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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 667 cod. proc. civile: Mutamento del rito

Pronunciati i provvedimenti previsti dagli articoli 665 e 666, il giudizio prosegue nelle forme del rito speciale, previa ordinanza di mutamento di rito ai sensi dell’articolo 426.  (1)

 

(1) La L. 26 novembre 1990, n. 353, come modificata dal D.L. 7 ottobre 1994, n. 571, convertito con modificazioni dalla L. 6 dicembre 1994, n. 673, ha disposto:

– (con l’art. 92, comma 1) che “Fatta eccezione per la disposizione di cui all’articolo 1, la presente legge entra in vigore il 1 gennaio 1993. Ai giudizi pendenti a tale data si applicano, fino al 30 aprile 1995, le disposizioni anteriormente vigenti.”;

– (con l’art. 92, comma 2) che “Le disposizioni di cui agli articoli 3; 4; da 7 a 15; da 17 a 19; da 22 a 32; da 36 a 47; da 50 a 58; 70; 73; da 78 a 83 e 88 hanno efficacia a partire dal 30 aprile 1995.”


Giurisprudenza annotata

Mutamento del rito.

 

 

  1. Applicazione della norma; 1.1. Proposizione di una nuova domanda; 1.1.1. Domanda di accertamento e di condanna o di risoluzione e di condanna da parte del locatore; 1.1.2. Domanda riconvenzionale dell’intimato; 1.1.3. Principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato; 1.1.4. Nel rito del lavoro; 1.1.5. Domanda di pagamento della penale; 1.2. Prova del diritto azionato; 1.3. Sospensione feriale dei termini; 1.4. Ordinanza di mutamento del rito; 1.4.1. Contenuto; 1.5. Rapporto di continenza.

 

 

  1. Applicazione della norma.

L’art. 667 c.p.c. presuppone che il procedimento speciale per convalida di sfratto sia già stato introdotto e che l’intimato sia comparso in udienza e si sia opposto alla licenza o allo sfratto intimatigli, facendo così cessare il procedimento speciale e dando inizio ad un vero e proprio giudizio a cognizione ordinaria e piena, con conseguente necessità di mutare il rito e con l’ulteriore conseguenza che solo a seguito di tale opposizione e di tale mutamento del rito viene ad attuarsi il regime delle preclusioni di cui agli artt. 414-416 c.p.c. Pret. Reggio Emilia, 13 maggio 1995.

 

 

1.1. Proposizione di una nuova domanda.

Nel procedimento per convalida di sfratto, l’opposizione dell’intimato ex art. 665 c.p.c. determina la conclusione del procedimento a carattere sommario e l’instaurazione di un nuovo ed autonomo procedimento con rito ordinario, nel quale le parti possono esercitare tutte le facoltà connesse alle rispettive posizioni, ivi compreso, per il locatore, quella di proporre una domanda nuova ovvero di dedurre una nuova causa petendi, per il conduttore, quella di proporre nuove eccezioni e/o domande riconvenzionali. Cass. 29 settembre 2006, n. 21242; conforme Cass. 23 maggio 2006, n. 12121; Cass. 5 luglio 2004, n. 12287; Cass. 3 maggio 2004, n. 8336; Cass. 25 giugno 1993, n. 7066.

Contra: In tema di controversie in materia di locazione, come disciplinata dalla legge n. 353 del 1990, in base al combinato disposto di cui agli artt. 667 e 426 c.p.c., dopo che il giudice ha disposto il mutamento del rito, è alle parti consentito solamente il deposito di memorie integrative, che non possono contenere domande nuove, a pena di inammissibilità rilevabile anche d’ufficio dal giudice, non sanata neppure dall’accettazione del contraddittorio sul punto, con il solo limite della formazione del giudicato. Cass. 31 maggio 2005, n. 11596; conforme Cass. 27 maggio 2003, n. 8411; Cass. 6 luglio 1991, n. 7512.

 

Proposta domanda di convalida della licenza per finita locazione, non costituisce domanda nuova quella avente ad oggetto la risoluzione del rapporto di locazione per intervenuta sua scadenza, formulata all’esito della conversione del rito da sommario in ordinario, ai sensi dell’art. 667 c.p.c., trattandosi in tal caso di mera specificazione dell’originaria richiesta. Cass. 17 maggio 2010, n. 11960.

