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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 712 cod. proc. civile: Forma della domanda

La domanda per interdizione o inabilitazione si propone con ricorso diretto al tribunale del luogo dove la persona nei confronti della quale è proposta ha residenza o domicilio.

Nel ricorso debbono essere esposti i fatti sui quali la domanda è fondata e debbono essere indicati il nome e cognome e la residenza del coniuge, dei parenti entro il quarto grado, degli affini entro il secondo grado e, se vi sono, del tutore o curatore dell’interdicendo o dell’inabilitando.


Giurisprudenza annotata

Forma della domanda.

 

 

  1. Natura del processo per interdizione o inabilitazione; 1.1. Presupposti; 2. Criteri di determinazione della competenza per territorio; 3. Difesa tecnica; 4. Rinuncia agli atti del giudizio e cessazione della materia del contendere; 5. Parenti e affini dell’interdicendo o inabilitando; 6. Rapporti tra il procedimento instaurato ex art. 712 ed il giudizio relativo al riconoscimento della pensione di inabilità; 7. Condanna alle spese.

 

 

  1. Natura del processo per interdizione o inabilitazione.

Il processo di interdizione o inabilitazione ha per oggetto un accertamento della capacità di agire che incide sullo status della persona e si conclude con una pronuncia qualificata espressamente come sentenza, suscettibile di giudicato. Le peculiarità di detto procedimento, determinate dalla coesistenza di diritti soggettivi privati e di profili pubblicistici, dalla natura e non disponibilità degli interessi coinvolti, e specificamente segnate dalla posizione dei soggetti legittimati a presentare il ricorso, i quali esercitano un potere di azione, ma non agiscono a tutela di un proprio diritto soggettivo (art. 417 c.c.), dalla previsione che essi possono impugnare la sentenza, pur se non abbiano partecipato al giudizio (art. 718 c.p.c.), e dagli ampi poteri inquisitori del giudice (artt. 419 c.c. e art. 714 c.p.c.), non escludono che esso si configuri, pur con tali importanti deviazioni rispetto al rito ordinario, come un procedimento contenzioso speciale, ritenuto dal legislatore come il più idoneo ad offrire garanzie a tutela dell’interesse dell’interdicendo e dell’inabilitando e ad assicurare una più penetrante ricerca della verità, e che quindi esso resti disciplinato, per quanto non previsto dalle regole speciali, dalle regole del processo contenzioso ordinario, ove non incompatibili. Cass. 24 agosto 2005, n. 17256.

 

I procedimenti d’interdizione ed inabilitazione, ancorchè contraddistinti da una peculiare natura e funzione pubblicistica - in quanto hanno rispettivamente ad oggetto la rimozione e l’affievolimento dello stato di capacità della persona e prescindendo da un vero e proprio conflitto tra i soggetti del rapporto controverso, realizzano tra le parti una sorta di concorso verso l’unico fine che è rappresentato dalla tutela del soggetto incapace, o solo parzialmente incapace - non si sottraggono all’essenziale quanto generale principio processuale della domanda. Proprio il richiamato principio della domanda non investe solo il profilo del contraddittorio e riguarda, per certo, anche quello della necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ovvero quell’altro generale principio dell’ordinamento processuale che è sancito dall’art. 112 c.p.c., la cui violazione integra le ipotesi d’ultrapetizione e/o extrapetizione della sentenza. App. Milano, 7 marzo 2001.

 

 

1.1. Presupposti.

Lo stato di incapacità a provvedere alla gestione dei propri interessi patrimoniali e a compiere autonomamente gli atti della vita è presupposto per la domanda di interdizione. Trib. Trani, 2 maggio 2007.

La forte riduzione dell’autonomia fisica non costituisce presupposto per la domanda di interdizione o inabilitazione. Trib. Monza, 14 febbraio 2007.

 

 

  1. Criteri di determinazione della competenza per territorio.

La competenza per territorio, in materia di interdizione, si determina in base alla residenza effettiva dell’interdicendo, e, quindi, in base alla residenza anagrafica, ove difettino prove contrarie alla presunzione della sua coincidenza con detta residenza effettiva. Cass. 22 ottobre 1991, n. 11204; conforme Cass. 28 luglio 2006, n. 17235.

 

 

  1. Difesa tecnica.

La peculiarità del procedimento di interdizione ed inabilitazione - determinate dalla natura e non disponibilità degli interessi coinvolti, dagli ampi poteri inquisitori del giudice e dalla stessa revocabilità della sentenza che lo conclude - non escludono il rispetto delle norme in tema di patrocinio delle parti in giudizio. Cass. 22 giugno 1994, n. 5967.

Nel procedimento per interdizione la procura alle liti deve essere rilasciata, a pena di nullità, prima del deposito del ricorso posto che tale deposito coincide con il momento della costituzione in giudizio della parte. Cass., 3 maggio 1975, n. 1701; conforme Trib. Venezia, 2 giugno 1994.

 

 

  1. Rinuncia agli atti del giudizio e cessazione della materia del contendere.

Considerata la rilevanza anche pubblicistica dei rapporti ed interessi tutelati nel procedimento di interdizione, non è consentito alla parte che abbia promosso il giudizio di rinunciare agli atti del giudizio stesso, così come non è consentito al P.M. di accettarla, sicché anche in presenza di una rituale rinuncia questo deve proseguire fino alla sua normale definizione. Trib. S. Maria Capua Vetere, 30 aprile 1996.

