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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 647 cod. proc. civile: Esecutorietà per mancata opposizione o per mancata attività dell’opponente

Se non è stata fatta opposizione nel termine stabilito, oppure l’opponente non si è costituito, il conciliatore, il pretore o il presidente, su istanza anche verbale del ricorrente, dichiara esecutivo il decreto. Nel primo caso il giudice deve ordinare che sia rinnovata la notificazione, quando risulta o appare probabile che l’intimato non abbia avuto conoscenza del decreto.
Quando il decreto è stato dichiarato esecutivo a norma del presente articolo, l’opposizione non può essere più proposta né proseguita, salvo il disposto dell’art. 650, e la cauzione eventualmente prestata è liberata.


Giurisprudenza annotata

Esecutorietà per mancata opposizione o per mancata attività dell’opponente.

 

 

  1. Presupposti; 1.1. Mancata opposizione; 1.2. Mancata costituzione; 1.3. Opposizione o costituzione tardiva; 1.3.1. Decorrenza e scadenza del termine; 1.3.2. Durata: termine ordinario e termine ridotto; 2. Effetti; 2.1. Improcedibilità dell’opposizione; 2.2. Esclusioni; 2.3. Giudicato; 2.3.1. Limiti oggettivi e soggettivi in giudizi di cognizione. Casistica; 2.3.2. Limiti in fase di esecuzione; 2.3.3. Rilevabilità; 2.4. Effetti nelle procedure fallimentari; 2.5. Imposta registro; 3. Impugnabilità; 4. Questioni di costituzionalità; 5. Esecutorietà di ordinanze ex art. 186-ter in giudizi ordinari.

 

 

  1. Presupposti.

 

 

1.1. Mancata opposizione.

L’opponente a decreto ingiuntivo il quale non si sia tempestivamente costituito in giudizio può, ove il decreto non sia ancora stato dichiarato esecutivo, a norma dell’art. 647 c.p.c., a causa della mancata o tardiva costituzione, riproporre l’opposizione entro i termini di cui all’art. 641, primo e secondo comma, c.p.c., non essendo ciò vietato dall’art. 647 cit. (in conformità all’interpretazione datane dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 18 del 2002 e n. 141 del 1976) e, del resto, contrastando l’opposta soluzione con i principi di cui agli artt. 3, primo comma, e 24, primo comma, Cost., nella misura in cui l’opponente si troverebbe privato, senza alcuna giustificazione connessa alle esigenze di celerità tipiche del procedimento monitorio, della possibilità di utilizzare pienamente il termine stabilito dalla legge per l’esercizio del diritto di opposizione, e ad essere giuridicamente trattato, senza alcuna ragionevole giustificazione, in modo diverso rispetto alle analoghe situazioni previste dagli artt. 358 e 387 c.p.c. (secondo i quali, nelle ipotesi di inammissibilità o improcedibilità rispettivamente dell’appello e del ricorso per cassazione, la preclusione della riproposizione dell’impugnazione anche in pendenza del relativo termine si verifica solo allorché l’inammissibilità o improcedibilità della precedente impugnazione sia stata già dichiarata dal giudice) Cass. 1° dicembre 2004, n. 22502; conforme Cass. 26 novembre 2004, n. 22338; Corte cost. 6 febbraio 2002, n. 18.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo la mera omissione della notifica dell’avviso di opposizione al cancelliere affinché ne prenda nota sull’originale del decreto depositato in cancelleria, costituisce soltanto un’irregolarità che non comporta l’esecutività del decreto ingiuntivo né l’applicabilità della norma dell’art. 650 c.p.c. per l’opposizione tardiva. Cass. 6 maggio 1993, n. 5228.

 

Con riguardo al decreto ingiuntivo emesso a carico di due coobbligati in solido, l’esecutorietà del decreto medesimo, nei confronti del debitore che non abbia proposto opposizione, resta regolata dall’art. 647 c.p.c., e, pertanto, non può essere chiesta ed ottenuta nel giudizio di opposizione promosso dall’altro debitore. Cass. 8 marzo 1983, n. 1693.

 

 

1.2. Mancata costituzione.

L’opponente a decreto ingiuntivo che abbia proposto opposizione non seguita da costituzione in giudizio, ovvero seguita da ritardata costituzione, può legittimamente riproporre l’opposizione entro il termine fissato nel decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 641, primo e secondo comma, c.p.c., accompagnata da rituale e tempestiva costituzione in giudizio. Ne consegue che il giudice del giudizio di opposizione nel quale l’opponente non si è costituito o si è costituito tardivamente, nel caso in cui sia intervenuta una seconda tempestiva opposizione seguita da rituale costituzione in giudizio, e sempre che di tale seconda tempestiva e rituale opposizione sia messo a conoscenza, non può dichiarare esecutivo il decreto ingiuntivo opposto, ma, ove non possa o non ritenga di procedere alla riunione dei due giudizi, dovrà limitarsi a dichiarare la improcedibilità dell’opposizione non seguita da costituzione o seguita da costituzione tardiva; né, sul presupposto che la proposizione della seconda opposizione, seguita da rituale e tempestiva costituzione da parte dell’opponente, abbia sanato la prima opposizione, può decidere nel merito l’opposizione improcedibile. Siffatta possibilità è preclusa, altresì, al giudice dell’appello investito del gravame avverso il provvedimento del giudice che erroneamente abbia dichiarato improcedibile l’opposizione a decreto ingiuntivo e abbia dichiarato esecutivo il decreto opposto. Cass. 23 ottobre 2008, n. 25621.

 

L'opponente a decreto ingiuntivo che abbia proposto opposizione seguita da ritardata costituzione, può legittimamente riproporre l'opposizione, entro il termine fissato nel decreto ingiuntivo ai sensi dell'art. 641, comma 1 e 2, c.p.c., accompagnata da rituale e tempestiva costituzione in giudizio. D'altra parte in caso di tempestiva opposizione seguita da intempestiva costituzione dell'opponente il creditore ingiungente non può ottenere la declaratoria di esecutività del provvedimento prevista dall'art. 647 c.p.c., meno che mai quando l'opponente abbia tempestivamente proposto una seconda tempestiva opposizione o, come nella specie è avvenuto, si sia limitato del pari tempestivamente a rinnovare la notificazione del primo atto di opposizione, poi provvedendo nell'uno come nell'altro caso a costituirsi nel previsto termine decorrente dalle nuove date, sia pure dimidiato.

