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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 737 cod. proc. civile: Forma della domanda e del provvedimento

I provvedimenti, che debbono essere pronunciati in camera di consiglio, si chiedono con ricorso al giudice competente e hanno forma di decreto motivato, salvo che la legge disponga altrimenti.


Giurisprudenza annotata

Forma della domanda e del provvedimento.

 

 

  1. Ambito oggettivo: rinvio; 2. Atto introduttivo del giudizio; 2.1. Forma della domanda; 2.1.1. Nullità della domanda; 2.1.2. Notificazione; 3. Rappresentanza processuale; 4. Sostituzione processuale; 5. Legittimazione attiva; 6. Competenza; 6.1. Regolamento di competenza; 6.2. Questioni di legittimità costituzionale; 7. Motivazione del decreto; 8. Ricorso straordinario in cassazione; 8.1. Decreto che autorizza ad entrare o a permanere nel territorio nazionale; 8.1.1. Spese giudiziali.

 

 

  1. Ambito oggettivo: rinvio.
  2. Giurisprudenza sub art. 742-bis.

 

 

  1. Atto introduttivo del giudizio.

Il ricorso con il quale, a norma dell’art. 371 c.c., il tutore chiede la fissazione di nuove condizioni per l’allevamento di un minore, diverse da quelle determinate dal tribunale per i minorenni, in sede di reclamo avverso altro provvedimento del giudice tutelare, non integra una richiesta di revoca della precedente statuizione, ai sensi dell’art. 742 c.p.c., di competenza del giudice che ha emesso il provvedimento da riformare, ma costituisce atto iniziale di un nuovo procedimento di volontaria giurisdizione, devoluto alla competenza del giudice tutelare. Cass. 8 ottobre 1979, n. 5195.

 

 

2.1. Forma della domanda.

Il giudizio di merito relativo alla dichiarazione di paternità o maternità naturale di minori, innanzi al tribunale, a norma dell’art. 38 disp. att. c.c. (come modificato dall’art. 221, l. 19 maggio 1975, n. 151, e dall’art. 68, l. 4 maggio 1983, n. 184), ove attivato con citazione invece che con ricorso. (a mezzo del quale deve essere introdotto, a norma dell’art. 737 c.p.c., trattandosi di giudizio soggetto al rito camerale anziché al rito contenzioso ordinario) non è viziato da nullità quando l’atto introduttivo contenga tutti gli elementi necessari a farlo considerare come ricorso e siano stati adottati dal giudice i conseguenti provvedimenti di legge ai fini della instaurazione del contraddittorio. Cass. 21 febbraio 1997, n. 1608.

 

L’appello avverso le sentenze che dichiarano l’estinzione del processo deve essere proposto, dato che il giudizio di gravame si svolge nelle forme del procedimento in camera di consiglio di cui agli artt. 737 ss. c.p.c., con ricorso: peraltro, qualora l’appello venga invece proposto con citazione notificata alla controparte e quindi depositata nella cancelleria del giudice al momento della costituzione in giudizio, l’appello deve considerarsi tempestivo allorché il deposito della citazione avvenga entro il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza. App. Napoli, 9 giugno 2006.

Ai fini dell’accertamento della fondatezza di una domanda di protezione internazionale, il giudice di merito non può poggiare la propria valutazione sulla esclusiva base della credibilità soggettiva del richiedente, essendo tenuto, ai sensi dell’art. 8, comma 3 del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, ad un dovere di cooperazione che gli impone di accertare la situazione reale del paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri officiosi d’indagine e di acquisizione documentale, peraltro derivanti anche dall’adozione del rito camerale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente asilo che la Commissione Nazionale,ai sensi del comma 3 dell’art. 8 sopra citato, fornisce agli organi giurisdizionali chiamati a pronunciarsi su impugnazioni di decisioni negative. Cass. 10 maggio 2011, n. 10202.

