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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 72 cod. proc. civile: Poteri del pubblico ministero

Il pubblico ministero, che interviene nelle cause che avrebbe potuto proporre, ha gli stessi poteri che competono alle parti e li esercita nelle forme che la legge stabilisce per queste ultime (1).

Negli altri casi di intervento previsti nell’articolo 70, tranne che nelle cause davanti alla Corte di cassazione, il pubblico ministero può produrre documenti, dedurre prove, prendere conclusioni nei limiti delle domande proposte dalle parti (2).

Il pubblico ministero può proporre impugnazioni contro le sentenze relative a cause matrimoniali, salvo che per quelle di separazione personale dei coniugi.

Lo stesso potere spetta al pubblico ministero contro le sentenze che dichiarino l’efficacia o l’inefficacia di sentenze straniere relative a cause matrimoniali, salvo che per quelle di separazione personale dei coniugi.

Nelle ipotesi prevedute nei commi terzo e quarto, la facoltà di impugnazione spetta tanto al pubblico ministero presso il giudice che ha pronunziato la sentenza quanto a quello presso il giudice competente a decidere sull’impugnazione.

Il termine decorre dalla comunicazione della sentenza a norma dell’articolo 133 (3).

Restano salve le disposizioni dell’articolo 397.


Commento

(1) Il regime stabilito per l’intervento del P.M. non produce menomazioni del diritto di difesa delle parti ma trova ampia giustificazione nelle ragioni di interesse pubblico su cui si fonda. In tal caso il P.M. ha gli stessi poteri delle parti, contribuendo alla determinazione del thema decidendum, col solo limite della indisponibilità da parte sua del diritto contestato.

 

(2) In questi casi il p.m. ha libertà di movimento solo nei limiti delle domande proposte dalle parti, limitandosi, quindi, a concludere per l’accoglimento o il rigetto delle domande delle parti e non potendo, inoltre, proporre impugnazioni non proposte dalle parti, salva l’eccezione di cui ai c. 3 e 4 della norma de qua.

 

(3) Eccezionalmente per il P.M. il termine di impugnativa decorre dall’attività di ufficio di comunicazione della sentenza e non da quella privata di notificazione del provvedimento da impugnare.

 


Giurisprudenza annotata

  1. Poteri del P.M.

La dichiarazione della parte di «rimettersi alla giustizia» circa la domanda dell’attore non implica acquiescenza ad ogni e qualsiasi decisione, ma sta unicamente a significare che la parte rimane in attesa di una pronuncia secondo diritto ed equità, senza rinunciare alla possibilità di impugnare una decisione iniqua o errata, e tale principio è destinato maggiormente a valere nel caso in cui a rimettersi alla giustizia sia stato il P.M., che, intervenendo a tutela dell’interesse pubblico, non può certo abdicare preventivamente alla possibilità di impugnare una decisione contraria alla legge. Cass. 7 luglio 2004, n. 12419.

 

1.1. Nelle cause che avrebbe potuto proporre.

Nelle cause che lo stesso P.M. potrebbe proporre ex art. 70 n. 1 c.p.c. (nella specie in relazione all’art. 78 del R.D. 29 giugno 1939, n. 1127, con riguardo a domanda di nullità di un brevetto, proposta in via riconvenzionale), egli ha gli stessi poteri che competono alle parti, ed in specie quello di impugnare le decisioni prese nel grado di processo cui è stato presente. Cass. 27 novembre 1989, n. 5149; conforme Cass. 21 maggio 1998, n. 5067.

 

 

1.2. Negli altri casi.

Nelle cause in cui il P.M. può assumere conclusioni solo nei limiti delle domande proposte dalle parti - come nel caso del procedimento disciplinato dall’art. 250 c.c., nel quale interviene obbligatoriamente ma non gli è riconosciuto il potere di impugnazione, non potendo proporre autonomamente il giudizio -, l’omissione o l’incompletezza della trascrizione delle suddette conclusioni non comporta la nullità della sentenza, qualora non abbia determinato una mancata pronuncia sulle conclusioni non trascritte. Cass. 5 giugno 2009, n. 12984.

 

 

  1. Potere di impugnazione.

È inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal P.G. presso la corte di appello avverso il decreto della medesima corte che accoglie l’istanza del tutore e del curatore speciale di persona in stato vegetativo permanente diretta ad ottenere l’autorizzazione a disporre l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione con sondino nasogastrico, dal momento che il potere di impugnazione spetta al P.M. presso il giudice “a quo” solo contro le sentenze emesse nelle cause previste dall’art. 72, commi 3 e 4, c.p.c. nonché in quelle che egli stesso avrebbe potuto proporre, non invece nelle cause in cui deve intervenire a pena di nullità, pur se relative allo stato e alla capacità delle persone. Cass., Sez. Un., 13 novembre 2008,n. 2714.

 

 

  1. Legittimazione e termine per l’impugnazione.

La legittimazione a proporre impugnazione da parte dell’ufficio del P.M. si determina avendo riguardo all’ufficio funzionante presso il giudice che ha pronunciato la sentenza, salvo deroghe espresse, anche se, proposta l’impugnazione stessa, legittimato a compiere i relativi atti nella fase di gravame è l’ufficio funzionante presso il giudice dell’impugnazione. Cass. 20 agosto 2003, n. 12236; conforme Cass. 17 giugno 1995, n. 6856.