 

Qualora, invece, venga intimata licenza per finita locazione ad una certa data e l’intimato si opponga deducendo l’esistenza di altro contratto con scadenza posteriore, il locatore può proporre con la memoria integrativa, successiva all’ordinanza ex art. 426 c.p.c. (che dispone la prosecuzione del giudizio secondo le regole della cognizione piena), domanda di risoluzione alla stregua del secondo contratto, trattandosi di “emendatio libelli”, cioè di mera specificazione dell’originaria domanda di risoluzione avanzata in sede sommaria. Cass. 19 giugno 2008 n. 16635.

 

 

1.1.1. Domanda di accertamento e di condanna o di risoluzione e di condanna da parte del locatore.

Nel procedimento per convalida l’opposizione dell’intimato provoca una radicale trasformazione del rito, determinando la cessazione dell’originario rapporto processuale, alla cui base era la domanda di convalida, e l’insorgere di un nuovo e diverso rapporto processuale, alla cui base è l’ordinaria domanda di accertamento e di condanna o di risoluzione e di condanna: domanda ordinaria che il locatore ha l’onere di proporre nel momento in cui si verifica la trasformazione oggettiva del rapporto processuale e che deve intendersi implicitamente proposta se, dopo l’opposizione dell’intimato, il locatore prosegua la sua attività processuale. Cass. 13 febbraio 1992, n. 1734.

 

Si ha domanda nuova, inammissibile in appello, quando gli elementi dedotti in secondo grado comportano il mutamento dei fatti costitutivi del diritto azionato, integrando una pretesa diversa, per la sua intrinseca essenza, da quella fatta valere in primo grado. Ne consegue che tale non può ritenersi la domanda avente ad oggetto la risoluzione del rapporto di locazione per cessazione del contratto nel corso del giudizio e formulata all’esito della conversione del rito da sommario in ordinario ai sensi dell’art. 667 c.p.c., trattandosi in tal caso di mera specificazione dell’originaria domanda di condanna in futuro azionata con il procedimento sommario per convalida di licenza per finita locazione. Cass. 14 gennaio 2005, n. 674.

 

 

1.1.2. Domanda riconvenzionale dell’intimato.

Nel procedimento per convalida di sfratto, nel quale sia stata proposta opposizione, il momento di preclusione della proposizione della domanda riconvenzionale dell’intimato non si identifica con il deposito della comparsa di risposta ai sensi dell’art. 660, comma 5, c.p.c., ma con il deposito della memoria integrativa successiva all’ordinanza ex art. 426 c.p.c. dispositiva della prosecuzione del giudizio secondo le regole della cognizione piena. Ne consegue che la riconvenzionale ben può essere proposta dall’intimato con detta memoria. Cass. 30 giugno 2005, n. 13963; conforme Cass. 22 maggio 1997, n. 4568.

Contra: In tema di locazione, deve ritenersi che, con l’opposizione dell’intimato, il procedimento speciale per convalida di licenza o di sfratto si trasformi in un ordinario processo di cognizione (il tutto, pur sempre in seno ad un unico procedimento), introdotto con l’azione di condanna nella forma speciale della citazione, e destinato a svolgersi nella diversa fase della cognizione piena, con la conseguenza che le memorie integrative delle parti, pur risultando affatto inidonee a contenere domande nuove, sono pur sempre idonee ad introdurre tutte le consentite modificazioni del petitum, mercè l’allegazione di fatti secondari costitutivi del diritto o, comunque, la prospettazione di una diversa strategia difensiva. In tale contesto, in cui è parimenti consentito anche la rinuncia a far valere eccezioni o difese prospettate nella fase della convalida, non sussiste, peraltro, alcuna preclusione per l’operatività delle difese avanzate nel procedimento speciale di convalida nel caso in cui esse non vengano espressamente riproposte nel procedimento ordinario di cognizione, a meno che la parte interessata non vi abbia inequivocamente rinunciato. Cass. 5 agosto 2004, n. 15021.

