al n. 2 dell’art. 163 c.p.c. ed al primo inciso del primo comma dell’art. 645 c.p.c. (che indica il ricorrente per decreto ingiuntivo come destinatario della citazione), una nullità della citazione, la quale, tuttavia, può essere sanata dalla costituzione in giudizio del soggetto legittimato, cioè del ricorrente per ingiunzione…. (principio enunciato dalla Suprema Corte con riguardo ad un caso, nel quale, emesso il decreto ingiuntivo a favore di soggetto asseritosi titolare di una ditta individuale, l’opposizione era stata proposta e notificata nei riguardi di una s.a.s. della quale quel soggetto veniva indicato come «titolare» e si era, poi, costituito nel giudizio di opposizione quello stesso soggetto come titolare della ditta individuale). Cass. 5 maggio 1999, n. 4470.

 

La ditta è segno distintivo dell’imprenditore, ma non è soggetto distinto dal suo titolare, e pertanto questi, pur senza specificare la sua qualità, è legittimato ad opporsi ad un decreto ingiuntivo emesso nei confronti di quella. Cass. 4 settembre 1998, n. 8784.

 

Qualora il direttore di filiale di un istituto di credito (nella specie, il direttore della sede di Palermo della Cassa di Risparmio V.E. per le province siciliane) sia espressamente legittimato dalle norme statutarie a proporre ricorso per decreto ingiuntivo ed a notificare il relativo decreto, deve pure ritenersi sussistente la legittimazione passiva dello stesso organo rispetto alla notifica dell’atto di opposizione al decreto, atteso il carattere unitario dell’intero giudizio, nel quale la domanda è proposta col ricorso per ingiunzione e l’opposizione sostituisce la comparsa assumendone il contenuto e la funzione. Cass. 11 febbraio 1995, n. 1552.

 

 

5.2. Domande riconvenzionali.

Nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 c.p.c., introdotto dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti, e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice, essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano - in quanto espressione di un interesse pubblico - l’ampliamento successivo del “thema decidendi”, anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell’enunciato principio, cassando senza rinvio la sentenza impugnata, ha dichiarato inammissibile la domanda di pagamento delle opere extra contratto proposta dall’opposto con la comparsa di costituzione in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo relativo al pagamento del corrispettivo di un appalto per l’esecuzione di lavori edili, negando ogni rilievo all’avvenuta accettazione del contraddittorio di controparte). Cass. 30 novembre 2011, n. 25598.

 

Le domande di adempimento contrattuale e di arricchimento senza causa, quali azioni che riguardano entrambe diritti eterodeterminati, si differenziano, strutturalmente e tipologicamente, sia quanto alla “causa petendi” (esclusivamente nella seconda rilevando come fatti costitutivi la presenza e l’entità del proprio impoverimento e dell’altrui locupletazione, nonché, ove l’arricchito sia una P.A., il riconoscimento dell’utilitas da parte dell’ente), sia quanto al “petitum” (pagamento del corrispettivo pattuito o indennizzo). Ne consegue che, nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo - al quale si devono applicare le norme del rito ordinario, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, e, dunque, anche l’art. 183, quinto comma, c.p.c. - è ammissibile la domanda di arricchimento senza causa avanzata con la comparsa di costituzione e risposta dall’opposto (che riveste la posizione sostanziale di attore) soltanto qualora l’opponente abbia introdotto nel giudizio, con l’atto di citazione, un ulteriore tema di indagine, tale che possa giustificare l’esame di una situazione di arricchimento senza causa. In ogni altro caso, all’opposto non è consentito di proporre, neppure in via subordinata, nella comparsa di risposta o successivamente, un’autonoma domanda di arricchimento senza causa, la cui inammissibilità è rilevabile d’ufficio dal giudice. Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2010 n. 26128.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, emesso per il pagamento di somme a titolo di corrispettivo di forniture in favore di un ente pubblico territoriale, la proposizione da parte dell’opposto dell’azione di arricchimento senza causa, in via subordinata rispetto alla domanda principale, al fine di contrastare le eccezioni dell’opponente, senza immutazione o alterazione del fatto costitutivo del diritto dedotto in giudizio, non costituisce “mutatio libelli”, ma semplice “emendatio”, sicché non viola il divieto di domande nuove, previsto dagli artt. 183 e 184 c.p.c. Cass. 23 giugno 2009, n. 14646.

 

Nel giudizio di opposizione a ingiunzione, mentre integra una consentita “emendatio libelli” la richiesta degli interessi (legali o convenzionali) dovuti per l’inadempimento dell’obbligazione o il maggior danno di cui all’art. 1224, secondo comma, c.c. invocato secondo parametri fissi, integra invece una domanda riconvenzionale la richiesta di tale maggior danno rapportata alle particolari condizioni in cui si è trovato il creditore durante la mora, introducendosi in tal caso non già un mero ampliamento quantitativo del “petitum”, ma un fatto costitutivo del credito per danni reclamato radicalmente differente rispetto a quello azionato, nonché sottoponendosi al giudice un nuovo tema di indagine avente ad oggetto la verifica delle condizioni soggettive del creditore durante la mora. Cass. 8 luglio 2010, n. 16155.

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la richiesta ulteriore di pagamento degli interessi convenzionali relativi al credito dedotto in sede monitoria (nella specie, per canoni locatizi) formulata dall’opposto in comparsa di risposta non implica modifica della domanda originaria, così come non integra (a maggior ragione) gli estremi di una domanda riconvenzionale, costituendo una mera “emendatio libelli”, siccome comportante un mero ampliamento del “petitum” al fine di renderlo più idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere. Cass. 8 gennaio 2010 n. 75.

 

Nel giudizio di cognizione introdotto dall’opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtù della sua posizione sostanziale di convenuto, è legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto, che incorrerebbe, ove le avanzasse, nel divieto (la cui violazione è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità) di formulazione di domande nuove, salvo il caso in cui, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi, a sua volta, nella posizione processuale di convenuta. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata rilevata l’inammissibilità della domanda - da qualificarsi come «nuova» siccome fondata su una diversa causa petendi - proposta dall’opposto che, dopo aver agito in sede monitoria per il pagamento di canoni di locazione arretrati, aveva chiesto, nella conseguente fase oppositiva, anche la condanna dell’opponente al risarcimento dei danni conseguenti alle modifiche non autorizzate apportate all’immobile locato dall’ente conduttore, senza che potesse aver alcun rilievo, ai fini dell’ammissibilità di detta domanda, la riserva, effettuata in sede monitoria, di agire per le ulteriori somme dovute in separato giudizio). Cass. 5 giugno 2007, n. 13086; conforme Cass. 29 settembre 2006, n. 21245.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, propone, ove muti le ragioni in base alle quali chiede la revoca dell’ingiunzione, domande riconvenzionali o diverse e nuove eccezioni, che sono ammissibili nei limiti del di sposto degli artt. 167 e 345 c.p.c. Per contro l’opposto, rivestendo la qualità sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quella fatta valere con l’ingiunzione, a meno che su di esse non venga accettato il contraddittorio dall’altra parte. (Fattispecie, in controversia instaurata anteriormente alla riforma del rito civile ordinario, relativa a domanda di arricchimento senza causa sulla quale vi era stata accettazione del contraddittorio). Cass. 16 maggio 2006, n. 11368; conforme Cass. 11 aprile 2006, n. 8423; Cass. 30 marzo 2006, n. 7571.