 

 

2.1.1. Nullità della domanda.

Il giudizio di merito relativo alla dichiarazione di paternità naturale di minori dinanzi al tribunale per i minorenni, a norma dell’art. 38 disp. att. c.c., è soggetto al rito camerale, anziché al rito contenzioso ordinario, cosicché va proposto con ricorso ai sensi dell’art. 737 c.p.c. Peraltro, trattandosi di procedimento contenzioso le esigenze di rispetto del contraddittorio esigono la notifica al controinteressato del ricorso e della data dell’udienza di trattazione, entro un termine idoneo ad assicurargli l’utile esercizio del diritto di difesa. A tale fine, deve ritenersi applicabile anche al procedimento camerale in via analogica - attenendo ai requisito dell’atto indispensabili a garantire il contraddittorio - l’art. 164 c.p.c. nella parte in cui sancisce la nullità dell’atto introduttivo del giudizio, ove in esso non sia indicata la data dell’udienza di prima comparizione. (nella specie, l’art. 164 c.p.c. è stato applicato nel testo anteriore alla riforma di cui alla legge n. 353 del 1990). Cass. 17 marzo 1998, n. 2866.

 

 

2.1.2. Notificazione.

Nei procedimenti camerali attivati su istanza di parte, il giudice adito è tenuto a fissare con decreto l’udienza di comparizione con termine per la notifica del ricorso e del decreto alle controparti, ed è altresì tenuto al deposito di tale provvedimento, ma non anche alla sua comunicazione a chicchessia, non essendovi un obbligo del giudice normativamente disciplinato in tal senso, ed essendo viceversa il ricorrente tenuto ad attivarsi per prendere cognizione, in cancelleria, dell’esito del proprio ricorso. Cass. 8 luglio 2005, n. 14390.

 

Nel giudizio camerale di opposizione che lo straniero promuova avverso il decreto prefettizio di espulsione emesso dopo l’entrata in vigore della legge 30 luglio 2002, n. 189, a seguito della modificazione dell’art. 13, comma 8, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ad opera dell’art. 12 della citata legge n. 189 del 2002, non è più richiesta l’audizione personale del ricorrente. Entrambe le parti, però, hanno diritto, in ossequio al principio del contraddittorio, di essere tempestivamente avvertite dalla cancelleria, tramite avviso, dell’udienza in camera di consiglio fissata per la trattazione del ricorso in opposizione dinanzi al giudice del merito. (come pure del decreto reso dallo stesso giudice sul ricorso anzidetto) Nei confronti del ricorrente tale comunicazione. (al pari di quella del decreto che definisce il giudizio) è necessario e sufficiente che venga effettuata al procuratore costituito, in virtù del principio generale fissato dall’art. 170, primo comma, c.p.c. Cass. 22 febbraio 2006, n. 3841; conforme Cass. 2 dicembre 2005, n. 26275.

 

Con riguardo al procedimento ex art. 274 c.c. per la valutazione dell’ammissibilità dell’azione per la dichiarazione della filiazione naturale, l’adattamento del principio del contraddittorio alla sommarietà del rito camerale comporta che le relative garanzie devono ritenersi salvaguardate per il solo fatto che il ricorso introduttivo sia portato a conoscenza della controparte, il che può avvenire non solo attraverso un’espressa notifica. (di ricorso e decreto di comparizione) disposta dal giudice adito, ma anche un mezzo equipollente che alla detta parte parimenti consenta la completa conoscenza dell’atto introduttivo e l’organizzazione di una tempestiva difesa tecnica. Cass. 23 settembre 2004, n. 19072.