 

 

1.1.3. Principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

Non sussiste la violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato se il giudice, adito con intimazione di sfratto per finita locazione, mutato il rito per l’opposizione dell’intimato (art. 667 c.p.c.), accoglie la domanda per finita locazione, dichiarando finita la locazione dopo l’instaurazione del giudizio perché la diversità tra le due fattispecie previste dall’art. 657 c.p.c. - intimazione di licenza per finita locazione, se il contratto non è ancora scaduto; di sfratto se è già scaduto - rileva soltanto se l’intimato non compare, o comparendo non si oppone (art. 663 c.p.c.), mentre se questi si oppone non si può più procedere alla convalida e si instaura un giudizio ordinario volto ad accertare se è fondata la domanda di rilascio, contenuta nell’istanza di intimazione. Cass. 21 dicembre 2004, n. 23694.

 

Conseguentemente, la sentenza di appello che, in riforma di quella di primo grado, abbia rigettato la domanda dichiarando che la locazione principale era cessata prima dell’intimazione della licenza e che questa circostanza si ripercuoteva sul contratto di sublocazione, non viola il combinato disposto degli artt. 342 e 163, comma 2, n. 4, c.p.c. Cass. 12 luglio 2007, n. 15593.

 

Parimenti, qualora l’intimante chieda la condanna del conduttore al pagamento del canone per determinate mensilità e l’intimato proponga opposizione senza che sia emessa l’ordinanza provvisoria di rilascio, non è affetta dal vizio di ultrapetizione la sentenza che, all’esito del giudizio a cognizione piena susseguente alla conversione del rito, condanni il conduttore al pagamento dei canoni relativi anche alle mensilità maturate successivamente fino alla riconsegna del bene locato, dovendo ritenersi la relativa domanda implicitamente contenuta in quella originaria. Cass. 6 settembre 2007, n. 18686.

 

 

1.1.4. Nel rito del lavoro.

Nel rito del lavoro la disciplina della fase introduttiva del giudizio risponde ad esigenze di ordine pubblico attinenti al funzionamento stesso del processo, in aderenza ai principi di immediatezza, oralità e concentrazione che lo informano, sicché non solo non è consentita la proposizione di alcuna domanda nuova, ma non è permessa neanche la formulazione di una emendatio (quale, nella specie, quella relativa alla domanda di pagamento dei canoni scaduti in corso di causa avanzata dopo la conversione del rito disposta ai sensi dell’art. 667 c.p.c., una volta scaduti, però, i termini utili fissati con l’ordinanza di cui all’art. 426 dello stesso codice), se non nelle forme e nei termini previsti, come si desume dall’art. 420, comma primo, c.p.c., secondo il quale le parti possono modificare le domande solo se ricorrono gravi motivi e previa autorizzazione del giudice. Deve considerarsi, pertanto, inammissibile qualsiasi modificazione della domanda che non sia stata operata - con riferimento al giudizio locatizio a cognizione piena conseguente al superamento della fase speciale del procedimento per convalida - ai sensi dell’art. 426 c.p.c., attraverso l’integrazione dell’atto introduttivo, nel termine perentorio fissato dal giudice, e che non sia stata autorizzata a norma del citato art. 420 c.p.c., all’udienza di discussione. Tale inammissibilità - al pari, attesa la medesima ratio, di quella conseguente alla decadenza per inosservanza dell’onere imposto al ricorrente dall’art. 414, n. 3, c.p.c., relativo alla determinazione dell’oggetto della domanda, e dell’onere accollato al convenuto dall’art. 416 dello stesso codice, con riferimento alla proposizione delle domande riconvenzionali - non è sanata dall’accettazione del contraddittorio ed è rilevabile d’ufficio, con la possibilità della sua deduzione per la prima volta anche in sede di legittimità. Cass. 9 novembre 2006, n. 23908.