Cassazione civile sez. I  26 settembre 2014 n. 20378

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, atteso che la mancata costituzione dell’opponente nel termine di cui all’art. 166 c.p.c. comporta la improcedibilità dell’opposizione ai sensi della norma speciale di cui all’art. 647, primo comma, dello stesso codice, l’opponente non costituito non può utilmente riassumere il giudizio ai sensi della regola generale di cui agli artt. 171 e 307 c.p.c. (ancorché non sia stato pronunciato il decreto di esecutorietà: Cass. 26 maggio 2004, n. 10116). Cass. 11 luglio 2006, n. 15727.

 

 

1.3. Opposizione o costituzione tardiva.

Allorquando venga proposta l’opposizione a decreto ingiuntivo intempestivamente e sia seguita da costituzione tempestiva oppure venga proposta tempestivamente, ma sia seguita da una costituzione tardiva dell’opponente, non sussiste la possibilità della formulazione da parte del creditore della richiesta ai sensi dell’art. 647 c.p.c., che si deve intendere limitata o alla mancanza di opposizione o alla mancanza di costituzione dopo l’opposizione. Nelle suddette ipotesi, l’efficacia del decreto è la stessa dei casi di mancanza dell’opposizione o di mancata costituzione, ma, essendosi comunque incardinato il processo in contraddittorio, la definizione del giudizio deve avvenire con la sentenza (ferma la possibilità della concessione della provvisoria esecutività al decreto ai sensi dell’art. 648 c.p.c.), in quanto l’opposizione dev’essere dichiarata rispettivamente inammissibile o improcedibile d’ufficio nel presupposto che sul decreto ingiuntivo si è formato un giudicato interno, configurandosi il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo come ulteriore sviluppo della fase monitoria. Cass. 6 giugno 2006, n. 13252.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la tardiva costituzione dell’opponente va equiparata alla sua mancata costituzione e comporta l’improcedibilità dell’opposizione, con la conseguenza che l’opponente non può utilmente riassumere il giudizio ancorché non sia stato pronunciato il decreto di esecutorietà dell’ingiunzione ed indipendentemente dal fatto che il creditore opposto si sia costituito nel suo termine. Detta improcedibilità dell’opposizione, con la conseguente efficacia di giudicato. (interno) acquistata dal decreto ingiuntivo, deve essere rilevata in via pregiudiziale rispetto ad ogni altra questione, compresa quella relativa alla competenza del giudice che ha emesso l’ingiunzione, ed anche d’ufficio, dal giudice e, quindi, pure dalla corte di cassazione, che, in tal caso, provvede a cassare senza rinvio la sentenza impugnata, perché l’azione non poteva essere più proseguita. Cass. 3 aprile 1990, n. 2707.

 

 

1.3.1. Decorrenza e scadenza del termine.

Nel giudizio d’opposizione a decreto ingiuntivo, la tardiva costituzione dell’opponente deve essere equiparata alla sua mancata costituzione e comporta, indipendentemente dalla circostanza che l’opposto si sia costituito nel suo termine, l’improcedibilità dell’opposizione. Al riguardo, deve escludersi che il termine per la costituzione dell’opponente di cui all’art. 165 c.p.c. decorra - allorché la notifica sia stata effettuata tramite ufficiale giudiziario - dal momento in cui quest’ultimo ha restituito alla parte istante l’originale dell’atto notificato. Corte cost. 23 giugno 2000, n. 239; conforme Cass. 8 marzo 2005, n. 5039.

 

Nel procedimento dinanzi al pretore disciplinato dall’art. 314 c.p.c. nel testo vigente prima della novella introdotta dalla legge n. 353 del 1990, la costituzione delle parti può avvenire o mediante il deposito in cancelleria della citazione o del processo verbale di cui all’art. 312 c.p.c. (in caso di proposizione di domanda verbale) con la relazione di notificazione e ove occorrente, della procura, oppure presentando tali documenti al giudice direttamente in udienza, non esistendo nel giudizio pretorile l’onere di costituirsi in cancelleria prima della udienza fissata in citazione nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c. per il solo giudizio dinanzi al tribunale (fattispecie relativa alla costituzione dell’opponente in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in cui il decreto era stato emesso dal pretore). Cass. 11 agosto 2004, n. 15553; conforme Cass. 20 febbraio 1996, n. 1313.

 

 

1.3.2. Durata: termine ordinario e termine ridotto.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione della norma di interpretazione autentica dell’art. 165, primo comma, c.p.c., dettata dall’art. 2. della legge 29 dicembre 2011, n. 218, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente si applica solo se questi abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’art. 163-bis, primo comma, c.p.c. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha escluso che ricorressero i presupposti per l’eccepita improcedibilità dell’opposizione perchè iscritta a ruolo oltre il quinto giorno successivo alla notificazione dell’atto di opposizione, risultando dagli atti che l’opponente non aveva assegnato all’opposto un termine per comparire inferiore a quello stabilito dall’art. 163-bis, primo comma, c.p.c.). Cass. 16 febbraio 2012, n. 2242.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo la previsione della riduzione a metà dei termini a comparire, stabilita nell’art. 645, secondo comma, c.p.c., determina il dimezzamento automatico dei termini di comparizione dell’opposto e dei termini di costituzione dell’opponente, discendendo tale duplice automatismo della mera proposizione dell’opposizione con salvezza della facoltà dell’opposto, che si sia costituito nel termine dimidiato, di richiedere ai sensi dell’art. 163-bis terzo comma c.p.c., l’anticipazione della prima udienza di trattazione Cass, Sez. Un., 9 settembre 2010, n. 19246.

 

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, la riduzione alla metà dei termini di comparizione, prevista dall’art. 645, comma secondo, c.p.c., è rimessa alla facoltà dell’opponente e, nel (solo) caso in cui questi se ne sia effettivamente avvalso, risultano conseguentemente ridotti alla metà anche i termini di costituzione, la cui inosservanza comporta, ai sensi del disposto dell’art. 647 c.p.c., la esecutività del decreto ingiuntivo, senza che rilevi la eventuale rinnovazione, su disposizione del giudice, ove tardiva, atteso che tale rinnovazione è stata ritenuta possibile dalla Corte costituzionale (sent. n. 18 del 2002) purché effettuata nel rispetto del termine di quaranta giorni dalla notifica del decreto. Cass. 1° settembre 2006, n. 18942.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la riduzione alla metà del termine di costituzione dell’opponente, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., consegue automaticamente al fatto obiettivo della concessione all’opposto di un termine di comparizione inferiore a sessanta giorni, anche se determinata da errore. Cass. 4 settembre 2004, n. 17915.

