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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 676 cod. proc. civile: Custodia nel caso di sequestro giudiziario

Nel disporre il sequestro giudiziario, il giudice nomina il custode, stabilisce i criteri e i limiti dell’amministrazione delle cose sequestrate e le particolari cautele idonee a render più sicura la custodia e a impedire la divulgazione dei segreti.
Il giudice può nominare custode quello dei contendenti che offre maggiori garanzie e dà cauzione.
Il custode della cosa sequestrata ha gli obblighi e i diritti previsti negli articoli 521, 522 e 560.


Giurisprudenza annotata

Custodia nel caso di sequestro giudiziario.

 

 

  1. Natura, poteri e durata dell’incarico, posizione processuale e responsabilità del custode; 2. Segue: Efficacia dei negozi compiuti (e legitimatio ad causam del custode); 3. Contratti stipulati dal custode: a) Affitto di fondi rustici; 4. Segue: b) Affitto d’azienda; 5. Segue: Locazioni immobiliari; 6. Questioni relative alla custodia: a) Rendimento del conto; 7. Segue: b) Sostituzione del custode; 8. Segue: c) Spese per la custodia; 9. Sequestro di quote di società e poteri del custode.

 

 

  1. Natura, poteri e durata dell’incarico, posizione processuale e responsabilità del custode.

Il custode sequestratario giudiziario va qualificato come ausiliario del giudice, da cui ripete l’investitura oltre ai poteri e sotto la cui direzione e controllo opera e può compiere tutti gli atti di ordinaria e, con l’autorizzazione del giudice, di straordinaria amministrazione; l’attribuzione a tale custode degli indicati poteri, in vista del perseguimento delle finalità proprie del suo ufficio, presuppone lo «spossessamento» anche del creditore pignoratizio, il cui diritto di prelazione, che rappresenta il contenuto del diritto di pegno, non può essere esercitato ove privo di oggetto, il che si verifica nell’ipotesi in cui il creditore pignoratizio perda il possesso della cosa, e fino a quando non lo riacquisti con l’esperimento delle apposite azioni recuperative (in via possessoria o petitoria). Pertanto, nell’ipotesi in cui i beni pignorati costituiscano oggetto di sequestro giudiziario è imprescindibile farsi luogo allo «spossessamento» del bene in capo al possessore o detentore, al fine della relativa attribuzione al custode sequestratario. Cass. 30 ottobre 2007, n. 22860.

 

Il custode di beni ereditari sottoposti a sequestro giudiziario è legittimato a promuovere il giudizio per il pagamento del conguaglio dovuto dalla p.a. al de cuius in conseguenza della cessione volontaria di un fondo oggetto di procedura espropriativa. Cass. 22 maggio 2007, n. 11843.

 

La posizione processuale del custode dei beni sottoposti a sequestro giudiziario, il quale agisca a tutela della conservazione del valore del patrimonio affidatogli, equivale a quella di un sostituto processuale; pertanto, l’eventuale cessazione del suo potere di stare in giudizio per conto di altri non fa venir meno automaticamente la legittimazione sostitutiva, né, conseguentemente, i relativi poteri d’impulso processuale conferiti al suo difensore, ove (come accade nel giudizio di cassazione) non sia possibile attuare un idoneo meccanismo d’interruzione e riassunzione del giudizio in capo al nuovo legittimato processuale. Cass. 31 marzo 2006, n. 7693.

 

Il custode di beni sottoposti a sequestro giudiziario, in quanto esponente e rappresentante di un patrimonio separato, costituente centro di imputazione di rapporti giuridici attivi e passivi, risponde direttamente degli atti compiuti in siffatta veste, quand’anche in esecuzione di provvedimenti del giudice ai sensi dell’art. 676 c.p.c., e, pertanto, è legittimato a stare in giudizio attivamente e passivamente in relazione a tali rapporti e per la tutela degli interessi che vi si collega. Cass. 4 luglio 1991, n. 7354; conforme Cass. 19 marzo 1984, n. 1877.

