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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 703 cod. proc. civile: Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso

 

 

 

Le domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso si propongono con ricorso al giudice competente a norma dell’articolo 21.
Il giudice provvede ai sensi degli articoli 669-bis e seguenti, in quanto compatibili.
L’ordinanza che accoglie o respinge la domanda è reclamabile ai sensi dell’articolo 669-terdecies.
Se richiesto da una delle parti, entro il termine perentorio di sessanta giorni decorrente dalla comunicazione del provvedimento che ha deciso sul reclamo ovvero, in difetto, del provvedimento di cui al terzo comma, il giudice fissa dinanzi a sé l’udienza per la prosecuzione del giudizio di merito. Si applica l’articolo 669-novies, terzo comma. (1) (2) (3)

(1) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dal D.L. 30 giugno 2005, n. 115 convertito con modificazioni dalla L. 17 agosto 2005, n. 168 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quater) che le presenti modifiche decorrono dal 1° gennaio 2006.

Ha inoltre disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), e-bis) ed e-ter), 3-bis e 3-ter non si applicano ai giudizi civili pendenti alla data del 1° gennaio 2006.”


(2) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), c-quater), c-quinquies), e-bis) ed e-ter), 3-bis, e 3-ter, lettera a), entrano in vigore il 1° gennaio 2006 e si applicano ai procedimenti instaurati successivamente a tale data di entrata in vigore.”

 

(3) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dal D.L. 30 dicembre 2005, n. 273 convertito con modificazioni dalla L. 23 febbraio 2006, n. 51 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), c-quater), c-quinquies), e-bis) ed e-ter), 3-bis, e 3-ter, lettera a), entrano in vigore il 1° marzo 2006 e si applicano ai procedimenti instaurati successivamente a tale data di entrata in vigore.”


Giurisprudenza annotata

Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso.

 

 

  1. Azioni possessorie; 1.1. Natura delle azioni possessorie ed elementi di differenza con le azioni petitorie e nunciatorie; 1.2. Cumulabilità delle azioni; 1.3. Potere di interpretazione della domanda ad opera del giudice; 1.4. Sospensione dei termini processuali; 2. Competenza; 2.1. Azioni possessorie e regolamento di competenza; 2.2. Competenza per territorio; 2.3. Competenza per materia; 3. Procedimento possessorio; 3.1. Legittimazione processuale; 3.2. Legittimazione processuale del successore a titolo particolare; 3.3. Procedimento possessorio e la sua struttura: le iniziali incertezze della giurisprudenza di merito sulla applicabilità della normativa introdotta dagli artt. 669-bis ss. c.p.c. 3.4. Fase interdittale e giudizio di merito: la giurisprudenza della S.C. e limiti di applicabilità degli artt. 669-bis e ss.; 3.5. Attività istruttoria nell’ambito del procedimento; 3.5.1. Prova documentale e la delibazione dei titoli; 3.5.2. Sommarie informazioni testimoniali; 3.5.3. Prova testimoniale; 3.6. Prova del possesso e della lesione possessoria; 3.6.1. Prova dell’animus spoliandi; 3.6.2. Prova ed esistenza del titolo; 3.6.3. Eccezione feci sed iure feci; 3.7. Litisconsorzio e chiamata in garanzia; 3.8. Domanda riconvenzionale nel giudizio possessorio; 3.9. Decisione e giudicato possessorio; 4. Mezzi di impugnazione; 5. Efficacia ed attuazione del provvedimento possessorio; 6. Questioni processuali varie; 6.1. Azioni possessorie e pubblica amministrazione; 6.2. Questioni procedurali attinenti al giudizio di merito; 6.3. Azioni possessorie, inattuabilità della tutela e risarcimento del danno; 6.4. L’arbitrato nei giudizi possessori.

 

 

  1. Azioni possessorie.

 

 

1.1. Natura delle azioni possessorie ed elementi di differenza con le azioni petitorie e nunciatorie.

In tema di azioni possessorie, le domande di reintegrazione e di manutenzione possono proporsi insieme qualora siano denunziati distinti fatti di spoglio e di molestia, atteso che la semplice turbativa costituisce un minus rispetto alla privazione del possesso. (Nella specie è stata ritenuta corretta l’applicazione del principio surrichiamato, in quanto, mentre con l’azione di reintegrazione era stata lamentata l’invasione del muro con una condotta idrica realizzata dal resistente, la domanda di manutenzione aveva avuto ad oggetto la violazione delle distanze legali in materia di istallazione di tubi). Cass. 20 aprile 2005, n. 8287.

 

Le azioni proposte, rispettivamente, in sede possessoria e petitoria, pur nell’eventuale identità soggettiva sono caratterizzate dall’assoluta diversità degli altri elementi costitutivi (causa petendi e petitum); ne consegue che nel giudizio petitorio non possono essere invocati i provvedimenti emessi in sede possessoria, né le argomentazioni e le circostanze risultanti dalla sentenza che ha definito quel giudizio, giacché queste ultime hanno rilievo solo in quanto si trovino in connessione logica e causale con la decisione in sede possessoria, e perciò, lasciando impregiudicata ogni questione, sulla legittimità della situazione oggetto della tutela possessoria, non possono influire sull’esito del giudizio petitorio. Cass. 20 luglio 1999, n. 7747.

 

Le azioni di nunciazione (artt. 1171 e 1172 c.c.) che possono avere natura possessoria o petitoria, si articolano in una prima fase di natura cautelare, che si esaurisce con il provvedimento provvisorio, ed in una seconda che si svolge secondo le regole di un ordinario giudizio di cognizione. L’azione di manutenzione del possesso (al pari di quella di reintegrazione), invece, pur articolandosi in due fasi, una prima di natura sommaria avente ad oggetto l’emanazione di provvedimenti immediati, la seconda intesa ad attuare nella sua pienezza e stabilità la tutela possessoria richiesta, è unica, svolgendosi le due fasi davanti allo stesso giudice competente (il pretore) in legame funzionale fra i due momenti che fanno parte di un unico giudizio possessorio. Cass. 5 luglio 1999, n. 6950.

Non è configurabile nel nostro ordinamento un diritto soggettivo alla conservazione e integrità della situazione possessoria, diverso dal diritto processuale all’azione di reintegrazione e manutenzione, dovendosi, altrimenti, ammettere l’esistenza di un anomalo diritto reale su cosa propria, qualora il proprietario sia nel contempo anche possessore. Pret. Napoli, 20 marzo 1998.

 

Le azioni proposte, rispettivamente, in sede possessoria e petitoria sono caratterizzate dall’assoluta diversità di petitum e di causa petendi e, conseguentemente, nel giudizio petitorio non possono essere invocati né i provvedimenti emessi in sede possessoria, né le argomentazioni svolte nella sentenza che ha definito quel giudizio, atteso che queste ultime, in tanto hanno rilevo, in quanto si trovino in connessione logica e causale con le statuizioni decisorie, così che il giudicato non può riferirsi alle argomentazioni che non ne costituiscano un presupposto logico indispensabile. Cass. 13 gennaio 1995, n. 360; conforme Cass. 7 marzo 1992, n. 2773; Cass. 25 ottobre 1988, n. 5780; Cass. 5 febbraio 1983, n. 968; Cass. 24 giugno 1980, n. 3960.

 

La peculiarità della situazione sostanziale sottesa alle azioni possessorie, consistente nel diritto alla conservazione integrale del potere sulla cosa, non consente di instaurare alcun confronto con il diritto di proprietà, per inferire una ipotetica difficoltà per la difesa di questo ascrivibile all’art. 703, comma 2, c.p.c., limitatamente al riferimento ivi (indirettamente) operato ad un procedimento di merito possessorio successivo all’ordinanza possessoria preliminare: la tutela del diritto di proprietà si esplica, infatti, su un piano affatto diverso, per cui il richiamo all’art. 42 cost. non è pertinente ed è manifestamente infondata la relativa questione di costituzionalità. Corte cost. 16 aprile 1998, n. 126.

 

Il diritto al sepolcro, inteso come diritto alla tumulazione, ha natura di diritto reale patrimoniale ed è suscettibile di tutela possessoria. (Nel caso di specie, la Corte ha confermato la sentenza che aveva accolto l’azione di reintegra nel sepolcro e di rimozione di salma introdotta dalle parti resistenti in quanto, mentre la parte ricorrente aveva provato documentalmente il proprio possesso o compossesso, le parti resistenti avevano meramente dedotto il compossesso loro e del defunto, senza provarlo, fondandolo su ragioni esclusivamente petitorie). Cass. 18 gennaio 2008, n. 1009.

 

 

1.2. Cumulabilità delle azioni.

Il Giudice può qualificare l’azione proposta come reintegrazione, come azione di manutenzione: la domanda di reintegrazione contiene anche quella di manutenzione, perché colui che chiede di essere reintegrato chiede implicitamente anche di essere mantenuto nel possesso. Da un punto di vista processuale, dette azioni, pur non essendo cumulabili, possono essere proposte simultaneamente, purché in via alternativa. Trib. Salerno, 17 giugno 2010.

 

Le azioni di reintegrazione e di manutenzione non sono cumulabili fra di loro, nel senso che la medesima situazione di fatto, considerata in tutte le sue componenti, non può dare luogo ad entrambe le forme di tutela. Sono, tuttavia, sempre proponibili simultaneamente, in via alternativa fra di loro, essendo poi compito del giudice qualificare la situazione di fatto prospettatagli dalla parte istante ed individuare il rimedio giuridico più adeguato. Cass. 28 gennaio 2000, n. 980.

 

Non viola il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunziato il giudice che, nell’esercizio del potere di interpretazione della domanda, indipendentemente dall’esattezza delle indicazioni della parte e senza mutare gli elementi obiettivi fissati dall’attore, dispone la cessazione della turbativa anziché la reintegrazione nel possesso, dato che la mera turbativa costituisce un minus rispetto allo spoglio e nella domanda di reintegrazione nel possesso è implicita l’istanza di manutenzione dello stesso. Cass. 2 marzo 1998, n. 2262; conforme Cass. 5 novembre 1994, n. 9166.

 

Non può considerarsi «nuova» la domanda virtualmente compresa in quella originaria, in quanto fondata su fatti e comportamenti non diversi, per consistenza ontologica, struttura e qualificazione giuridica, nonché per la riferibilità soggettiva, da quelli con detta domanda prospettati e diretta solo a precisarne o restringerne il petitum (riaffermando tale principio, la S.C. ha escluso che possa qualificarsi «nuova» - e ne ha, quindi, affermato l’ammissibilità in appello - la domanda di reintegrazione nel possesso di un’autorimessa, dovendo essa considerarsi virtualmente compresa in quella, originariamente proposta, di reintegrazione nel possesso della casa di abitazione di cui l’indicata autorimessa rappresentava una pertinenza). Cass. 22 marzo 1996, n. 2476.

 

La domanda di reintegrazione contiene anche quella di manutenzione perché la molestia è meno ampia dello spoglio; in conseguenza, il giudice di merito, avvalendosi del potere di meglio qualificare i fatti dedotti, può, anche in grado di appello, ritenere azione di manutenzione quella che fu proposta come azione di reintegrazione, se i fatti dedotti rimangono fermi. Cass. 26 aprile 1994, n. 3941.

 

 

1.3. Potere di interpretazione della domanda ad opera del giudice.

Una corretta interpretazione della domanda giudiziale postula non solo la sua analisi letterale, ma anche e soprattutto la sua valutazione contenutistico-sostanziale, avuto riguardo alle finalità perseguite dalla parte, ond’è che un’istanza non esplicitamente e formalmente proposta ben può ritenersi implicitamente introdotta e virtualmente contenuta nella domanda espressamente avanzata, ove risulti in rapporto di connessione necessaria con il petitum e la causa petendi di questa, con il solo limite di non estenderne l’ambito di riferimento. Ne consegue che, qualora sia stata introdotta dall’attore un’azione per denuncia di nuova opera che (come nella specie) esprima anche l’intento di esercitare un’azione di reintegrazione o manutenzione nel possesso di un bene immobile, la richiesta di ripristino dello stato dei luoghi - e cioè di demolizione del manufatto o della parte di esso realizzata prima del provvedimento di sospensione, se intervenuto - deve comunque considerarsi logicamente inclusa nell’originario petitum, nonostante il ricorso introduttivo della fase cautelare contenesse la sola richiesta di sospensione dei lavori. Cass. 28 aprile 2004, n. 8128.

 

 

1.4. Sospensione dei termini processuali.

Nei procedimenti possessori e cautelari, l’eccezione al principio generale della sospensione dei termini processuali durante il periodo feriale, stabilita dall’art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, in relazione all’art. 92 dell’ordinamento giudiziario (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12), opera con riguardo alla fase a carattere sommario, intrinsecamente caratterizzata dal requisito dell’urgenza, mentre nella successiva fase a rito ordinario, compresa quella di impugnazione, ovvero nel caso in cui si proceda congiuntamente alla trattazione del merito, trova applicazione la regola generale della sospensione dei termini. Cass. 18 febbraio 2008, n. 3955; conforme Cass. 22 febbraio 2002, n. 2591; Cass. 13 ottobre 1999, n. 11517; Cass. 24 giugno 1995, n. 7200.

 

 

  1. Competenza.

 

 

2.1. Azioni possessorie e regolamento di competenza.

In tema di procedimenti possessori, il provvedimento con il quale il giudice adito (nel caso, ante causam) dichiari, nei limiti della cognizione sommaria della fase cautelare, la propria incompetenza sull’istanza di reintegrazione nel possesso (nel caso, affermando essere competente a provvedere il giudice di una causa pendente nel merito) non è soggetto ad impugnazione con regolamento di competenza, esperibile unicamente nei confronti di quei provvedimenti che - ancorchè privi della forma di sentenza - abbiano effetti sostanziali di carattere definitivo, bensì a reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., richiamato dal nuovo testo dell’art. 703, secondo comma, c.p.c. Cass. 10 marzo 2005, n. 5316.

 

In tema di procedimenti possessori, il provvedimento con il quale il tribunale dichiari, nei limiti della cognizione sommaria della fase cautelare, la propria competenza sull’istanza di reintegrazione del possesso, dando disposizioni sull’acquisizione di elementi di valutazione e di giudizio relativi alla situazione dei luoghi, non è soggetto ad impugnazione per regolamento di competenza, esperibile unicamente nei confronti di quei provvedimenti che, ancorché privi della forma di sentenza, abbiano effetti sostanziali di carattere definitivo, essendo invece previsto, avverso i provvedimenti temporanei ed urgenti che il giudice pronuncia al termine della fase a cognizione sommaria, anche per l’affermazione di competenza in essi contenuta, il reclamo di cui all’art. 669-terdecies c.p.c., richiamato dal nuovo testo dell’art. 703, secondo comma, c.p.c. Cass. 5 marzo 2002, n. 3188; conforme Cass. 7 marzo 1997, n. 2042.

