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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 706 cod. proc. civile: Forma della domanda

La domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio, con ricorso che deve contenere l’esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata.
Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica.
Il presidente, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data dell’udienza di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve essere tenuta entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto, ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Al ricorso e alla memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi presentate.
Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli di entrambi i coniugi. (1) (2) (3) 

 

(1) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dal D.L. 30 giugno 2005, n. 115 convertito con modificazioni dalla L. 17 agosto 2005, n. 168 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quater) che la presente modifica decorre dal 1° gennaio 2006.

Ha inoltre disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), e-bis) ed e-ter), 3-bis e 3-ter non si applicano ai giudizi civili pendenti alla data del 1° gennaio 2006.”

(2) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), c-quater), c-quinquies), e-bis) ed e-ter), 3-bis, e 3-ter, lettera a), entrano in vigore il 1° gennaio 2006 e si applicano ai procedimenti instaurati successivamente a tale data di entrata in vigore.”

 

(3) Il D.L. 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 come modificato dal D.L. 30 dicembre 2005, n. 273 convertito con modificazioni dalla L. 23 febbraio 2006, n. 51 ha disposto (con l’art. 2, comma 3-quinquies) che “Le disposizioni di cui ai commi 3, lettere b-bis), b-ter), c-bis), c-ter), c-quater), c-quinquies), e-bis) ed e-ter), 3-bis, e 3-ter, lettera a), entrano in vigore il 1° marzo 2006 e si applicano ai procedimenti instaurati successivamente a tale data di entrata in vigore.”


Giurisprudenza annotata

Forma della domanda.

 

 

  1. Procedimento; 1.1. Intervento del Pubblico Ministero; 1.2. Intervento, in genere; 1.3. Inammissibilità procedimenti anticipatori; 1.4. Domande autonome; 2. Giurisdizione; 3. Litispendenza; 4. Competenza per territorio; 4.1. Divorzio; 4.2. Contenzioso tra genitori naturali; 5. Rapporti con successive domande modificative; 6. Questioni di legittimità costituzionale.

 

 

  1. Procedimento.

Il procedimento di divorzio - così come quello di separazione personale - è caratterizzato da due fasi distinte che si perfezionano, rispettivamente, la prima con il deposito del ricorso in cancelleria e la seconda con la notifica al convenuto del ricorso e del pedissequo decreto del presidente del tribunale, contenente la fissazione dell’udienza di comparizione dei coniugi avanti al presidente stesso e del termine per la notificazione del ricorso e del decreto. Pertanto, il rapporto cittadino - giudice si costituisce già con il deposito del ricorso, mentre la seconda fase è finalizzata esclusivamente alla costituzione del necessario contraddittorio fra le parti, con la conseguenza che il mancato rispetto del termine fissato per la notifica non comporta, in difetto di espressa sanzione, la nullità del ricorso - già regolarmente proposto con il suo deposito in cancelleria - e che, quindi, deve essere concesso un nuovo termine, onde garantire il rispetto del contraddittorio e non lasciare pendente un ricorso ritualmente introdotto. Cass. 14 settembre 2004, n. 18448.

 

All’esito delle modifiche apportate, all’art. 4, l. 1 dicembre 1970, n. 898, dall’art. 8, l. 6 marzo 1987, n. 74 (applicabili anche in tema di separazione giudiziale dei coniugi, in virtù e nei limiti della disposizione di cui all’art. 23), così nei giudizi introdotti prima dell’entrata in vigore delle modifiche apportate alla disciplina del processo civile di cognizione dalla l. 26 novembre 1990, n. 353, e successive modificazioni, come nei giudizi introdotti successivamente ad esse, alla natura fin dall’origine contenziosa dei procedimenti di separazione giudiziale dei coniugi o di scioglimento del matrimonio, non si accompagna la caratterizzabilità della stessa udienza Presidenziale di comparizione dei coniugi, in termini corrispondenti (nel caso di fallimento del tentativo di conciliazione) a quelli dell’udienza prevista dall’art. 180 c.p.c.; ciò in quanto, anche in un tal caso, la fase Presidenziale si rivela successivamente indirizzata soltanto all’adozione dei provvedimenti temporanei ed urgenti ed alla nomina del giudice istruttore, con relativa fissazione dell’udienza di comparizione innanzi a lui. Da ciò consegue, fra l’altro, che, a tutti i fini che concernono i termini per la costituzione del coniuge convenuto e quelli di decadenza dello stesso per la formulazione delle domande riconvenzionali, quale udienza di prima comparizione rilevante ai sensi dell’art. 180 c.p.c. e degli artt. 166 e 167 c.p.c., debba intendersi esclusivamente quella innanzi al G.I. nominato all’esito della fase presidenziale. Cass. 25 luglio 2002, n. 10914.