 

Poiché le ipotesi nelle quali un soggetto risponde degli atti illeciti compiuti da un altro soggetto col quale esista un rapporto giuridico sono eccezionali, il proprietario dei beni posti sotto sequestro non risponde degli atti illeciti compiuti dal custode giudiziario dei beni stessi in mancanza di un’espressa disposizione in tal senso. Cass. 23 febbraio 1991, n. 1916; conforme Cass. lav., 27 aprile 1991, n. 4699.

 

Non è configurabile la permanenza nell’incarico del custode di beni in sequestro giudiziario una volta che, venuta meno la procedura cautelare, egli sia stato espressamente revocato, senza che sia necessario, a tal fine, alcun provvedimento del giudice che imponga la restituzione dei beni nella libera disponibilità degli aventi diritto. Cass., 16 febbraio 1983, n. 1175.

 

 

  1. Segue: Efficacia dei negozi compiuti (e legitimatio ad causam del custode).

Il custode di beni sottoposti a sequestro giudiziario, in quanto esponente e rappresentante di un patrimonio separato, costituente centro di imputazione di rapporti giuridici attivi e passivi, risponde direttamente degli atti compiuti in siffatta veste, quand’anche in esecuzione di provvedimenti del giudice ai sensi dell’art. 676 c.p.c., e, pertanto, è legittimato a stare in giudizio attivamente e passivamente in relazione a tali rapporti e per la tutela degli interessi che vi si collegano. Cass. 4 luglio 1991, n. 7354.

 

Il custode di beni sottoposti a sequestro giudiziario - in quanto esponente e rappresentante, in particolare nei confronti dei terzi, di un patrimonio separato costituente centro di imputazione di rapporti giuridici attivi e passivi - risponde direttamente nei riguardi dei terzi stessi degli atti compiuti in siffatta veste, quand’anche in esecuzione di provvedimenti del giudice ai sensi dell’art. 676 c.p.c. (ai quali i predetti terzi, non essendone destinatari in via immediata, non possono opporsi nell’ambito di quella procedura cautelare) e, pertanto, è legittimato a stare in giudizio attivamente e passivamente in relazione a tali rapporti e per la tutela degli interessi collegativi, anche in ordine a pretese molestie possessorie poste in essere, senza che la conseguenzialità all’esecuzione dei menzionati provvedimenti valga ad escluderne l’animus turbandi in relazione alla volontarietà del fatto (od atto) ed alla concreta relativa efficienza a contraddire un’altrui situazione di possesso. Cass., 19 marzo 1984, n. 1877.

 

Il custode sequestratario assume la qualità di amministratore dei beni sequestrati per conto di colui il quale, in definitiva, ne sia dichiarato proprietario o possessore, cosicché solo quest’ultimo resta vincolato per i negozi giuridici posti in essere dal sequestratario durante l’amministrazione; ne consegue che mentre le spese di custodia ed il compenso dovuto al custode vanno posti a carico della parte soccombente, le passività della gestione gravano sul proprietario (o possessore), nel cui interesse l’amministrazione è stata tenuta e nei cui confronti il custode sarebbe stato responsabile per comportamento, doloso o colposo, contrario ai doveri dell’ufficio. Cass. 14 marzo 1988, n. 2429.Il custode dei beni oggetto di sequestro giudiziario può stare in giudizio come attore o convenuto nelle controversie concernenti l’amministrazione dei beni, ma non in quelle che attengono alla proprietà od altro diritto reale degli stessi. Conseguentemente, il custode dei beni ereditari non ha legittimazione in controversia con la quale terze persone, assumendo la loro qualità di legittimari, facciano valere pretese sui beni stessi, incidendo siffatte pretese sulla titolarità di diritti reali, senza riferimento ai compiti di conservazione e di amministrazione del custode. Cass., 21 maggio 1984, n. 3127.

 

Nella controversia in cui sia stato disposto il sequestro giudiziario, la necessità dell’integrazione del contraddittorio non è configurabile in relazione al custode dei beni sequestrati, che non ha la qualità di parte bensì di ausiliario del giudice. Cass., 21 maggio 1983, n. 3544.