 

 

  1. Rappresentanza processuale.

Poiché nei procedimenti di volontaria giurisdizione non è necessario il patrocinio di un procuratore legalmente esercente, prescritto dall’art. 82 c.p.c. per il caso di partecipazione a giudizio, nella controversia per la designazione dell’erede più idoneo a subentrare nella posizione di assegnatario di terreno di riforma fondiaria, di cui all’art. 7 della legge 29 maggio 1967, n. 379 - che è soggetta al rito camerale - la parte può proporre personalmente reclamo avverso il provvedimento del tribunale. Cass. 3 luglio 1987, n. 5814; conforme Cass. 26 giugno 1991, n. 7147.

 

L’atto introduttivo del procedimento, su iniziativa di entrambi i coniugi, per l’esecutività della sentenza del Tribunale ecclesiastico dichiarativa della nullità del matrimonio. (dopo l’entrata in vigore delle modifiche al concordato con la Santa Sede di cui all’art. 8, n. 2, dell’accordo di Roma del 18 febbraio 1984, ratificato, unitamente al protocollo addizionale, dalla legge 25 marzo 1985, n. 121), deve essere sottoscritto a pena di nullità da un difensore (artt. 82 e 125 c.p.c.); atteso che, il procedimento camerale tipico, disciplinato dagli artt. 737 ss. c.p.c. e modellato su fattispecie. (presupposte) di giurisdizione volontaria, ove per contro sia previsto per situazioni sostanziali di «diritti» o status, deve essere completato con le forme - tra cui rientra il patrocinio di un procuratore legalmente esercente - adeguate all’oggetto del giudizio. Cass. 30 dicembre 1989, n. 5831.

 

Qualora il procedimento camerale tipico, disciplinato dagli artt. 737 ss. c.p.c., sia previsto per la tutela di situazioni sostanziali di diritti o di status - come avviene, ex art. 5, comma 4, legge n. 117 del 1988 per il procedimento di ammissibilità della domanda di risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie - esso deve essere completato con le forme adeguate all’oggetto, tra le quali rientra il patrocinio di un procuratore legalmente esercente; con la conseguenza che il reclamo avverso provvedimento in camera di consiglio sottoscritto da procuratore esercente extra districtum e da altro abilitato nel distretto ma indicato solo come domiciliatario, se non è seguito dalla costituzione in giudizio di procuratore esercente nel distretto e menzionato nella procura, è affetto da nullità insanabile. Cass. 30 luglio 1996, n. 6900; conforme Cass. 27 giugno 1997, n. 5770; Cass. 29 maggio 1990, n. 5025.

 

 

  1. Sostituzione processuale.

Il conduttore di una unità immobiliare di un edificio in condominio, ancorché abbia diritto a norma dell’art. 10 della legge n. 392 del 1978 a partecipare all’assemblea dei condomini, non è legittimato - in caso di mancata nomina dell’amministratore - a proporre il ricorso all’autorità giudiziaria ai sensi dell’art. 1129, primo comma, c.c. diretto ad ottenere la nomina dell’amministratore, configurandosi una negotiorum gestio di carattere processuale non consentita (anche in materia di volontaria giurisdizione) dall’ordinamento, con conseguente inesistenza di un suo diritto al rimborso delle spese sostenute. Cass. 17 giugno 1991, n. 6843.

 

 

  1. Legittimazione attiva.

La legittimazione del notaio a presentare ricorsi di volontaria giurisdizione trova fondamento nell’art. 1 della legge n. 89 del 1913; non è a tal fine necessario che il notaio si munisca di procura ogniqualvolta presenti un ricorso relativo alla stipula di un atto della quale sia stato incaricato: è invece sufficiente la c.d. autoattestazione. App. Potenza, 12 febbraio 1994; conforme App. Potenza, 12 dicembre 1978.

 

 

  1. Competenza.

La competenza per territorio relativamente ai procedimenti in camera di consiglio, che ha carattere funzionale e non derogabile dalle parti, si radica nel giudice del luogo in cui è domiciliata la parte che ha interesse ad ottenere il provvedimento. Trib. Firenze, 21 gennaio 1981.