 

Il provvedimento con il quale il pretore, adito, ai sensi dell’art. 704, secondo comma, c.p.c., in pendenza del giudizio petitorio per il rilascio di un immobile, abbia ordinato la reintegrazione nella detenzione qualificata dello stesso, con decreto reso inaudita altera parte (disponendo la comparizione delle parti innanzi a sé per la eventuale conferma, modifica o revoca del provvedimento), non è suscettibile di impugnazione per regolamento di competenza, ammissibile unicamente nei confronti di quei provvedimenti che, ancorché emessi in forma diversa dalla sentenza, abbiano effetti sostanziali di carattere definitivo. Cass. 24 agosto 1999, n. 8847.

 

A seguito dell’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990 (provvedimenti urgenti per il processo civile) e successive modificazioni, è inammissibile il ricorso per regolamento di competenza avverso l’ordinanza emessa dal tribunale in sede di reclamo, ai sensi dell’art. 669-terdecies, c.p.c. (nella specie, le sezioni unite della S.C. hanno dichiarato inammissibile il ricorso per regolamento di competenza proposto avverso l’ordinanza con la quale il tribunale aveva respinto il reclamo contro un provvedimento di reintegrazione di un lavoratore nel posto di lavoro, che il pretore aveva emesso ai sensi dell’art. 700 c.p.c., respingendo un’eccezione di incompetenza per territorio del giudice adito. Cass., Sez. Un., 25 ottobre 1996, n. 9337.

 

2.2. Competenza per territorio.

In tema di tutela possessoria, allorché si è in presenza di un’azione posta in essere in un dato luogo ma sviluppante i suoi effetti in un vasto territorio, l’unico criterio idoneo ad individuare il luogo dove è avvenuto il fatto denunciato, ai fini della determinazione della competenza per territorio, non è quello (o quelli) in cui si sono propagati gli effetti dannosi, ma esclusivamente quello nel quale è stata posta in essere la condotta umana che ha determinato gli effetti dannosi denunciati, e pertanto, se lo spoglio o la turbativa sono realizzati mediante emissione di onde che vanno a sovrapporsi o ad interferire nel canale di irradiazione di onde elettromagnetiche da altri posseduto, il fatto lesivo del possesso altrui, si localizza nel luogo dove è sito l’impianto che emette le onde disturbatrici e, quindi, nel caso di segnale ritrasmesso, in base al luogo dell’impianto ripetitore ovvero dell’impianto di origine, a seconda che, in ragione della frequenza in concreto utilizzata o dalla distanza dall’impianto, si attribuisca all’uno o all’altro la causa dei suddetti disturbi. Cass. 10 marzo 2005, n. 5317.

 

Per aversi la speciale competenza territoriale prevista dall’art. 21 c.p.c. - concernente il foro per le cause relative a diritti reali (e ad azioni possessorie) - non è sufficiente che la domanda attrice abbia una relazione giuridica, sia pure diretta ed immediata, con un immobile, ma occorre che si tratti di causa che possa veramente e rigorosamente considerarsi relativa a diritti reali su beni immobili. Cass. 21 novembre 1994, n. 9849.

 

In presenza di una azione posta in essere in un dato luogo, ma sviluppante i suoi effetti in un vasto territorio, l’unico criterio idoneo ad individuare il luogo nel quale è avvenuto il fatto denunciato, ai fini della determinazione del giudice territorialmente competente per la proposizione dell’azione possessoria, non è quello o quelli nei quali si sono propagati gli effetti dannosi, ma esclusivamente quello nel quale è stata posta in essere la condotta umana che ha determinato tali effetti dannosi, per cui, allorché lo spoglio o la turbativa sono realizzati mediante emissioni che vanno a sovrapporsi o ad interferire nel canale di irradiazione di onde elettromagnetiche da altri posseduto, il fatto lesivo del possesso altrui, cioè l’azione umana contro cui reagisce il soggetto che assume la lesione del suo possesso, si localizza nel luogo dove è sito l’impianto che emette le onde disturbatrici o spogliatrici, non già nel luogo o negli innumerevoli luoghi, nei quali tali onde, dopo la loro emissione, si propagano. Cass. 11 settembre 1991, n. 9511.

 

 

2.3. Competenza per materia.

In tema di azione possessoria, la domanda, pur dopo l’abrogazione dell’art. 8 c.p.c., resta attribuita, sia nella fase interdittale che nel successivo giudizio di merito, al giudice ordinario (giudice unico monocratico), e non può l’assunta presenza di un eventuale contratto di affitto di fondo rustico escludere la difesa del possesso, né mutare l’oggetto e la natura del giudizio possessorio. Cass. 15 luglio 2003, n. 11085.

 

L’art. 9 della legge 14 febbraio 1990, n. 29, che ha attribuito alla competenza della sezione specializzata agraria tutte le controversie nascenti da un contratto agrario, in precedenza ripartite tra la sezione specializzata ed il giudice del lavoro (art. 409, n. 2, c.p.c.), non si applica anche ai procedimenti possessori che, ai sensi dell’art. 8, comma secondo, c.p.c., rimangono affidati alla competenza per materia del giudice ordinario anche quando abbiano per oggetto un bene che fa parte del rapporto agrario, come è del resto confermato dall’art. 9 della legge 26 novembre 1990, n. 353. Cass. 29 ottobre 2001, n. 13399; conforme Cass. 12 ottobre 1995,n. 10635.

 

Il Pretore, esclusivamente competente ai sensi dell’art. 8 c.p.c. per le azioni possessorie, è competente altresì ad accertare e qualificare, incidenter tantum, il rapporto giuridico, anche se di natura agraria, esistente tra le parti, al fine di stabilire l’esistenza e l’estensione del possesso. Cass. 20 febbraio 1997, n. 1557.

 

Ai sensi dell’art. 703 c.p.c., sulla domanda di reintegrazione nel possesso il pretore competente per territorio ex art. 21 c.p.c. provvede ai sensi degli artt. 669-bis ss. Trib. Lecce, 24 settembre 1996.

 

 

  1. Procedimento possessorio.

 

 

3.1. Legittimazione processuale.

L’accertamento tendente ad identificare nel convenuto in reintegrazione l’autore dello spoglio, non riguarda una questione di legittimazione passiva, bensì una questione di identificazione del soggetto passivo del rapporto dedotto in giudizio, ossia di merito, in ordine alla quale la Corte di Cassazione esercita il controllo di legittimità con i relativi limiti. Cass. 5 maggio 1972, n. 1372.

 

La legittimazione ad causam costituisce una condizione della trattazione di merito, si risolve cioè nel potere di ottenere dal giudice la decisione di merito, sia essa favorevole o sfavorevole e, come tale, non può essere confusa con la titolarità attiva o passiva del rapporto giuridico che forma oggetto della controversia. Pertanto, quando il convenuto, con l’azione possessoria di reintegrazione, nega di essere l’autore dello spoglio e addita altri come tale, egli non propone una questione di legittimazione passiva in senso proprio, bensì una questione di identificazione del soggetto obbligato alla reintegrazione, cioè del soggetto passivo del rapporto dedotto in giudizio, cosicché la pronuncia che escludesse in lui la qualità di autore dello spoglio importerebbe il rigetto della domanda di reintegrazione. Cass. 22 aprile 1965, n. 712.

 

 

3.2. Legittimazione processuale del successore a titolo particolare.

Nel caso in cui il possesso sia passato dall’autore dello spoglio ad un avente causa nel corso del giudizio di reintegrazione, l’avente causa è legittimato passivo all’esecuzione forzata della sentenza pronunciata in detto giudizio, in quanto la sentenza è efficace nei suoi confronti a norma del quarto comma dell’art. 111 c.p.c. ed egli è il soggetto che può realizzare spontaneamente o, in difetto, subire l’attività oggetto dell’ esecuzione (cioè, a seconda del caso concreto, la riconsegna del bene o l’esecuzione del comportamento necessario a che il possesso sia ripristinato, consista esso nel non frapporre ostacoli al suo esercizio o nel realizzare le opere a ciò necessarie). Cass. 31 maggio 2005, n. 11583.

Al convenuto in sede possessoria è inibito agire in via petitoria ex art. 705 c.p.c., non soltanto nei confronti dell’attore del giudizio possessorio, ma anche nei confronti dei soggetti rimasti estranei a quel giudizio, tutte le volte in cui il diritto reale oggetto di accertamento in sede petitoria sia il medesimo per la tutela del cui possesso era stata proposta l’azione di reintegrazione o di manutenzione. App. Napoli, 6 aprile 2005.

 

Colui che abbia acquistato la proprietà ed il possesso di un bene da chi ne abbia spogliato il legittimo proprietario/possessore, pur potendo invocare la propria buona fede per estraneità allo spoglio ove sia convenuto in reintegrazione dallo spogliato successivamente all’avvenuto suo acquisto, non può invocare tale proprio stato soggettivo se, essendo già in corso il processo di reintegrazione, questo prosegua nei confronti del suo dante causa, a norma dell’art. 111 c.p.c., poiché in tale ipotesi la pronuncia contro la parte originaria, quale sostituto processuale, fa stato tanto nei confronti di questa, quanto nei confronti del successore a titolo particolare (nell’affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha ulteriormente precisato che, in caso contrario, il proprietario spogliato, che abbia ottenuto una sentenza favorevole, sarebbe esposto al rischio di restare privo della tutela esecutiva in conseguenza di maliziose manovre dello spoliante nei cui confronti sia intervenuta la sentenza di condanna). Cass. 14 giugno 2001, n. 8056.

 

 

3.3. Procedimento possessorio e la sua struttura: le iniziali incertezze della giurisprudenza di merito sulla applicabilità della normativa introdotta dagli artt. 669-bis ss. c.p.c.

Al procedimento possessorio non si applica la previsione contenuta nell’art. 669-novies c.p.c., secondo la quale il giudizio di merito deve essere introdotto a cura del ricorrente nel termine fissato dal provvedimento di accoglimento della domanda cautelare, in quanto il giudice, all’esito della fase sommaria, deve direttamente fissare l’udienza di trattazione. Trib. Napoli 2 luglio 2001.

 

Il procedimento possessorio si articola in due separate fasi, posto che il ricorso introduce sia la fase sommaria, che quella di merito, sicché al termine della prima fase il giudice deve emanare un’ordinanza con la quale accoglie o respinge la richiesta del ricorrente, senza condannare la parte soccombente alle spese del procedimento, e fissare un’udienza per la prosecuzione del giudizio di merito, che viene definito con sentenza soggetta alle impugnazioni ordinarie. Trib. Torino 14 febbraio 2001.

 

Per effetto della modifica dell’art. 703, comma 2, c.p.c., disposta dall’art. 77, l. 26 novembre 1990 n. 353, i procedimenti possessori si concludono all’esito di una cognizione sommaria con un’ordinanza che decide sul diritto alla conservazione dell’integrità del potere di fatto sulla cosa e che ha dunque natura sostanziale di sentenza idonea a passare in giudicato, con la conseguenza che il giudice deve dichiarare la inammissibilità della domanda volta alla trattazione del cosiddetto «merito possessorio». Pret. Ragusa, 13 gennaio 1999.

 

A seguito delle modifiche introdotte dalla l. 26 novembre 1990 n. 353, il giudizio possessorio si articola in una unica fase a cognizione sommaria. Pret. Ragusa, 8 marzo 1999.

 

La configurazione del procedimento possessorio come processo sommario monofasico, a tutela di una situazione fattuale di appartenenza, finalizzato all’adozione di un provvedimento immediatamente esecutivo ed insuscettibile di passare in giudicato, consente di escludere la necessità di fissare il predetto termine tanto nel caso di rigetto quanto nel caso di accoglimento del ricorso; del resto, ogni esigenza di ulteriore tutela processuale delle parti nell’ambito del procedimento possessorio, risulta adeguatamente garantita mediante la facoltà di proporre reclamo sia contro il provvedimento di accoglimento sia contro quello di rigetto della domanda formulata ex art. 703 c.p.c. ovvero di proporre appello contro un provvedimento decisorio avente sostanzialmente natura di sentenza. Pret. Milano, 22 aprile 1999.

 

È inammissibile nel procedimento possessorio la domanda volta alla prosecuzione del giudizio sul merito possessorio e la domanda di risarcimento del danno secondo il rito ordinario di cognizione poiché la relativa tutela con l’emanazione dell’ordinanza interdittale termina con la fase sommaria. Pret. Napoli, 20 marzo 1998.

 

Il procedimento possessorio si esaurisce con l’ordinanza resa all’esito dell’unica fase sommaria. Pret. Nola, 17 luglio 1999.

 

Anche dopo la «novella» del 1990 il procedimento possessorio davanti al pretore non si esaurisce con l’emissione dell’ordinanza che dispone o nega l’immediata reintegra, e si articola in due fasi - una sommaria e l’altra di cognizione piena, sul «merito possessorio» -ancorché le due fasi siano decise in processi distinti, il secondo dei quali va introdotto nel termine di cui all’art. 669-octies c.p.c. Trib. Palermo, 9 maggio 1997.

 

Anche con l’entrata in vigore del nuovo processo cautelare uniforme il giudizio sul merito possessorio, da svolgersi a cognizione piena, è ammissibile tanto in ipotesi di accoglimento quanto in caso di rigetto del ricorso introduttivo, a seguito della fase sommaria. Pret. Bologna, 28 maggio 1997.

 

Il procedimento possessorio ha carattere sommario - incapace di sfociare in un provvedimento di merito a cognizione piena, con attitudine al giudicato - e si conclude con ordinanza di rigetto o di accoglimento reclamabile ex art. 669-terdecies c.p.c. Trib. Napoli, 20 giugno 1996.

Il giudizio possessorio ha natura di processo sommario, a carattere esecutivo, destinato a svolgersi in un’unica fase nelle forme stabilite dagli artt. 669-bis e ss. c.p.c.; conseguentemente, l’accoglimento dell’azione possessoria non comporta la necessità di fissare il termine per l’inizio del giudizio di merito. Pret. Varese, 29 novembre 1995.

 

3.4. Fase interdittale e giudizio di merito: la giurisprudenza della S.C. e limiti di applicabilità degli artt. 669-bis e ss.

In tema di giudizi possessori, a seguito della riforma realizzata dalla l. 14 maggio 2005 n. 80, la fase del merito possessorio costituisce una prosecuzione della fase sommaria e non un giudizio nuovo, in quanto il comma 4 dell’art. 703 c.p.c. fa espressamente riferimento alla prosecuzione e non all’inizio di una causa di merito, a differenza dell’art. 669 octies c.p.c.: di conseguenza gli atti introduttivi del giudizio - che si struttura in una fase sommaria e in una eventuale fase di merito a cognizione piena - sono quelli con cui si apre la fase sommaria e non è necessaria una nuova costituzione delle parti nella eventuale fase di merito, deputata essenzialmente all’approfondimento delle questioni di rito e di merito già emerse nella fase sommaria e, se necessario, allo svolgimento di ulteriore attività istruttoria mentre “petitum” e “causa petendi” si definiscono con gli atti introduttivi. Trib. Lecco, 11 maggio 2010.