 

 

  1. Contratti stipulati dal custode: a) Affitto di fondi rustici.

I contratti stipulati dal custode giudiziario, con o senza l’autorizzazione del giudice, non possono mai pregiudicare in nessun modo il diritto del proprietario a ricevere il bene nella condizione giuridica in cui è stato trasmesso dal suo diretto dante causa, per cui la stipulazione di un contratto di colonia parziaria non è opponibile ai creditori, né all’aggiudicatario dell’immobile stesso, e l’affitto da parte del custode di un fondo rustico sottoposto al sequestro giudiziario, senza l’autorizzazione del giudice, non è viziato da nullità assoluta per violazione dell’art. 560 c.p.c. (richiamato dall’art. 676 c.p.c.), bensì, essendo la misura cautelare finalizzata alla protezione degli interessi del sequestrante, da inefficacia relativa (ed inopponibilità del negozio), con la conseguenza che il vizio può esser fatto valere solo da chi ha provocato il provvedimento cautelare, e, successivamente, dall’assegnatario del bene, senza che a questi l’affittuario possa opporre la proroga legale del contratto. Cass. 17 ottobre 1994, n. 8462.

 

Con riguardo ad un fondo rustico concesso in affitto ad un non coltivatore diretto, i poteri del custode nominato a seguito di sequestro giudiziario del fondo per l’insorgere di controversia ereditaria al suo riguardo sono limitati alla conservazione ed all’amministrazione del bene sequestrato per il periodo necessario alla definizione della vertenza ereditaria ed alla divisione dell’immobile fra i coeredi; ne consegue che questi ultimi quali concedenti del fondo, e non il custode, sono legittimati ad agire contro l’affittuario del fondo per la declaratoria di cessazione del rapporto di affitto alla scadenza legale del quindicesimo anno ex art. 17, primo comma, della legge n. 11 del 1971 e per la condanna al rilascio del fondo, configurandosi una scelta tra cessazione e rinnovo, per un ulteriore quindicennio, del rapporto agrario oltre i limiti dei poteri del custode. Cass. 3 marzo 1987, n. 2232.

 

L’affittuario di un fondo rustico, sottoposto a sequestro giudiziario, in virtù di un contratto concluso con il custode giudiziario (autorizzato dal giudice ex art. 560 c.p.c. richiamato dall’ultimo comma dell’art. 676 c.p.c.), non può al termine del sequestro opporre al soggetto cui il bene è stato attribuito la proroga legale del contratto, in quanto l’affitto - essendo finalizzato al soddisfacimento di pubblicistiche esigenze processuali di amministrazione giudiziaria, temporanee per loro natura e per disposizione di legge - cessa necessariamente con il cessare del provvedimento cautelare. Cass. 21 gennaio 1987, n. 523.

 

L’affitto da parte del custode di un fondo rustico sottoposto a sequestro giudiziario, senza l’autorizzazione del giudice, non è viziato da nullità assoluta per violazione dell’art. 560 c.p.c. (richiamato dall’art. 676 c.p.c.), bensì - essendo la misura cautelare finalizzata alla protezione degli interessi del sequestrante - da inefficacia relativa (ed inopponibilità) del negozio, con la conseguenza che il vizio in questione può essere fatto valere soltanto da chi ha provocato il provvedimento cautelare sino a che quella misura perduri e, successivamente, da colui che risulterà titolare od assegnatario del bene oggetto del sequestro. Cass., 16 febbraio 1983, n. 1175.

 

È valido un contratto di affitto di durata annuale concluso dal custode giudiziario espressamente autorizzato dal giudice. La rinuncia alla proroga legale effettuata nei confronti di un custode giudiziario è valida in virtù dell’applicazione analogica dell’ultimo comma dell’art. 23 della legge 11 febbraio 1971, n. 11, dal momento che la convenzione contenente la rinuncia dell’affittuario può ritenersi conclusa direttamente con l’ufficio giudiziario. Trib. Lucera, 21 ottobre 1981.