 

Il criterio di competenza stabilito dall’art. 30-bis c.p.c. è applicabile anche ai procedimenti di volontaria giurisdizione (nella specie, procedimento davanti al tribunale per i minorenni concernente la regolamentazione del diritto di visita dei genitori di figlio naturale). Cass. 7 giugno 2002, n. 8318.

 

Il giudice della volontaria giurisdizione è competente ad autorizzare la vendita dei beni ereditari, ma non attiene alla sua competenza l’autorizzazione a vendere un bene immobile destinato dal de cuius quale disponibile ai figli nati e nascituri di persone, viventi al tempo delle sue disposizioni testamentarie, se la vocazione a favore dei nascituri, fosse stata preclusa dal difetto di concepimenti o nascite e l’immobile medesimo sia pervenuto al promittente venditore in successione legittima con atto di divisione. Trib. Roma, 25 aprile 2000.

 

L’omologazione degli atti societari soggetti ad iscrizione nel registro delle imprese è di competenza del tribunale del luogo in cui ha sede l’ufficio del registro delle imprese presso il quale l’atto stesso dev’essere depositato ed iscritto, anche se diverso dal tribunale della sede sociale. Cass. 9 agosto 1997, n. 7445.

 

Nei procedimenti diretti all’emanazione di provvedimenti limitativi della potestà del genitore, secondo, la previsione degli artt. 330 e ss. c.c., la competenza per territorio va determinata con riferimento al luogo in cui il minore dimora abitualmente, ed a prescindere, pertanto, da trasferimenti di carattere contingente e transitorio. Cass. 20 luglio 1982, n. 4255.

 

La disposizione contenuta nel primo comma dell’art. 38 c.p.c., nel testo modificato dall’art. 4 della legge 26 novembre 1990, n. 353, là dove ha introdotto una generale barriera temporale, di natura preclusiva, ai fini della possibilità di rilevare l’incompetenza per materia, per valore o per territorio nei casi previsti dall’art. 28 c.p.c., fissandola nella prima udienza di trattazione, deve ritenersi applicabile non soltanto ai processi (contenziosi) di cognizione ordinaria, ma anche a quelli di volontaria giurisdizione (nella fattispecie, procedimento ex art. 330 c.c. promosso dal tribunale per i minorenni), da trattare quindi in camera di consiglio, nei quali l’intervento del giudice trova il suo presupposto in una situazione conflittuale che impedisce ai titolari degli interessi coinvolti di provvedere direttamente alla loro regolamentazione. Cass. 22 maggio 2003, n. 8115.

 

 

6.1. Regolamento di competenza.

Il regolamento di competenza d’ufficio è proponibile anche dal giudice adito in procedimenti in Camera di Consiglio, dovendo applicarsi ad essi, in via analogica, quanto previsto dall’art. 45 c.p.c. (Fattispecie relativa ad ordinanza di regolamento emessa dal Tribunale davanti al quale era stato impugnato il diniego del visto d’ingresso per ricongiungimento familiare di cui all’art. 30, sesto comma, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286). Cass. 7 aprile 2004, n. 6892; conforme Cass. 12 ottobre 2004, n. 20164.

 

In materia di provvedimenti di volontaria giurisdizione può essere richiesto il regolamento di competenza d’ufficio, anche se il primo giudice abbia declinato la propria competenza con ordinanza, avendo questa natura sostanziale di sentenza. Cass. 19 febbraio 1987, n. 1789.

 

I decreti camerali emessi in tema di affidamento dei figli, quando risolvano una questione di competenza, acquistano, sul punto, il contenuto sostanziale di sentenza, e, come tali, sono impugnabili con ricorso per regolamento di competenza. Pertanto, in ipotesi di conflitto positivo di competenza, derivante dal fatto che un tribunale per i minorenni abbia provveduto su detto affidamento, affermando la propria competenza, e che altro tribunale per minorenni, investito della stessa materia, si ritenga a sua volta competente, deve negarsi la denunciabilità d’ufficio del conflitto di competenza, secondo le previsioni dell’art. 45 c.p.c., atteso che questa norma, dettata per il conflitto negativo, può essere suscettibile di estensione al diverso caso del conflitto positivo solo quando manchino nell’ordinamento altri rimedi esperibili dalle parti. Cass. 22 luglio 1980, n. 4781.