 

La definizione della fase sommaria intrapresa ex art. 1168, c.c., impone la statuizione anche sulla liquidazione delle spese di lite, atteso che a seguito dell’entrata in vigore l’1 marzo 2006 del nuovo art. 703, c.p.c., la prosecuzione del giudizio di merito è solo eventuale, in quanto subordinata alla presentazione di un’apposita istanza nel termine perentorio di sessanta giorni dalla comunicazione del provvedimento che decide il reclamo o dell’ordinanza del giudice monocratico ove non reclamata. Il provvedimento di chiusura della fase sommaria potrebbe perciò definire il giudizio possessorio. Tale scelta manifesta infatti l’intento del legislatore di configurare il processo possessorio nella fase sommaria quale procedimento ”autonomo” e comunque, ben distinto dal successivo ed eventuale giudizio di merito. Nell’ottica di questa “autonomia”, l’ordinanza conclusiva della fase sommaria acquista allora natura potenzialmente “definitiva” tanto da imporre - come per tutti i provvedimenti definitivi del giudizio - la pronuncia sulla condanna al pagamento delle spese di lite ai sensi dell’art. 91, c.p.c. Trib. Bari, 22 ottobre 2009.

 

Il procedimento possessorio,pur essendo caratterizzato da una fase sommaria - che si conclude con la emanazione o il diniego della tutela interdittale - e da quella successiva relativa al merito, ha conservato, anche dopo la novella di cui alla legge 353/1990, struttura unitaria, sicché con l’ordinanza conclusiva della fase sommaria, il giudice deve fissare l’udienza per la prosecuzione dinanzi a sé del giudizio relativamente alla fase di merito; peraltro, qualora invece il giudice abbia erroneamente assegnato un termine per la proposizione del giudizio di merito, l’atto di impulso di parte non dà luogo a un nuovo procedimento ma alla riassunzione di quello instaurato con il ricorso introduttivo, definito soltanto nella prima fase ed ancora pendente, perché non esaurito. Cass. 20 gennaio 2005, n. 1142.

 

Nonostante il procedimento possessorio abbia struttura bifasica, il provvedimento di reintegra nel possesso disposto dal giudice all’esito della fase interdittale - qualora non fissi il termine per introdurre la successiva fase di merito e contestualmente liquidi le spese - ha, ancorché emesso con la forma dell’ordinanza natura di sentenza, in quanto definisce il giudizio, e pertanto non è suscettibile di reclamo ma di ordinaria impugnazione con appello. Cass. 15 aprile 2004, n. 7155.

 

Il provvedimento con cui il pretore, a conclusione della fase cosiddetta interdittale, abbia respinto o accolto il ricorso possessorio senza rimettere le parti davanti a sé per la trattazione della causa di merito, così concludendo definitivamente il giudizio e pronunciando sulle spese del procedimento, ha natura di sentenza indipendentemente dalla diversa definizione (in particolare, di ordinanza) datagli dal giudice, e quindi è impugnabile mediante appello; analoga qualificazione di sentenza, ricorribile per cassazione, va attribuita, a prescindere dalla denominazione datagli, al provvedimento con cui il tribunale provveda sul reclamo - erroneamente proposto contro una siffatta sentenza del pretore - definendo la causa possessoria e provvedendo, altresì, sulle spese. (Nella fattispecie la S.C., sulla base dei principi di cui in massima, ha cassato senza rinvio l’ulteriore sentenza pronunciata dal tribunale sull’appello, introdotto con citazione, avverso il provvedimento pretorile, essendosi formato il giudicato interno a seguito della omessa tempestiva impugnazione per cassazione della precedente ordinanza, avente però valore di sentenza, adottata dallo stesso tribunale sul reclamo avverso il medesimo provvedimento pretorile). Cass. 14 aprile 2004, n. 7076.

 

Nonostante il procedimento possessorio abbia struttura bifasica, il provvedimento con cui il giudice, a conclusione della fase cosiddetta interdittale, abbia (accolto o) respinto il ricorso possessorio senza rimettere le parti davanti a sé per la trattazione della causa di merito, così concludendo definitivamente il giudizio, ha natura di sentenza, indipendentemente dalla diversa definizione (in particolare di ordinanza) datagli dal giudice, ed è quindi impugnabile mediante appello. Cass., Sez. Un., 29 dicembre 2004, n. 24071.

 

In materia di procedimento possessorio, nel quale il giudizio di merito è da ritenersi instaurato a decorrere dal deposito del ricorso introduttivo, è inapplicabile l’art. 669-novies c.p.c., sanzionante l’inefficacia del provvedimento cautelare ove il procedimento di merito non venga iniziato nel termine perentorio fissato dal giudice, e pertanto è da escludere che tale inattività conduca alla perdita di efficacia dell’ordinanza di reintegrazione emesso nella fase interdittale, a nulla rilevando che, a chiusura di detta fase, il giudice abbia anche fissato, erroneamente, il termine per l’inizio della causa di merito, anziché l’udienza per la trattazione, dinanzi a sé, della causa già pendente. Cass. 30 maggio 2003, n. 8766.

 

In materia di procedimento possessorio, il provvedimento emesso a chiusura della fase interdittale, con il quale (seppure erroneamente, stante la non estensibilità, al procedimento possessorio, di una norma quale quella di cui all’art. 669-novies c.p.c., dettata in tema di procedimenti cautelari) il giudice si limiti a fissare il termine per l’inizio della causa di merito e non fissi l’udienza per la trattazione della causa di merito innanzi a sé, va qualificato come ordinanza interdittale, posto che, rispetto alla sua possibile qualificazione in termini di sentenza concludente l’intero processo, si rende inconciliabile l’avvenuta fissazione di un tal termine. Dalla ricordata inapplicabilità dell’art. 669-octies c.p.c., conseguono anche quella dell’art. 669-novies c.p.c., (sanzionante con l’inefficacia dell’ordinanza, la mancata riassunzione nel termine fissato) nonché l’improponibilità - rilevabile anche d’ufficio in sede di legittimità - dell’eventuale domanda diretta ad ottenere la declaratoria di inefficacia del provvedimento interdittale. In tali casi - peraltro - la mancata fissazione dell’udienza per la trattazione della causa di merito si rende nondimeno rimediabile attraverso l’adozione di un provvedimento integrativo dell’ordinanza, da emettersi, su istanza di parte o anche d’ufficio, da parte dello stesso giudice, nel termine perentorio di cui all’art. 289 c.p.c., da ritenersi applicabile alla fattispecie in via analogica. Cass. 30 agosto 2002, n. 12702.

 

Al procedimento possessorio non si applica la previsione contenuta nell’art. 669-novies c.p.c., secondo la quale il giudizio di merito deve essere introdotto a cura del ricorrente nel termine fissato dal provvedimento di accoglimento della domanda cautelare, in quanto il giudice, all’esito della fase sommaria, deve direttamente fissare l’udienza di trattazione. Trib. Napoli, 2 luglio 2001.

 

Il procedimento possessorio, sulla cui struttura non hanno inciso le modificazioni introdotte dalla l. n. 353 del 1990, ed, in particolare, la nuova formulazione dell’art. 703 c.p.c., è tuttora caratterizzato da una duplicità di fasi, la prima delle quali, di natura sommaria, si conclude con ordinanza reclamabile, e non ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost., avuto riguardo al carattere non decisorio, né definitivo della stessa, mentre la seconda fase, a cognizione piena, si conclude con un provvedimento che, definendo l’intero processo possessorio, si configura come sentenza, come tale, impugnabile con il rimedio dell’appello. Peraltro, ove nei confronti di tale provvedimento sia proposto, ed esaminato nel merito, il reclamo, anziché l’appello, anche la relativa statuizione va qualificata come sentenza, indipendentemente dalla forma adottata, con la conseguenza della ricorribilità di tale provvedimento per cassazione. Ove, peraltro, il provvedimento stesso, qualificato dal collegio decidente come ordinanza, risulti, in quanto tale, a norma dell’art. 134 c.p.c., sottoscritto solo dal Presidente (non estensore), e non anche dal giudice estensore, come, invece, stabilito per le sentenze dall’art. 132 del codice di rito, esso, pur dovendo comunque essere definito come sentenza, tenuto conto della sua natura sostanziale - restandone, pertanto, esclusa la inesistenza giuridica - deve essere dichiarato nullo ex art. 161 c.p.c., e rinviato al tribunale per la pronuncia sull’appello, ove l’originario reclamo sia in questo convertibile per il fatto di possederne i requisiti (la relativa indagine spettando alla Corte di cassazione). Qualora, invece, manchino i presupposti della conversione, deve essere dichiarato inammissibile il rimedio esperito e cassato senza rinvio la decisione del tribunale che sul reclamo si sia pronunciata. Alla medesima conclusione la Corte di legittimità deve pervenire nella ipotesi in cui il provvedimento impugnato sia firmato anche dal giudice estensore, ove valuti la insussistenza dei presupposti della conversione, essendo, al contrario, tenuta a decidere il ricorso in caso di esito positivo di detta indagine. Cass. 22 gennaio 2000, n. 700.

 

Il provvedimento di reintegra nel possesso, disposto dal giudice all’esito della fase interdittale senza fissare il termine per introdurre la successiva fase di merito, e contestualmente liquidando le spese, ha natura di sentenza, ancorché emesso con la forma di ordinanza e, pertanto, una successiva correzione di tale provvedimento rientra nell’art. 287 c.p.c. E detto provvedimento, non avendo in sé natura decisoria, non è impugnabile né con i mezzi ordinari, né ai sensi dell’art. 111 Costituzione. Cass. 22 settembre 2000, n. 12562.

 

Il provvedimento con cui il pretore a conclusione della fase cosiddetta interdittale abbia respinto o accolto il ricorso possessorio, senza rimettere le parti innanzi a sé per la trattazione nella causa di merito, così concludendo definitivamente il giudizio e condannando anche la parte soccombente alle spese del procedimento, ha natura di sentenza indipendentemente dalla diversa definizione (in particolare, di ordinanza) datagli dal giudice, e quindi è impugnabile con l’appello; analoga qualificazione va attribuita, a prescindere dalla denominazione datagli, al provvedimento con cui il tribunale provveda sul reclamo (erroneamente) proposto contro una siffatta sentenza del pretore, qualora a sua volta provveda definitivamente sulla causa possessoria, condannando altresì una parte al rimborso delle spese del giudizio. (Nella specie, la S.C., investita di ricorso contro il provvedimento del tribunale, ne ha ritenuto l’ammissibilità, ma ha annullato senza rinvio detto provvedimento in considerazione della sua inesistenza giuridica per vizio di sottoscrizione e della tardività dell’impugnazione proposta davanti al tribunale, quindi non convertibile in appello). Cass., Sez. Un., 20 luglio 1999, n. 480.

 

Anche alla luce della nuova formulazione dell’art. 703 c.p.c., il procedimento possessorio resta caratterizzato da due fasi, una a cognizione sommaria, che si conclude con ordinanza, prevedente anche la fissazione dell’udienza per la successiva fase di merito, e l’altra a cognizione piena, destinata a concludersi con sentenza soggetta agli ordinari mezzi di impugnazione; ne consegue che, ove il giudice adito con ricorso ex art. 703 c.p.c. concluda il procedimento possessorio con ordinanza, ma provvedendo anche al regolamento delle spese processuali e senza fissare l’udienza di prosecuzione per il merito, il provvedimento adottato ha natura sostanziale di sentenza ed è impugnabile con l’appello, non reclamabile ai sensi dell’art. 669-terdecies. Cass. 4 febbraio 1999, n. 981.

 

Le due fasi in cui si articola il procedimento possessorio, quella sommaria diretta a comporre provvisoriamente la controversia con l’emanazione di provvedimenti immediati richiesti dall’urgenza del caso e quella di trattazione del merito che si svolge nelle forme di un ordinario giudizio contenzioso, per culminare nella sentenza che definisce la controversia, non essendo legate da un nesso di successione necessaria ben possono essere unificate con il conseguente carattere definitivo del provvedimento conclusivo impugnabile pertanto con il conseguente carattere definitivo del provvedimento conclusivo impugnabile pertanto con l’appello. Cass. 25 marzo 1999, n. 2841.

 

La nuova formulazione dell’art. 703 c.p.c. non ha modificato la originaria natura del procedimento possessorio, caratterizzato, ancor oggi, da una struttura bifasica, la prima (dal carattere sommario) limitata all’emanazione, con ordinanza, dei provvedimenti interdittali immediatamente necessari, la seconda (a cognizione piena) avente ad oggetto il merito della pretesa possessoria, da concludersi con sentenza soggetta all’ordinario regime delle impugnazioni, non assumendo rilievo, in contrario, il testuale rinvio agli artt. 669-bis e ss. contenuto nel secondo comma dell’art. 703 c.p.c. (previsto al solo scopo di consentire l’estensione delle norme sui procedimenti cautelari a quelli possessori esclusivamente entro i limiti consentiti dalle caratteristiche e dalla natura di questi ultimi), così che, concesse o negate dal Pretore -con ordinanza- le misure interdittali, il giudizio deve proseguire innanzi allo stesso giudice all’udienza da questi all’uopo fissata, per l’esame del merito della pretesa possessoria e dell’eventuale domanda accessoria di risarcimento del danno, restando estranea al delineato schema procedimentale la introduzione di una fase di merito mediante la notifica di una nuova citazione ai sensi dell’art. 669-octies dello stesso codice. Cass., Sez. Un., 24 febbraio 1998, n. 1984.

 

Il procedimento delle azioni di reintegrazione e manutenzione del possesso si svolge attraverso una duplice fase: la prima, di natura sommaria (o cautelare), avente ad oggetto l’emanazione dei provvedimenti immediati; la seconda, che si risolve in un ordinario giudizio di merito, diretto, mediante la decisione definitiva della controversia, ad attuare nella sua pienezza e stabilità la tutela possessoria. Cass. 5 luglio 1997, n. 6093.

 

 

3.5. Attività istruttoria nell’ambito del procedimento.

 

3.5.1. Prova documentale e la delibazione dei titoli.

Nel giudizio possessorio, quando è fornita la prova del possesso di colui che sostiene di essere stato molestato, l’esame dei titoli può essere consentito soltanto ad colorandam possessionem, cioè al solo fine di individuare il diritto al cui esercizio corrisponde il possesso o di determinare meglio i contorni del possesso già altrimenti dimostrato. Cass. 22 febbraio 2011, n. 4279, conforme Cass. 27 dicembre 2004, n. 24026.

 

Nel procedimento possessorio, la sentenza che definisce il giudizio a cognizione piena può basarsi esclusivamente sugli elementi raccolti nella fase di cognizione sommaria, allorché consentano di decidere la causa, in quanto idonei a fondare, in sede di decisione, il libero convincimento del giudice. Ciò premesso, deve rilevarsi che dalla natura possessoria del presente procedimento, discende l’irrilevanza della prova del titolo di proprietà e delle relative quote, in quanto, in sede possessoria rileva non già lo “ius possidendi”, sebbene lo ius possessionis, inteso quale situazione di fatto “corrispondente” all’esercizio del diritto di proprietà o di altro diritto reale Trib. Bari, 25 ottobre 2010.