 

 

  1. Segue: b) Affitto d’azienda.

L’immagine dell’azienda sequestrata e concessa in affitto non può essere «snaturata» e pertanto essa non può essere collegata al nome degli affittuari. Il custode deve quindi assicurare, con le opportune clausole e con la successiva vigilanza, che l’obiettivo dell’integrità dell’azienda sia conseguito rispetto a tutti i suoi elementi. Il custode, in quanto titolare di un ufficio con poteri di sostituzione nella sfera giuridica delle parti, si trova, innanzi ai terzi (nel caso specifico l’amministrazione comunale), nella stessa situazione in cui queste si trovavano. Trib. Roma, 17 gennaio 1994.

 

 

  1. Segue: c) Locazioni immobiliari.

Il custode dei beni oggetto di sequestro giudiziario è legittimato ad agire o resistere nei soli giudizi concernenti l’amministrazione di tali beni o la loro conservazione in relazione ai rapporti da lui posti in essere o che attengano a circostanze verificatesi in pendenza della custodia cautelare; pertanto, non è legittimato ad agire per l’annullamento di un contratto di locazione delle cose sequestrate (nella specie, perchè concluso dal rappresentante in conflitto di interessi), stipulato prima del sequestro, trattandosi di azione preesistente alla custodia. Cass. 24 maggio 2011, n. 11377.

 

La rinnovazione tacita della locazione integra un nuovo negozio giuridico bilaterale, con la conseguenza che, trattandosi di immobile sottoposto a sequestro giudiziario, è richiesta l’autorizzazione del giudice, per effetto del combinato disposto degli artt. 560, secondo comma, e 676 c.p.c. Peraltro, essendo la misura cautelare finalizzata alla tutela degli interessi del sequestrante, l’inefficacia relativa della locazione di immobile da parte del custode giudiziario in assenza di autorizzazione può essere fatta valere solo dallo stesso sequestrante. Cass. 30 ottobre 2002, n. 15297.

 

Il potere, previsto dall’art. 560, c.p.c., richiamato dall’art. 676 c.p.c., del giudice di autorizzare il custode di un bene sottoposto a sequestro alla locazione del medesimo è assolutamente discrezionale, sì che l’opposizione di parte al riguardo non ha alcun rilievo e perciò esclude possa costituire causa idonea per i danni che la controparte assume di avere conseguentemente subito. Cass. 1° dicembre 2000, n. 15373.

 

La locazione di un bene sottoposto a sequestro giudiziario senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione non è viziata da nullità assoluta per violazione dell’art. 560 c.p.c., bensì - essendo la misura cautelare finalizzata alla protezione degli interessi del sequestrante - da inefficacia relativa, con la conseguenza che il vizio anzidetto può essere fatto valere solo da chi ha provocato il provvedimento cautelare, sino a che quella misura perduri, e, successivamente, da colui che risulterà titolare o assegnatario del bene oggetto del sequestro. (Nella specie, il custode giudiziario aveva concesso in locazione un immobile ad un soggetto il quale lo aveva a sua volta, ceduto in comodato ad un terzo. La S.C., in applicazione del principio enunciato, ha ritenuto legittimate a sollevare l’eccezione d’inefficacia per violazione dell’art. 560 c.p.c., soltanto le parti del contratto di locazione e non anche il terzo comodatario). Cass. 10 ottobre 1994, n. 8267.

 

Qualora venga disposto il sequestro giudiziario di un immobile, su istanza di chi ne rivendichi la proprietà, ed il custode, su autorizzazione del giudice, dia il bene in locazione al convenuto, l’attore, che veda poi riconoscere il proprio diritto di proprietà, è legittimato ad agire contro il convenuto medesimo, in qualità di conduttore del bene, per ottenerne il rilascio. La relativa domanda è proponibile anche davanti al giudice adito per la rivendicazione e la convalida del sequestro, ove rientri nella sua competenza per valore, tenendo conto che la domanda stessa esula dalla competenza per materia del pretore, di cui all’art. 8, secondo comma, n. 3, c.p.c., (come modificato dall’art. 2, l. 30 luglio, 1984, n. 399), ed altresì non resta assoggettata alla normativa speciale in tema di locazioni di immobili urbani, perché il contratto stipulato da quel custode, finalizzato ad esigenze pubblicistiche processuali di amministrazione giudiziaria, e non suscettibile di scadenza successiva alla cessazione della misura cautelare, non può rientrare nelle previsioni di detta normativa. Cass. 15 marzo 1990, n. 2119.