 

Nel ricorso per separazione personale dei coniugi deve essere contenuto, a pena di nullità, l’invito a costituirsi 20 giorni prima dell’udienza di comparizione dinanzi al giudice istruttore quale verrà fissata dal Presidente del tribunale all’esito dell’udienza di comparizione dei coniugi. Trib. Nola, 26 marzo 1997.

 

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi o in quello volto alla dichiarazione della cessazione degli effetti civili del matrimonio (rispettivamente disciplinati dagli art. 706, 707 ss. c.p.c. e l. n. 898 del 1970), il ricorso introduttivo dei relativi giudizi non deve contenere, a pena di nullità (ex art. 164 c.p.c.), l’avvertimento prescritto per il rito ordinario dall’art. 163 comma 3 n. 7. c.p.c. che, esplicitamente, prevede che l’atto introduttivo deve contenere l’invito al convenuto a costituirsi nel termine di venti giorni prima dell’udienza indicata ai sensi e nelle forme stabilite dall’art. 166, ovvero di dieci giorni prima in caso di abbreviazione dei termini, e a comparire, nell’udienza indicata, dinanzi al giudice designato ai sensi dell’art. 168 bis, con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implica le decadenze di cui all’art. 167. Cass. 4 giugno 2008, n. 14802.

 

L’indicazione della residenza o del domicilio del coniuge chiamato in giudizio (richiesta dall’art. 4, 2° comma, lett. b), l. 1° dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 8, l. 6 marzo 1987, n. 74) non costituisce un requisito autonomo del ricorso introduttivo al procedimento di divorzio, ma è solo un elemento complementare per l’esatta identificazione della parte; pertanto, la mancanza di tale indicazione non comporta nullità della vocatio in ius, ove non sorgano dubbi sulla identificazione del soggetto convenuto. Cass. 18 aprile 1991, n. 4193.

 

Nel procedimento per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’atto introduttivo del giudizio può essere notificato secondo la procedura di notificazione per gli irreperibili di cui all’art. 143 c.p.c., solo quando l’ignoranza, circa la residenza, il domicilio o la dimora del destinatario dell’atto, sia incolpevole. L’indagine circa la sussistenza di tale presupposto implica che sia accertato, in base agli elementi acquisiti al processo, se il notificante conosceva o poteva conoscere, adottando la comune diligenza, la dimora, il domicilio o la residenza del destinatario. App. Roma, 9 gennaio 2008, n. 96.

 

Nel procedimento di separazione personale ex art. 706 c.p.c. - che è unico, seppure distinto in due fasi, delle quali anche quella presidenziale ha carattere contenzioso - la costituzione dell’attore si perfeziona al momento e per effetto del deposito del ricorso introduttivo, che deve essere sottoscritto dal difensore munito di procura, instaurandosi attraverso tale deposito il rapporto cittadino-giudice e dovendo ex art. 36 disp. att. c.p.c. la cancelleria provvedere alla formazione del fascicolo di ufficio ed all’iscrizione della causa a ruolo generale, nonché a ricevere gli adempimenti di cui all’art. 38 disp. att. c.p.c., mentre la notificazione del ricorso e del decreto che fissa l’udienza di comparizione è finalizzata unicamente alla formazione del contraddittorio ed alla difesa della controparte. Ne discende che nel procedimento di separazione personale l’attore non ha l’onere, dopo l’udienza presidenziale, di costituirsi in giudizio anche davanti al giudice istruttore, restando inapplicabili le disposizioni fissate dall’artt. 165 e 171, comma 1, c.p.c. e di conseguenza esclusi gli effetti perentivi del giudizio ex art. 307, commi 1 e 2, c.p.c. Cass. 24 giugno 1989, n. 3095.