 

Anche alla luce della nuova disciplina (delle conseguenze della violazione) del termine di comparizione, introdotta dalla legge n. 353 del 1990, nelle cause di opposizione a decreto ingiuntivo i termini di costituzione delle parti, previsti negli artt. 165 e 166 c.p.c., sono necessariamente ridotti a metà, se l’opponente si sia avvalso, ai sensi dell’art. 645, secondo comma, c.p.c., della facoltà di assegnare al convenuto un termine di comparizione inferiore a quello previsto dal primo comma dell’art. 163-bis c.p.c. La dimidiazione del termine di costituzione consegue automaticamente al fatto obiettivo della concessione all’opposto di un termine inferiore a 60 giorni, per cui risulta del tutto irrilevante che la concessione di quel termine sia dipesa da una scelta consapevole dell’opponente ovvero da un errore di calcolo del medesimo. Cass. 15 marzo 2001, n. 3752; conforme Cass. 27 novembre 1998, n. 12044; Cass. 30 marzo 1998, n. 3316.

  1. anche Giurisprudenza sub art. 645, § 3.

 

 

  1. Effetti.

 

 

2.1. Improcedibilità dell’opposizione.

Poiché nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo la tardiva costituzione dell’opponente determina l’improcedibilità dell’opposizione e legittima la dichiarazione di (definitiva) esecutività del decreto opposto, non potendo il giudizio di opposizione più proseguire, deve escludersi che, verificatasi tale situazione di improcedibilità, possa configurarsi un rapporto di necessaria pregiudizialità, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., tra il giudizio di opposizione e la decisione di una diversa causa. Cass. 4 settembre 2004, n. 17915.

 

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la tardiva costituzione dell’opponente va equiparata alla sua mancata costituzione, con la conseguenza della improseguibilità della opposizione, a nulla rilevando che il creditore opposto si sia poi costituito nel termine assegnatogli e non sia stata ancora dichiarata la esecutorietà del decreto ingiuntivo, atteso che, una volta verificatasi, detta improseguibilità non può essere eliminata con lo svolgimento di una attività che interviene oltre il termine previsto. Cass. 14 luglio 2006, n. 16117; conforme Cass. 26 gennaio 2000, n. 849; Cass. 22 giugno 1999, n. 6304.

 

Si rende inammissibile l’appello avverso l’ordinanza con la quale il G.I., in caso di tardiva costituzione di chi abbia formulato opposizione a decreto ingiuntivo, pur richiestone, anziché dichiarare l’esecutività del decreto ingiuntivo opposto, ordini la cancellazione della causa dal ruolo. Il suindicato provvedimento del G.I., infatti, è privo di qualsiasi carattere decisorio, ed è suscettibile del solo rimedio della riassunzione di cui all’art. 307 c.p.c. Cass. 22 febbraio 1997, n. 1626.

 

Tale improcedibilità si estende ad ogni altra pretesa introdotta con l’atto di opposizione, che non configuri autonoma domanda, ma postuli l’accoglimento dell’opposizione medesima. Cass. 13 febbraio 1978, n. 652.

 

La dichiarazione d’improcedibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo preclude la possibilità di riproporre in diverso giudizio la domanda tendente a contrastare l’accertamento contenuto nel decreto ingiuntivo stesso non la domanda riconvenzionale eventualmente proposta con il medesimo atto di opposizione. Cass. 22 gennaio 1974, n. 185.

 

Alla norma contenuta nel capoverso dell’art. 647 c.p.c. deve essere attribuito il significato che la dichiarazione di esecutorietà del decreto per mancata costituzione dell’opponente impedisce la prosecuzione dell’opposizione e, per palese mancanza di presupposti, anche la proposizione dell’opposizione tardiva, mentre la mancata proposizione dell’opposizione tempestiva, ancorché seguita dalla dichiarazione di esecutorietà del decreto, non preclude la proponibilità dell’opposizione tardiva a norma dell’art. 650 c.p. c. Cass. 17 maggio 1966, n. 1251.

  1. anche Giurisprudenza sub art. 653, § 1.

 

 

2.2. Esclusioni.

Poiché la revoca della procura al difensore o la rinuncia dello stesso al mandato non hanno effetto nei confronti dell’altra parte, né comportano de plano il venir meno dell’attività processuale svolta in favore della parte, la mancata nomina di un nuovo difensore in sostituzione di quello dimissionario o revocato non incide sulla costituzione in giudizio della parte. Qualora pertanto, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, il procuratore dell’opponente abbia dichiarato di rinunziare al mandato, e l’opponente non abbia provveduto alla sua sostituzione, né sia comparso nella successiva udienza, tale inattività non giustifica la dichiarazione di esecutorietà del decreto opposto ai sensi dell’art. 647 c.p.c. (Principio affermato dalla S.C. in riferimento ad una sentenza del giudice di pace che aveva ritenuto improcedibile, per il predetto motivo, l’opposizione al decreto ingiuntivo). Cass. 4 agosto 2005, n. 16336.

 

L’opposizione avverso il provvedimento che liquida gli onorari di avvocato per prestazioni professionali nei confronti del proprio cliente, deve svolgersi obbligatoriamente, anche se il difensore si sia avvalso dell’ordinaria ingiunzione di cui all’art. 633 c.p.c. secondo il rito previsto dagli artt. 29 e 30 della legge 13 giugno 1942, n. 794. Tale fase del procedimento risulta caratterizzata prevalentemente dall’impulso ufficioso, onde in essa non trova applicazione l’art. 647 ultimo comma c.p.c. circa l’esecutorietà del decreto ingiuntivo per la mancata costituzione dell’opponente, dovendo in tale ipotesi il giudice egualmente provvedere in merito alla liquidazione. Cass. 5 novembre 1987, n. 8152.