 

La regola posta dall’art. 1453, secondo comma, c.c., in forza della quale la parte può sostituire la domanda di adempimento del contratto con quella di risoluzione, trova applicazione anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, comportando la possibilità che il creditore che abbia chiesto in via monitoria la prestazione pattuita domandi, nel successivo giudizio di opposizione, la risoluzione del contratto per inadempimento. Cass. 28 aprile 2006, n. 9941.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, mentre l’opposto, rivestendo la qualità sostanziale di attore, non può proporre domanda diversa da quella fatta valere con l’ingiunzione, essendogli consentito solamente di modificarla nei limiti di quanto disposto dagli artt. 183 e 184 c.p.c., potendo quindi senz’altro domandare una somma minore di quella chiesta con l’ingiunzione - purché non modifichi la causa petendi - ma non già una somma maggiore, neppure se tale causa petendi lasci immutata, in tale ipotesi rimanendo altrimenti integrata la sostituzione di quella originaria con una nuova domanda, ed imponendosi al giudice di revocare il decreto emesso qualunque sia l’esito della lite, e pertanto anche quando riconosca dovuto un credito di ammontare coincidente con quello fatto valere con l’ingiunzione. Cass. 29 marzo 2004, n. 6202.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione. Ne consegue che, essendola domanda di arricchimento senza causa domanda nuova rispetto a quella di inadempimento contrattuale, deve ritenersi inammissibile tale domanda ove proposta dall’opposto nel giudizio di cognizione che consegue alla proposizione di una opposizione a decreto ingiuntivo da lui richiesto per il pagamento di prestazioni professionali. Cass. 18 novembre 2003, n. 17440; conforme Cass. 4 ottobre 2002, n. 14267; Cass., Sez. Un., 22 maggio 1996, n. 4712.

 

Nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, in via generale solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l’opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione; tale principio, peraltro, è derogabile allorquando, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi in una posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, il cui ingresso nel medesimo processo sia stato consentito dal giudice (nella specie, l’opponente, cui era stato ingiunto il pagamento di una fornitura di merce, si era opposto facendo valere un controcredito, ma nel giudizio di opposizione il creditore opposto aveva fatto valere un più complesso rapporto tra le parti, dimostrando l’esistenza di un residuo credito superiore a quello azionato in via monitoria). Cass. 20 novembre 2002, n. 16331; conforme Cass. lav., 9 ottobre 2000, n. 13445.

Contra: Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo spettano all’opposto tutti i poteri che il codice di rito ricollega alla posizione processuale di convenuto, compreso quello di proporre domanda riconvenzionale, a fondamento della quale può essere anche dedotto un titolo non dipendente da quello posto a fondamento della ingiunzione o delle relative eccezioni, quando non si determini in tal modo spostamento di competenza e sia pur sempre ravvisabile un collegamento obiettivo tra domanda principale e domanda riconvenzionale, tale da rendere opportuno secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità, la celebrazione del simultaneus processus). Cass., Sez. Un., 18 maggio 1994, n. 4837.

  1. anche Giurisprudenza sub § 4.2.

 

 

5.3. Deposito della copia notificata del decreto.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la produzione della copia notificata del decreto, con il relativo fascicolo della fase monitoria, non è richiesta a pena di improcedibilità dell’opposizione, non essendo applicabile a tale procedimento - che non è un mezzo d’impugnazione - la disciplina propria delle impugnazioni. La mancata produzione della copia de qua (o di altra documentazione già allegata al ricorso per ingiunzione) può, difatti, assumere rilievo ai fini della declaratoria di inammissibilità dell’opposizione per inosservanza del termine decadenziale di cui all’art. 641 c.p.c. (sotto il profilo dell’inosservanza dell’opponente dell’onere di fornire la prova del rispetto del termine medesimo), ovvero ai fini del rigetto della domanda del ricorrente in ingiunzione (sotto il profilo della mancata dimostrazione dei fatti costitutivi della pretesa), sempre che la prova stessa non sia ricavabile dai documenti allegati al processo e prodotti dalla controparte (o comunque aliunde acquisiti), senza che dalla mancata produzione dell’atto predetto possano derivare ulteriori conseguenze in tema di improcedibilità dell’opposizione e di validità della relativa sentenza. Cass. 28 dicembre 2004, n. 24048; conforme Cass. 15 luglio 2009, n. 16540; Cass. 26 giugno 2008, n. 17495; Cass. 12 agosto 2004, n. 15687; Cass. 1° dicembre 2000, n. 15387; Cass., Sez. Un., 16 gennaio 1985, n. 84.

 

Pertanto tale produzione, volta a dimostrare l’inesistenza del giudicato interno, deve ritenersi consentita anche in grado di appello, in applicazione dell’art. 354, secondo comma, c.p.c., nel testo anteriore a quello novellato dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, nei giudizi ai quali esso è applicabile secondo la disciplina transitoria. Cass. 5 luglio 2002, n. 9810; conforme Cass. 5 dicembre 2001, n. 15369; Cass. 27 luglio 1990, n. 7580; Cass., 7 marzo 1983, n. 1680.

 

La produzione della copia autentica del decreto ingiuntivo con la relata di notificazione costituisce non condizione di procedibilità, la cui mancanza comporti la definitiva ed irreversibile improcedibilità della proposta opposizione, ma condizione di ammissibilità del l’opposizione a decreto ingiuntivo, quale mezzo necessario al fine del riscontro della tempestività dell’opposizione medesima. Pertanto tale produzione, volta a dimostrare l’inesistenza del giudicato interno, deve ritenersi consentita anche in grado d’appello in applicazione dell’art. 345 secondo comma c.p.c., riferibile anche ai documenti di carattere processuale. Cass. 25 gennaio 1990, n. 435; conforme Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2388; contra Cass., 7 settembre 1979, n. 4733, Cass., 25 agosto 1977, n. 3855.

 

 

  1. Onere probatorio e prove.

Il procedimento che si apre con la presentazione del ricorso per decreto ingiuntivo e si chiude con la notifica del decreto stesso non è autonomo rispetto a quello che si apre con l’opposizione di cui all’art. 645 c.p.c.; ne consegue che nel giudizio di opposizione, ove la parte opposta non abbia allegato al fascicolo, nel termine di cui all’art. 184 c.p.c., la documentazione posta a fondamento del ricorso monitorio, tale documentazione può essere utilmente prodotta nel giudizio di appello, non potendosi considerare come nuova. (Principio enunciato in relazione al testo dell’art. 345 c.p.c. come formulato dall’art. 52 della legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile alla fattispecie “ratione temporis”). Cass. 27 maggio 2011 n. 11817.

La fattura è titolo idoneo per l’emissione di un decreto ingiuntivo in favore di chi l’ha emessa, ma nell’eventuale giudizio di opposizione la stessa non costituisce prova dell’esistenza del credito, che dovrà essere dimostrato con gli ordinari mezzi di prova dall’opposto. (Principio enunciato ai sensi dell’art. 360-bis, n. 1, c.p.c.). Cass VI, 11 marzo 2011, n. 5915.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo nel quale l’opponente eccepisca e dimostri di aver corrisposto una somma idonea ad estinguere l’obbligazione posta a base del provvedimento monitorio, non costituisce domanda nuova, all’interno dello stesso rapporto pluriennale di fornitura incontestatamente intercorso tra le parti, la richiesta di parte opposta volta ad ottenere la differenza tra quanto corrisposto e quanto dovuto, non risultando diverso né il “petitum” (per la stessa entità della somma residua) né la “causa petendi” (trattandosi di esposizioni debitorie relative al medesimo rapporto). Spetta però al creditore, attore in senso sostanziale, allegare e dimostrare che il pagamento effettuato debba imputarsi all’estinzione parziale del debito complessivo, estendendo l’indagine all’intero rapporto di fornitura intercorso tra le parti ai fini della verifica dell’efficacia dell’imputazione di pagamento eseguita dal debitore. Cass. 11 novembre 2008, n. 26945.