 

La rinnovazione tacita della locazione integra il perfezionarsi di un nuovo negozio giuridico bilaterale, sicché ove trattisi di immobile sottoposto a sequestro giudiziario è necessaria l’autorizzazione del giudice in forza del combinato disposto dell’art. 560, comma secondo, c.p.c. e dell’art. 676 c.p.c. Cass. 4 settembre 1998, n. 8800.

 

 

  1. Questioni relative alla custodia: a) Rendimento del conto.

In tema di sequestro giudiziario e nella ipotesi in cui il giudice imponga al custode o all’amministratore giudiziario l’obbligo di rendiconto, l’ordinanza di approvazione del rendiconto non è impugnabile e non è neppure ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost., difettando del requisito della decisorietà e definitività, giacché non contiene statuizioni dirette a dirimere un contenzioso tra le parti, ma si caratterizza come atto di amministrazione nell’ambito dei poteri di verifica e di controllo del giudice sull’opera del custode o dell’amministratore giudiziario, tanto che le eventuali responsabilità di questi ultimi possono farsi valere in un autonomo giudizio dalla parte che risulti titolare del diritto controverso ed oggetto del provvedimento cautelare. Cass. 17 dicembre 2004, n. 23465.

 

In tema di sequestro giudiziario, l’ordinanza con cui il giudice risolve le controversie che sorgono in merito al conto (sia esso parziale o finale) reso dal custode delle cose sequestrate (art. 676 c.p.c.) non è impugnabile con il ricorso previsto dall’art. 111 della Costituzione, per la ragione che tale provvedimento difetta dei requisiti di decisorietà e definitività. E infatti esso non contiene statuizioni dirette alle parti, volte a dirimere un contenzioso fra loro, ma si pone come atto di amministrazione, nell’ambito dei poteri di verifica e di controllo del giudice nello svolgimento dell’operato del custode. Cass. 15 dicembre 2000, n. 15835.

 

Non è ricorribile per cassazione la sentenza attinente al giudizio sulla convalida del sequestro e sul merito, nella parte in cui non abbia disposto, a carico del custode, l’ordine di presentazione del rendiconto e di deposito delle rendite. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3419.

 