 

 

2.3. Giudicato.

 

 

2.3.1. Limiti oggettivi e soggettivi in giudizi di cognizione. Casistica.

Quando il decreto ingiuntivo venga notificato a soggetto diverso dal debitore effettivo, ovvero quando si versi in situazione di omonimia o di particolare ambiguità in ordine all’identità del debitore ingiunto, la mancata proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 645 c.p.c., da parte del soggetto “terzo” rispetto alle parti reali del rapporto obbligatorio, non preclude la possibilità di proporre opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c. con la quale si intenda contestare non il fatto costitutivo del credito, ma la qualità di parte del destinatario della notificazione del decreto ingiuntivo ovvero la coincidenza tra il soggetto nei cui confronti il creditore ha ottenuto l’ingiunzione di pagamento e quella nei cui confronti ha effettuato la notificazione. Cass. 30 agosto 2011, n. 17802.

 

 Il decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo ex art. 647 c.p.c. e passato in giudicato in data anteriore alla dichiarazione di fallimento, per mancata tempestiva opposizione o perché l’opponente non si è costituito, costituisce titolo per l’ammissione del credito allo stato passivo, non essendo operante in questo specifico caso il principio dell’inefficacia dei decreti ingiuntivi nei confronti della massa, applicabile solo a quelli non definitivi perché opposti o perché pende il termine per l’opposizione al momento della dichiarazione di fallimento. Cass. 31 ottobre 2007, n. 22959.

 

Il giudicato che consegue al decreto ingiuntivo concesso (erroneamente) al fine di ottenere l’esecuzione di una sentenza di appello e divenuto esecutivo per mancata opposizione attiene unicamente alla debenza della somma chiesta in ragione della provvisoria esecutorietà della sentenza di appello, non anche alla definitiva ed incontestabile debenza della somma stessa, sicché avverso la sentenza di appello rimane proponibile il ricorso per cassazione avente ad oggetto la sussistenza definitiva del credito portato dal decreto ingiuntivo. (Nella specie, il controricorrente, al fine di paralizzare la pretesa creditoria, a titolo di contribuzione omessa, dell’ente previdenziale presso il quale era assicurato, aveva sostenuto essersi formato il giudicato esterno/interno sull’insussistenza dell’obbligo contributivo secondo quanto statuito, in difformità dalla sentenza di primo grado, dalla sentenza d’appello, giacché, in forza della provvisoria esecutorietà della seconda decisione, aveva ottenuto decreto ingiuntivo per la restituzione delle somme medio tempore corrisposte al predetto titolo e tale decreto era divenuto inopponibile; la S.C., enunciando l’anzidetto principio di diritto, ha respinto l’eccezione di giudicato, precisando che la causa petendi azionata in via monitoria andava individuata e circoscritta all’esecuzione della sentenza d’appello e cioè al diritto alla restituzione di quanto pagato in esecuzione della sentenza di primo grado, che non poteva precludere l’impugnazione della sentenza d’appello in punto di effettiva sussistenza del credito contestato). Cass. lav., 6 settembre 2007, n. 18698.

 

Il principio secondo cui l’autorità del giudicato spiega i suoi effetti non solo sulla pronuncia esplicita della decisione, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, sia pure implicitamente, il presupposto logico-giuridico, trova applicazione anche in riferimento al decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro, il quale, ove non sia proposta opposizione, acquista efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva dichiarato inammissibile la domanda di risarcimento dei danni derivanti dall’esecuzione di un decreto ingiuntivo, fondata sull’asserita falsità della sottoscrizione apposta sul titolo azionato nel procedimento monitorio, senza che il debitore avesse proposto opposizione al decreto ingiuntivo). Cass. 6 settembre 2007, n. 18725.

 

Il giudicato formatosi a seguito della mancata opposizione avverso un decreto ingiuntivo, recante intimazione di pagamento di canoni arretrati in relazione ad un rapporto di locazione, fa stato fra le stesse parti circa l’esistenza e validità del rapporto corrente inter partes e sulla misura del canone preteso, nonché circa l’inesistenza di tutti i fatti impeditivi o estintivi, anche non dedotti, ma deducibili nel giudizio di opposizione, quali quelli atti a prospettare l’insussistenza, totale o parziale, del credito azionato in sede monitoria dal locatore a titolo di canoni insoluti, per effetto di controcrediti del conduttore per somme indebitamente corrisposte in ragione di maggiorazioni contra legem del canone. (In applicazione di tale principio la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto sussistente il giudicato in relazione all’accertamento della misura del canone di locazione dovuto dai conduttori in forza del decreto ingiuntivo emesso per il pagamento dei canoni dagli stessi non corrisposti e non opposto) Cass. 24 luglio 2007, n. 16319.

 

Il decreto ingiuntivo non opposto acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata solo in relazione al diritto consacrato e non con riguardo alle domande o ai capi di domanda non accolti, atteso che la regola contenuta nell’art. 640, ult. comma, c.p.c. (secondo cui il rigetto della domanda di ingiunzione non pregiudica la riproposizione della domanda, anche in sede ordinaria) trova applicazione sia in caso di rigetto totale della domanda di ingiunzione che di rigetto parziale (e, quindi, di accoglimento solo in parte della richiesta). (Principio affermato dalla Sezioni Unite in sede di risoluzione di contrasto di giurisprudenza). Cass., Sez. Un., 1° marzo 2006, n. 4510; conforme Cass. 16 novembre 2006, n. 24373.

 

Il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale soltanto a seguito della dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c., ancorché l’effetto preclusivo di carattere processuale (giudicato formale) si produca anche a prescindere da essa. (Nella fattispecie la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito che aveva respinto l’opposizione del creditore allo stato passivo fallimentare, dal quale il credito era stato escluso per essere fondato esclusivamente su decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutività). Cass. 26 marzo 2004, n. 6085.

 

Il decreto ingiuntivo acquista, al pari di una sentenza di condanna, autorità ed efficacia di cosa giudicata sostanziale, in relazione al diritto in esso consacrato tanto in ordine ai soggetti ed alla prestazione dovuta quanto all’inesistenza di fatti estintivi, impeditivi o modificativi del rapporto e del credito. Ne consegue che, divenuto inoppugnabile il provvedimento monitorio di accoglimento della domanda di pagamento del prezzo di una compravendita rateale con riserva di proprietà, rimane coperta da giudicato, e non è più modificabile, la scelta del creditore di ottenere l’adempimento, con conseguente rinunzia alla possibilità di chiedere viceversa la risoluzione del contratto e la restituzione del bene. Cass. 12 maggio 2003, n. 7272.