 

L’art. 2719 c.c. (che esige l’espresso disconoscimento della conformità con l’originale delle copie fotografiche o fotostatiche) è applicabile tanto alla ipotesi di disconoscimento della conformità della copia al suo originale, quanto a quella di disconoscimento della autenticità di scrittura o di sottoscrizione, e nel silenzio della norma in merito ai modi e ai termini in cui i due suddetti disconoscimenti debbano avvenire, è applicabile ad entrambi la disciplina degli artt. 214 e 215 c.p.c., con la conseguenza che la copia fotostatica non autenticata si ha per riconosciuta (tanto nella sua conformità all’originale quanto nella scrittura e sottoscrizione) se la parte comparsa non la disconosca, in modo formale, e quindi specifico e non equivoco, alla prima udienza, ovvero nella prima risposta successiva alla sua produzione. Alla stregua di tale principio, deve essere individuata, nell’ambito di un procedimento a contraddittorio differito quale quello che si origina da un decreto ingiuntivo, la “prima risposta” nell’atto di opposizione (e con la formulazione delle difese in seno a detto atto), atteso che, con tale opposizione, si dà inizio non ad un autonomo processo, ma ad una fase di quello già iniziato con la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto, si da configurarsi essa stessa come “la prima risposta” del debitore, dopo che questi sia stato messo in grado di esaminare i documenti depositati in cancelleria e posti a fondamento dell’istanza (e del provvedimento) monitorio. Cass. 17 luglio 2008, n. 19680.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudicante ha l’obbligo di pronunciarsi sul merito della domanda sulla base delle prove offerte dal creditore, non potendo decidere la controversia alla luce del solo materiale probatorio prodotto al momento della richiesta di ingiunzione. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che, senza decidere sui mezzi istruttori richiesti dall’opposto, aveva accolto l’opposizione reputando insufficienti gli elementi di prova posti a fondamento del decreto ingiuntivo). Cass. 16 maggio 2007, n. 11302.

 

Con l’opposizione a decreto ingiuntivo si instaura un normale procedimento di cognizione, nel quale, il creditore opposto può produrre nuove prove ad integrazione di quelle già offerte nella fase monitoria ed il giudice non valuta soltanto la sussistenza delle condizioni e della prova documentale necessarie per l’emanazione della ingiunzione, ma la fondatezza (e le prove relative) della pretesa creditoria nel suo complesso, con la conseguenza che l’accertamento dell’esistenza del credito travolge e supera le eventuali insufficienze probatorie riscontrabili nella fase monitoria (salva restando la loro eventuale rilevanza al fine delle spese processuali di tale fase). Cass. 23 ottobre 1990, n. 10280.

 

Il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si configura come giudizio ordinario di cognizione e si svolge seconde le norme del procedimento ordinario nel quale incombe, secondo i principi generali in tema di onere della prova, a chi fa valere un diritto in giudizio il compito di fornire gli elementi probatori a sostegno della propria pretesa. Pertanto, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento di forniture, spetta a chi fa valere tale diritto fornire la prova del fatto costitutivo, non potendo la fattura e l’estratto delle scritture contabili, già costituenti titolo idoneo per l’emissione del decreto, non costituisce fonte di prova in favore della parte che li ha emessi; né è sufficiente la mancata contestazione dell’opponente, occorrendo, affinché un fatto possa considerarsi pacifico, che esso sia esplicitamente ammesso o che la difesa sia stata impostata su circostanze incompatibili con il disconoscimento e, con riferimento al comportamento extraprocessuale, non il mero silenzio, ma atti e fatti obiettivi di concludenza e serietà tali da assurgere a indizi non equivoci idonei, in concorso con altri, a fondare il convincimento del giudice. (Nella specie anteriore all’entrata in vigore della riforma del processo civile - la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza che aveva rigettato l’opposizione sulla base della prova documentale del decreto ingiuntivo e del mancato adempimento dell’onere di contestazione da parte dell’opponente prima e durante il processo). Cass. 17 novembre 2003, n. 17371.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, solo da un punto di vista formale l’opponente assume la posizione di attore e l’opposto quella di convenuto, perché è il creditore ad avere veste sostanziale di attore ed a soggiacere ai conseguenti oneri probatori, mentre l’opponente è il convenuto cui compete di addurre e dimostrare eventuali fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito, di tal che le difese con le quali l’opponente miri ad evidenziare l’inesistenza, l’invalidità o comunque la non azionabilità del credito vantato ex adverso non si collocano sul versante della domanda - che resta quella prospettata dal creditore nel ricorso per ingiunzione - ma configurano altrettante eccezioni. Pertanto, ove con l’atto di appello l’opponente prospetti una diversa qualificazione del rapporto controverso (nella specie, non in termini di apertura di credito, bensì quale sconto bancario, al fine di dedurre che la banca non avrebbe potuto pretendere la restituzione in via monitoria delle somme anticipate se non dopo che fossero rimasti insoluti i titoli posti allo sconto), si pone un problema, non già di mutamento della domanda, ma di proposizione di nuove eccezioni, consentite secondo il testo originario dell’art. 345 c.p.c. (nel caso tuttora applicabile ratione temporis). Cass. 22 aprile 2003, n. 6421.

 

La valutazione del giudice di merito, in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, in ordine alla sussistenza della prova scritta fornita dal creditore con la domanda di decreto ingiuntivo, involge un apprezzamento di fatto sottratto al controllo di legittimità, purché adeguatamente motivato. Cass. 2 marzo 1973, n. 573.

 

 

  1. Ordinanze ex artt. 186-bis e 186-ter.

 

 

7.1. Ordinanza ex art. 186-bis.

Non è ammissibile la pronuncia di ordinanza ai sensi dell’art. 186-bis c.p.c. nell’ambito di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo atteso che in tal modo si avrebbe una indebita duplicazione di titoli esecutivi per lo stesso credito che comporterebbe, in caso di estinzione del processo, il riprendere vigore del decreto ingiuntivo opposto. Deve ritenersi incompatibile con il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo la pronuncia di ordinanza ex art. 186-quater c.p.c., essendo questa un mezzo surrettizio - e come tale non predisposto dal legislatore - per ottenere, seppure all’esito dell’istruttoria, una sorta di via alternativa alla provvisoria esecuzione del decreto negata in prima battuta con provvedimento non impugnabile e non revocabile. L’art. 186-quater mantiene in capo al giudice un certo ambito di discrezionalità, come si rileva dal tenore letterale della dizione «può disporre», che induce a ritenere che, pur in presenza dei requisiti richiesti dalla legge, possano sussistere ragioni di opportunità che portino a rifiutare la richiesta di concessione del provvedimento, così come accade alla provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo in ragione dell’analoga dizione dell’art. 648 c.p.c. Trib. Biella, 14 febbraio 2000.

Contra: Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo, all’emanazione della ordinanza di cui all’art. 186-quater c.p.c. non osta la precedente pronunzia del provvedimento ex art. 186-bis c.p.c. Quest’ultimo, per espressa previsione legislativa, è infatti soggetto alla disciplina delle ordinanze revocabili di cui agli artt. 177 e 178 c.p.c. ed il Pretore può, revocato il provvedimento accordato, emettere l’ordinanza di condanna ex art. 186-quater. Pret. Macerata, 11 gennaio 1997.