 

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, di cui agli artt. 706 e ss. c.p.c., la domanda riconvenzionale (nella specie, domanda di addebitabilità all’attore della separazione stessa, avanzata dal convenuto nei cui confronti era stata richiesta analoga declaratoria) è tempestivamente introdotta con la comparsa di risposta in sede di costituzione davanti al giudice istruttore, ancorché non sia stata formulata in controdeduzioni scritte depositate dal difensore nella fase preliminare davanti al presidente del tribunale, posto che solo la successiva comparizione davanti a detto istruttore segna l’inizio della fase cognitoria. Cass. 1 giugno 1989, n. 2658.

 

 

1.1. Intervento del Pubblico Ministero.

Anche con riguardo alle cause di separazione personale dei coniugi, l’eventuale inosservanza dell’art. 70 c.p.c., in tema d’intervento del pubblico ministero, implica nullità della sentenza e, pertanto, ove verificatasi in primo grado, è conoscibile da parte del giudice d’appello, ai sensi dell’art. 161 c.p.c., solo se denunciata con l’atto di gravame. Cass. 30 gennaio 1991, n. 910.

  1. Giurisprudenza sub art. 70.

 

 

1.2. Intervento, in genere.

L’art. 1, comma 1, l. 8 febbraio 2006 n. 54, che ha novellato l’art. 155 c.c., nel prevedere il diritto dei minori, figli di coniugi separati, di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale, affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata, ma non incide sulla natura e sull’oggetto dei giudizi di separazione e di divorzio e sulle posizioni e i diritti delle parti in essi coinvolti, e non consente pertanto di ravvisare diritti relativi all’oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel processo che possano legittimare un intervento dei nonni o di altri familiari, ai sensi dell’art. 105 c.p.c., ovvero un interesse degli stessi a sostenere le ragioni di una delle parti, idoneo a fondare un intervento “ad adiuvandum”, ai sensi dell’art. 105, comma 2, c.p.c. Cass. 16 ottobre 2009, n. 22081.

 

 

1.3. Inammissibilità procedimenti anticipatori.

Il ricorso allo strumento del provvedimento di urgenza, in corso di un giudizio di separazione personale tra i coniugi, al fine di ottenere la condanna di un coniuge all’adempimento di obblighi a lui facenti capo in base ad un asserito accordo di vita coniugale previamente intercorso, è inammissibile. Pertanto, il reclamo avverso l’ordinanza del G.I. che respinga la detta richiesta in via d’urgenza, va rigettato. Trib. Palmi, 7 maggio 2001.

 

Va dichiarata inammissibile l’istanza di pronuncia dell’ordinanza ingiuntiva ex art. 186-ter c.p.c. formulata nel corso del giudizio di separazione, non ravvisandosi un rapporto di strumentalità ed accessorietà tra il giudizio di separazione ed il provvedimento anticipatorio in questione. Trib. Trani, 16 febbraio 2001.

 

 

1.4. Domande autonome.

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la domanda di addebito è autonoma e l’iniziativa di un coniuge di richiedere la dichiarazione di addebitabilità della separazione all’altro coniuge, anche sotto l’aspetto procedimentale, non è mera deduzione difensiva o semplice sviluppo logico della contesa instaurata con la domanda di separazione, tanto che, se presa dalla parte attrice, deve essere inserita nell’atto introduttivo del giudizio, esorbitando dalla semplice emendatio libelli consentita in corso di causa, e, se presa dalla parte convenuta, è soggetta ai tempi e ai modi della riconvenzionale. Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; conforme Cass., Sez. Un., 4 dicembre 2001, n. 15279; App. Napoli, 8 gennaio 2009.