 

Il procedimento possessorio, pur dopo la riforma della procedura civile attuata con la l. 26 novembre 1990 n. 353, rimane un procedimento a struttura bifasica, constando tuttora di una fase sommaria e di una di merito, introdotte entrambe dall’unica domanda iniziale al pretore, dovendosi leggere in senso selettivo - rispetto alle sole norme compatibili (ivi inclusa quella del reclamo, ormai generalizzato per effetto di pronunce della Corte) - il richiamo al procedimento cautelare uniforme contenuto nell’art. 703, comma 2, c.p.c.; pertanto, secondo tale interpretazione si rivela manifestamente infondata la questione di costituzionalità dedotta contro la norma su indicata per violazione dell’art. 24 Cost. Corte cost., 16 aprile 1998, n. 126.

 

In tema di reintegrazione del possesso, il detentore qualificato o autonomo che proponga azione di spoglio non invoca a suo favore un semplice rapporto di fatto con il bene, bensì un titolo che lo legittima alla detenzione nel proprio interesse; ne consegue che egli deve provare l’esistenza del titolo posto a base dell’allegata detenzione e che il giudice deve verificare la sussistenza, la validità ed efficacia del rapporto dedotto. Cass. 4 maggio 2005, n. 9226.

 

Al fine di qualificare una situazione di fatto accertata e di individuare il diritto al cui esercizio corrisponde il possesso, (cioè ad colorandam possessionem), è consentita l’utilizzazione del titolo che giustifica l’esercizio del possesso (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che il giudice del merito, nel ritenere integrato lo spoglio in virtù dell’opposizione di una sbarra a chiusura dell’accesso di una strada, avesse correttamente disposto la reintegra nel compossesso della strada anziché nel possesso di una servitù di passaggio, essendo rimasto accertato che uno degli attori ne era comproprietario e l’altro mero conduttore). Cass. 11 febbraio 2005, n. 2762.

 

Quando nel giudizio possessorio è fornita la prova del possesso di colui che sostiene di essere stato molestato, l’esame dei titoli può essere consentito solo ad colorandam possessionem, cioè al solo fine di individuare il diritto al cui esercizio corrisponde il possesso o comunque di determinare meglio i contorni del possesso già altrimenti dimostrato, e non anche per ricavare la prova del possesso dal regime legale o convenzionale del diritto reale corrispondente, né per escludere l’esistenza del già accertato potere di fatto. Cass. 27 dicembre 2004, n. 24026.

 

L’acquirente di bene immobile che, anziché agire in via petitoria a tutela del diritto asseritamente violato, intende avvalersi della tutela possessoria è tenuto, in caso di contestazione da parte del convenuto, a fornire la prova del concreto esercizio del proprio possesso sul bene medesimo, risultando a tale fine inidonea la mera produzione in giudizio del titolo di acquisto, che vale soltanto a rafforzare ad colorandam possessionem la prova stessa. Cass. 23 marzo 2004, n. 5760.

 

Quando nel giudizio possessorio sia stata fornita la prova del possesso di colui che sostiene di essere stato molestato, l’esame dei titoli può essere consentito solo ad colorandam possessionem, cioè al solo fine di individuare il diritto al cui esercizio corrisponde il possesso, o comunque di determinare meglio i contorni del possesso già altrimenti dimostrato, ma non per ricavare la prova del possesso dal regime legale o convenzionale del diritto reale corrispondente né per escludere l’esistenza del già accertato potere di fatto. Cass. 2 marzo 1998, n. 2262.

 

Qualora sia stata proposta azione di reintegrazione nel possesso allegandosi dall’attore la propria situazione di detentore qualificato del bene in ordine al quale si assume essere avvenuto il denunziato spoglio, il giudice del merito a fronte della contestazione del convenuto, deve verificare il titolo della pretesa detenzione, ponendo a carico dell’attore il relativo onere della prova, e verificare la sussistenza, la validità e l’efficacia del rapporto dedotto. Cass. 22 ottobre 1998, n. 10477.

 

Nei giudizi possessori non è vietato valutare, insieme alle altre risultanze istruttorie, i titoli prodotti dalle parti, allo scopo di accertare la natura e i limiti del possesso tutelabile (ad colorandam possessionem) e, in particolare, l’epoca in cui si é costituita la situazione possessoria vantata dal ricorrente (nella specie il giudice di merito, ai fini della decisione confermata dalla S.C., aveva preso in esame un contratto preliminare di vendita, la cui clausola relativa all’epoca per cui era stata pattuita la cessione del possesso al promittente acquirente era stata valutata, insieme alle risultanze della prova testimoniale, quale elemento di prova del fatto che lo stesso promittente acquirente aveva già conseguito il possesso del bene al momento in cui un terzo, secondo il suo assunto, aveva posto in atto la lesione possessoria). Cass. 14 dicembre 1994, n. 10708.

 

Nel procedimento possessorio la funzione dei documenti è quella di suffragare, mediante la prova dello stato di diritto, una già delineata situazione di fatto, sicché se questa viene esclusa, non giova invocare una risultanza documentale lamentandone l’esame da parte del giudice del merito, perché tale risultanza non può comunque indurre a una soluzione diversa da quella adottata. Cass. 28 febbraio 1986, n. 1291.

 

Nel procedimento possessorio la funzione dei documenti (nella specie: estratto catastale e nota di trascrizione) è di suffragare, mediante lo stato di diritto, una già delineata situazione di fatto. Pertanto, se quest’ultima viene negata, non giova invocare una risultanza documentale lamentandone l’omesso esame da parte del giudice del merito, perché tale risultanza non può comunque indurre ad una soluzione diversa da quella adottata. Cass. 15 aprile 1982, n. 2275.

 

 

3.5.2. Sommarie informazioni testimoniali.

Laddove nella fase cautelare del procedimento monitorio le sommarie informazioni, nel rispetto del principio del contraddittorio tra le parti, siano assistite dalla prestazione da parte dei testi della formula di impegno a dire la verità sono pienamente recuperabili nella fase di discussione di cd. “merito” possessorio. Appaiono dunque ultronee e superflue ulteriori richieste delle parti e ciò in considerazione della circostanza che la già espletata istruttoria nella fase cautelare ha consentito di effettuare tutti i presupposti necessari per il giudizio possessorio e quindi la causa può essere subito rimessa in decisione per il merito. Trib. Sulmona, 27 novembre 2009.

 

Nei procedimenti possessori, come in quelli di denuncia di nuova opera e di danno temuto, le sommarie informazioni fornite informalmente dai testi non sotto il vincolo del giuramento nella prima fase del giudizio ai sensi dell’art. 689 primo comma, c.p.c., pur non costituendo prova testimoniale in senso tecnico e proprio, sono idonee a fornire elementi indiziari liberamente valutabili dal giudice in sede di decisione nel merito. Cass. 11 dicembre 2004, n. 21417.

 

Nel procedimento possessorio, le sommarie informazioni non possono essere considerate prove in senso tecnico, né sono assimilabili alle testimonianze, ammesse e prestate sotto giuramento, esprimendo solamente un valore indiziario. Cass. 28 maggio 2003, n. 8522.

 

Nei procedimenti possessori, come in quelli di denuncia di nuova opera e di danno temuto, le sommarie informazioni fornite informalmente dai testi non sotto il vincolo del giuramento nella prima fase del giudizio ai sensi dell’art. 689 comma 1 c.p.c., pur non costituendo prova testimoniale in senso tecnico e proprio, sono idonee a fornire elementi indiziari liberamente valutabili dal giudice in sede di decisione del merito. Cass. 25 settembre 1991, n. 10011.

 

L’audizione di testimoni da parte del pretore nella prima fase del procedimento possessorio, ai sensi del terzo comma dell’art. 689 c.c., non preclude l’ammissione di prova testimoniale sulle stesse circostanze nella successiva fase di merito, nella quale la parte deve fornire la prova del proprio diritto, tenuto conto della funzione della detta audizione, che è strumentale all’adozione di provvedimenti immediati, nonché delle sue peculiari caratteristiche (assenza di giuramento, mancata predisposizione di capitoli separati e specifici, interrogatorio diretto sul luogo). Cass. 24 agosto 1990, n. 8676.

 

Le dichiarazioni assunte dal pretore nella prima fase del procedimento possessorio come semplici informazioni e senza l’osservanza delle forme di cui all’artt. 244 ss. c.p.c. non possono essere considerate, per il loro carattere di sommarietà ed informalità, prove testimoniali vere e proprie e, pertanto, non sono preclusive dell’ammissione nella fase di cognizione piena, anche in grado d’appello, di una prova testimoniale sulle stesse circostanze. Detta preclusione si verifica, invece, quando il pretore, ai sensi del comma 3 dell’art. 689 c.p.c., abbia sentito sotto il vincolo del giuramento i testimoni indicati dalle parti sulle circostanze indicate nel ricorso. Cass. 9 giugno 1986, n. 3820.

Le dichiarazioni assunte dal pretore nella prima fase del procedimento possessorio come semplici informazioni e senza l’osservanza delle forme di cui agli artt. 244 e ss. c.p.c. non possono essere considerate, per il loro carattere di sommarietà ed informalità, prove testimoniali vere e proprie e, pertanto, non sono preclusive dell’ammissione nella fase di cognitio plena, anche in grado d’appello, di una prova testimoniale sulle stesse circostanze. Cass. 29 marzo 1982, n. 1955.

 

Nei procedimenti possessori le sommarie informazioni di cui al comma 1 dell’art. 689 c.p.c. ivi comprese eventuali indicazioni date informalmente dei testi presentati dalle parti o trovati sul posto non sono preclusive, dato il loro valore indiziario, della ammissione in grado di appello della prova per testi sulle successive circostanze. Detta preclusione si verifica, invece, quando il pretore, ai sensi del comma 3 dell’articolo citato, abbia sentito sotto il vincolo del giuramento i testimoni indicati dalle parti sulle circostanze dettate nel ricorso. Cass. 17 febbraio 1981, n. 962.

 

 

3.5.3. Prova testimoniale.

In tema di azioni possessorie, la prova per testimoni del possesso, consistendo questo in una relazione materiale tra chi se ne assuma titolare e la cosa, può riguardare solo l’attività attraverso la quale il possesso si manifesta, non già il risultato del suo esercizio nel quale il possesso stesso si identifica, e ciò in applicazione della regola fondamentale secondo la quale la prova testimoniale deve avere ad oggetto non apprezzamenti o giudizi, ma fatti obiettivi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito che, in un’azione di manutenzione, aveva ritenuto inammissibile la prova testimoniale del possesso per essere stato il relativo capitolo di prova formulato dal ricorrente nel modo seguente. Vero che. unendo il proprio possesso a quello dei loro danti causa, sono compossessori da oltre un ventennio in modo continuo, pubblico, pacifico, non equivoco ed esclusivo dei sottodescritti immobili»). Cass. 18 febbraio 2000, n. 1824.

 

In sede di merito possessorio non è vietato al giudice riascoltare i testi già sentiti, anche sotto giuramento, durante la fase interdittale. Cass. 22 luglio 1999, n. 7887.

 

Le prove raccolte in un giudizio possessorio di natura sommaria sono utilizzabili dal giudice del petitorio, instaurato tra le stesse parti, se la loro assunzione è avvenuta nel rispetto delle regole di ammissione e assunzione dettate in via generale per il processo ordinario di cognizione. Trib. Paola, 25 febbraio 1998.

 

 

3.6. Prova del possesso e della lesione possessoria.

 

 

3.6.1. Prova dell’animus spoliandi.

L’animus spoliandi può ritenersi insito nel fatto stesso di privare del godimento della cosa il possessore contro la sua volontà, espressa o tacita, indipendentemente dalla convinzione dell’agente di operare secondo diritto ovvero di ripristinare la corrispondenza tra situazione di fatto e situazione di diritto, mentre la volontà contraria allo spoglio da parte del possessore può essere esclusa soltanto da circostanze univoche ed incompatibili con l’intento di contrastare il fatto illecito come il suo consenso, l’onere della cui prova grava sul soggetto autore dello spoglio medesimo. Cass. 22 giugno 2000, n. 8486.

 

 

3.6.2. Prova ed esistenza del titolo.

In tema di azioni di difesa del possesso, la prova del possesso della cosa che forma oggetto dello spoglio o della turbativa non può desumersi dal titolo da cui deriva il diritto di proprietà o altro diritto reale, perché l’esame del titolo non consente di sopperire alla mancanza di prova circa l’effettivo esercizio del possesso. Trib. Grosseto, 16 ottobre 2000.

 

Costituisce prova presuntiva del compossesso di un muro, ai fini della tutela possessoria, l’accertata funzione divisoria di esso, e pertanto nel relativo giudizio, a differenza di quello petitorio, è irrilevante la prova contraria per accertare se invece, a titolo originario o derivativo, la proprietà immobiliare del muro è esclusiva. Cass. 27 novembre 1999, n. 13275.

 

Il soggetto che fa valere in sede possessoria, al fine di conseguire la reintegrazione del possesso, non già il pregresso esercizio da parte sua di un potere di fatto sulla cosa corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà o di un altro diritto reale, ma un potere di fatto accompagnato dal riconoscimento di una prevalente situazione giuridica altrui, e cioè la detenzione e non già il possesso della cosa, ha l’onere non solo di specificare, ma anche di provare il titolo in base al quale esercitava il potere sul bene. Infatti l’art. 1168 c.c. tutela solo la detenzione qualificata, quella cioé in cui il rapporto di fatto con la cosa é in funzione dell’interesse del detentore, quale mezzo per l’esercizio di un suo diritto, mentre, nel caso di detenzione per ragioni di servizio o di ospitalità, la norma riconosce al solo possessore di conseguire la reintegrazione. Né può rilevare la dedotta sopravvenienza nel corso del giudizio di una situazione pienamente possessoria, in mancanza della prova della interversione del possesso ai sensi dell’art. 1141 c.c. (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, che, valorizzando la presunta esistenza di una prova del possesso da parte dell’attore, aveva accolto l’azione di spoglio da lui proposta, benché inizialmente lo stesso avesse precisato di fruire del bene quale conduttore). Cass. 1° luglio 1996, n. 5952.

 

La posizione lato sensu possessoria del soggetto che si qualifichi detentore non ha un’estensione oggettiva, autonoma e indipendente rispetto al vincolo obbligatorio dal quale essa deriva e che ne concreta e delimita il fondamento. Pertanto qualora un soggetto promuova azione di reintegrazione allegando la propria qualità di detentore qualificato della cosa in virtù di contratto di locazione intercorso con il preteso spoliante, il giudice di merito di fronte alla contestazione del convenuto non può ritenere irrilevante l’accertamento del rapporto contrattuale ma deve necessariamente accertarne, al fine di decidere in ordine alla pretesa possessoria, la sussistenza, la validità, l’efficacia e le particolari connotazioni, ponendo l’onere della relativa prova a carico del ricorrente ai sensi dell’art. 2697, comma 1, c.c. Cass. 17 giugno 1996, n. 5555.

 

 

Il titolo di proprietà, oltre che ad colorandam possessionem, può assurgere a prova del conseguimento del possesso, qualora il giudice ravvisi nelle clausole contrattuali una volontà delle parti diretta anche al riconoscimento del fatto storico dell’avvenuta traditio. Pret. Roma, 22 febbraio 1985.