 

 

7.2. Ordinanza ex art. 186-ter.

L’ordinanza di ingiunzione, ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c., è consentita nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, anche nell’ipotesi di precedente sospensione ai sensi dell’art. 649 c.p.c. dell’originaria immediata esecutività del decreto. Trib. Terni, 21 luglio 1999.

 

L’istanza per la concessione di ordinanza ingiuntiva ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c. è ammissibile anche nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, dal momento che questo procedimento costituisce un ordinario giudizio di cognizione e che l’ingiunto può ovviare con l’opposizione all’esecuzione al pericolo derivante, in caso di estinzione del giudizio, dalla duplicazione dei titoli esecutivi sullo stesso credito. Pret. Salerno, 21 aprile 1998.

 

L’istanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. deve ritenersi ammissibile anche nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, dal momento che questo procedimento costituisce un ordinario giudizio di cognizione. Trib. Firenze, 12 marzo 1998.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo è consentito proporre istanza per ottenere ordinanza ingiuntiva ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c. (nella specie, l’istanza è stata proposta per somma inferiore a quella portata dal decreto opposto, e contestualmente è stata fatta rinuncia, da parte dell’offerente, al decreto stesso). Pret. Verona, 22 gennaio 1998.

 

L’ordinanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. può essere pronunziata nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo ed in relazione al medesimo credito per il quale è stata ottenuta la condanna monitoria: la pronunzia è peraltro ammissibile solamente dopo la decisione sulle eventuali istanze di cui agli artt. 648 o 649 c.p.c. e qualora il decreto non sia già esecutivo ex artt. 642 o 648 c.p.c. La prova scritta offerta dalla parte che domanda la pronuncia dell’ordinanza d’ingiunzione ex art. 186-ter c.p.c. dev’essere valutata alla luce dell’atteggiamento difensivo avversario: l’ordinanza non può essere data sulla base delle scritture contabili del richiedente, il cui fondamento sia contestato dal preteso debitore (non imprenditore commerciale). Pret. Salerno, 26 novembre 1996.

 

Poiché il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si svolge secondo gli schemi di un ordinario giudizio di cognizione nell’ambito del quale il giudice statuisce sull’intera pretesa fatta valere con la domanda d’ingiunzione e sulle eccezioni contro di essa proposte, è ammissibile l’ordinanza d’ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. Trib. Roma, 16 novembre 1996.

 

Contra: L’istanza di ingiunzione di cui all’art. 186-ter c.p.c. deve ritenersi inammissibile nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo quando abbia ad oggetto parte di una somma già portata dal provvedimento monitorio. Ciò in quanto l’eventuale estinzione del giudizio determinerebbe la coesistenza di due titoli esecutivi sullo stesso credito. (Nella specie, il giudice istruttore ha giudicato irrilevante, mancando una apposita procura speciale, che il difensore del creditore opposto avesse rinunciato ad avvalersi, in caso di estinzione del giudizio successiva all’accoglimento dell’istanza ingiuntiva, del decreto ottenuto nella fase monitoria ed ha pertanto revocato una ordinanza ingiunzionale in precedenza concessa sulla base di una diversa valutazione in iure). Trib. Firenze, 17 luglio 1998.Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo non è consentita la pronuncia dell’ordinanza prevista dall’art. 186-ter c.p.c. Trib. Padova, 3 ottobre 1996.

 

Non è adottabile nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’ordinanza ex art. 186-ter di identico contenuto rispetto a quello del provvedimento monitorio poiché, in caso contrario, si avrebbe la duplicazione del provvedimento di ingiunzione, in palese contrasto con il principio del ne bis in idem secondo cui non possono coesistere due provvedimenti di condanna, relativi alla medesima causa petendi. Pret. Civitanova Marche, 15 marzo 1996.

 

 

  1. Opposizione in materia di lavoro.

Non è manifestamente infondata, per contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 415 e 645 c.p.c., laddove non consentono, nella proposizione di opposizione al decreto ingiuntivo emesso su richiesta di enti o istituti previdenziali per crediti aventi ad oggetto contributi omessi e relative sanzioni civili, di depositare il ricorso nella cancelleria del giudice competente avvalendosi della spedizione postale, come previsto in favore di chi, per identico credito, sia destinatario dell’ordinanza ingiunzione prevista e disciplinata dall’art. 35 della legge n. 689 del 1981. Cass. lav., 6 dicembre 2004, n. 22811.

 

 

8.1. Competenza.

Quando la domanda in via monitoria viene proposta con una qualificazione del rapporto idonea a giustificare la competenza di un giudice secondo criteri generali di valore e l’opponente a decreto ingiuntivo eccepisca che il rapporto ha una diversa qualificazione giustificativa della competenza per materia di un diverso giudice (nella specie, quello del lavoro ai sensi dell’art. 409, n. 3, c.p.c., in ragione della dedotta sussistenza di un rapporto di agenzia), poiché questa competenza costituisce l’eccezione rispetto alla regola, ad integrare la fondatezza dell’eccezione di competenza - in relazione al principio per cui le questioni di competenza vanno risolte in base ad una mera istruzione sommaria ai sensi dell’art. 38, terzo comma, c.p.c. -, è sufficiente che la eccepita qualificazione giustificativa non sia “prima facie” infondata sulla scorta di quanto emerge dagli atti o dalla stessa istruzione sommaria. Cass. 26 febbraio 2008, n. 4954.

 

Il pretore del lavoro giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo che, dichiarando la propria incompetenza territoriale ad emettere il decreto, revoca detto provvedimento e dichiara funzionalmente e territorialmente competente altro giudice, deve provvedere con sentenza, senza che tale provvedimento possa essere considerato come un provvedimento di adeguamento del rito ex art. 427 c.p.c., che consiste in un’ordinanza pronunziabile nei casi in cui, non essendo insorta tra le parti contrasto in ordine alla competenza, il giudice ravvisi una competenza diversa da quella pretorile e proceda alla fissazione di un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la riassunzione del processo davanti al giudice competente. Ne consegue che, annullato il decreto ingiuntivo e dichiarata con sentenza l’incompetenza, la riassunzione deve aver luogo secondo il disposto di cui all’art. 50 c.p.c., norma di carattere generale che, in mancanza di termine per la riassunzione fissato dal giudice, stabilisce che la riassunzione deve avvenire entro sei mesi dalla comunicazione della sentenza, momento che, nel rito del lavoro, coincide non con la pronuncia del dispositivo in udienza, ma con la comunicazione da parte della cancelleria dell’avvenuto deposito della sentenza completa di motivazione. Cass. 12 luglio 2005, n. 145528.

 

 

8.2. Domanda.

Nel rito del lavoro, il principio secondo il quale l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, è applicabile al procedimento per opposizione a decreto ingiuntivo per crediti di lavoro - per identità di “ratio” di regolamentazione ed ancorchè detto procedimento debba considerarsi un ordinario processo di cognizione anzichè un mezzo di impugnazione - sicchè, anche in tale procedimento, la mancata notifica del ricorso in opposizione e del decreto di fissazione dell’udienza determina l’improcedibilità dell’opposizione e con essa l’esecutività del decreto ingiuntivo opposto. Cass., Sez. Un., 30 luglio 2008, n. 20604.