 

Il passaggio in giudicato della sentenza non definitiva, con la quale si sia dichiarata la separazione e disposta la prosecuzione del giudizio sull’addebito, esclude che nel corso della prosecuzione del giudizio sull’addebito possa darsi rilievo al principio di recente enunciato dalla Cassazione e secondo il quale separazione e addebito vanno decisi necessariamente con un’unica sentenza. Trib. Trani, 16 febbraio 2000.

 

La norma del processo di divorzio, secondo la quale il tribunale emette sentenza non definitiva immediatamente appellabile in ordine allo status, con rimessione al definitivo di ogni altra decisione sui provvedimenti accessori, è applicabile anche ai giudizi di separazione personale. Cass. 29 novembre 1999, n. 13312.

 

È nulla la sentenza non definitiva con la quale il giudice di primo grado, essendo stata chiesta la separazione con addebito, abbia dichiarato la separazione e disposto la prosecuzione del giudizio sull’addebito. App. Bologna, 22 dicembre 1998.

 

 

  1. Giurisdizione.

La pendenza davanti a un giudice francese della causa di divorzio fra cittadini italiani non esclude la giurisdizione italiana sulla causa di separazione personale fra i medesimi coniugi, atteso che tra le due cause non ricorrono i requisiti dell’identità di petitum e di causa petendi che costituiscono, insieme con l’identità dei soggetti, presupposti indispensabili perché possa applicarsi la disciplina della litispendenza di cui all’art. 7, l. 31 maggio 1995, n. 218. Cass., Sez. Un., 20 luglio 2001, n. 9884.

 

Il giudizio di separazione personale tra coniugi, cittadini di due diversi Stati membri dell’Unione Europea, può essere validamente instaurato nella residenza abituale della parte attrice, così come previsto nell’art. 3 n. 1, lett. a, del regolamento Ce n. 2201 del 2003, anche se la domanda non sia proposta congiuntamente da entrambi i coniugi, in quanto tale criterio di collegamento è previsto in via alternativa sia in caso di domanda congiunta sia in caso di domanda proposta da una sola parte, in presenza (come nella specie) di una durata almeno annuale della residenza abituale dell’attore prima della proposizione della domanda. Cass., Sez. Un., 17 febbraio 2010, n. 3680.

 

La causa di separazione fra coniugi, entrambi di nazionalità italiana, spetta alla cognizione del giudice italiano, in forza del principio dell’assoggettamento del cittadino alla giurisdizione italiana mentre non rileva l’ubicazione all’estero della loro residenza o del loro domicilio, trattandosi di circostanza influente ai diversi fini della competenza, da riconoscersi in tale ipotesi a qualunque tribunale della Repubblica (per effetto della mancanza di criteri di collegamento, e poi, dopo l’entrata in vigore della l. 6 marzo 1987, n. 74, in forza della espressa previsione dell’art. 8 di tale legge). Cass., Sez. Un., 22 dicembre 1989, n. 5773.

 

La domanda di separazione personale, proposta dal marito, cittadino italiano, nei confronti della moglie, anch’essa munita di cittadinanza italiana per effetto del matrimonio, introduce una controversia fra cittadini italiani, e, pertanto, non può sottrarsi alla giurisdizione del giudice italiano, ancorché la convenuta mantenga pure la cittadinanza di Stato straniero, secondo la legge di quest’ultimo, e senza che rilevi l’ubicazione all’estero della residenza o del domicilio dei coniugi (circostanza influente ai diversi fini della competenza territoriale, da ritenersi in tal caso estesa a tutti i giudici della repubblica, alla stregua di un principio generale evincibile dall’ordinamento e poi espressamente recepito dall’art. 8 della l. 6 marzo 1987, n. 74). Cass., Sez. Un., 1 dicembre 1989, n. 5293.