 

 

3.6.3. Eccezione feci sed iure feci.

L’ eccezione “ feci, sed iure feci “, è ammessa in sede possessoria se investe non già lo “ius possidendi”, ma lo “ius possessionis”, dovendo consistere nella deduzione non di un diritto, ma di un altro possesso, incompatibile con quello vantato dall’attore, in quanto lo esclude, lo comprime o lo limita. In altri termini, tale eccezione deve ritenersi ammissibile se il convenuto tenda a dimostrare di aver agito nell’ambito della sua relazione di fatto, esclusiva o comune, con il bene, mentre deve riconoscersi inammissibile se il convenuto miri a far accertare il suo diritto sul bene medesimo, non potendo essere desunta in sede possessoria la prova del possesso del regime legale o convenzionale del corrispondente diritto reale e occorrendo, invece, dimostrare l’esercizio di fatto del vantato possesso indipendentemente dal titolo. Trib. Salerno, 31 marzo 2008.

 

L’ eccezione feci, sed iure feci è ammessa in sede possessoria se investe non lo ius possidendi, ma lo ius possessionis, dovendo consistere nella deduzione non già di un diritto, bensì di un altro possesso, incompatibile con quello vantato dall’attore, in quanto lo esclude (se esercitato a titolo di proprietà piena) oppure lo comprime o lo limita (se esercitato a titolo di comproprietà o di diritto reale di godimento). Trib. Trani, 16 ottobre 2008.

 

Nelle azioni possessorie, l’eccezione feci sed iure feci sollevata dal convenuto che deduca di essere compossessore della cosa rende necessario l’esame del titolo, per stabilire, sia pure ad colorandam possessionem, l’esistenza e l’estensione del titolo che si allega. Pertanto, tale eccezione deve ritenersi ammissibile se il convenuto tenda a dimostrare di aver agito nell’ambito della sua relazione di fatto, esclusiva o comune, con il bene, mentre deve ritenersi inammissibile se il convenuto miri a far accertare il suo diritto sul bene medesimo, non potendo la prova del possesso essere in sede di procedimento possessorio desunta dal regime legale o convenzionale del corrispondente diritto reale, occorrendo viceversa dimostrare l’esercizio di fatto del vantato possesso indipendentemente dal titolo. (Nell’affermare il principio di diritto che precede, la S.C., ha altresì precisato che esso deve considerarsi applicabile anche successivamente alla declaratoria di parziale incostituzionalità dell’art. 705 c.p.c., giacché il convenuto in giudizio possessorio può opporre le sue ragioni solo quando dalla esecuzione della decisione sulla domanda possessoria potrebbe derivargli un danno irreparabile, e sempre che l’eccezione sia finalizzata solo al rigetto della domanda possessoria e non implichi, quindi, deroghe alle regole generali sulla competenza). Cass. 29 gennaio 2007, n. 1795.

 

La convinzione della gente di esercitare un proprio diritto (feci sed iure feci) come pure la buona fede nel ritenerlo ovvero l’eventuale intenzione di non nuocere non hanno alcuna rilevanza ai fini dell’accertamento dell’esistenza dell’animus spoliandi: e, analogamente, l’esistenza di un titolo giuridico idoneo ad ottenere la cosa posseduta da altri (ad esempio, in virtù di una concessione amministrativa), ovvero ancora l’intenzione del soggetto di adempiere ad una norma imperativa non fanno venire meno la consapevolezza di attentare al possesso altrui. Trib. Brescia, 13 febbraio 2003.

Nel giudizio possessorio l’eccezione feci sed iure feci è ammessa soltanto quando tende a far valere non già lo ius possessionis (cioè l’esistenza di un possesso nello spogliatore), ma lo ius possidendi (cioè il diritto di possedere dello spogliatore medesimo). Cass. 24 maggio 2002, n. 7621.

 

Il possesso è tutelato da spogli e molestie indipendentemente dal suo eventuale carattere lesivo di diritti altrui, i quali, pertanto, non possono essere utilmente opposti all’attore in reintegrazione o manutenzione, essendo consentito al convenuto farli valere solo dopo l’esaurimento del giudizio possessorio e l’esecuzione del provvedimento che lo ha concluso (salva l’ipotesi di un pregiudizio irreparabile che ne possa derivare). L’eccezione feci sed iure feci, pertanto, è ammessa in sede possessoria se investe non già lo ius possidendi, ma lo ius possessionis, dovendo consistere nella deduzione non di un diritto, ma di un altro possesso, incompatibile con quello vantato dall’attore, in quanto lo esclude o lo comprime o lo limita. (Alla stregua del principio di cui alla massima, la S.C. ha cassato la decisione del tribunale che, in riforma della decisione pretorile - la quale aveva accolto la domanda degli originari attori che, lamentando lo spoglio o molestia derivanti da lavori di scavo, avevano chiesto la reintegrazione o manutenzione del possesso, stabilendo che l’intimato dovesse provvedere alla riduzione in pristino del terreno dei ricorrenti e astenersi dal compimento di ulteriori lavori di scavo - aveva respinto detta domanda, ritenendo l’appellante titolare di una servitù di acquedotto, come sarebbe stato desumibile dall’esistenza di una tubatura per la cui riparazione era stato eseguito la scavo in questione). Cass. 4 dicembre 2001, n. 15322.

 

Nel giudizio possessorio l’eccezione feci sed iure feci non è ammissibile quando tenda a far valere non già lo ius possessionis, e cioè l’esistenza di un possesso nello spogliatore, ma lo ius possidendi, e cioè il diritto di possedere dello spogliatore medesimo. Di conseguenza deve escludersi che in sede possessoria la prova del possesso possa desumersi dal regime - legale o convenzionale - del diritto reale corrispondente, occorrendo invece che venga dimostrato l’esercizio di fatto del vantato possesso, indipendentemente dal titolo. Cass. 22 giugno 1995, n. 7067.

 

In tema di azioni a difesa del possesso, l’eccezione feci sed iure feci, potendo avere rilevanza solo se si contesti lo ius possessionis e non lo ius possidendi, deve ritenersi ammissibile se il convenuto tenda a dimostrare di avere agito nell’ambito della sua relazione di fatto (esclusiva o comune) con il bene, mentre deve ritenersi inammissibile se il convenuto miri a far accertare il suo diritto sul bene medesimo, poiché è da escludere che, in sede possessoria, la prova del possesso possa essere desunta dal regime, legale o convenzionale, del diritto reale corrispondente, essendo invece necessario (e sufficiente) che venga dimostrato l’esercizio di fatto del vantato possesso indipendentemente dal titolo. Cass. 11 gennaio 1989, n. 81.

 

In un giudizio possessorio di spoglio, in relazione all’eccezione del convenuto feci sed iure feci, l’indagine giudiziale sulla relativa prova, gravante sul convenuto a termine dell’art. 2697, comma 2 c.c., non può prescindere dal convenuto del vincolo obbligatorio dedotto e dall’analisi delle facoltà di godimento concesse da chi poteva disporne. Pret. Terracina, 31 maggio 1984.

 

L’eccezione feci sed iure feci, sollevata dal convenuto con azione di reintegrazione nel possesso, consente una valutazione del titolo posto a sostegno di detta eccezione al solo fine di acquisire elementi di prova circa l’esistenza e l’estensione del possesso che il convenuto opponga per escludere o limitare quello vantato dall’attore, mentre resta preclusa ogni indagine sull’eventuale ius possidendi del convenuto medesimo, in considerazione del divieto di cumulo del giudizio petitorio con quello possessorio fissato dall’art. 705 c.p.c. Cass. 24 gennaio 1984, n. 580.

 

 

3.7. Litisconsorzio e chiamata in garanzia.

In tema di azioni a difesa del possesso, lo spoglio e la turbativa, costituendo fatti illeciti, determinano la responsabilità individuale dei singoli autori secondo il principio di solidarietà di cui all’art. 2055 c.c., sicché, nel giudizio possessorio non ricorre tendenzialmente l’esigenza del litisconsorzio necessario, che ha la funzione di assicurare la partecipazione al processo di tutti i titolari degli interessi in contrasto. Tuttavia, il litisconsorzio necessario tra gli anzidetti soggetti si impone qualora la reintegrazione o la manutenzione del possesso comportino la necessità del ripristino dello stato dei luoghi mediante la demolizione di un’opera di proprietà o nel possesso di più persone (nella specie, l’abbattimento di una recinzione con paletti in ferro e rete metallica). In tale ipotesi, infatti, la sentenza resa nei confronti di alcuno e non anche degli altri comproprietari o compossessori dell’opera sarebbe inutiliter data, giacché la demolizione della cosa pregiudizievole incide sulla sua stessa esistenza e necessariamente quindi sulla proprietà o sul possesso di tutti coloro che sono partecipi di tali signorie di fatto o di diritto sul bene, atteso che non è configurabile una demolizione limitatamente alla quota indivisa del comproprietario o del compossessore convenuto in giudizio. Cass. 18 febbraio 2010, n. 3933.

 

In tema di azioni a difesa del possesso, lo spoglio e la turbativa, costituendo fatti illeciti, determinano la responsabilità individuale dei singoli autori secondo il principio di solidarietà di cui all’art. 2055 c.c.; pertanto, nel giudizio possessorio non ricorre tendenzialmente l’esigenza del litisconsorzio necessario, che ha la funzione di assicurare la partecipazione al processo di tutti i titolari degli interessi in contrasto; peraltro, qualora la reintegrazione o la manutenzione del possesso comportino la necessità del ripristino dello stato dei luoghi mediante la demolizione di un’opera di proprietà o nel possesso di più persone, questi ultimi devono partecipare al giudizio quali litisconsorti necessari; infatti, la sentenza resa nei confronti di alcuno e non anche degli altri comproprietari o compossessori dell’opera sarebbe inutiliter data, giacché la demolizione della cosa pregiudizievole incide sulla sua stessa esistenza e necessariamente quindi sulla proprietà o sul possesso di tutti coloro che sono partecipi di tali signorie di fatto o di diritto sul bene, atteso che non è configurabile una demolizione limitatamente alla quota indivisa del comproprietario o del compossessore convenuto in giudizio. Cass. 11 novembre 2005, n. 22833.

 

In tema di giudizi possessori, il principio della necessaria integrazione del contraddittorio nei confronti dei terzi comproprietari non presenti nel giudizio opera quando per l’attuazione della tutela richiesta si renda indispensabile l’abbattimento di opere appartenenti in comproprietà anche a tali soggetti terzi, non opera allorché la richiesta reintegrazione comporti la rimozione di un cancelletto apposto a chiusura di un passaggio, atteso che detta rimozione è eseguibile senza incidere in alcun modo sull’immobile in comproprietà con il terzo e, comunque, può avvenire anche con la consegna delle chiavi allo spogliato. Cass. 11 marzo 2004, n. 4966.

 

In tema di azioni possessorie e nunciatorie, qualora il ripristino della situazione anteriore allo spoglio o alla turbativa debba avvenire con la demolizione di un’opera appartenente a più proprietari sussiste il litisconsorzio necessario nei confronti non soltanto degli autori dello spoglio o della turbativa ma anche dei comproprietari che per effetto dell’abbattimento del bene subirebbero gli effetti della condanna. Cass. 14 maggio 2003, n. 7412.

 

Non è ravvisabile alcuna situazione di litisconsorzio necessario, neppure di carattere processuale, tra chi abbia originariamente invocato la tutela ex art. 1168 c.c. e chi abbia successivamente aderito a tale iniziativa intervenendo nel giudizio in posizione adesiva autonoma, stante l’assenza, in sede possessoria, di una qualunque ipotesi sia di unico rapporto inscindibilmente comune a più persone, sia di pluralità di rapporti legati da reciproco nesso di dipendenza; ne consegue che, allorché lo spoliator abbia proposto ricorso per cassazione nei confronti di taluni soltanto di coloro che avevano invocato la tutela possessoria e che erano stati parte nel giudizio di merito, non solo non si pone un problema di ammissibilità del ricorso per cassazione, ma neppure si rende necessaria una integrazione del contraddittorio nei confronti delle parti, contro cui la sentenza non sia stata impugnata, essendo questa, a favore di costoro, passata in giudicato. Cass., Sez. Un., 4 dicembre 2001, n. 15289.

 

Nella controversia promossa con azione di reintegrazione nel possesso (ovvero anche con azione di manutenzione), non è configurabile un intervento in adesione alle ragioni del convenuto da parte di chi gli abbia venduto il bene oggetto di spoglio, in relazione all’interesse ad evitare eventuali pretese di garanzia per evizione, dato che siffatta garanzia può insorgere soltanto per domande altrui di contenuto petitorio. Cass. 30 gennaio 1995, n. 1094.

 

In tema di giudizi possessori, quando per l’attuazione della tutela richiesta sia necessaria la rimozione dello stato di fatto abusivamente creato, con l’abbattimento di opere appartenenti in comproprietà anche a terzi non presenti in giudizio, che, giovandosi dell’altrui fatto lesivo, vanno considerati quali autori morali dello spoglio o della turbativa, sussiste la inscindibilità della causa e la conseguente necessità di integrare nei loro confronti il contraddittorio, poiché altrimenti la pronunzia concernente la riduzione in pristino risulterebbe inutiliter data, non potendo venire eseguita né nei confronti dei comproprietari non presenti in causa, né nei soli confronti di quelli presenti, in proporzione alla loro quota di comproprietà, a nulla rilevando in contrario che il comproprietario pretermesso possa fare opposizione all’esecuzione nelle forme previste dall’art. 615 c.p.c. Cass. 12 agosto 1995, n. 8835.

 

Nella controversia promossa con azione di reintegrazione nel possesso, non è configurabile un intervento autonomo, in adesione alle ragioni del convenuto da parte di chi gli abbia venduto il bene oggetto di spoglio, in relazione all’interesse ad evitare eventuali pretese di garanzia per evizione, dato che siffatta garanzia può insorgere soltanto per domande altrui di contenuto petitorio. Pertanto, al suddetto venditore, ancorché intervenuto nel giudizio di merito, non spetta la legittimazione a proporre autonomamente ricorso per cassazione, avverso la sentenza di accoglimento dell’azione possessoria. Cass. 6 novembre 1989, n. 4614.

 

 

3.8. Domanda riconvenzionale nel giudizio possessorio.

Nel procedimento possessorio il pretore, ove accolga il ricorso in via interinale, fissa nel contempo l’udienza di prima comparizione ex art. 180 c.p.c., e così facendo impone al resistente - convenuto nella fase di merito - il termine di tale udienza per la proposizione di eventuali domande riconvenzionali e chiamate in causa di terzi. Pret. Bologna, 9 aprile 1998.