 

 

1.1.5. Domanda di pagamento della penale.

Una volta che, a seguito della opposizione dell’intimato (art. 665 c.p.c.), il giudizio di convalida sia proseguito a norma dell’art. 667 c.p.c., il locatore può chiedere anche il pagamento della penale conseguente alla risoluzione della locazione per la quale egli ha promosso il giudizio, trattandosi di domanda fondata sullo stesso contratto di locazione posto a fondamento della pretesa originariamente azionata con il procedimento sommario e non ostandovi l’art. 664 c.p.c (che prevede soltanto il pagamento dei canoni e non anche di una eventuale penale pattuita nel contratto), la cui applicazione rimane esclusa in conseguenza della detta conversione in procedimento ordinario. Cass. 14 gennaio 2005, n. 676.

 

 

1.2. Prova del diritto azionato.

L’ordinanza ex artt. 665 e 667 c.p.c., che dispone la prosecuzione del giudizio di merito, determina la conclusione del procedimento a carattere sommario e l’instaurazione di un autonomo procedimento di cognizione, nel quale le parti possono esercitare tutte le facoltà connesse alle rispettive posizioni, e in cui non è più consentito alle stesse di discutere sull’accoglimento o sul rigetto della domanda di convalida, essendo tale nuovo procedimento destinato a concludersi con la pronuncia di una normale sentenza, dovendo il locatore dimostrare che sussiste il fatto costitutivo della sua pretesa, non desumibile dalla sola circostanza che in sede di convalida il conduttore non abbia proposto una valida sua opposizione. Cass. 7 luglio 2006, n. 15525; conforme Cass. 16 maggio 2005, n. 10185.

 

 

1.3. Sospensione feriale dei termini.

Nel procedimento di convalida di licenza per finita locazione o di sfratto, non trova applicazione la deroga, contenuta nell’art. 3, l. 7 ottobre 1969, n. 742 in relazione all’art. 92 dell’ordinamento giudiziario, della sospensione dei termini durante il periodo feriale, per la fase a rito ordinario che consegue all’opposizione dell’intimato e alla pronuncia o al diniego dell’ordinanza di rilascio. Ne consegue che al termine lungo per l’impugnazione della sentenza resa a conclusione del giudizio ordinario devesi aggiungere quello di quarantasei giorni di sospensione per il periodo feriale. Cass. 18 maggio 2005, n. 10387; conforme Cass. 12 giugno 1990, n. 5688.

 

 

1.4. Ordinanza di mutamento del rito.

Il provvedimento del pretore di mutamento del rito ex art. 426 c.p.c. costituisce atto interno di natura ordinatoria che non involge questioni di competenza né è sanzionato da alcuna nullità. Ne consegue che una volta instauratosi il contraddittorio, è irrilevante che l’ordinanza di convalida di sfratto per finita locazione sia stata emessa dal pretore senza previo provvedimento di cambiamento del rito. Cass. 11 novembre 1998, n. 11347.

 

 

1.4.1. Contenuto.

L’ordinanza di mutamento del rito, che nel caso del procedimento per convalida di sfratto il giudice pronuncia a seguito dell’esaurimento della fase a cognizione sommaria, deve prevedere due distinti termini per il deposito di memorie difensive: entro il primo l’attore potrà proporre domande ed istanze istruttorie; entro il secondo, il convenuto potrà formulare eccezioni, domande riconvenzionali ed istanze istruttorie. Pret. Venezia, 23 maggio 1997.

 

 

1.5. Rapporto di continenza.

Tra il giudizio di risoluzione di un contratto di locazione per morosità ed il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo per il pagamento dei canoni insoluti, non sussiste litispendenza bensì, attesa la diversità e maggiore ampiezza del petitum nel primo giudizio, soltanto un rapporto di continenza, il quale mentre non può determinare la traslazione della causa di opposizione davanti al giudice della risoluzione contrattuale che sia stato preventivamente adìto, stante il carattere funzionale ed inderogabile della competenza del giudizio di opposizione ex art. 645 c.p.c., rende possibile il trasferimento della causa di risoluzione al giudice dell’opposizione, solo quando i rispettivi procedimenti siano pendenti nello stesso grado, ricorrendo, in caso contrario (come nella specie, in cui un procedimento pende davanti al tribunale e l’altro davanti alla Corte d’appello), un’ipotesi di sospensione necessaria a norma dell’art. 295 dello stesso codice. Cass. 13 maggio 1989, n. 2212.



 
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