Contra: Nelle controversie soggette al rito del lavoro, il principio secondo il quale la proposizione dell’appello si perfeziona, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., con il deposito del ricorso, nei termini previsti dalla legge, nella cancelleria del giudice ad quem tale deposito impedendo ogni decadenza dall’impugnazione - con la conseguenza che qualsiasi eventuale vizio o inesistenza, giuridica o di fatto, della notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione non si comunica all’impugnazione, ma impone al giudice che rilevi il vizio di indicarlo all’appellante ex art. 421 c.p.c. e di assegnare allo stesso, previa fissazione di un’altra udienza di discussione, un termine, necessariamente perentorio, per provvedere a notificare il ricorso, unitamente al decreto presidenziale di fissazione della nuova udienza - deve ritenersi applicabile anche al procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, attesane l’identità di ratio rispetto alle sopraindicate disposizioni di legge, e nonostante detto procedimento debba considerarsi un ordinario giudizio di cognizione, anziché un mezzo d’impugnazione). Cass. lav., 24 marzo 2001, n. 4291.

 

L’opposizione a decreto ingiuntivo concesso in materia di locazione e quindi soggetta al rito del lavoro deve essere proposta con ricorso e, ove proposta erroneamente con citazione, questa può produrre gli effetti del ricorso solo se sia depositata in cancelleria entro il termine di cui all’art. 641 c.p.c., non essendo sufficiente che entro tale data sia stata comunque notificata alla controparte. Cass. 2 aprile 2009, n. 8014.

 

Con riguardo al decreto ingiuntivo reso dal pretore per crediti inerenti ai rapporti di cui agli artt. 409 e 442 c.p.c., l’opposizione va proposta con ricorso, da depositarsi in cancelleria nel termine perentorio fissato dall’art. 641 c.p.c. Pertanto, ove tale opposizione sia proposta con citazione, il relativo atto è idoneo alla tempestiva instaurazione del giudizio solo se depositato nel rispetto dell’indicato termine, non essendo sufficiente la mera notificazione nel termine stesso. Cass., Sez. Un., 14 marzo 1991, n. 2714.

 

Qualora l’opposizione a decreto ingiuntivo sia soggetta al rito delle controversie di lavoro, e debba quindi essere proposta con ricorso, a norma dell’art. 415 c.p.c., il tempestivo deposito del ricorso in opposizione nel termine di venti giorni dalla notificazione del decreto medesimo vale ad impedire che questo divenga esecutivo, mentre l’eventuale assegnazione di un termine di comparizione inferiore a quello fissato dalla citata norma, ricollegandosi ad un errore del giudice, non comporta l’esecutività del decreto, ma la nullità del provvedimento di fissazione dell’udienza e del giudizio di primo grado, celebratosi in contumacia del convenuto. Tale nullità, ove venga rilevata e dichiarata in grado d’appello, implica che il giudice di secondo grado deve disporre la rinnovazione dell’atto e decidere la causa nel merito, non ricorrendo alcuna delle ipotesi di rimessione al primo giudice contemplate dagli artt. 353 e 354 c.p.c. Cass., Sez. Un., 19 ottobre 1983, n. 6128.

 

Nel procedimento dinanzi al pretore disciplinato dall’art. 314 c.p.c. nel testo vigente prima della novella introdotta dalla legge n. 353 del 1990, la costituzione delle parti può avvenire o mediante il deposito in cancelleria della citazione o del processo verbale di cui all’art. 312 c.p.c. (in caso di proposizione di domanda verbale) con la relazione di notificazione e ove occorrente, della procura, oppure presentando tali documenti al giudice direttamente in udienza, non esistendo nel giudizio pretorile l’onere di costituirsi in cancelleria prima della udienza fissata in citazione nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c. per il solo giudizio dinanzi al tribunale (fattispecie relativa alla costituzione dell’opponente in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in cui il decreto era stato emesso dal pretore). Cass. 11 agosto 2004, n. 15553.

 

Al ricorso per ingiunzione per crediti inerenti a rapporti di lavoro o di previdenza e assistenza obbligatorie non si applicano le prescrizioni dell’art. 414 c.p.c. sul contenuto del ricorso introduttivo, nel senso che, fermo restando che il creditore che agisce in via monitoria deve indicare gli elementi essenziali dell’azione e cioè la causa petendi e il petitum, nella memoria di costituzione a seguito di opposizione egli può specificare l’una e l’altro e formulare ulteriori prove, costituende o costituite, a sostegno della pretesa azionata con il ricorso per ingiunzione, nonché modificare la domanda introdotta nel ricorso per ingiunzione, senza tuttavia poter formulare domande nuove; in ogni caso, eventuali nullità del ricorso per decreto ingiuntivo non possono determinare automaticamente la nullità della memoria di costituzione in giudizio, potendo rilevare solo ai fini del regolamento delle spese della fase monitoria. Cass. lav., 4 agosto 2004, n. 14962; conforme Cass. lav., 22 aprile 2004, n. 7688; Cass. lav., 17 aprile 2002, n. 5526.

 

Pertanto l’opposto, attore sostanziale, ha l’onere di articolare la propria domanda secondo quanto previsto dall’art. 414 c.p.c. e l’opponente ha l’onere di articolare le proprie difese secondo quanto previsto dall’art. 416, terzo comma, c.p.c. prendendo specifica posizione in ordine ai fatti allegati dall’attore ed indicando specificamente i mezzi di prova e i documenti che deve contestualmente depositare; la mancanza di una specifica e tempestiva contestazione, da parte dell’opponente, dei fatti addotti dal ricorrente per ingiunzione - opposto consente al giudice di ritenere tali fatti come ammessi. Cass. lav., 13 giugno 2002, n. 8502.

 

Nel giudizio di opposizione instaurato dal datore di lavoro contro il decreto ingiuntivo per il pagamento di somme richieste dal lavoratore, dovendo la domanda del creditore opposto essere individuata in relazione alle richieste formulate con il ricorso per ingiunzione, è inammissibile la richiesta di una somma ulteriore avanzata con la memoria di costituzione, trattandosi di modificazione non consentita della domanda, senza che assuma alcun rilievo in contrario la eventuale accettazione del contraddittorio ad opera della controparte, in quanto il regime di preclusione delle domande, eccezioni e conclusioni risponde, nel rito del lavoro, ad esigenze di ordine pubblico, attinenti al funzionamento del processo in aderenza ai principi di immediatezza, oralità e concentrazione che lo informano. Trattandosi di modificazione inammissibile della domanda inizialmente formulata, non è configurabile in relazione ad essa il vizio di omessa pronuncia da parte del giudice di appello, in quanto la proposizione di una domanda inammissibile non determina l’insorgere di alcun potere-dovere del giudice di pronunciarsi su di essa. Cass. lav., 20 novembre 2002, n. 16386.

 

Anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo in materia di lavoro, soggetto al rito speciale ex artt. 414 ss. c.p.c., la produzione della copia notificata del decreto non è richiesta a pena di improcedibilità, non essendo applicabile la disciplina propria delle impugnazioni ed essendo possibile, peraltro, produrre tale documento processuale anche in grado di appello, nelle forme e nei termini stabiliti dagli artt. 434 e 436 c.p.c. Cass. lav., 6 febbraio 2002, n. 1585.