 

Per il decreto ingiuntivo che, non opposto tempestivamente, acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata, trova applicazione il principio secondo cui il giudicato formatosi sul rapporto giuridico dedotto in giudizio produce l’effetto di rendere incontestabile il rapporto predetto nei termini accertati nel provvedimento giurisdizionale, ma non impedisce che esso continui a svolgersi, modificandosi o anche estinguendosi a causa di fatti giuridici che, successivamente al giudicato incidano su di esso. Pertanto, anche dopo il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo ottenuto dall’appaltatore per il pagamento del prezzo, ben può il committente agire contro l’appaltatore per i vizi e per i difetti dell’opera appaltata che siano stati accertati in epoca successiva ad esso. Cass. 2 agosto 2002, n. 11602; conforme Cass. 22 maggio 1987, n. 4647.

 

Il decreto ingiuntivo non opposto acquista efficacia di giudicato, i cui limiti oggettivi si estendono al rapporto dedotto in giudizio (nonché a tutti gli accertamenti che costituiscono i necessari antecedenti logico-giuridici della pronuncia), con la conseguenza che, allorché muti taluno degli elementi del diritto fatto valere - e ciò può riguardare anche il dato temporale di riferimento del credito - l’efficacia del giudicato è destinata a cessare per essere venuto meno un elemento dell’originaria domanda. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto insussistente l’effetto preclusivo del giudicato con riguardo a nuova domanda di pagamento del corrispettivo di prestazioni dello stesso tipo di quelle oggetto di precedente giudicato, ma eseguite in periodo diverso). Cass. 13 febbraio 2002, n. 2083.

 

Il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito ed il rapporto stessi si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione, mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del petitum ovvero della causa petendi in seno alla domanda rispetto al ricorso esaminato dal decreto esecutivo. Cass. 11 maggio 2010 n. 11360; conforme Cass. 24 novembre 2000, n. 15178.

 

Il decreto ingiuntivo non opposto è provvedimento idoneo ad acquistare autorità di cosa giudicata sia sulla regolarità formale del titolo che sulla esistenza del credito, tanto in ordine ai soggetti che all’oggetto, con la conseguenza che la sua efficacia si estende, per quanto attiene alle statuizioni contenute in dispositivo, come agli accertamenti risultanti in motivazione, ed alle questioni che di quelle decise costituiscono la premessa necessaria o il fondamento logico - giuridico, ad un successivo giudizio, avente ad oggetto una domanda fondata sullo stesso rapporto. Tuttavia, tale effetto preclusivo trova un limite quando nel rapporto controverso mutino alcuni elementi, come il dato temporale, che incida sulla sua evoluzione per effetto della successione di norme che ne abbiano trasformato il regime, ovvero quando si prospettino variazioni qualitative delle situazioni giuridiche che da quel rapporto derivino, in ordine alla legittimazione attiva o passiva, in tali ipotesi venendo meno la originaria causa petendi, fatta valere su basi fattuali e giuridiche diverse. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la S.C. ha confermato la decisione della Corte territoriale che, in riforma della sentenza del giudice di primo grado, aveva escluso l’effetto preclusivo della mancata opposizione a diversi decreti ingiuntivi - emessi nei confronti di una USL in relazione al mancato rimborso del costo di medicinali - in ordine ad una pretesa di credito riguardante un diverso arco temporale, e basata su di una diversa causa, riconducibile al rapporto debitorio sostanziale, laddove i decreti ingiuntivi definitivi, dei quali si intendeva far valere la efficacia di giudicato, si fondavano non già sul titolo di responsabilità derivante in via diretta da quel rapporto, ma su una fonte di responsabilità atipica, in quanto identificavano la USL, piuttosto che come obbligato sostanziale, come responsabile della erogazione delle risorse finanziarie, funzione destinata a cessare con l’esaurimento delle assegnazioni di somme ricevute - oltre le quali i creditori potevano aver titolo solo nei confronti degli effettivi debitori, cioè le singole USL - ma affidata, nella prima fase della riforma del servizio sanitario nazionale, e, in particolare, per la Regione Campania, secondo le previsioni della legge regionale n. 57 del 1980, alle USL aventi sede nei capoluoghi di provincia). Cass. 14 luglio 2000, n. 9335; conforme Cass. 13 giugno 2000, n. 8026.

 

Il giudicato di accoglimento formatosi a seguito della mancata opposizione avverso un decreto ingiuntivo recante intimazione di pagamento di canoni arretrati in relazione ad un rapporto di locazione, non si limita a fare stato, tra le stesse parti (ed i loro creditori o aventi causa), circa l’esistenza e validità del rapporto corrente inter partes e sulla misura del canone preteso, ma anche circa l’inesistenza di tutti i fatti impeditivi o estintivi, anche non dedotti, ma deducibili nel giudizio d’opposizione, quali quelli atti a prospettare l’insussistenza totale o parziale, del credito azionato in sede monitoria dal locatore a titolo di canoni insoluti, per effetto di controcrediti del conduttore per somme indebitamente corrisposte in ragione di maggiorazioni contra legem del canone. Cass. 11 giugno 1998, n. 5801.

 

Il decreto ingiuntivo divenuto inoppugnabile, che sia stato ottenuto dal creditore per una frazione soltanto del suo credito, non produce alcun effetto di giudicato (né interno, trattandosi di diverso processo, né esterno od implicito, vertendosi non in tema di rapporto presupposto bensì di “altra porzione” del medesimo rapporto obbligatorio) nel successivo giudizio avente ad oggetto la restante parte del credito (e ciò a prescindere dalla qualificazione in termini di legittimità o meno della condotta consistente nell’azionare separatamente più frazioni del medesimo credito). Ne consegue che al debitore convenuto nel giudizio ordinario non è inibito eccepire la falsità della propria sottoscrizione sui documenti comprovanti il credito azionato, a nulla rilevando che sulla base dei medesimi documenti sia stato precedentemente emesso un decreto ingiuntivo divenuto irrevocabile. Cass. 3 luglio 2008, n. 18205; conforme Cass. 8 agosto 1997, n. 7400; Cass. 18 novembre 1976, n. 4319.