 

Nei casi di intervento obbligatorio del p.m., la notifica del ricorso per cassazione al P.G. presso la corte d'appello è finalizzata a consentire l'esercizio dell'impugnazione, per cui la sua omissione non comporta alcuna conseguenza nei confronti di tale organo e non è causa di inammissibilità quando il provvedimento impugnato sia conforme alle sue conclusioni, poiché l'interesse ad impugnare, in ragione del quale dovrebbe farsi luogo ad integrazione del contraddittorio, è costituito dalla soccombenza, mentre il controllo sulla legittimità della decisione è assicurato dall'intervento del P.G. presso la Corte di cassazione. Rigetta, App. Firenze, 03/05/2012

Cassazione civile sez. I  21 maggio 2014 n. 11211  

 

In materia di concordato preventivo, il p.m. non è legittimato a impugnare i decreti del giudice delegato di liquidazione del compenso spettante al professionista, per l'attività di liquidatore giudiziale, non essendo detta legittimazione ricollegabile né al suo intervento nella procedura, che, pur essendo previsto dall'art. 162 l. fall. a garanzia dell'interesse generale al corretto ingresso e svolgimento della procedura esdebitatoria, non costituisce espressione di un potere d'azione (tale da abilitarlo all'impugnazione ai sensi degli art. 70 comma 1 n. 1 e 72 comma 1 c.p.c.), né all'art. 740 c.p.c., non trattandosi di decreto emesso all'esito di un procedimento camerale nel quale sia richiesto il suo parere. (Conferma Trib. Roma 17 giugno 2009 n. 13407).

Cassazione civile sez. I  31 marzo 2011 n. 7505  

 

  1. Il contraddittorio in sede di impugnazione.

Nei giudizi in cui il P.M. è litisconsorte necessario in concorrenza con le parti private ed è titolare di un autonomo potere di impugnazione, il relativo atto di appello deve essere notificato anche al P.M. presso il tribunale e, in difetto, il giudice di secondo grado deve disporre l’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti a norma dell’art. 331 c.p.c. Tale integrazione è necessaria anche quando l’atto di appello sia stato notificato al P.G. presso la corte di appello o questi sia ritualmente intervenuto nel giudizio di secondo grado, atteso che l’ordine di integrazione del contraddittorio è funzionale all’eventuale proposizione del gravame incidentale a cui non è legittimato il P.M. presso il giudice “ad quem”, e, pertanto, dal suo intervento non possono conseguire gli effetti cui è intesa l’integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 331 citato. Cass. 10 giugno 2011, n. 12853.

 

 

  1. Cause matrimoniali.

Nel giudizio di separazione personale tra coniugi, il P.M. deve intervenire a pena di nullità (art. 70 c.p.c.) ma non dispone di alcun potere, né di iniziativa, né di impugnativa della sentenza che lo conclude ex art. 72, comma terzo, c.p.c. (a differenza di quanto previsto in tema di divorzio, nel cui procedimento egli assume, invece, la qualità di litisconsorte in presenza di figli minori o incapaci, ed ha potere di impugnativa della decisione conclusiva anche in ordine agli interessi patrimoniali dei detti figli), con conseguente esclusione della sua qualità di litisconsorte necessario nel giudizio de quo. Cass. 14 maggio 2002, n. 6965.

 

 

  1. Cause di delibazione di sentenze straniere relative a cause matrimoniali.

Il P.M. presso la Corte d’appello ha il potere d’impugnazione delle sentenze che dichiarano l’efficacia o l’inefficacia di pronunce straniere relative a cause matrimoniali (salvo che per quelle di separazione personale dei coniugi), ai sensi dell’art. 72, quarto comma, c.p.c., con la conseguenza che, ove l’impugnazione sia proposta da altre parti, deve essere necessariamente notificato il ricorso per cassazione anche al P.M. presso detto ufficio, onde porlo in grado di proporre un eventuale impugnazione incidentale, pena l’inammissibilità del ricorso stesso, nel caso di mancata integrazione del contraddittorio nel termine all’uopo stabilito dalla Corte di cassazione. Cass. 27 gennaio 1995, n. 1012; conforme Cass. 20 settembre 1993, n. 9618.

 

 

  1. Revocazione.

L’audizione del P.M., richiesta dall’art. 32 della legge 4 maggio 1983, n. 184, per la dichiarazione di efficacia nello Stato, a titolo di affidamento preadottivo, della sentenza di adozione di un minore emessa da un’autorità straniera, è prevista a pena di nullità, il che abilita lo stesso P.M., nell’ipotesi di pronuncia del provvedimento - per il quale è stabilito un procedimento in unico grado - senza che tale audizione sia avvenuta, alla proposizione non del ricorso per cassazione, ma di quello per revocazione ex art. 397, n. 1, c.p.c., a norma dell’ultimo comma dell’art. 72 c.p.c. Cass. 2 maggio 1991, n. 4780.



 
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