 

Con riguardo al giudizio di separazione personale tra coniugi promosso, avanti al giudice italiano, nei confronti di coniuge domiciliato (di fatto) all’estero (Germania), con notifica del ricorso introduttivo avvenuta ai sensi dei primi due comma dell’art. 142 c.p.c., il perfezionamento della notificazione e, con esso, la pendenza del relativo procedimento, si verificano nel ventunesimo giorno successivo a quello del compimento delle formalità della predetta norma previste, ai sensi dell’art. 143, comma 4, c.p.c.; pertanto, qualora il coniuge convenuto abbia domicilio nella Germania Federale e, prima della data indicata, si sia instaurato avanti al giudice di tale Stato altra causa di separazione degli stessi coniugi ad opera del coniuge convenuto avanti al giudice italiano, quest’ultimo deve dichiarare il difetto di propria giurisdizione, per litispendenza, in applicazione dell’art. 11 della Convenzione italo-tedesca del 9 marzo 1936, resa esecutiva in Italia con l. 14 gennaio 1937, n. 106, convenzione che resta in vigore, in materia di separazione dei coniugi, anche dopo la convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, resa esecutiva in Italia con l. 21 giugno 1971, n. 804. Cass., Sez. Un., 17 marzo 1989, n. 1325.

 

 

  1. Litispendenza.

Se la stessa causa di separazione personale dei coniugi viene introdotta davanti a giudici diversi, per individuare, ai fini della litispendenza, il giudice preventivamente adito occorre avere riguardo non già alla data di notifica degli atti introduttivi dei due giudizi ma a quella del deposito dei relativi ricorsi in cancelleria. Ha, infatti, rilievo generale il principio, affermato con particolare riferimento al processo del lavoro, nonché ai giudizi d’impugnazione da proporre non con citazione, ma con ricorso, secondo il quale nei procedimenti che s’instaurano con ricorso (ad eccezione del rito monitorio per il quale vige la diversa regola di cui all’art. 643, ult. co., c.p.c.) la pendenza della lite è determinata dalla data di deposito del ricorso stesso in cancelleria. Cass. 30 marzo 2001, n. 4686.

 

 

  1. Competenza per territorio.

Ai fini dell’individuazione del tribunale competente per territorio sulla domanda di separazione personale dei coniugi, tale luogo deve essere identificato con l’ultima residenza comune dei coniugi, non potendosi ricorrere al foro subordinato della residenza o del domicilio della parte convenuta, sulla base di una applicazione estensiva della sentenza 23 maggio 2008 n. 169 della Corte cost. che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, l. 1º dicembre 1970 n. 898 nel testo sostituito dall’art. 2, comma 3 bis, d.l. 14 marzo 2005 n. 35, convertito con emendamenti, in l. 14 maggio 2005 n. 80 limitatamente alle parole «del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero in mancanza», per manifesta irragionevolezza, data la normale cessazione della convivenza, secondo l’id quod plerumque accidit; non è invero ammissibile estendere ad altre norme una pronunzia di illegittimità costituzionale riferita ad una specifica disposizione, essendo semmai necessario sollevare questione di costituzionalità dell’art. 706 c.p.c., nella parte in cui impone come criterio principale di collegamento l’ultima residenza comune dei coniugi e, solo nell’ipotesi in cui mai vi sia stata convivenza, il foro subordinato della residenza o del domicilio della parte convenuta; né peraltro sembra sussistere il predetto dubbio di legittimità, stante la diversità di situazioni, dei coniugi in procinto di separarsi, rispetto a coniugi già separati da tempo e parti nel giudizio di cessazione degli effetti civili nel matrimonio. Cass. 4 agosto 2011, n. 16957.

 

Nei procedimenti di separazione dei coniugi, la novella l. n. 80 del 2005 ha introdotto un differente criterio di competenza territoriale, individuando quale foro competente quello del tribunale dell’ultima residenza dei coniugi, ovvero, in mancanza, quello in cui il coniuge convenuto ha la residenza o domicilio. Conseguentemente, il giudice competente per la separazione è quello del luogo in cui si trova l’abitazione coniugale, salvo che non vi sia stata una frattura della convivenza antecedente alla domanda giudiziale: in tale ipotesi il giudice competente va individuato secondo la residenza o il domicilio del coniuge convenuto. Trib. Lucca, 2 marzo 2010.