Il procedimento di rendiconto di cui agli artt. 263 c.p.c. e ss. è fondato sul presupposto dell’esistenza dell’obbligo legale o negoziale di una delle parti di rendere il conto all’altra, facendo conoscere il risultato della propria attività in quanto influente nella sfera di interessi patrimoniali altrui o, contemporaneamente, nell’altrui e nella propria, e come tale si ricollega all’esistenza di un rapporto di natura sostanziale e si instaura a seguito di domanda di rendiconto proposta in via principale od incidentale, sviluppandosi, quindi, come un giudizio di cognizione di merito, sia pure speciale, il cui atto terminale - in caso di accettazione del conto - è un’ordinanza non impugnabile del giudice istruttore, mentre - in caso contrario - è una sentenza (se del caso parziale quando trattasi di procedimento promosso in via incidentale) avente attitudine ad acquisire efficacia di giudicato sul modo di essere della situazione sostanziale inerente l’obbligo di rendiconto (e ciò, o in via esclusiva, o in via strumentale, rispetto ad altra situazione costituente il diritto principale cui si ricollega l’obbligo di rendiconto) Il suddetto procedimento è, tuttavia, dalla legge previsto come applicabile anche a taluni rapporti di natura processuale (come la tutela, la custodia e l’amministrazione giudiziaria dei beni immobili esecutati o assoggettati a sequestro, la curatela fallimentare), ma in tal caso la disciplina del procedimento non sempre è quella degli artt. 263 c.p.c. e ss. nella sua integralità, come si verifica nel caso in cui si tratti dell’obbligo di rendiconto da rendersi dall’amministratore giudiziario nominato ex art. 676 c.p.c., in cui il procedimento sorge in forza dell’ordine del giudice di presentare il conto e si conclude, a norma dell’art. 593 c.p.c., sia che si tratti di conti parziali che totali, con un’ordinanza non impugnabile, la quale non è neppure ricorribile ex art. 111 della Costituzione, difettando del requisito della decisorietà e definitività, giacché non contiene statuizioni dirette a dirimere un contenzioso fra le parti, ma si caratterizza come atto di amministrazione, nell’ambito dei poteri di verifica e di controllo del giudice sull’operato del custode, tanto che eventuali responsabilità di quest’ultimo possono farsi valere in un autonomo giudizio dalla parte che risulti titolare del diritto controverso in funzione della cui preservazione l’amministrazione venne tenuta (nella specie, in applicazione di tali principi la Suprema Corte ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata e dichiarata improponibile ex art. 382 comma 2, c.p.c. la domanda con la quale, nell’ambito di un procedimento di sequestro giudiziario, concesso in corso di impugnazione di lodo arbitrale avanti ad una Corte d’Appello, a seguito della presentazione del conto, ordinata dal consigliere istruttore, si era impugnato il conto e si era dato corso al giudizio di rendiconto, pronunciandosi, quindi, da parte della Corte d’Appello, una sentenza parziale su alcune questioni, contro la quale era stato proposto ricorso per Cassazione). Cass. 10 novembre 1999, n. 12463;.

Conf.: Il provvedimento di approvazione del conto parziale delle attività materiali e giuridiche compiute dal custode dei beni sottoposti a sequestro giudiziario, emesso dal giudice nel corso dello stesso procedimento prima della definizione della controversia principale sulla proprietà o sul possesso, è provvedimento che non ha carattere definitivo, né decisorio perché non contiene una statuizione di condanna volta a risolvere un contrasto sulla individuazione della parte a cui carico viene posto il compenso. Pertanto l’anzidetto provvedimento non è impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 3 aprile 1992, n. 4072.

 

In tema di sequestro giudiziario, non sono impugnabili ex art. 111, secondo comma, Cost., difettando del requisito della decisorietà, i provvedimenti con cui il giudice istruttore approva i rendiconti, parziali e finali, presentati dal custode, rispettivamente, nel corso ed al termine della gestione, ai sensi dell’art. 593 c.p.c. (applicabile in virtù del rinvio disposto dagli artt. 560 e 576 c.p.c.), atteso che tali provvedimenti, anche se risolutivi delle contestazioni insorte in merito alle partite del conto, non contengono statuizioni dirette alle parti, volte a dirimere un contenzioso tra le stesse, ma si pongono come atti di amministrazione, nell’ambito dei poteri di verifica e di controllo del giudice sullo svolgimento dell’operato del custode. La responsabilità del custode per comportamento doloso o colposo, contrario ai doveri dell’ufficio, può eventualmente essere fatta valere in altra sede, mediante apposito autonomo giudizio, dalla parte che risulterà in definitiva titolare del diritto controverso, nel cui interesse l’amministrazione è stata tenuta. Cass. 1° febbraio 1996, n. 870.

 

 

  1. Segue: b) Sostituzione del custode.

Quando l’esecuzione del sequestro conservativo mobiliare è già avvenuta, la competenza a provvedere sull’istanza di sostituzione del custode spetta al giudice della convalida (nella specie, l’istanza di sostituzione era stata presentata dopo che il verbale di sequestro era stato depositato presso l’ufficio del giudice che aveva rilasciato il provvedimento). Pret. Como, 29 settembre 1990.