 

 

3.9. Decisione e giudicato possessorio.

Posto che, in via generale, un giudicato può spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti rimasti estranei al rapporto processuale solo quando contenga l’affermazione di una verità che non ammetta la possibilità di un diverso accertamento ed il terzo non vanti un proprio diritto autonomo rispetto al rapporto in ordine al quale il giudicato è intervenuto, non essendo ammissibile che in relazione ad esso egli possa ricevere dal giudicato un immediato e diretto pregiudizio, deve escludersi che il giudicato intervenuto nel procedimento possessorio svoltosi tra alcuni condomini di un edificio ed il conduttore di un’altra unità abitativa possa spiegare tale efficacia nel giudizio petitorio instaurato su presupposti diversi dal proprietario dell’appartamento concesso in locazione nei confronti degli stessi condomini. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso l’operatività di un giudicato riguardante il possesso di una corte e di un marciapiede condominiali, intervenuto tra il conduttore e due tra i condomini evocati nel successivo giudizio petitorio, ex art. 949 c.c., intentato dal proprietario nei confronti di tutti i condomini e volto a far dichiarare l’inesistenza di diritti personali o di servitù di passaggio sulla sua proprietà). Cass. 15 marzo 2010, n. 6238.

 

Nonostante il procedimento possessorio abbia struttura bifasica, il provvedimento di reintegra nel possesso disposto dal giudice all’esito della fase interdittale - qualora non fissi il termine per introdurre la successiva fase di merito e contestualmente liquidi le spese - ha, ancorchè emesso con la forma dell’ordinanza natura di sentenza, in quanto definisce il giudizio, e pertanto non è suscettibile di reclamo ma di ordinaria impugnazione con appello. Cass. 15 aprile 2004, n. 7155.

 

Il procedimento possessorio, pur se introdotto con un unico atto di impulso (il ricorso), si articola in due diverse fasi (l’una di natura sommaria, limitata all’emanazione di provvedimenti immediati, l’altra a cognizione piena, avente ad oggetto il merito della pretesa) le quali, attese le diverse finalità cui risultano funzionali, devono ritenersi del tutto autonome tra loro, con la conseguenza che l’eventuale omissione della prima (ovvero l’esito del reclamo avverso il provvedimento che la conclude) non può avere incidenza alcuna sul procedimento che deve necessariamente concludersi con la sentenza che accorda o nega la tutela possessoria. Cass. 23 febbraio 2001, n. 2667.

 

L’ordinanza con cui il pretore abbia disposto la reintegrazione del possesso, nella fase di cognizione sommaria del procedimento possessorio a norma (secondo la disciplina anteriore alla legge n. 353 del 1990) degli artt. 689, 702 e 703 c.p.c., essendo rivolta ad assicurare in via meramente interinale gli effetti della pronuncia di merito, non ha natura di sentenza e non è quindi impugnabile né suscettibile di passare in cosa giudicata. Conseguentemente deve escludersi che, a seguito dell’emanazione di tale provvedimento e della mancata proposizione del regolamento preventivo di giurisdizione, sia precluso, in sede di decisione di merito sul fondamento dell’azione possessoria, il rilievo dell’inammissibilità dell’azione stessa, perché proposta nei confronti della pubblica amministrazione che abbia agito in esecuzione di un provvedimento amministrativo. Cass., Sez. Un., 9 giugno 1997, n. 5136.

 

Il giudicato formatosi a seguito del giudizio possessorio non può fare stato che in ordine a fatti costitutivi della relazione materiale della cosa esistente al momento della pronuncia e non può essere invocato per escludere l’insorgere di una nuova situazione possessoria, essendo evidente che bene può cominciarsi a possedere una cosa non posseduta prima. (Nella specie il S.C. ha confermato la decisione dei giudici del merito, i quali avevano escluso che nel giudizio in cui l’attore assumeva di esercitare il possesso di una servitù di passaggio con autoveicoli fosse invocabile il giudicato che aveva riconosciuto che i danti causa della stessa parte avevano esercitato soltanto il passaggio pedonale, enunciando il principio di cui in massima). Cass. 14 agosto 1990, n. 8275.

 

 

  1. Mezzi di impugnazione.

Nel procedimento possessorio, qualora il giudice abbia accolto l’istanza a tutela del possesso senza rimettere le parti dinanzi a sé per la trattazione della causa di merito, il provvedimento non è reclamabile, ma ha natura di sentenza impugnabile con l’appello. Tuttavia qualora il tribunale, invece di dichiarare inammissibile il reclamo proposto, lo esamini nel merito, il provvedimento, avente natura di sentenza, è ricorribile per cassazione. In tal caso, se il provvedimento impugnato è firmato dal solo presidente del tribunale, non indicato come relatore, la Corte deve dichiararne la nullità e rinviare il processo al tribunale (ora alla Corte d’appello, a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 19 febbraio 1998 n. 51) per la pronuncia sull’appello, se il reclamo sia convertibile in tale mezzo di gravame, mentre, in mancanza dei requisiti per la conversione, deve dichiarare inammissibile il rimedio esperito e cassare senza rinvio la decisione impugnata. Se, invece, il provvedimento impugnato è firmato dal presidente e dal giudice incaricato di redigere la motivazione e sussistono le condizioni per la conversione del reclamo in appello, la Corte decide il ricorso, mentre in caso contrario deve dichiarare inammissibile il reclamo e cassare senza rinvio la decisione impugnata Cass. 31 gennaio 2012, n. 1387.

 

In tema di provvedimenti del giudice civile, poiché le pronunce si distinguono in base alla regola della prevalenza della sostanza sulla forma è ammissibile il ricorso per cassazione contro il provvedimento, - avente natura di sentenza ancorché sottoscritto solo dal presidente, come invece prescritto per le ordinanze - con cui il tribunale, in composizione collegiale, invece di dichiararlo inammissibile, abbia esaminato nel merito il reclamo avverso la decisione del tribunale in composizione monocratica, la cui pronuncia, avendo provveduto sull’istanza a tutela del possesso senza rimettere le parti davanti a sé per la trattazione della causa di merito e regolando le spese processuali, integra, indipendentemente dalla definizione data dal giudice, una sentenza contro la quale è esperibile il rimedio dell’appello. Cass. 12 novembre 2007, n. 23495.

 

In tema di procedimenti possessori, il provvedimento con il quale il giudice adito (nel caso, ante causam) dichiari, nei limiti della cognizione sommaria della fase cautelare, la propria incompetenza sull’istanza di reintegrazione nel possesso (nel caso, affermando essere competente a provvedere il giudice di una causa pendente nel merito) non è soggetto ad impugnazione con regolamento di competenza, esperibile unicamente nei confronti di quei provvedimenti che - ancorché privi della forma di sentenza - abbiano effetti sostanziali di carattere definitivo, bensì a reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., richiamato dal nuovo testo dell’art. 703 c.p.c., secondo comma. Cass. 10 marzo 2005, n. 5316.

 

L’ordinanza di rigetto di un’azione possessoria che statuisce sulle spese e non dispone per la prosecuzione del giudizio ha natura di sentenza e, come tale, non è reclamabile ex art. 669-terdecies c.p.c. Trib. Mantova, 27 novembre 2003.

 

Il provvedimento con cui il pretore, a conclusione della fase cosiddetta interdittale, abbia respinto o accolto il ricorso possessorio senza rimettere le parti davanti a sé per la trattazione della causa di merito, così concludendo definitivamente il giudizio e pronunciando sulle spese del procedimento, ha natura di sentenza indipendentemente dalla diversa definizione (in particolare, di ordinanza) datagli dal giudice, e quindi è impugnabile mediante appello; analoga qualificazione di sentenza, ricorribile per cassazione, va attribuita, a prescindere dalla denominazione datagli, al provvedimento con cui il tribunale provveda sul reclamo - erroneamente proposto contro una siffatta sentenza del pretore - definendo la causa possessoria e provvedendo, altresì, sulle spese. (Nella fattispecie la S.C., sulla base dei principi di cui in massima, ha cassato senza rinvio l’ulteriore sentenza pronunciata dal tribunale sull’appello, introdotto con citazione, avverso il provvedimento pretorile, essendosi formato il giudicato interno a seguito della omessa tempestiva impugnazione per cassazione della precedente ordinanza, avente però valore di sentenza, adottata dallo stesso tribunale sul reclamo avverso il medesimo provvedimento pretorile). Cass. 14 aprile 2004, n. 7076.

 

In tema di procedimento possessorio, la pronuncia in ordine alla richiesta d’inefficacia del provvedimento interdittale formulata con riferimento al mancato inizio del giudizio sul merito possessorio, viene emessa, ai sensi dell’art. 669-novies c.p.c. con un provvedimento che ha natura formale e sostanziale di sentenza, impugnabile con l’appello da proporre con ricorso che deve contenere a pena d’inammissibilità l’esposizione sommaria dei fatti e dei motivi specifici dell’impugnazione nonché tutte le altre indicazioni di cui all’art. 342 c.p.c., che, in mancanza di una norma specifica, deve essere assunto a paradigma generale della forma e del contenuto del ricorso in appello avverso una decisione emessa all’esito di un giudizio introdotto in primo grado con ricorso. Cass. 16 settembre 2003, n. 13564.

 

La pronuncia con la quale il tribunale provvede sul reclamo avverso il provvedimento emesso dal pretore che, a conclusione della fase interdittale del processo possessorio, (avendo, nella specie, dichiarato la propria incompetenza) regoli le spese senza disporre per il prosieguo nel merito (provvedimento avente, a prescindere dalla qualificazione datagli dal giudice, natura di sentenza), ha anch’essa natura di sentenza, qualora provveda definitivamente sulla causa possessoria (nella specie, avendo «rigettato nel merito» il ricorso). In tali casi, la decisione è nulla quando non sia sottoscritta anche dal giudice relatore, bensì dal solo presidente che non cumuli in sé anche l’altra qualità (in forza di tale principio, la S.C. ha dichiarato la nullità del provvedimento impugnato, cassando con rinvio ad altro giudice equiordinato). Cass. 20 settembre 2002, n. 13754.

La prevista reclamabilità dell’ordinanza messa all’esito della fase sommaria del giudizio possessorio non incide sulla struttura del suddetto procedimento, che resta caratterizzato da una duplice fase, la prima, di natura sommaria, limitata all’emanazione dei provvedimenti immediati, e la seconda, a cognizione piena, avente ad oggetto il merito della pretesa possessoria, da concludersi con sentenza soggetta alle impugnazioni ordinarie, fase che deve sempre svolgersi, vi sia stato o meno reclamo avverso il provvedimento interdittale di accoglimento o di rigetto, atteso che tale reclamabilità è stata prevista per garantire una maggiore tutela dei contendenti e non influisce sul giudizio di merito, da esperirsi con un’istruttoria più approfondita. Cass. 15 aprile 2002, n. 5426.

 

È inammissibile il ricorso esperito ai sensi dell’art. 111 della Costituzione contro il provvedimento emesso dal tribunale in sede di reclamo, ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c., con il quale sia stata revocata l’ordinanza di reintegra nel possesso pronunciata dal pretore adito con procedimento possessorio, per non essere detto provvedimento caratterizzato da definitività e decisività. Al contrario è esperibile detto ricorso straordinario avverso lo stesso provvedimento per la parte relativa alla statuizione sulle spese di «entrambi i gradi del giudizio cautelare» (parte autonomamente impugnata), in quanto detta statuizione è stata resa, nella specie, in palese violazione del principio posto dall’art. 91 c.p.c., secondo cui è la sentenza che chiude il processo a regolare le spese, non già altro provvedimento, che, come quello impugnato, ha l’obbiettivo limite di pronuncia sull’ordinanza conclusiva della prima delle due fasi, a cognizione sommaria, da definirsi, poi, con sentenza, all’esito della seconda fase, a cognizione piena del merito della pretesa possessoria. Cass. 7 marzo 2002, n. 3338; contra Cass. 21 gennaio 2000, n. 647, Cass. 11 febbraio 1999, n. 1161.

 

Qualora il giudice adito con ricorso ex art. 703 c.p.c., concluda il procedimento possessorio con ordinanza, provvedendo al regolamento delle spese processuali e senza fissare l’udienza di prosecuzione per il merito, il provvedimento adottato ha natura sostanziale di sentenza, ed è impugnabile con l’appello e non con reclamo ai sensi dell’art. 660-terdecies del codice di rito. Cass. 27 febbraio 2001, n. 2910; conforme Cass. 13 ottobre 1999, n. 11516.

 

Poiché la natura di un provvedimento giudiziale, anche ai fini della sua impugnabilità, deve essere desunta non dalla forma in cui è stato emanato né dalla qualificazione che gli è stata attribuita dal giudice che lo ha emesso, ma dal suo effettivo contenuto in relazione alle particolari disposizioni che regolano la materia che ne forma oggetto, qualora il giudice adito con ricorso ex art. 703 c.p.c. concluda il procedimento possessorio con ordinanza, provvedendo al regolamento delle spese processuali e senza fissare l’udienza di prosecuzione per il merito, il provvedimento adottato ha natura sostanziale di sentenza, ed è impugnabile con l’appello e non con reclamo ai sensi dell’art. 669-terdecies del codice di rito; reclamo il quale, se inammissibilmente proposto, non preclude il tempestivo esperimento dell’altro consentito mezzo di impugnazione avverso lo stesso provvedimento, atteso che la duplice impugnazione non sfocia in tal caso in una doppia, e come tale non consentita (per il principio del ne bis in idem), pronuncia sul merito, bensì in una di natura processuale ed in altra (sull’impugnazione ammessa) di merito. Cass. 3 maggio 2001, n. 6190.

 

Nel procedimento possessorio, qualora il giudice abbia accolto l’istanza a tutela del possesso senza rimettere le parti dinanzi a sé per la trattazione della causa di merito, il provvedimento non è reclamabile, ma ha natura di sentenza impugnabile con l’appello. Tuttavia qualora il tribunale, invece di dichiarare inammissibile il reclamo proposto, lo esamini nel merito, il provvedimento, avente natura di sentenza, è ricorribile per cassazione. In tal caso, se il provvedimento impugnato è firmato dal solo presidente del tribunale, non indicato come relatore, la Corte deve dichiararne la nullità e rinviare il processo al tribunale (ora alla Corte d’appello, a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51) per la pronuncia sull’appello, se il reclamo sia convertibile in tale mezzo di gravame, mentre, in mancanza dei requisiti per la conversione, deve dichiarare inammissibile il rimedio esperito e cassare senza rinvio la decisione impugnata. Se, invece, il provvedimento impugnato è firmato dal presidente e dal giudice incaricato di redigere la motivazione, la Corte di cassazione si limita a valutare se sussistono le condizioni per la conversione del reclamo in appello e, mentre è tenuta a decidere il ricorso qualora l’indagine dia risultati positivi, in caso contrario deve dichiarare inammissibile il reclamo e cassare senza rinvio la decisione impugnata. Cass. 20 aprile 2001, n. 5898.

 

Il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. avverso un provvedimento cautelare (nella specie di reintegra nel possesso) non ha natura di mezzo di gravame, ma di rimedio volto a far valere errores in procedendo o errores in iudicando. Pertanto, è inammissibile il reclamo con il quale il soccombente si duole dell’accoglimento della domanda, proponendo un riesame del merito delle dichiarazioni rese dalle persone informate dei fatti ma senza formulare censure specifiche nei confronti del provvedimento reclamato. Trib. Termini Imerese, 12 febbraio 2001.