 

L’art. 706, c.p.c., ha introdotto, ai fini dell’individuazione del tribunale competente, criteri di collegamento non alternativi, bensì successivi ed inderogabili. Orbene, il legislatore, con l’inciso “ultima residenza comune”, ha inteso riferirsi al luogo di concreto svolgimento della vita familiare, poiché solo tale criterio tutela in modo equilibrato la parte ricorrente e la parte resistente tanto nel caso in cui non sia stata fissata una residenza formale comune (ipotesi ben possibile, ai sensi dell’art. 144, comma 1, c.c.) quanto nel caso di improvviso allontanamento unilaterale di uno dei coniugi. In buona sostanza, per “ultima residenza comune dei coniugi” deve intendersi, quanto meno nel giudizio di separazione, la “casa familiare” (o anche, soprattutto in mancanza di prole, “casa coniugale”), a condizione però, onde rendere il criterio di collegamento funzionalmente e concretamente applicabile, che vi sia attualità di residenza di entrambi i coniugi o almeno di uno di essi. Dunque può conclusivamente affermarsi che il foro secondario della residenza o del domicilio del convenuto opera solo quando i coniugi non abbiano mai avuto una “casa familiare” (o “coniugale”). Trib. Bari, 19 febbraio 2010.

 

Contra: La competenza territoriale è determinata in via prioritaria dal luogo di residenza del convenuto ex art. 706 c.p.c. Trib. Vibo Valentia, 2 marzo 2010.

 

Il luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi, costituente il foro principale nelle cause di separazione ex art. 706 c.p.c., si individua in base alle risultanze anagrafiche che però assumono un valore meramente presuntivo e possono essere superate da elementi effettivi comprovanti in modo univoco una diversa collocazione del centro vitale del nucleo familiare. Trib. Trento, 18 aprile 2008; conforme Cass. 29 settembre 2004, n. 19595.

 

La residenza del coniuge convenuto, quale criterio per la determinazione della competenza territoriale inderogabile nelle cause di separazione personale fra coniugi (art. 706 c.p.c.), va individuata sulla base delle certificazioni anagrafiche, le cui risultanze non sono superate dalla circostanza del temporaneo allontanamento del coniuge convenuto dal luogo ivi indicato (che non comporta di per sè trasferimento della residenza o del domicilio), e neppure dalla dichiarazione del coniuge fatta unicamente al comune ove intenda trasferirsi, non accompagnata dalla parallela comunicazione al comune che si abbandona, prescritta dall’art. 31 disp. att. c.c. Cass. 18 gennaio 1990, n. 224.

 

Al fine dell’individuazione del tribunale competente per territorio sulla domanda di separazione personale dei coniugi alla stregua del criterio «del luogo di residenza del coniuge convenuto al momento della proposizione della domanda» (art. 706 c.p.c.), tale luogo deve essere identificato, sia pur in via soltanto presuntiva, con la casa coniugale, da ritenersi, sino a prova contraria, luogo di dimora abituale di tutti i componenti della famiglia. Tale presunzione può, peraltro, legittimamente superarsi fornendo la prova - il cui onere grava sul coniuge che contesti la detta circostanza - del verificarsi di una frattura del rapporto di convivenza prima della proposizione della domanda stessa a causa dello spostamento, da parte del predetto coniuge, della propria abituale dimora in un altro luogo. (Nell’affermare il principio di diritto che precede la S.C. ha, nella specie, dichiarato competente per territorio il giudice del luogo ove era ubicata la casa coniugale nonostante il coniuge istante per la separazione avesse, per tutta la durata del matrimonio, conservato la residenza anagrafica in altra città, ove dimorava stabilmente nel corso della settimana per motivi lavorativi, facendo ritorno presso la casa coniugale soltanto nel week-end). Cass. 24 aprile 2001, n. 6012.