 

Anche nel processo di interdizione o di inabilitazione è ammissibile la pronuncia di cessazione della materia del contendere in ogni caso in cui, per motivi sopravvenuti, una pronuncia sul merito si profili come non più necessaria. Cass. 24 agosto 2005, n. 17256.

 

 

  1. Parenti e affini dell’interdicendo o inabilitando.

I parenti e gli affini dell’interdicendo o dell’inabilitando, che devono essere indicati nel ricorso introduttivo (art. 712 c.p.c.), ed ai quali il ricorso medesimo deve essere notificato (art. 713 c.p.c.), non hanno qualità di parte in senso proprio, avendo un compito consultivo, per fornire al giudice utili informazioni: ne deriva che l’omissione di detta indicazione e notificazione, oltre che suscettibile di sanatoria, quando i predetti soggetti vengano comunque ascoltati nel corso dell’istruttoria, può essere denunciata, in sede d’impugnazione, solo se abbia implicato la mancata audizione di congiunti od affini verosimilmente in grado di offrire decisivi elementi di convincimento. Cass. 15 maggio 1989, n. 2218; conforme Cass., 18 febbraio 1982, n. 1023.

Contra: Gli affini dell’interdicendo, cui deve essere notificato il ricorso per interdizione, sono legittimati ad intervenire nel giudizio e, in quanto parti del processo, possono eccepire la nullità del ricorso introduttivo. Trib. Venezia, 2 giugno 1994.

 

Nel giudizio d'interdizione (e, conseguentemente in quello che abbia ad oggetto la revoca di essa) i parenti e gli affini non sono parti necessarie del procedimento. Una volta che ad essi sia stato notificato il ricorso medesimo, la loro concreta partecipazione è condizionata dall'apporto informativo che essi possono fornire. Pertanto la mancata notifica ad esse non determina alcuna nullità e può costituire motivo d'impugnazione solo se concerna un congiunto in grado di fornire informazioni tali da far decidere il giudizio diversamente.

Cassazione civile sez. I  09 febbraio 2015 n. 2401  

 

Nel giudizio di interdizione parenti ed affini dell’interdicendo non hanno qualità e veste di parti in senso proprio, avendo essi un compito “consultivo” e cioè di fonti di utili informazioni al giudice. Di talché, escluso che detti parenti ed affini siano qualificabili come parti necessarie del procedimento, ne discende che, non intervenuti né chiamati in primo grado e facoltizzati ad impugnare la prima sentenza sol deducendo fatti ed informazioni indebitamente pretermesse per effetto della loro esclusione, certamente non sono ammessi a dedurre in sede di legittimità - e per la prima volta - pretesi vizi correlati alla ridetta esclusione. Cass. 1 dicembre 2000, n. 15346; conforme Cass. 15 maggio 1989, n. 2218.

 

È inammissibile l’intervento adesivo dipendente, nel giudizio di interdizione, dei futuri eredi dell’interdicendo. App. Lecce, 22 novembre 1995.

 

 

  1. Rapporti tra il procedimento instaurato ex art. 712 ed il giudizio relativo al riconoscimento della pensione di inabilità.

L’accertamento delle condizioni di invalidità o dei presupposti per l’indennità di accompagnamento ai fini previdenziali e assistenziali che ne conseguono, non costituisce accertamento sullo status della persona e cioè sulla di lei capacità di agire, giacché i presupposti dell’interdizione o della inabilitazione (incapacità dell’interdicendo, per le condizioni di abituale infermità di mente - e, in minor misura, dell’inabilitando - di provvedere ai propri interessi) sono diversi da quelli di invalidità e di incapacità a compiere da soli gli abituali atti della vita, necessari al riconoscimento della pensione di inabilità o dell’indennità di accompagnamento. Ne consegue che non eccede dall’ambito delle proprie competenze, a scapito di quelle del tribunale in sede camerale ai sensi dell’art. 712 c.p.c., il giudice che accerti le condizioni di invalidità o i presupposti per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento o della pensione di inabilità. Cass. lav., 4 aprile 2002, n. 4834; conforme Cass. lav., 28 novembre 2001, n. 15071.

 

 

  1. Condanna alle spese.

Il procedimento di interdizione, pur presentando numerose peculiarità, essendo caratterizzato dalla coesistenza di diritti soggettivi privati e di profili pubblicistici, dalla natura e non disponibilità degli interessi coinvolti, dalla posizione dei soggetti legittimati a presentare il ricorso, che esercitano un potere di azione, ma non agiscono a tutela di un proprio diritto soggettivo, dagli ampi poteri inquisitori del giudice, dalla particolare pubblicità della sentenza e dalla sua revocabilità, si configura pur sempre come un procedimento contenzioso speciale, il che comporta l’applicazione ad esso di tutte le regole del processo di cognizione, salvo le deroghe previste dalla legge. In particolare, essendo anche in questo caso il regolamento delle spese consequenziale ed accessorio rispetto alla definizione del giudizio, la condanna al pagamento delle spese di lite legittimamente può essere emessa, a carico della parte soccombente, anche d’ufficio, in mancanza di un’esplicita richiesta della parte vittoriosa, a meno che risulti che esista una esplicita volontà di quest’ultima di rinunziarvi. Cass. 9 novembre 2005, n. 21718.

 

Il principio della ripartizione dell’onere delle spese giudiziali, secondo i criteri di cui agli art. 90 e seguenti c.p.c., si applica anche nei procedimenti in materia di famiglia e di stato delle persone (nella specie, procedimento di inabilitazione). Cass. 18 febbraio 1982, n. 1023.



 
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