 

Il decreto ingiuntivo non opposto acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata sostanziale in relazione al diritto in esso consacrato e cioè solamente in relazione al credito del quale il giudice ha ingiunto il soddisfacimento e non anche in relazione al diritto rispetto al quale nessuna ingiunzione è stata emessa (applicazione del principio all’ipotesi in cui il decreto ingiuntivo non opposto abbia accolto la domanda del creditore limitatamente al pagamento della sorte capitale ed abbia escluso gli interessi: la corte di cassazione ha negato che su questa ultima richiesta si fosse formato un accertamento negativo, preclusivo della proposizione di tale pretesa in sede ordinaria). Cass. 3 maggio 1977, n. 1244.

 

La sentenza di condanna solidale di più soggetti (come il decreto ingiuntivo di pagamento in solido, emesso nei confronti di più soggetti è suscettibile di dar luogo al giudicato in difetto di opposizione), non impugnata da tutti, passa in cosa giudicata soltanto nei confronti di quelli che non abbiano proposto gravame, essendo la causa tra coobbligati solidali scindibile. In conseguenza non è consentito ai soggetti, i quali abbiano proposto impugnazione, giovarsi del giudicato formatosi inter alios. Cass. 22 settembre 1970, n. 1681.

 

Il decreto ingiuntivo emesso in base a cambiali, anche se munito di provvisoria esecutorietà a norma dell’art. 642 c.p.c., non acquista efficacia di cosa giudicata per il solo fatto della mancata opposizione nei termini, occorrendo al fine la dichiarazione di esecutività da parte del giudice che lo ha emesso. Cass. 19 agosto 1969, n. 3015.

 

 

2.3.2. Limiti in fase di esecuzione.

In sede di opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) avverso un decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo, in quanto non opposto (art. 647 c.p.c.), il debitore non può contestare il diritto del creditore per ragioni che avrebbe potuto, e dovuto, far valere nel giudizio ad opposizione al decreto ingiuntivo, ma può far valere esclusivamente fatti modificativi o estintivi sopravvenuti. (In applicazione di siffatto principio, la S.C., ha cassato la sentenza impugnata, affermando che, essendo stato il decreto ingiuntivo ottenuto dal cessionario del credito, il debitore non poteva con l’opposizione ex art. 615 c.p.c. far valere vizi relativi alla mancata comunicazione della cessione, onde ottenere il riconoscimento dell’efficacia del pagamento effettuato in favore del cedente). Cass. 19 dicembre 2006, n. 27159.

 

La dichiarazione di improcedibilità o di inammissibilità della opposizione a decreto ingiuntivo, essendo questo assimilabile ad una sentenza di condanna e quindi idoneo ad acquistare autorità di giudicato, preclude la possibilità di far valere in sede di opposizione all’esecuzione od in un successivo giudizio con un’azione diretta a contrastare l’accertamento del decreto fatti estintivi del diritto riconosciuto con il decreto anteriori al medesimo (nella specie: asserito pagamento del debito). Cass. 6 aprile 1981, n. 1928.

 

In sede di opposizione alla esecuzione forzata condotta sulla base di un decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo perché non opposto nei termini, la pretesa esecutiva fatta valere dal creditore può essere neutralizzata soltanto con la deduzione di fatti, estintivi o modificativi del rapporto sostanziale consacrato dal decreto su cui si e formato il giudicato, che siansi verificati successivamente alla formazione del giudicato medesimo e non anche sulla base di quei fatti che, verificatisi in epoca precedente, furono dedotti, o potevano essere dedotti, nel processo di cognizione che portò alla affermazione del titolo giudiziale. A questa regola non può sottrarsi neppure l’exceptio de soluto, totale o parziale. Cass. 26 giugno 1978, n. 3153.

 

 

2.3.3. Rilevabilità.

Configurandosi il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo come ulteriore sviluppo della fase monitoria, nel corso di esso il giudice può rilevare di ufficio il giudicato formatosi sul decreto stesso a causa dell’intempestività dell’opposizione, poiché tale formazione si è verificata nell’ambito dell’unico procedimento in corso e riguarda perciò un giudicato cosiddetto interno. Cass. lav., 26 marzo 1991, n. 3258.

 

L’intangibilità del giudicato, nei limiti segnati dagli elementi di identificazione dell’azione proposta ed accolta, è assicurata dal divieto di riproposizione e di riesame della medesima azione in altro giudizio fra le stesse parti ed osta a che il giudice possa nuovamente pronunciare su un bene della vita già riconosciuto o negato, di tal che il creditore che abbia già ottenuto sentenza (o decreto ingiuntivo) di condanna del debitore ha esaurito il diritto di azione e non può più richiedere, per lo stesso titolo e per lo stesso oggetto, un secondo provvedimento contro il medesimo debitore senza che l’eccezione di cosa giudicata resti preclusa dalla decorrenza o meno del termine di prescrizione dell’actio judicati relativa al diritto di credito accertato nella pronuncia di condanna (o decreto ingiuntivo non opposto). Cass. 27 febbraio 1987, n. 2117.

 

Ai sensi dell’art. 345, secondo comma c.p.c., l’eccezione di passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo, per difetto di tempestiva opposizione, può essere proposta per la prima volta anche in sede di appello avverso la sentenza che abbia pronunciato nel merito dell’opposizione stessa. Cass. 22 marzo 1991, n. 3107.

 

L’irrevocabilità del decreto ingiuntivo, con conseguente inammissibilità dell’opposizione, per essere stata questa proposta dopo il decorso del termine all’uopo fissato, e per non avere l’opponente dedotto e dimostrato le circostanze giustificative dell’opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c., configura un’ipotesi di giudicato interno, e, come tale, è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo. Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2387.

 

 

2.4. Effetti nelle procedure fallimentari.

In caso di dichiarazione di fallimento del debitore ingiunto nelle more del giudizio di primo grado di opposizione a decreto ingiuntivo, il giudice d’appello non può dichiarare inammissibile l’appello proposto dal fallito, sul rilievo della inopponibilità al fallimento del provvedimento monitorio, ma deve pronunciare nel merito, qualora l’evento interruttivo non sia stato dichiarato dal curatore - unico soggetto a ciò legittimato - ed il creditore ingiungente, coltivando il giudizio, abbia dimostrato di volersi comunque avvalere della sentenza nei confronti del fallito, una volta tornato in bonis. Cass. 28 giugno 2006, n. 14981.