 

In tema di separazione giudiziale dei coniugi, la competenza per territorio è determinata dal luogo ove i coniugi avevano l’ultima residenza comune, da intendersi non come residenza meramente anagrafica, ma effettiva, come luogo (la casa coniugale) ove i coniugi hanno effettivamente vissuto. Trib. Napoli, 4 giugno 2008.

 

Nella determinazione del luogo di residenza del convenuto, al fine di stabilire il tribunale territorialmente competente nel giudizio di separazione personale dei coniugi, il principio della corrispondenza tra residenza anagrafica e residenza effettiva costituisce una presunzione semplice, superabile con ogni mezzo di prova idoneo ad evidenziare l’abituale e volontaria dimora di un soggetto in un luogo diverso; pertanto qualora si provi o risulti in concreto che il terzo, che può anche essere il coniuge separato di fatto, fosse a conoscenza della mancata corrispondenza fra residenza anagrafica e residenza effettiva, non può operare, rispetto a detto terzo, la più rigorosa disciplina prevista dall’art. 44 c.c. in ordine all’opponibilità del trasferimento della residenza. Cass. 22 luglio 1995, n. 8049.

 

L’art. 706 c.p.c. fissa la competenza territoriale nel luogo di residenza o domicilio del convenuto (fori alternativi), e solo nel caso di constatata impossibilità di individuare tali luoghi, la competenza va determinata con riferimento alla residenza o domicilio del coniuge ricorrente. La residenza del coniuge convenuto si determina con riferimento al tempo della notifica del ricorso e del decreto presidenziale e deve individuarsi sulla base delle certificazioni anagrafiche, le cui risultanze, però, ammettono la prova contraria dell’abituale e volontaria dimora del soggetto in un luogo diverso. Trib. Reggio Calabria, 10 gennaio 2003.

 

Nel giudizio di separazione giudiziale la competenza territoriale si determina al momento della proposizione della domanda che coincide con il deposito in cancelleria del ricorso introduttivo. La residenza dei coniugi si presume fissata nella casa coniugale, fino a prova contraria. Trib. Napoli, 18 maggio 2000.

 

 

4.1. Divorzio.

L’art. 4, comma 1, l. 1° dicembre 1970 n. 898, nel testo sostituito dall’art. 2, comma 3-bis, d.l. 14 marzo 2005 n. 35, che individua come competente per i procedimenti contenziosi, aventi ad oggetto lo scioglimento e/o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudice «del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza,» è costituzionalmente illegittimo limitatamente a queste parole, atteso che in modo assolutamente irragionevole stabilisce che sia competente per territorio il giudice del luogo in cui si trovava la residenza comune dei coniugi, nonostante, al momento dell’introduzione del giudizio, nessuna delle parti abbia alcun rapporto con quel luogo. Corte cost., 23 maggio 2008, n. 169.

 

4.2. Contenzioso tra genitori naturali.

L’art. 4, l. 8 febbraio 2006, n. 54, che estende l’applicazione della disciplina in tema di affidamento condiviso anche al contenzioso tra genitori naturali, richiama integralmente tutte le norme sostanziali e processuali contenute nella riforma, con ciò presupponendo l’applicazione del rito speciale di cui agli artt. 706 e ss. c.p.c., con la conseguenza che la competenza a occuparsi dell’affidamento dei figli naturali appartiene al tribunale ordinario. Trib. min. Milano, 12 maggio 2006.

 

Va dichiarata l’incompetenza funzionale del Tribunale ordinario a favore del Tribunale minorile anche a fronte della speciale azione monitoria ex art. 148, comma 2, c.c., azionata dall’un genitore verso l’altro, denunciato come inadempiente nel contribuire al mantenimento del figlio naturale minore, allorché il genitore convenuto svolga, in via riconvenzionale, domanda volta all’affidamento esclusivo del figlio comune. Trib. Macerata, 17 aprile 2009.