 

Qualora il procedimento camerale tipico, disciplinato dagli artt. 737 ss. c.p.c., sia previsto per la tutela di situazioni sostanziali di diritti o di status - come avviene, ex art. 5, comma 4, legge n. 117 del 1988 per il procedimento di ammissibilità della domanda di risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie - esso deve essere completato con le forme adeguate all’oggetto, tra le quali rientra il patrocinio di un procuratore legalmente esercente; con la conseguenza che il reclamo avverso provvedimento in camera di consiglio sottoscritto da procuratore esercente extra districtum e da altro abilitato nel distretto ma indicato solo come domiciliatario, se non è seguito dalla costituzione in giudizio di procuratore esercente nel distretto e menzionato nella procura, è affetto da nullità insanabile. Cass. 30 luglio 1996, n. 6900.

 

 

6.2. Questioni di legittimità costituzionale.

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 25, comma 1, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5, secondo cui la competenza per territorio, nei procedimenti camerali relativi alla materia societaria, spetta al giudice del luogo dove la società ha la sede legale e non anche al giudice del luogo dove la società ha la sede effettiva. Non si ravvisa, infatti, né violazione dei criteri direttivi contenuti nella legge di delega, né violazione del principio di uguaglianza, non sussistendo tra il processo ordinario di cognizione ed al procedimento camerale la omogeneità necessaria a rendere comparabili le rispettive discipline. Corte cost. 10 maggio 2005, n. 194.

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 30-bis c.p.c. nella parte in cui è applicabile anche ai procedimenti di volontaria giurisdizione, in riferimento agli artt. 3, 24 e 101 Cost. Cass. 7 giugno 2002, n. 8318.

 

 

  1. Motivazione del decreto.

La motivazione del decreto, ove necessaria, come nel caso in cui tale provvedimento sia emesso per definire un procedimento in camera di consiglio, non dev’essere ampia come quella della sentenza, né succinta, come quella dell’ordinanza, ma può ben essere sommaria, nel senso che il giudice, senza ritrascriverli nel decreto, può limitarsi ad indicare quali elementi, tra quelli indicati nell’istanza che lo ha sollecitato, lo abbiano convinto ad assumere il provvedimento richiesto, essendo comunque tenuto, in ottemperanza all’obbligo di motivazione impostogli dall’art. 111, sesto comma, Cost., a dar prova, anche per implicito, di aver considerato tutta la materia controversa. (Fattispecie relativa a decreto del tribunale in sede di opposizione a provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali, ai sensi dell’art. 29 della legge 31 dicembre 1996, n. 675). Cass. 8 luglio 2005, n. 14390.

 

La motivazione del decreto che conclude il procedimento camerale è necessaria, ai sensi dell’art. 737 c.p.c. e dell’art. 111 Cost., affinché possano essere individuati il thema decidendum e le ragioni della decisione, ma può essere sommaria e, qualora il decreto sia inserito nel processo verbale d’udienza - come consente l’art. 135 c.p.c. - può desumersi dal complesso di quanto è stato verbalizzato, sotto la direzione del giudice, e dal dispositivo che conclude il verbale stesso (fattispecie in tema di decreto emesso all’esito di procedimento di opposizione a provvedimento prefettizio di espulsione di straniero, ex art. 13, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286). Cass. 13 febbraio 2004, n. 2776.