 

La sopravvenienza del fallimento del debitore, nel corso del giudizio di primo grado da questo promosso in opposizione a decreto ingiuntivo, determina, nel caso in cui il curatore non gli sia subentrato, l’inopponibilità al fallimento di tale decreto nonché della declaratoria di esecutorietà del decreto stesso ai sensi dell’art. 647 c.p.c., con la conseguenza che il credito portato da tale decreto che non sia stato già verificato ed ammesso al passivo, ove sia opposto in compensazione, ai sensi dell’art. 56, R.D. 16 marzo 1942, n. 267, di un credito del fallito, di cui il curatore richieda il pagamento, deve essere accertato - la solo fine di (e nei limiti necessari a) paralizzare la pretesa del curatore - dal giudice da quest’ultimo adito. Cass. 10 aprile 1990, n. 2974.

 

La sopravvenienza del fallimento del debitore, nel corso del giudizio di primo grado da questi promosso in opposizione avverso decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, determina l’inopponibilità al fallimento di tale decreto, nonché della ipoteca giudiziale che sia stata iscritta in base ad esso, ed impone al creditore di far valere le sue ragioni in sede di ammissione al passivo, tenendo conto che detto provvedimento monitorio non è qualificabile come «sentenza impugnabile», né ad essa equiparabile, sicché non opera la norma speciale di cui all’art. 95, terzo comma, del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, la quale fa carico al curatore d’impugnare la sentenza non passata in giudicato se non intenda ammettere il credito da essa risultante, e che, inoltre, il curatore medesimo non subentra, né è tenuto a riassumere quel giudizio d’opposizione, le cui eventuali ulteriori vicende restano vincolanti soltanto nei confronti del fallito al momento del suo ritorno in bonis. Cass. 8 giugno 1988, n. 3885.

 

Il debitore dichiarato fallito e poi ritornato in bonis non può dedurre, in sede di opposizione all’esecuzione promossa contro di lui in virtù di un decreto ingiuntivo emesso prima della dichiarazione di fallimento (intervenuta prima della scadenza del termine per l’opposizione) e non opposto la improcedibilità del ricorso per decreto ingiuntivo e l’incompetenza del giudice che lo ha emesso, poiché l’inefficacia del decreto ingiuntivo conseguente alla dichiarazione di fallimento e relativa alla massa dei creditori, ma non opera nei confronti di esso debitore che - stante il carattere relativo della sua incapacità processuale - avrebbe potuto dedurre quei fatti in sede di opposizione al decreto ingiuntivo. Cass. 27 luglio 1973, n. 2212.

 

 

2.5. Imposta registro.

Il decreto ingiuntivo non ancora divenuto esecutivo, agli effetti della legge di registro è considerato come semplice atto di intimazione e va assoggettato alla tassa fissa di registro del decreto ingiuntivo. il pagamento di siffatto tributo, che è autonomo, non sostanzia l’adempimento della formalità della registrazione, agli effetti della prescrizione di cui agli artt. 137 e 138 legge registro. Soltanto dal momento in cui il decreto ingiuntivo venga munito della provvisoria esecutorietà o da quello della data di scadenza del termine fissato per l’opposizione, il decreto non opposto va considerato come un’ordinaria sentenza esecutiva non registrata in precedenza e, perciò, da registrare in via principale, con assoggettamento ad imposta graduale, con la conseguenza che la prescrizione per il pagamento di detta imposta graduale e della relativa penalità è quella ventennale di cui all’art. 138 e non quella triennale di cui all’art. 137 legge registro. Cass., 26 luglio 1972, n. 2561.

 

 

  1. Impugnabilità.

Il provvedimento di rigetto della richiesta di esecutività del decreto ingiuntivo (nel caso, non risultando perfezionata la notifica di cui era stata ordinata la rinnovazione ex art. 291 c.p.c., atteso che non avendo conseguito esito positivo quella ex art. 139 c.p.c. non era seguita la notifica a sensi dell’art. 140 c.p.c.) non è impugnabile con ricorso per cassazione, in quanto difetta dei requisiti della decisorietà e della definitività, non essendo preclusa la possibilità di una nuova istanza ai sensi dell’art. 647 c.p.c., né la proponibilità di nuovo ricorso per decreto ingiuntivo, né l’esperimento dell’ordinaria azione di cognizione. Cass. 28 settembre 2006, n. 21046.

 

Il decreto dichiarativo dell’esecutorietà dell’ingiunzione per l’inattività dell’opponente, di cui all’art. 647 c.p.c., in quanto sindacabile nell’ambito del giudizio di opposizione, non è impugnabile con ricorso per cassazione a norma dell’art. 111 della costituzione. Cass., Sez. Un., 16 dicembre 1987, n. 9314; contra Cass. 4 febbraio 1965, n. 181.

 

La sussistenza delle condizioni che legittimano la dichiarazione di esecutorietà del decreto ingiuntivo, ai sensi dell’art. 647 c.p.c., è sindacabile esclusivamente nel giudizio di opposizione, promosso ai sensi dell’art. 645 o dell’art. 650 c.p.c., ovvero nel giudizio di opposizione all’esecuzione intrapresa in base al decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo, non essendo previsto alcun mezzo d’impugnazione avverso il relativo decreto, e non essendo proponibile il ricorso per cassazione. La revoca di tale provvedimento, pronunciata con decreto da parte dello stesso giudice che lo ha emesso, costituisce pertanto un provvedimento abnorme, in quanto non contemplato dall’ordinamento, ed è impugnabile con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111, settimo comma, Cost. Cass. 3 settembre 2009, n. 19119.

 

Contra: È inammissibile il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. avverso il provvedimento di revoca del decreto dichiarativo della esecutorietà del decreto ingiuntivo ex art. 647 c.p.c. Cass. 16 gennaio 1982, n. 278.

 

Il provvedimento dichiarativo dell’improcedibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo per difetto di costituzione dell’opponente o per ritardata costituzione del medesimo non è direttamente impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 111 della Costituzione, essendo esso soggetto a gravame secondo i normali criteri del giudizio di cognizione. Cass. 15 dicembre 1982, n. 6908.