 

 

  1. Rapporti con successive domande modificative.

La domanda con cui un coniuge, facendo espresso riferimento e richiamo al provvedimento temporaneo ed urgente di assegnazione della casa familiare all’altro coniuge, adottato nella sede presidenziale del giudizio di separazione personale, richieda il rimborso di quanto spontaneamente e consapevolmente corrisposto a titolo di spese condominiali e di riscaldamento, nonché a titolo di imposte e tasse, si pone al di fuori dell’ambito del giudizio principale di separazione ex artt. 706 ss. c.p.c., come pure del giudizio per la modifica delle conseguenti statuizioni ex art. 710 c.p.c., atteso che detta domanda non presenta dirette connessioni od interferenze con quelle statuizioni, ma riguarda, più semplicemente, la sorte di oneri che trovano il loro presupposto in detta assegnazione. Ne deriva, pertanto, che la competenza in ordine a tale domanda va determinata secondo le regole comuni e non trova deroga in favore del giudice competente per la separazione o del giudice competente per la modifica dei relativi provvedimenti. Cass. 19 settembre 2005, n. 18476.

 

La domanda di modificazione dei provvedimenti riguardanti il coniuge e la prole conseguenti la separazione, proposta ai sensi degli artt. 710 e 711 c.p.c., non è equiparabile a quella di separazione e si sottrae alle speciali regole di competenza per quest’ultima dettata dall’art. 706 c.p.c. Infatti, poiché nella modificazione dei provvedimenti concernenti la prole non è ravvisabile il carattere obbligatorio ex art. 1174 c.c., alla domanda di affidamento del figlio minore va applicato il forum rei ex art. 18 c.p.c. Trib. Trapani, 11 dicembre 2004.

 

In tema di competenza per territorio, la domanda di modifica dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge consensualmente separato, proposta a norma degli artt. 710 e 711 c.p.c., la quale investe rapporti obbligatori, non è equiparabile alla domanda di separazione personale e si sottrae alle speciali regole di competenza stabilite per il giudizio di separazione. Ciò vale ovviamente rispetto sia alle regole di competenza dettate specificamente per la separazione sia per quelle dettate per il divorzio, ma dichiarate applicabili anche al giudizio di separazione. Inapplicabile sembra anche l’art. 12-quater della legge n. 898 del 1970 sul divorzio, introdotto dall’art. 18 della legge n. 74 del 1987, che regola la competenza per le cause di obbligazione di cui a quella legge. Per tali giudizi di modifica dell’assegno di mantenimento, è territorialmente competente, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., anche il giudice del luogo in cui è sorto il debito di mantenimento, che si identifica nel luogo in cui è stata omologata la separazione consensuale e non in quello in cui il matrimonio è stato contratto. Cass. 22 marzo 2001, n. 4099.

 

Conf.: La domanda di modificazione dell’assegno alimentare o di mantenimento, che venga proposta, ai sensi degli artt. 710 e 711 (originario testo) c.p.c., da uno dei coniugi separati in base a sentenza o verbale di separazione consensuale omologato, è soggetta ai normali criteri di competenza per valore e per territorio (e, quindi, con riguardo alla competenza per territorio, anche al foro concorrente del luogo dell’esecuzione dell’obbligazione, da identificarsi con il domicilio dell’avente diritto all’assegno. Cass., Sez. Un., 16 gennaio 1991, n. 381.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

La convivenza more uxorio rappresenta l’effetto di una scelta di libertà dalle regole costruite dal legislatore per il matrimonio, donde l’impossibilità, pena la violazione della libera determinazione delle parti, di estendere alla famiglia di fatto, per la diversità delle situazioni raffrontate, le regole anche processuali connesse all’istituto matrimoniale; pertanto, è manifestamente infondata, in relazione agli artt. 2, 3, 24 e 30 Cost., la questione di costituzionalità del combinato disposto degli artt. 151, comma 1, e 155 c.c., nella parte in cui, per l’appunto, non consente l’applicabilità alla cessazione della convivenza di fatto degli artt. 706-709 c.p.c., dettati per il caso di separazione dei coniugi. Corte cost., 6 maggio 1998, n. 166.



 
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