 

Nel procedimento possessorio, qualora il giudice abbia accolto l’istanza a tutela del possesso senza rimettere le parti dinanzi a sé per la trattazione della causa di merito, il provvedimento non è reclamabile, ma ha natura di sentenza impugnabile in appello. Tuttavia, qualora il tribunale, invece di dichiarare inammissibile il reclamo proposto, lo esamini nel merito, confermandolo o riformandolo, il provvedimento, avente natura di sentenza, è ricorribile per cassazione. In tal caso, se esso è firmato dal solo Presidente del tribunale, non indicato come relatore, la Corte deve dichiararne la nullità e rinviare il processo al tribunale per la pronuncia sull’appello se il reclamo sia convertibile in tale mezzo di gravame, mentre, se manchino i presupposti della conversione, deve dichiarare inammissibile il rimedio esperito e cassare senza rinvio la decisione impugnata. Se, invece, il provvedimento impugnato è firmato dal Presidente e dal giudice incaricato di redigere la motivazione, la Corte si limita a valutare se sussistano le condizioni per la conversione del reclamo in appello e, mentre è tenuta a decidere il ricorso qualora l’indagine dia risultati positivi, in caso contrario deve dichiarare inammissibile il reclamo e cassare senza rinvio la decisione impugnata. In caso di decisione del ricorso, l’errore, in cui è incorso il tribunale, di ritenere che il procedimento possessorio sia costituito da una sola fase, di carattere sommario - semplificato, per essere rilevante, ai fini dell’accoglimento del ricorso, deve in concreto aver recato pregiudizio al ricorrente, per la carenza di valutazione degli elementi probatori acquisiti, ovvero per la violazione di norme di legge sostanziale, pregiudizio che deve essere dedotto con il mezzo di impugnazione. Cass. 4 dicembre 2000, n. 15441.

 

Nel procedimento possessorio, qualora il giudice abbia accolto l’istanza a tutela del possesso, senza rimettere le parti dinanzi a sé per la trattazione della causa di merito, il provvedimento non è reclamabile ma ha natura di sentenza impugnabile in appello. Tuttavia qualora il tribunale, invece di dichiarare inammissibile il reclamo proposto, lo esamini nel merito confermandolo o riformandolo, il provvedimento, avente natura di sentenza, è ricorribile per cassazione. In tal caso, se il provvedimento impugnato è firmato dal presidente e dal giudice incaricato di redigere la motivazione e se sussistono le condizioni per la conversione del reclamo in appello la Corte decide il ricorso. Cass., Sez. Un., 22 dicembre 1999, n. 924.

 

Il provvedimento con cui il pretore a conclusione della fase cosiddetta interdittale abbia respinto o accolto il ricorso possessorio, senza rimettere le parti innanzi a sé per la trattazione nella causa di merito, così concludendo definitivamente il giudizio e condannando anche la parte soccombente alle spese del procedimento, ha natura di sentenza indipendentemente dalla diversa definizione (in particolare, di ordinanza) datagli dal giudice, e quindi è impugnabile con l’appello; analoga qualificazione va attribuita, a prescindere dalla denominazione datagli, al provvedimento con cui il tribunale provveda sul reclamo (erroneamente) proposto contro una siffatta sentenza del pretore, qualora a sua volta provveda definitivamente sulla causa possessoria, condannando altresì una parte al rimborso delle spese del giudizio. (Nella specie, la S.C., investita di ricorso contro il provvedimento del tribunale, ne ha ritenuto l’ammissibilità, ma ha annullato senza rinvio detto provvedimento in considerazione della sua inesistenza giuridica per vizio di sottoscrizione e della tardività dell’impugnazione proposta davanti al tribunale, quindi non convertibile in appello). Cass., Sez. Un., 20 luglio 1999, n. 480.

 

È inammissibile l’impugnazione in Cassazione dell’ordinanza di condanna alle spese, non modificata dal giudice del reclamo avverso un provvedimento di rigetto della tutela possessoria, perché ai sensi dell’art. 669-septies c.p.c., applicabile alla fase interdittale del procedimento possessorio per il richiamo dell’art. 703 c.p.c. e per l’identità di natura interinale e provvisoria con il procedimento cautelare uniforme, introdotto con legge 26 novembre 1990, n. 353, tale ordinanza è soggetta ad opposizione. Cass. 11 febbraio 1999, n. 1161.

 

È inammissibile il ricorso in Cassazione avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale in sede di reclamo contro il provvedimento di reintegra nel possesso emanato dal Pretore nella fase sommaria - ai sensi dell’art. 703 c.p.c., novellato con legge 26 novembre 1990 n. 353 - e perché il comma quarto dell’art. 669-terdecies c.p.c. la dichiara non impugnabile, e perché ha natura provvisoria - in quanto il provvedimento interdittale, sia o meno confermato in sede di reclamo, è destinato ad esser assorbito dalla successiva fase necessaria di merito sulla pretesa possessoria - sì che non è impugnabile neppure ai sensi dell’art. 111 Costituzione. Cass. 10 novembre 1998, n. 11285.

 

È inammissibile l’appello avverso il provvedimento negativo di rigetto dell’azione possessoria ed il tribunale adito non può operare la conversione degli atti processuali, considerando l’appello come un reclamo. Trib. S.M. Capua Vetere, 20 novembre 1997.

  1. Giurisprudenza sub § 3.9.

 

 

  1. Efficacia ed attuazione del provvedimento possessorio.

Poiché a norma dell’art. 669-duodecies c.p.c. l’esecuzione del provvedimento d’urgenza in materia possessoria dà luogo ad un ulteriore fase del procedimento possessorio, di competenza dello stesso giudice che ha emesso il provvedimento, e non già al procedimento di esecuzione forzata, è erroneo - e come tale inammissibile - il ricorso, da parte di chi abbia subito la molestia possessoria, all’art. 612 c.p.c. onde ottenere l’attuazione dell’ordine impartito dal giudice. Trib. Ascoli Piceno, 28 aprile 2010.

 

L’esecuzione del provvedimento d’urgenza in materia possessoria, secondo la previsione dell’art. 669-duodecies c.p.c., che, dettato per i sequestri, trova applicazione, in virtù dell’art. 669-quaterdecies del codice di rito, anche ai provvedimenti possessori immediati, non dà luogo ad un processo di esecuzione forzata, bensì ad una ulteriore fase del procedimento possessorio, che è di competenza dello stesso giudice che ha emesso il provvedimento. Ne consegue che la sede in cui si fa valere il diritto al rimborso delle spese sostenute o anticipate per l’attuazione coattiva del provvedimento cautelare possessorio è il giudizio possessorio, ed il provvedimento che statuisce su tale diritto è la sentenza che definisce il merito possessorio. Pertanto, ove la parte, per la riscossione di dette spese, inizi un autonomo processo esecutivo, il giudice dell’esecuzione può rilevare di ufficio la mancanza del titolo esecutivo, con conseguente declaratoria di improcedibilità del processo, declaratoria che, essendo da ricondurre ad un difetto dell’azione da lui intrapresa, non può comportare che al creditore sia riconosciuto il diritto al rimborso delle spese del procedimento esecutivo. Cass. 15 gennaio 2003, n. 481.

 

La difesa del terzo contro la minacciata attuazione di un provvedimento cautelare va svolta nell’ambito del processo relativo alla domanda di merito; sicché, nel caso di minacciata attuazione di un’ordinanza di reintegrazione nel possesso, tale difesa non va realizzata mediante un giudizio d’opposizione all’esecuzione, bensì nel procedimento possessorio, per conseguire in questo l’accertamento che la parte istante non ha, contro il terzo, il diritto ad essere mantenuto nel possesso vantato mediante la domanda possessoria. Cass. 29 ottobre 1999, n. 12191.

 

 

  1. Questioni processuali varie.

 

 

6.1. Azioni possessorie e pubblica amministrazione.

È devoluta alla cognizione del giudice ordinario l’azione possessoria nei confronti della P.A. (nella specie concernente l’inosservanza delle distanze legali nelle costruzioni), quando l’oggetto della tutela invocata, sulla base del petitum sostanziale, sia riconducibile ad un semplice comportamento di questa che abbia inciso sulla situazione possessoria e non consista, viceversa, nel sollecitato controllo di legittimità dell’esercizio del potere che, per effetto di atti o provvedimenti amministrativi formali, abbia dato causa all’iniziativa di cui si assume l’illegittimità. Cass., Sez. Un. 15 marzo 2012, n. 4128.

 

L’autotutela in forma esecutiva attribuita all’amministrazione è uno strumento alternativo sia alle azioni a difesa della proprietà sia alle azioni possessorie e dunque protegge beni giuridici più ampi rispetto a quelli rientranti nel normale possesso dei beni demaniali. T.A.R. Campania, Napoli, sez. IV, 15 gennaio 2010, n. 131.

 

Le azioni esperibili di fronte al g.a. sono previste dal codice del processo amministrativo agli art. 29 (azione di annullamento), 30 (azione di condanna), 31 (azione avverso il silenzio e declaratoria di nullità) e 112 (azione di ottemperanza); non sono previste né azioni di accertamento della proprietà (contenuto necessario della azione di rivendicazione, né a tutela del possesso; né il g.a. potrebbe fare riferimento al disposto dell’art. 39, comma 1, c.p.a., che dispone “per quanto non disciplinato dal presente codice si applicano le disposizioni del codice di procedura civile, in quanto compatibili o espressione di principi generali”, non essendo un’interpretazione che consente un rinvio generico a tutte le azioni non espressamente previste dal c.p.a. compatibile con il principio del giudice naturale di cui all’art. 25 cost. T.A.R. Sicilia, Catania, sez. II, 11 novembre 2010, n. 438.

 

Il potere dell’Autorità di ordinare la riduzione in pristino relativamente ad opere che hanno determinato l’invasione del suolo stradale, previsto dall’art. 378, l. 20 marzo 1865 n. 2248, allegato f, si configura quale potestà di autotutela possessoria iuris publici, destinata ad assicurare il ripristino della situazione preesistente, sulla base di quelle stesse condizioni che rendono possibile la tutela possessoria in diritto civile e, in particolare, il mancato decorso del termine di un anno dal sofferto spoglio o dalla conoscenza dell’avvenuta turbativa, qualora questa sia stata posta in essere in modo clandestino. Tale potere, pertanto, non può considerarsi legittimamente esercitato quando sia trascorso oltre un anno dal sofferto spoglio, o dalla scoperta di esso (se clandestino) o, comunque, quando sia trascorso un notevole lasso di tempo, che abbia comportato il consolidamento dello stato di fatto, per rimuovere il quale diviene necessaria l’instaurazione di un giudizio petitorio T.A.R. Marche, Ancona, sez. I, 4 ottobre 2010 n. 3323.

 

A seguito e per effetto della declaratoria di illegittimità costituzionale parziale dell’art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (Corte cost. 281/2004), sussiste la giurisdizione del giudice ordinario in relazione alla domanda possessoria promossa dal privato nei confronti della P.A. in conseguenza dell’attività materiale, disancorata e non sorretta da alcun provvedimento formale, da questa posta in essere in ambito urbanistico (consistente, nella specie, nella apposizione di un segnale di limitazione del traffico su area privata). Cass., Sez. Un., 17 gennaio 2005, n. 730.

 

Il concessionario di suolo demaniale, il quale, di propria iniziativa, occupi, nel procedere alla recinzione di tale suolo, una parte di terreno del fondo confinante da altri posseduto, pone in essere un fatto lesivo di natura esclusivamente privatistica, in quanto non riconducibile ad atti o comportamenti tenuti dalla pubblica amministrazione nell’esercizio dei suoi poteri pubblicistici, ovvero rispetto ai quali esso concessionario assuma la mera veste di longa manus dell’amministrazione medesima, sicché al possessore di detta porzione di terreno deve riconoscersi la facoltà di adire il giudice ordinario con azione di reintegrazione nel possesso, non ricorrendo ipotesi di improponibilità dell’azione possessoria nei confronti della pubblica amministrazione. Cass., Sez. Un., 10 giugno 2004, n. 11018.

 

In tema di espropriazione per pubblico interesse, la mancanza iniziale dei termini di cui all’art. 13 della legge 25 giugno 1865, n. 2359, e segnatamente dei termini per l’inizio e il compimento delle espropriazioni, vizia in radice la dichiarazione di pubblica utilità, comportandone l’originaria invalidità (che si traduce in giuridica inesistenza per carenza di un suo carattere essenziale tipico), con conseguente inidoneità del decreto di occupazione, siccome non collegato ad un fine di pubblico interesse legalmente dichiarato, a sottrarre alla parte privata la disponibilità del bene. Ne deriva che, in tal caso - non risultando l’occupazione del bene collegabile ad un provvedimento amministrativo emesso nell’ambito e nell’esercizio di poteri autoritativi e discrezionali della P.A., ma concretandosi essa in una mera attività materiale disancorata e non sorretta da un provvedimento amministrativo formale - la domanda proposta dal privato in sede possessoria, diretta alla tutela di tale bene, rientra nella giurisdizione del giudice ordinario, essendosi al di fuori dell’ambito applicativo della riserva di giurisdizione in favore del giudice amministrativo, prevista dall’art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, nel testo sostituito dall’art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205. Cass., Sez. Un., 19 maggio 2004, n. 9532.

 

La domanda di reintegrazione nel possesso proposta da un privato nei confronti di un Comune, prospettando di avere subito uno spossessamento in mancanza della adozione di un provvedimento amministrativo adottato per fini di pubblica utilità, quindi facendo valere una posizione di diritto soggettivo (ius possessionis) e deducendo un mero comportamento materiale della P.A., non connesso neppure implicitamente all’esercizio di poteri d’imperio, deve ritenersi riservata alla giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi degli artt. 2 e ss., legge n. 2248 del 1865, All. E, in quanto la regola generale stabilita in materia di riparto di giurisdizione non è stata derogata nella materia edilizia ed urbanistica dall’art. 34, commi primo e secondo, D.Lgs. n. 80 del 1998 - nel testo anteriore alla modifica introdotta dall’art. 7, legge n. 205 del 2000, applicabile nella specie ratione temporis, stante l’irretroattività di quest’ultima norma - poiché la Corte costituzionale, con la sentenza n. 281 del 2004, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 34, commi primo e secondo, D.Lgs. n. 80 del 1998, cit., nella parte in cui aveva istituito una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di edilizia e urbanistica, anziché limitarsi ad estendere in tale materia la giurisdizione del giudice amministrativo alle controversie aventi ad oggetto diritti patrimoniali consequenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno, con pronuncia che ha riconosciuto la rilevanza della questione di illegittimità costituzionale sollevata sulla norma nel testo originario, anche dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle disposizioni che la hanno sostituita (sent. n. 204 del 2004). Cass., Sez. Un., 4 novembre 2004, n. 21099.