 

Nel rito del lavoro le preclusioni previste dagli artt. 414 e 416 c.p.c. fanno riferimento alla posizione - rispettivamente di attore o di convenuto - assunta processualmente dalle parti. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo si svolga con il suddetto rito, all’opponente vanno riferite le preclusioni di cui all’art. 414 cit., mentre all’opposto quelle di cui all’art. 416 cit. Il primo, infatti, ancorché assuma la posizione sostanziale di convenuto rispetto alla pretesa fatta valere dall’intimante, ha, in relazione alla proposta opposizione la posizione processuale di attore; il secondo, d’altra parte, pur assumendo la posizione sostanziale di attore in riferimento alla pretesa fatta valere, ha, rispetto all’opposizione, la posizione processuale di convenuto. Pertanto, qualora l’opponente faccia tempestivamente valere l’eccezione di prescrizione, incombe al creditore opposto far valere l’avvenuta interruzione della prescrizione, a pena di decadenza, con l’atto di costituzione nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo ovvero con l’atto di appello avverso la sentenza che ha dichiarato la prescrizione. (Fattispecie relativa ad un credito dell’INPS per omissioni contributive). Cass. lav., 1° dicembre 2000, n. 15339.

 

L’eccezione di compensazione ha carattere di eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio dal giudice per l’espresso divieto posto dall’art. 1242, primo comma, c.c., ed è soggetta nel rito del lavoro a decadenza se non proposta nella memoria difensiva in primo grado, o nel caso di domanda introdotta in forma monitoria, con l’atto di opposizione al decreto ingiuntivo. Cass. lav., 14 luglio 1997, n. 6391.

 

 

8.3. Prove.

La legge n. 533 del 1973 non ha fatto venir meno l’ammissibilità del procedimento d’ingiunzione per i crediti di lavoro e previdenziali, ma si è limitata a prevedere l’applicabilità del rito del lavoro nel giudizio di opposizione. Ne consegue che mentre nella prima fase, a cognizione sommaria, la prova scritta è costituita da qualsiasi documento proveniente dal debitore o un terzo idoneo ad evidenziare l’esistenza del diritto fatto valere, nel successivo eventuale giudizio di cognizione la memoria difensiva dell’opposto, attesa la sua posizione sostanziale di attore, deve osservare la forma della domanda di cui all’art. 414 c.p.c. e deve recare “l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda”. Resta pertanto irrilevante la circostanza che i conteggi, operati dal ricorrente per la determinazione della somma richiesta e depositati nella fase monitoria, non siano stati notificati alla controparte, atteso che nel procedimento per ingiunzione il contraddittorio è posticipato ed eventuale e, una volta introdotto con l’opposizione al decreto ingiuntivo il giudizio di cognizione, l’opposto ha, in tale ambito, l’onere di fornire la prova del proprio credito indipendentemente dalla legittimità, validità ed efficacia del decreto. Cass. lav., 25 luglio 2011, n. 16199.

 

Nel rito del lavoro, l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dall’opponente (convenuto sostanziale) deve avere il contenuto della memoria difensiva di cui all’art. 416 c.p.c., mentre l’atto di costituzione dell’opposto (attore sostanziale) è riconducibile non alla memoria difensiva, ma ad un atto integrativo della domanda azionata con la richiesta di decreto ingiuntivo; ne consegue che, poiché l’opponente è in grado di conoscere con completezza la pretesa dell’attore solo dopo la costituzione in giudizio di quest’ultimo, non può ritenersi tardiva la richiesta di prova testimoniale articolata dall’opponente nella prima difesa successiva a tale costituzione. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto inammissibile in quanto tardiva la prova testimoniale volta a provare il contenuto di una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, formulata non in atto di opposizione a decreto ingiuntivo ma nella prima udienza successiva alla costituzione dell’opposto). Cass. lav., 25 gennaio 2005, n. 1458.

 

La documentazione che ha consentito l’emissione del decreto ingiuntivo non perde, per il solo fatto dell’opposizione proposta avverso lo stesso, la propria attitudine probatoria nel relativo procedimento ordinario. Consegue che gli accertamenti previsti dall’art. 635 c.p.c., relativi ai crediti per contribuzioni sociali, mantengono anche nel giudizio di opposizione la loro idoneità specifica ad essere fonti di prove, ancorché esposta al confronto con le prove contrarie ed al vaglio critico del giudice. Cass. lav., 3 giugno 1986, n. 3714.

 

 

  1. Ipotesi particolari: opposizione alle spese di lite e fallimento.

 

 

9.1. Opposizione alle spese di lite.

In tema di procedimenti cautelari, il provvedimento con il quale il giudice, pronunciando anteriormente all’inizio della causa di merito, abbia negato l’invocata misura cautelare per cessata materia del contendere, (avendo il convenuto posto rimedio ante causam alla situazione dannosa lamentata dall’istante), disponendo, nel contempo, sulle spese del procedimento, ex art. 669-septies c.p.c., è opponibile ai sensi degli artt. 645 e ss. stesso codice nel termine perentorio di venti giorni dalla pronuncia dell’ordinanza, secondo l’espressa previsione del ricordato art. 669-septies, sicché l’eventuale appello proposto avverso detto provvedimento deve essere dichiarato inammissibile. Cass. 12 aprile 2005, n. 7549; conforme Cass. 6 maggio 2003, n. 6892; Cass. 27 novembre 2002, n. 16725; Cass. lav., 24 febbraio 2001, n. 2718.

 

Avverso l’ordinanza di rigetto dell’istanza cautelare con compensazione delle spese, è ammissibile il reclamo ai sensi del citato art. 669-terdecies, mentre, avverso il provvedimento adottato sul reclamo (ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione dello stesso), è del pari legittima l’opposizione di cui all’art. 669-septies, i cui termini iniziano a decorrere, rispettivamente, o dalla scadenza del termine per proporre il reclamo o dalla pronuncia, se resa in udienza, o dalla comunicazione dell’ordinanza del giudice del reclamo che rende definitiva la pronuncia sulle spese. Cass., Sez. Un., 28 dicembre 2001, n. 16214.

 

È inammissibile il ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso il decreto del presidente del Tribunale avente ad oggetto la liquidazione, a carico di società di capitali, del compenso all’amministratore giudiziario nominato ai sensi dell’art. 2409, terzo comma, seconda parte, c.c., in considerazione della natura monitoria del provvedimento, intrinsecamente mancante di definitività e suscettibile di dare ingresso all’esercizio del rimedio, per la parte obbligata alla corresponsione, di cui all’art. 645 c.p.c. (v., per custode giudiziario Cass. 20 aprile 2004, n. 7465; Cass. 9 settembre 2003, n. 13134; Cass. 15 novembre 2001, n. 14312). Cass. 14 settembre 2004, n. 18451.

 

In tema di procedimento cautelare, nell’ipotesi in cui sia proposta opposizione avverso la condanna alle spese (ai sensi dell’artt. 669-septies e 645 c.p.c.) e tale giudizio sia definito dal giudice con il rito camerale ed in composizione collegiale (invece che con il rito ordinario e da giudice monocratico), la parte che voglia far valere siffatto vizio del procedimento non può limitarsi a lamentare genericamente la violazione del suo diritto di difesa, ma deve dedurre e provare in concreto quale danno abbia per lei comportato tale deviazione processuale. Peraltro, il provvedimento, anche se emesso nella forma dell’ordinanza a seguito dell’irrituale adozione della procedura camerale innanzi menzionata, assume, avuto riguardo al suo contenuto sostanziale ed agli effetti giuridici che esso è destinato a produrre, il valore di sentenza e, come tale, è soggetto all’ordinario mezzo di impugnazione. (l’appello) e non al ricorso straordinario per cassazione. Cass. 21 giugno 2002, n. 9077.