 

 

  1. Questioni di costituzionalità.

È inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 647 del codice di procedura civile, sollevata in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo possa essere proseguito, in caso di tardiva costituzione in giudizio dell’opponente, quando il mancato rispetto del termine per l’iscrizione a ruolo derivi da ritardo nella riconsegna dell’originale notificato dell’atto di opposizione da parte dell’ufficiale giudiziario. L’omessa considerazione, infatti, della possibilità di offrire della norma impugnata una interpretazione coerente con i principi affermati dalla Corte costituzionale in tema di momento perfezionativo della notificazione con le sentenze n. 28 del 2004 e n. 477 del 2002 - e segnatamente con il principio di scissione fra i due momenti di perfezionamento della notificazione, con la conseguenza che la notificazione deve intendersi perfezionata nei confronti del notificante al momento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario - priva di rilevanza la relativa questione. Corte cost. 2 aprile 2004, n. 107; conforme Corte cost. 23 giugno 2000, n. 239.

 

Non è fondata, in riferimento all’art. 24, comma secondo, della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 647, c.p.c., sollevata sotto il profilo che detta norma non prevede la possibilità della riassunzione del processo quando la tempestiva costituzione dell’opponente, di seguito alla notifica dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo non abbia potuto aver luogo per la sopravvenuta morte del nominato procuratore o comunque per causa di forza maggiore. A riguardo la Corte ha osservato che durante il periodo compreso tra la data di notificazione dell’opposizione a decreto ingiuntivo e quella di scadenza del termine utile per la costituzione dell’opponente, e sempre che non intervenga la morte oppure la perdita della capacità di stare in giudizio di una delle parti o del suo rappresentante legale o la cessazione di tale rappresentanza, non si ha l’interruzione del processo e per ciò di esso non è ipotizzabile la riassunzione: conseguentemente l’art. 647 c.p.c., non contiene e non può logicamente contenere la norma relativa alla mancata previsione della possibilità della riassunzione del processo. Corte cost. 22 giugno 1976, n. 141.

 

Il principio, secondo cui gli effetti del giudicato sostanziale si estendono non solo alla decisione relativa al bene della vita chiesto dall’attore ma anche a quella, implicita, inerente alla esistenza e validità del rapporto sul quale si fonda lo specifico effetto giuridico dedotto, trova applicazione anche con riferimento al decreto ingiuntivo non opposto nel termine di legge - che acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata al pari di una sentenza di condanna -, in quanto il procedimento monitorio dà luogo ad un accertamento che, benché sommario ed eventuale (in quanto soggetto a verifica in caso di opposizione), deve riguardare innanzitutto l’esistenza e la validità del rapporto giuridico presupposto della pronuncia finale. La questione di costituzionalità delle norme relative, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., è manifestamente infondata, in quanto al debitore, dopo l’emanazione di un provvedimento immediato a seguito di una sommaria cognizione, è consentita la difesa più completa mediante l’atto di opposizione, che instaura il normale giudizio di cognizione. (Nella specie, confermando la sentenza impugnata, la S.C. ha escluso che, diventato definitivo un decreto ingiuntivo relativo a contributi previdenziali non corrisposti, in un successivo giudizio, relativo alle sanzioni civili richieste per la stessa omissione contributiva, potesse contestarsi l’esistenza del rapporto obbligatorio inerente a tali contributi e l’inadempimento del debitore, ferma restando la facoltà dell’interessato di contestare l’esistenza delle condizioni specifiche per l’applicabilità delle sanzioni e la loro entità). Cass. lav., 20 aprile 1996, n. 3757.

 

È manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 647 c.p.c., nella parte in cui esclude il diritto dell’ingiunto allo svolgimento del giudizio di opposizione in sua contumacia, a differenza di quanto avviene nell’ordinario processo di cognizione, attesa la natura peculiare del procedimento monitorio, in cui le esplicazioni difensive delle parti, pur nel rispetto dei diritti di difesa, sono adeguate alla natura ed alle esigenze del suddetto procedimento sicché non sono da comparare con quelle previste nel procedimento ordinario. Cass. 27 febbraio 1980, n. 1375.

 

 

  1. Esecutorietà di ordinanze ex art. 186-ter in giudizi ordinari.

L’ordinanza ingiunzione emessa, ai sensi dell’art. 186-ter c.p.c., nei confronti della parte contumace e regolarmente ad essa notificata, ove il contumace non si costituisca nel termine di venti giorni dalla notifica, diventa inoppugnabile e, quindi, la decisione sulla domanda ovvero sul capo di domanda che ne era oggetto si intende passata in cosa giudicata, senza che all’uopo sia necessaria l’istanza del creditore di attribuzione all’ordinanza della esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c. In presenza dell’istanza del creditore il processo, ove l’ordinanza abbia deciso sull’intera domanda che ne costituisce l’oggetto, dev’essere definito con un’ordinanza che dichiari l’esecutività dell’ordinanza ingiuntiva ai sensi dell’art. 647 e l’idoneità alla definizione del processo, mentre, se l’ordinanza ingiuntiva abbia deciso solo su una delle domande oggetto del giudizio ovvero su un capo o su parte dell’unica domanda, l’ordinanza deve provvedere in tal senso riguardo a detta domanda, capo o parte, e disporre il prosieguo del giudizio per il residuo. Viceversa, in difetto dell’istanza del creditore, il processo dev’essere deciso necessariamente con sentenza, la quale deve dare atto della definizione dell’oggetto deciso dall’ordinanza perché quest’ultima è passata in cosa giudicata a seguito della mancata costituzione del contumace. Ciò, anche nell’ipotesi in cui, a seguito della rituale notificazione dell’ordinanza, il contumace si sia costituito tardivamente, poiché in questo caso valgono le ragioni che impediscono di applicare l’art. 647 all’ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo tempestiva, seguita da una costituzione tardiva dell’ingiunto ed a quella di opposizione tardiva seguita dalla costituzione, e che esigono la definizione dell’opposizione con la cognizione ordinaria, ferma restando, tuttavia, la cosa giudicata sul decreto, della quale la sentenza deve prendere atto, dichiarando rispettivamente improcedibile ed inammissibile l’opposizione. Nel caso dell’ordinanza ingiuntiva il processo dev’essere, pertanto, definito, in tutto od in parte, con sentenza che darà atto della definitività dell’ordinanza. Cass. 6 giugno 2006, n. 13252.



 
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