 

La sufficienza della motivazione del decreto con cui la corte di appello si pronuncia sulla domanda di equa riparazione proposta ai sensi della l. 24 marzo 2001, n. 89, occorre sia valutata in coerenza con il tipo del provvedimento - benché esso abbia natura sostanziale di sentenza - e con le esigenze di speditezza che il legislatore ha inteso evidentemente privilegiare. Ciò implica che l’onere motivazionale deve ritenersi adempiuto qualora si accerti che il giudice dell’equa riparazione ha dato conto, anche sinteticamente, dei criteri in base ai quali ha formulato il giudizio, dimostrando di avere avuto riguardo ai parametri fattuali a questo scopo indicati dall’art. 2, comma 2, legge citata ed esplicitando le ragioni del suo convincimento; non è invece necessario che egli ripercorra analiticamente tutti i passaggi del processo oggetto d’esame, sempre che le argomentazioni e le ragioni svolte non siano intrinsecamente contraddittorie. Cass. 27 settembre 2006, n. 21020.

 

 

  1. Ricorso straordinario in cassazione.

Quando il provvedimento impugnato sia privo dei caratteri della decisorietà e definitività in senso sostanziale (come nel caso di provvedimenti emessi in sede di volontaria giurisdizione, che disciplinino, limitino, escludano o ripristinino la potestà dei genitori naturali ai sensi degli artt. 317-bis, 330, 332, 333 c.c.), il ricorso straordinario per cassazione di cui all’art. 111, comma 7, Cost. non è ammissibile neppure se il ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione, posto che la situazione strumentale in tal modo prospettata non assume certo una rilevanza sostanziale di decisorietà e definitività, che manca radicalmente in quella finale per la quale il ricorso straordinario non viene accordato. Cass. 1° agosto 2007, n. 16984.

 

 

8.1. Decreto che autorizza ad entrare o permanere nel territorio nazionale.

In tema di immigrazione, è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ex art. 111 Cost., avverso il decreto, pronunciato in camera di consiglio ai sensi degli artt. 739-742-bis c.p.c., con il quale la Corte d’appello, sezione minori, decide in ordine alla domanda di autorizzazione ad entrare o a permanere temporaneamente sul territorio nazionale, proposta, in deroga alle disposizioni generali sull’immigrazione, dal cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psico-fisico di un familiare minorenne, ai sensi dell’art. 31, comma 3, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286. Sussistono infatti tanto il requisito della decisorietà, atteso che il provvedimento incide sul diritto del minore ad essere assistito da un familiare nel concorso delle condizioni richieste dalla legge e, contemporaneamente, su quello del familiare a far ingresso in Italia e a trattenervisi per prestare la dovuta assistenza; quanto quello della definitività, giacché il decreto, anche di rigetto della domanda, è revocabile solo per fatti sopravvenuti, la richiesta di ingresso del familiare sfornito di permesso di soggiorno potendo essere riproposta solo con la prospettazione di una diversa necessità di assistenza del minore. (Principio espresso in sede di composizione di contrasto di giurisprudenza). Cass., Sez. Un., 16 ottobre 2006, n. 22216.

 

 

8.1.1. Spese giudiziali.

L’art. 91 c.p.c., secondo cui il giudice con la sentenza che chiude il processo dispone la condanna alle spese giudiziali, intende riferirsi a qualsiasi provvedimento che, nel risolvere contrapposte pretese, definisce il procedimento, e ciò indipendentemente dalla natura e dal rito del procedimento medesimo; pertanto, la norma trova applicazione anche ai provvedimenti di natura camerale e non contenziosa, come quelli in materia di revoca dell’amministratore di condominio, tant’è vero che mentre la decisione nel merito del ricorso di cui all’art. 1129 c.c. - avendo sostanzialmente natura cautelare e tale da non pregiudicare il diritto dell’amministratore - non è ricorribile in cassazione, la consequenziale statuizione relativa alle spese, in quanto dotata dei caratteri della definitività e della decisorietà, è impugnabile ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 26 giugno 2006, n. 14742.



 
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