 

 

9.2. Fallimento.

La rinuncia stragiudiziale all’opposizione a decreto ingiuntivo che non si traduca in una rinuncia agli atti del giudizio formalizzata dall’opponente ai sensi dell’art. 306 c.p.c., non determina né l’estinzione del giudizio né la definitività dell’ingiunzione. Pertanto, sopravvenuto il fallimento dell’opponente, la formale pendenza del giudizio di opposizione determina l’inopponibilità al fallimento dell’intervenuta rinuncia, avendo il credito azionato in via monitoria ancora natura di “res litigiosa” e dovendo, conseguentemente disporsene l’ammissione al passivo in chirografo anche quando sia stata iscritta, in virtù della provvisoria esecuzione del decreto opposto, ipoteca giudiziale anteriormente al fallimento. Cass. 5 novembre 2010 n. 22549.

 

La sopravvenuta dichiarazione di fallimento del debitore determina l’inopponibilità alla massa dei creditori concorsuali del decreto ingiuntivo in precedenza emesso se, all’epoca del fallimento, il termine per la proposizione dell’opposizione non sia ancora decorso, a nulla rilevando che il decreto stesso sia munito della clausola di provvisoria esecutività, occorrendo invece, per il prodursi di tale opponibilità, che il decreto ingiuntivo acquisti efficacia di giudicato sostanziale, conseguibile solo a seguito della dichiarazione di esecutorietà ai sensi dell’art. 647 c.p.c. Cass. 23 dicembre 2011, n. 28553; conforme Cass. 13 marzo 2009, n. 6198.

 

Nell’ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, attesa la inopponibilità, al fallimento, di un decreto non ancora definitivo e, pertanto, privo della indispensabile natura di “sentenza impugnabile”, esplicitamente richiesta dall’art. 95, comma terzo, legge fallimentare, norma di carattere eccezionale, insuscettibile di applicazione analogica. Conseguentemente la domanda formulata in sede di cognizione ordinaria, se proposta prima dell’inizio della procedura concorsuale, diventa improcedibile, e tale improcedibilità è rilevabile d’ufficio, anche nel giudizio di cassazione, derivando da norme inderogabilmente dettate a tutela del principio della “par condicio creditorum”. Cass. 13 agosto 2008, n. 21565.

 

In caso di dichiarazione di fallimento del debitore ingiunto nelle more del giudizio di primo grado di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudice d’appello non può dichiarare inammissibile l’appello proposto dal fallito, sul rilievo della inopponibilità al fallimento del provvedimento monitorio, ma deve pronunciare nel merito, qualora l’evento interruttivo non sia stato dichiarato dal curatore - unico soggetto a ciò legittimato - ed il creditore ingiungente, coltivando il giudizio, abbia dimostrato di volersi comunque avvalere della sentenza nei confronti del fallito, una volta tornato in bonis. Cass. 28 giugno 2006, n. 14981.

 

La domanda di ripetizione delle somme da corrispondersi in forza della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto deve ritenersi implicitamente contenuta nell’istanza di revoca del decreto stesso, senza necessità di esplicita richiesta della parte, atteso che l’azione di restituzione non si inquadra nella condictio indebiti, sia perché si ricollega ad una specifica ed autonoma esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale antecedente, sia perché in tal caso (come in quello di ripetizione di somme pagate in esecuzione di una sentenza di appello, o di una sentenza di primo grado provvisoriamente esecutiva, riformata in appello) il comportamento dell’accipiens non si presta a valutazioni di buona fede o mala fede, ai sensi dell’art. 2033 c.c., non potendo venire in rilievo stati soggettivi rispetto a prestazioni eseguite e ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo e della provvisorietà di suoi effetti. Ne consegue che anche nell’ipotesi di inefficacia del decreto ingiuntivo a causa di sopravvenuto fallimento o liquidazione coatta amministrativa del debitore ingiunto, che rende il decreto ingiuntivo inopponibile alla procedura e impone al creditore opposto di partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, non è necessaria un’esplicita domanda di ripetizione di quanto già corrisposto in forza della provvisoria esecuzione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6098.

 

Nell’ipotesi di dichiarazione di fallimento (o liquidazione coatta amministrativa) intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito o posto in liquidazione coatta amministrativa, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, attesa la inopponibilità, al fallimento, di un decreto non ancora definitivo e, pertanto, privo della indispensabile natura di sentenza impugnabile», esplicitamente richiesta dall’art. 95, comma terzo, l. fall., norma di carattere eccezionale, insuscettibile di qualsivoglia applicazione analogica. Ne discende in tal caso che, essendo il decreto ingiuntivo inefficace e inopponibile alla massa, la domanda deve essere riproposta al giudice fallimentare, la cui competenza inderogabile prevale sul criterio della competenza funzionale del giudice che ha emesso l’ingiunzione. Cass. 20 marzo 2006, n. 6098.

 

Nella ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, essendo inopponibile al fallimento sia il decreto sia l’ipoteca giudiziale eventualmente iscritta in base ad esso, con la conseguenza che il creditore, stante appunto l’inopponibilità alla massa del primo e della seconda, neppure può ottenere l’ammissione al passivo per il credito costituito dalle spese sopportate per il giudizio monitorio e per l’iscrizione dell’ipoteca. Cass. 1° aprile 2005, n. 6918; conforme Cass. 23 luglio 1998, n. 7221; Cass. 2 marzo 1995, n. 2402.

 

In caso di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il curatore non è tenuto a riassumere il giudizio di opposizione perché, se il creditore vuol far valere il titolo nei confronti del fallimento, deve far accertare il proprio credito ai sensi dell’art. 52 l. fall., mediante la procedura di accertamento del passivo, non essendo il decreto ingiuntivo equiparabile alle sentenze non ancora passate in giudicato e non trovando, quindi, applicazione l’eccezione al principio dell’accertamento concorsuale dettata dall’art. 95 stessa legge. Sussiste invece l’interesse del fallito, il quale perde la capacità processuale solo per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, a riassumere il processo, per evitare che gli effetti ex art. 653 c.p.c. si verifichino nei suoi confronti e gli possano essere opposti quando tornerà in bonis. L’eventuale riassunzione, da parte del curatore, del giudizio di opposizione interrotto, non al fine di farne dichiarare l’improcedibilità, ma per ottenere una pronuncia sul merito, non incide sulla disciplina dell’accertamento del passivo fallimentare, dettata a tutela del principio concorsuale e quindi di un pubblico interesse. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, decidendo nel merito di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto da debitore poi fallito e riassunto dalla curatela fallimentare, aveva rigettato l’opposizione, e, provvedendo sul merito, ha dichiarato l’improcedibilità dell’opposizione). Cass. 23 marzo 2004, n. 5727; conforme Cass. 25 marzo 1995, n. 3580; Cass. 29 marzo 1989, n. 1492.

 

Nell’opposizione a decreto ingiuntivo, il fallimento del creditore opposto, nei cui confronti sia stata proposta dall’opponente domanda riconvenzionale, non determina l’improcedibilità dell’opposizione e la rimessione dell’intera controversia al giudice fallimentare, rimanendo il Tribunale ordinario competente per l’opposizione mentre al Tribunale fallimentare, previa separazione dei giudizi, deve essere rimessa esclusivamente la domanda riconvenzionale, in ordine alla quale soltanto sussiste, dunque, la competenza funzionale ed inderogabile di tale organo giudiziale. È fatta, comunque, salva la possibilità di sospensione del giudizio di opposizione qualora la definizione della domanda riconvenzionale sia pregiudiziale rispetto all’opposizione. Cass. 27 maggio 2011, n. 11749.