 

In tema di sequestro conservativo mobiliare, la competenza a sostituire il custode spetta non al giudice dell’esecuzione bensì a quello che l’abbia autorizzato avendo lo stesso i poteri di vigilanza e controllo sull’attività del custode dei beni di sequestro, ancorché la nomina sia avvenuta ad opera dell’ufficiale giudiziario procedente. Cass. 24 settembre 1990, n. 9688.

 

Nel corso del giudizio di convalida e di merito è competente ad emanare il provvedimento di sostituzione del custode di beni sequestrati, il giudice istruttore che, subentrato a quello che nominò il custode (il presidente del tribunale), non è giudice diverso dal primo ma lo stesso in rapporto ad una fase o grado diversi del giudizio: perciò il consigliere istruttore è competente a decidere della sostituzione del custode pendendo in grado di appello il giudizio sulla convalida e sul merito. Trib. Vicenza, 28 novembre 1988.

 

 

  1. Segue: c) Spese per la custodia.

Le spese di custodia ed il compenso al custode giudiziario rientrano tra le spese di lite e devono essere poste a carico della parte soccombente, anche d’ufficio ed in mancanza di apposita istanza della parte vittoriosa. Cass. 11 luglio 2011, n. 15198.

 

Un’’ istanza non espressamente e formalmente proposta può ritenersi implicitamente introdotta e virtualmente contenuta nella domanda dedotta in giudizio quando si trovi in rapporto di connessione necessaria con il petitum e la causa petendi, senza estenderne l’ambito soggettivo di riferimento. Ne consegue che nella domanda di inefficacia della misura del sequestro giudiziario avanzata dal sequestrato non è tacitamente sussumibile altresì la domanda di liquidazione dei compensi al custode, diversi essendone sia i soggetti sia l’oggetto, nel senso che la seconda investe un terzo estraneo al rapporto principale dedotto in giudizio ed è affatto distinta, quanto agli elementi essenziali, dalla prima, potendo risultare indipendente anche dallo stesso procedimento in cui venga emessa la statuizione richiesta in materia cautelare. Cass. 1° dicembre 2000, n. 15345.

 

In tema di sequestro giudiziario, l’iniziativa della liquidazione del custode spetta in primo luogo a ciascuna delle parti, là dove si voglia che vengano subito determinate l’esistenza e l’entità della propria obbligazione, non costituendo ostacolo all’esperibilità di siffatta iniziativa la qualità di titolo esecutivo del relativo provvedimento (art. 53 disp. att. c.p.c.), capace perciò di contenere la condanna di chi lo ha provocato, atteso che una pronuncia del genere contra se può essere preferibile all’incertezza sul contenuto della predetta obbligazione e che l’istanza della parte può essere diretta a far dichiarare tenuto al pagamento l’avversario. Cass. 1° dicembre 2000, n. 15345.

 

La convalida del sequestro concerne l’esistenza delle condizioni richieste dalla legge perché possa farsi luogo al provvedimento cautelare, non anche le statuizioni accessorie, quali quelle in materia di nomina del custode e di determinazione del relativo compenso; tali statuizioni, cui la sentenza di convalida non fa cenno, non sono suscettibili di passare in giudicato, non essendo, tra l’altro, il custode - in tale specifica veste - neppure parte del giudizio di convalida. Ne consegue che non è possibile desumere dal passaggio in giudicato della sentenza di convalida del sequestro anche l’intangibilità del provvedimento con cui il presidente del tribunale, disponendo il sequestro, abbia affermato il diritto del custode al compenso. Cass. 30 maggio 1997, n. 4870.

 

Al custode nominato direttamente dal giudice che dispone il sequestro non è applicabile l’art. 552 c.p.c. per la parte in cui stabilisce che il terzo che è stato nominato custode dall’ufficiale giudiziario non ha diritto a compenso se non l’ha chiesto e non gli è stato riconosciuto dall’ufficiale giudiziario all’atto della nomina. Cass. 30 maggio 1997, n. 4870.