 

Le azioni possessorie sono esperibili davanti al giudice ordinario nei confronti della pubblica amministrazione (e di chi agisca per conto di essa) solo quando il comportamento perseguito dalla medesima non si ricolleghi ad un formale provvedimento amministrativo, emesso nell’ambito e nell’esercizio di poteri autoritativi e discrezionali ad essa spettanti (di fronte ai quali le posizioni soggettive del privato hanno natura non di diritto soggettivo, bensì di interessi legittimi, tutelabili, quindi, davanti al giudice amministrativo), ma si concreti e si risolva in una mera attività materiale, disancorata e non sorretta da atti o provvedimenti amministrativi formali. Ne consegue che, ove dette azioni siano proposte in relazione a comportamenti attuati in esecuzione di poteri pubblici o comunque di atti amministrativi, va dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi dell’art. 37, primo comma, c.p.c. (Nella specie il presunto spossessamento del bene lamentato dai ricorrenti derivava da un atto amministrativo emesso dal Comune nell’ambito e nell’esercizio di poteri pubblicistici di concessione in uso del bene stesso ad una ASL per la realizzazione di un’opera di pubblica utilità, con autorizzazione alla relativa apprensione). Cass., Sez. Un., 17 aprile 2003, n. 6189.

Vi è difetto assoluto di giurisdizione sulla domanda possessoria proposta nei confronti della pubblica amministrazione per comportamenti da quest’ultima posti in essere in esecuzione di atti amministrativi, ancorché viziati, giacché gli eventuali provvedimenti di reintegrazione o di manutenzione del possesso, ripristinando la situazione modificata o turbata dall’attività denunciata, andrebbero ad elidere gli effetti dell’azione amministrativa, in contrasto con il divieto sancito per il giudice ordinario dall’art. 4, l. 20 marzo 1865, n. 2248, all. E. Tale principio non opera, invece, con riguardo ai meri atti materiali della pubblica amministrazione, in quanto essi non sono in alcun modo ricollegabili, neppure implicitamente, all’esercizio di un potere amministrativo. Cass., Sez. Un., 3 ottobre 2002, n. 14218.

 

Il giudice amministrativo, nell’ambito del potere, assegnato dall’art. 3, l. n. 205 del 2000, di emettere misure cautelari «che appaiono più idonee ad assicurare interinalmente gli effetti della decisione sul ricorso» (fra le quali vanno comprese quelle a tutela del possesso di cui all’art. 703 c.p.c., nei modi di cui agli artt. 669-bis ss. c.p.c.). può ordinare la reintegrazione nel possesso di un terreno che risulta occupato senza titolo dalla P.A. T.A.R. Lecce, 2 marzo 2001, n. 513.

 

La tutela possessoria è azionabile anche davanti al giudice amministrativo, il quale accorda tutela sommaria e cautelare in tutti i casi in cui l’esecuzione del provvedimento amministrativo determini una oggettiva lesione della situazione possessoria, secondo i principi espressi dall’art. 1168 c.c. (fattispecie di tutela di una servitù). Cons. St. V, 6 marzo 2001, n. 1456.

 

Rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia urbanistica prevista dall’art. 34. D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 un’azione possessoria proposta a seguito di un’ordinanza con cui si istituisce un senso unico di marcia in una strada privata su cui i ricorrenti asseriscono di esercitare il possesso, tale controversia, infatti, è relativa ad un atto amministrativo adottato in materia urbanistica attinente all’uso del territorio. Trib. Como, 19 dicembre 2000.

 

L’azione possessoria contro la pubblica amministrazione è esperibile sia se questa agisca iure privatorum, sia se ponga in essere un’attività sine titulo, cioè in assenza di qualsiasi potere giuridico ad essa conferito dalla legge, in quanto in tali casi si ha un comportamento meramente materiale e non opera, perciò, il divieto di condanna ad un facere previsto dall’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E. Qualora, invece, l’attività dell’amministrazione si risolva nell’esecuzione di un potere pubblico o di un atto amministrativo sia pure viziato, la tutela possessoria è inammissibile, perché questa, dovendo ripristinare la situazione modificata o turbata dall’attività denunziata si attuerebbe con un provvedimento di natura costitutiva che, elidendo gli effetti dell’azione amministrativa, violerebbe il divieto imposto al giudice ordinario dall’art. 4 della legge indicata. Cass., Sez. Un., 22 dicembre 1999, n. 924.

 

Le azioni possessorie costituiscono modi di tutela del diritto di continuare a godere del bene nello stato di fatto in cui era precedentemente posseduto e, se preposte nei confronti della Pubblica Amministrazione, sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario, sempre che sul predetto diritto non abbia inciso un provvedimento idoneo a sottrarre al privato la proprietà o disponibilità del bene, ovvero a mutarne il modo di godimento; non può riconoscersi tale idoneità al decreto del sindaco di autorizzazione dell’occupazione d’urgenza dell’immobile, qualora siano state annullate in sede di controllo le delibere del consiglio comunale qualificanti l’intervento in esse previsto come di pubblica utilità, nonché indifferibile ed urgente, giacché l’annullamento dei provvedimenti da cui derivano le suddette qualificazioni giuridiche comporta l’automatica caducazione del decreto di autorizzazione dell’occupazione, che quelle qualificazioni presuppone. Cass., Sez. Un., 24 agosto 1999, n. 590.

 

L’apprensione di un fondo privato da parte della pubblica amministrazione, ove successiva alla scadenza del termine di efficacia del decreto autorizzativo dell’occupazione d’urgenza per la realizzazione di un’opera pubblica, integra attività materiale iure privatorum denunciabile davanti al giudice ordinario anche con l’azione possessoria, senza che possa valere in contrario l’intervenuta irreversibile trasformazione del bene nelle more del giudizio e perciò l’impossibilità di un provvedimento di reintegrazione, giacché tale deduzione attiene al contenuto concreto del provvedimento richiesto dalla parte a tutela del possesso e perciò al merito, implicando soltanto l’individuazione di un limite interno alle attribuzioni del giudice che non rileva ai fini della giurisdizione. Cass., Sez. Un., 27 maggio 1999, n. 301.

 

Le azioni possessorie costituiscono modi di tutela di un diritto, di continuare a godere del bene nello stato di fatto in cui era precedentemente posseduto, e se proposte nei confronti della pubblica amministrazione, spettano alla giurisdizione del giudice ordinario, a meno che sul diritto non abbia inciso un provvedimento avente attitudine a sottrarre al privato la proprietà o disponibilità della cosa o a mutarne il modo di godimento: il che non si verifica quanto una dichiarazione di pubblica utilità e indifferibilità e urgenza, implicita nell’approvazione del progetto dell’opera pubblica, sia priva dell’indicazione dei termini finali di esecuzione dei lavori e di pronuncia delle espropriazioni, e dunque sia priva di effetti, e comunque non sia stato emanato un provvedimento di autorizzazione all’occupazione d’urgenza, del quale non possono produrre gli effetti né il provvedimento con cui il Comune ha indetto una licitazione privata per l’appalto dei lavori, né l’ordine di servizio con cui il direttore dei lavori ha ordinato all’appaltatore di eseguire le opere, trattandosi di atti che non hanno come destinatario il possessore e non sono volti a disporre del suo diritto. Cass., Sez. Un., 11 novembre 1998, n. 11351.

 

È improponibile, ai sensi dell’art. 4, l. 20 marzo 1865, n. 2248, all. E, l’azione di spoglio di un bene - nella specie sedime di un portico, di proprietà privata, soggetto a passaggio pubblico - la cui occupazione (con sedie e tavolini da bar) sia stata concessa ad un privato dal comune, perché l’accoglimento della relativa domanda di reintegra implica la revoca, e non la mera disapplicazione - peraltro non consentita in sede possessoria - dell’atto amministrativo di concessione. Cass. 13 giugno 1997, n. 5341.

 

Non sussiste la giurisdizione del giudice ordinario nella ipotesi in cui venga proposta dal privato una azione possessoria nei confronti della pubblica amministrazione se la domanda, benché funzionale alla tutela di una posizione diritto soggettivo, venga articolata lamentando comportamenti dell’amministrazione intesi al perseguimento di finalità di ordine generale e discrezionalmente attuati in esecuzione di pubblici poteri (nella specie, atto amministrativo di interruzione della erogazione dell’acqua originariamente fornita da un acquedotto sostituito da un nuovo e più moderno impianto, al quale l’amministrazione stessa aveva rappresentato all’utente la necessità di un nuovo allaccio). Cass., Sez. Un., 13 ottobre 1997, n. 9962.

 

Il divieto di condanna della pubblica amministrazione ad un facere relativamente alle attività dalla medesima compiute nell’ambito dei suoi poteri e delle sue finalità istituzionali, in collegamento ad un provvedimento amministrativo giuridicamente esistente, comporta l’inammissibilità della domanda di reintegrazione nel possesso che sia proposta da un privato che abbia abusivamente occupato un’area pubblica, a seguito dell’esecuzione del provvedimento legittimamente adottato dal Sindaco per la cessazione dell’abuso. Cass., Sez. Un., 9 giugno 1997, n. 5136.

 

Le azioni possessorie sono esperibili davanti al giudice ordinario nei confronti della Pubblica Amministrazione solo quando il comportamento non si ricolleghi ad un formale provvedimento amministrativo, emesso nell’ambito e nell’esercizio di poteri autoritativi e discrezionali ad essa spettanti, ma si concreti e si risolva in una mera attività materiale. Cass., Sez. Un., 17 febbraio 1995, n. 1713.

 

 

6.2. Questioni procedurali attinenti al giudizio di merito.

Il procedimento possessorio,pur essendo caratterizzato da una fase sommaria - che si conclude con la emanazione o il diniego della tutela interdittale - e da quella successiva relativa al merito, ha conservato, anche dopo la novella di cui alla legge 353/1990, struttura unitaria, sicché con l’ordinanza conclusiva della fase sommaria, il giudice deve fissare l’udienza per la prosecuzione dinanzi a sé del giudizio relativamente alla fase di merito; peraltro, qualora invece il giudice abbia erroneamente assegnato un termine per la proposizione del giudizio di merito, l’atto di impulso di parte non dà luogo a un nuovo procedimento ma alla riassunzione di quello instaurato con il ricorso introduttivo, definito soltanto nella prima fase ed ancora pendente, perché non esaurito. Cass. 20 gennaio 2005, n. 1142.

 

Se la parte resistente nella fase cautelare ha nominato un difensore con l’incarico di rappresentarla e difenderla senza limitazioni, la citazione con la quale chi ha ottenuto i provvedimenti urgenti e cautelari nella prima fase del procedimento possessorio ha l’onere di iniziare la seconda fase, di merito, va notificata al difensore dalla controparte e non personalmente ad essa controparte. Pret. Catania, 16 settembre 1998.

 

 

6.3. Azioni possessorie, inattuabilità della tutela e risarcimento del danno.

In tema di tutela del possesso, ove sia stato accertato, con sentenza passata in giudicato, l’illecito consistente in plurime molestie subite dai possessori di un immobile nell’esercizio del loro potere sulla cosa, tale limitazione temporanea del possesso si traduce in un concreto pregiudizio di carattere patrimoniale, perdurante fino al ripristino dello status quo ante. Ne consegue che, sussistendo la certezza del danno in re ipsa nelle sue varie componenti, il giudice, a fronte dell’obiettiva difficoltà di determinazione del quantum, deve fare ricorso ad una valutazione equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c., adottando eventualmente, quale adeguato parametro di quantificazione, quello correlato ad una percentuale del valore reddituale dell’immobile. Cass. 3 aprile 2012, n. 5334.

 

L’azione di reintegrazione del possesso persegue lo scopo di restituire il possesso della cosa a chi ne sia stato spogliato; pertanto, la relativa domanda non può essere accolta nel caso in cui la cosa sia andata distrutta, difettando in questo caso il presupposto stesso per il ripristino della situazione possessoria precedente. Trib. Sanremo, 20 novembre 2001; Cass. 16 maggio 2006, n. 11386.

 

In tema di tutela possessoria, la mancata ottemperanza all’ordinanza di reintegrazione nel possesso disposta dal giudice in favore dello spogliato, quanto costituisca una libera scelta dell’obbligato, si traduce in fonte di responsabilità civile ai sensi dell’art. 2043 c.c. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3400.

 

Il giudice che accordi la tutela possessoria al detentore senza titolo dell’immobile, ovvero la neghi a colui che la richieda nei confronti di quello, non legittima con ciò stesso il possesso nei confronti del proprietario, né esclude il diritto di quest’ultimo di ottenere la restituzione ed il risarcimento dei danni subiti per non aver potuto disporre liberamente del suo bene. Cass. 6 marzo 2003, n. 3290.

 

La decadenza dall’azione possessoria per lo spoglio subito rende inammissibile la domanda di risarcimento danni fondata sul comportamento lesivo che tragga origine dallo spoglio stesso. App. Milano, 6 novembre 2001.

 

Nel giudizio di reintegrazione del possesso è irrilevante ai fini di escludere la legittimazione passiva dell’autore materiale dello spoglio, la circostanza che questi abbia perso la disponibilità del bene per averlo alienato a terzi, perché anche in tale ipotesi la sentenza conserva la sua ragion d’essere, quantomeno allo scopo accessorio e consequenziale di legittimare la richiesta di risarcimento danni; del resto tale convincimento è avvalorato dall’art. 1169 c.c. che, prevedendo che la reintegrazione può essere domandata «anche» nei confronti di chi è nel possesso in virtù di un acquisto a titolo particolare fatto con la conoscenza dell’avvenuto spoglio, conferma la sussistenza pure in tale ipotesi della legittimazione passiva dell’autore dello spoglio medesimo. Cass. 12 giugno 2000, n. 7980; conforme Cass. 10 aprile 1996, n. 3303; Cass. 5 giugno 1990, n. 5389.

 

Nel giudizio possessorio, qualora non possa trovare attuazione la tutela possessoria, mediante reintegrazione della precedente situazione possessoria, è possibile esperire l’azione di risarcimento danni. Ma in tal caso l’azione deve riguardare soltanto il risarcimento dei danni subiti per il perduto godimento del bene, ovvero per la lesione conseguente al sofferto spoglio, ma non anche il risarcimento di quelle prestazioni che, in base a diverso ed autonomo titolo, il possessore (o il detentore qualificato) abbia eventualmente diritto di pretendere dall’avversario. Cass. 16 febbraio 1996, n. 1211.

 

 

6.4. L’arbitrato nei giudizi possessori.

Il compromesso per arbitrato estero, che valga a sottrarre al giudice italiano una determinata controversia in ordine alla titolarità del diritto nascente dal contratto in relazione al quale il compromesso medesimo è stato stipulato, non esclude la giurisdizione di detto giudice sulle azioni a tutela del possesso di un determinato bene, conseguito in forza del vincolo contrattuale (nella specie, di locazione di nave), trattandosi di azioni la cui cognizione non implica accertamento su quella titolarità e, quindi, sul rapporto contrattuale, essendo, invece, dirette alla tutela delle sole situazioni di fatto, attraverso statuizioni suscettibili di essere completamente vanificate dalla pronunzia resa nel giudizio petitorio. Cass., Sez. Un., 7 agosto 1992, n. 9381.



 
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