 

Con riguardo all’opposizione a decreto ingiuntivo, il fallimento del creditore opposto, nei cui confronti sia stata proposta dall’opponente domanda riconvenzionale, non comporta l’improcedibilità del giudizio di opposizione e la rimessione dell’intera controversia al giudice fallimentare, dovendo il giudice dell’opposizione trattenere questa e su di essa decidere, e disporre la remissione della sola domanda riconvenzionale dinanzi al giudice delegato al fallimento, previa separazione dei due procedimenti, e salva la possibilità di sospensione del giudizio di opposizione qualora la definizione della riconvenzionale si presenti come pregiudiziale rispetto alla decisione dell’opposizione medesima. Più in generale, non sussiste alcuna possibilità di simultaneus processus tra la opposizione a decreto ingiuntivo in sede ordinaria e la controversia di natura fallimentare, vuoi che quest’ultima sia già pendente presso il giudice del fallimento (come nella specie), vuoi che insorga nell’ambito dello stesso processo di opposizione. Cass. 14 settembre 2007, n. 19290; conforme Cass. 11 agosto 2000, n. 10692; Cass. 21 novembre 1996, n. 10278.

Per opposizioni in materia di crediti professionali; v. Giurisprudenza sub art. 636, § 3.

 

 

  1. Questioni di costituzionalità.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 645, secondo comma, 647 e 165 del codice di procedura civile, nella parte in cui fa decorrere il termine di costituzione dell’opponente a decreto ingiuntivo dalla notificazione dell’opposizione, anziché dalla restituzione dell’originale o da altro atto cui possa collegarsi la conoscenza dell’inizio del decorso del termine, e nella parte in cui non consente che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo possa proseguire, qualora la mancata tempestiva costituzione dell’opponente sia dipesa da caso fortuito o forza maggiore, sollevata con riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, per l’asserita lesione del diritto di difesa, del diritto ad un giusto processo e per la ritenuta disparità di trattamento rispetto al processo ordinario. Su questione analoga vedi, citata, nel senso della manifesta infondatezza, ordinanza n. 239/2000. Corte cost. 12 aprile 2005, n. 154.

 

Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 645, comma secondo, 647 e 165, comma primo, c.p.c., censurato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui fa decorrere il termine per la costituzione dell’opponente a decreto ingiuntivo dalla notificazione dell’opposizione anziché dalla restituzione dell’originale notificato o da altro atto cui possa ricollegarsi la conoscenza dell’inizio del decorso del termine. Va, infatti, osservato che: a) le situazioni poste a raffronto (procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e processo ordinario di cognizione) ai fini della denunciata disparità di trattamento non sono tra loro comparabili, sicché, è da escludere qualsiasi violazione dell’art. 3 Cost; b) è del pari insussistente la lamentata lesione del diritto di difesa in quanto nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo non è invocabile il principio affermato da questa Corte in tema di decorrenza del termine di riassunzione del processo (principio secondo cui la garanzia riconosciuta dall’art. 24 della Costituzione deve estendersi alla conoscibilità del momento iniziale di decorrenza di un termine, onde assicurarne all’interessato l’utilizzazione nella sua interezza) perché nel suddetto procedimento è lo stesso opponente a porre le premesse per la sua costituzione nel termine ridotto, avvalendosi della facoltà di dimidiare il termine di comparazione; c) la soluzione auspicata dai rimettenti in merito al momento dal quale far decorrere il termine de quo introdurrebbe nel processo un elemento di assoluta incertezza per l’impossibilità di controllo da parte del giudice (non essendo accertabile, in difetto di specifica previsione normativa, il momento della conoscenza o conoscibilità dell’avvenuta notifica). Corte cost. 24 maggio 2000, n. 152.

 

Sono manifestamente inammissibile le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 641, comma 1, c.p.c., nella parte in cui non prevede l’avvertimento che l’opponente deve proporre, a pena di decadenza, nell’atto di opposizione le eventuali domande riconvenzionali, e dell’art. 645, comma 1, c.p.c., nella parte in cui non prevede espressamente che l’opponente deve proporre nell’atto di opposizione, a pena di decadenza, le eventuali domande riconvenzionali - sollevate con riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. - sia perché non essendo stata formulata nel giudizio a quo ad opera della parte opposta, o una espressa eccezione in ordine alla inammissibilità della domanda riconvenzionale, le questioni stesse risultano sollevate in modo del tutto astratto; sia perché - tenuto conto che identiche questioni. (ancorché più ampie) sono state già sollevate dallo stesso rimettente nell’ambito del medesimo giudizio e dichiarate manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza con ord. n. 282 del 1998 - in presenza di una pronuncia avente contenuto decisorio, come è quella che abbia accertato un difetto di rilevanza non modificabile dal giudice a quo non è consentito al medesimo rimettente riproporre nel medesimo giudizio la stessa questione, in quanto ciò integrerebbe un’impugnazione della precedente decisione della Corte, inammissibile alla stregua dell’ultimo comma dell’art. 137 Cost. n. 282/98. Corte cost. 28 marzo 2000, n. 87.

 

La impossibilità, per il giudice della opposizione a decreto ingiuntivo, di rimettere le parti innanzi al giudice preventivamente adito per altra causa connessa, non comporta violazione del diritto di difesa in quanto il simultaneus processus è mero espediente processuale mirato a fini di economia dei giudizi e di prevenzione del pericolo di eventuali giudicati contraddittori, onde la sua inattuabilità non riguarda né il diritto di azione, né il diritto di difesa una volta che la pretesa sostanziale del soggetto interessato possa essere fatta valere nella competente, anche se distinta, sede giudiziaria con pienezza di contraddittorio; tanto più quando il sistema processuale preveda comunque strumenti di raccordo, quale, nel caso - in difetto delle condizioni per la pronuncia, da parte del giudice della opposizione, di sentenza subordinata alla prestazione di cauzione (art. 35 c.p.c.) - la sospensione necessaria (ex art. 295 c.p.c.) della causa di opposizione al decreto ingiuntivo fino alla definizione nella sede sua propria della causa sul credito opposto in compensazione. (Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 40 e 645 c.p.c., sollevata in riferimento all’art. 24 Cost.). Corte cost. 26 giugno 1991, n. 308.

 

La diversità di trattamento fra l’opposizione a decreto ingiuntivo nelle forme del rito ordinario e quella nelle forme del rito del lavoro, mentre trova ragionevole giustificazione e fondamento nelle peculiarità del rito speciale, finalizzate all’accelerazione del procedimento e alla concentrazione della trattazione nonché all’immediatezza della pronuncia, non esclude che, ricorrendo il secondo caso, possa, anteriormente all’udienza di cui all’art. 420 c.p.c., farsi applicazione analogica del disposto dell’art. 351 c.p.c., al fine di una delibazione anticipata, rispetto all’udienza stessa, delle questioni concernenti la provvisoria esecuzione del decreto opposto, adottandosi le relative decisioni nella forma, in tale ultima norma prevista, dell’ordinanza e, quindi, previa istituzione del contraddittorio fra le parti. (Nella specie, alla stregua di tali principi, la Corte ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 415, terzo, quarto e quinto comma, 645, comma secondo, e 649 c.p.c., in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui, secondo il giudice remittente, comporterebbero limitazioni di tutela per chi propone opposizione a decreto ingiuntivo nelle forme del rito del lavoro, rispetto a chi si oppone nelle forme ordinarie). Corte cost. 4 dicembre 1998, n. 396.

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