A norma del combinato disposto degli artt. 521 e 522 c.p.c. - applicabili anche in tema di sequestro giudiziario, atteso il richiamo operato dall’art. 676 c.p.c. - è da escludersi il diritto a compenso in tutti i casi in cui sia nominata custode una delle parti in lite, anche se col consenso della controparte, posto che, se il contendente nominato custode risultasse poi soccombente, non avrebbe titolo per ottenere dalla controparte il compenso per un’attività resa necessaria da una sua pretesa o da una sua resistenza prive di fondamento, e se, viceversa, risultasse vittorioso, la sua attività si sarebbe risolta nella gestione del bene in favore di sé medesimo, onde sarebbe incongruo attribuirgli un compenso da porre a carico della controparte. Cass. 30 maggio 1997, n. 4870.

 

La competenza a liquidare il compenso al custode di beni sottoposti a sequestro giudiziario appartiene funzionalmente ed inderogabilmente, ai sensi dell’art. 65 c.p.c., al giudice che lo ha nominato, anche nel caso in cui il giudice appartenga all’ufficio giudiziario che ha deciso in primo grado sulla convalida e la relativa controversia si sia in prosieguo trasferita in appello, dovendo mantenersi distinte le vicende della misura cautelare in funzione delle sorti della controversia sul diritto cautelato con quella circa l’investitura e la retribuzione del custode. È, pertanto, ammissibile la richiesta di regolamento di competenza d’ufficio del giudice di secondo grado, cui l’istanza di liquidazione presentata dal custode sia stata trasmessa dal giudice di primo grado che abbia su di essa declinato la propria competenza. Cass. 12 agosto 1995, n. 8865.

 

 

  1. Sequestro di quote di società e poteri del custode.

Il diritto di voto in assemblea e l’esercizio degli altri diritti societari possono essere attribuiti al custode giudiziario dal giudice istruttore che ha emesso il provvedimento di nomina. Trib. Firenze, 13 settembre 2000.

 

La quota di partecipazione in una società a responsabilità limitata esprime una posizione contrattuale obiettivata che va considerata come bene immateriale equiparabile al bene mobile non iscritto in pubblico registro ai sensi dell’art. 812 c.c., onde ad essa possono applicarsi, a norma dell’art. 813 c.c., le disposizioni concernenti i beni mobili e, in particolare, la disciplina delle situazioni soggettive reali e dei conflitti tra di esse sul medesimo bene, giacché la quota, pur non configurandosi come bene materiale al pari dell’azione, ha tuttavia un valore patrimoniale oggettivo, costituito dalla frazione del patrimonio che rappresenta, e va perciò configurata come oggetto unitario di diritti e non come un mero diritto di credito; ne consegue che le quote di partecipazione ad una società a responsabilità limitata possono essere oggetto di sequestro giudiziario e, avendo il sequestro ad oggetto i diritti inerenti la suddetta quota, ben può il giudice del sequestro attribuire al custode l’esercizio del diritto di voto nell’assemblea dei soci ed eventualmente, in relazione all’oggetto dell’assemblea, stabilire i criteri e i limiti in cui tale diritto debba essere esercitato nell’interesse della custodia. Cass. 26 maggio 2000, n. 6957.

 

Il giudice può impartire al custode giudiziario di beni (nella specie: azioni) sottoposti a sequestro giudiziario direttive circa la loro amministrazione senza necessità di preventivo contraddittorio fra le parti in causa. Trib. Milano, 3 aprile 1990.

 

In caso di sequestro giudiziario di azioni privilegiate sindacate in un patto parasociale a norma del quale il voto nelle assemblee deve essere esercitato conformemente ad istruzioni congiunte degli aderenti al patto, il giudice può disporre che il custode si astenga dal partecipare all’assemblea ordinaria indetta per deliberare un aumento del capitale sociale che, utile per la società, non danneggi le medesime azioni privilegiate. Trib. Milano, 29 marzo 1990.

 

In caso di sequestro di azioni di società spetta al custode, su istruzioni del giudice, l’esercizio dei diritti sociali, ma non l’esercizio di diritti non direttamente derivanti dalle azioni sequestrate (quale, nella specie, il diritto di partecipare alle assemblee di un «patto di sindacato»). Trib. Milano, 15 gennaio 1990.



 
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