codice-proc-civile
Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 739 cod. proc. civile: Reclami delle parti

Contro i decreti del giudice tutelare si può proporre reclamo con ricorso al tribunale, che pronuncia in camera di consiglio. Contro i decreti pronunciati dal tribunale in camera di consiglio in primo grado si puo’ proporre reclamo con ricorso alla Corte d’appello, che pronuncia anch’essa in camera di consiglio.
Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione del decreto se e’ dato in confronto di una sola parte, o dalla notificazione se è dato in confronto di piu’ parti.
Salvo che la legge disponga altrimenti, non è ammesso reclamo contro i decreti della Corte d’appello e contro quelli del tribunale pronunciati in sede di reclamo. (1)

(1) La Corte costituzionale con sentenza 27 giugno 1986, n. 156 (in G.U. 1a s.s. 2/7/1986, n. 31) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente articolo nella parte in cui disciplinando il reclamo avverso i decreti del giudice delegato (di determinazione dei compensi ad incaricati per opera prestata nell’interesse della procura di amministrazione controllata) fa decorrere il termine per reclamo dal deposito del decreto in cancelleria anziché dalla comunicazione eseguita con il rispetto delle vigenti disposizioni procedurali.

 


Giurisprudenza annotata

Reclami delle parti.

 

 

  1. Provvedimenti reclamabili; 2. Termine; 2.1. Partecipazione necessaria del P;M;; 3. Competenza; 4. Legittimazione; 5. Procedimento; 5.1. Atto introduttivo; 5.1.1. Appello; 6. Reclamo incidentale; 7. Ricorso eccezionale in cassazione; 7.1. Termine; 8. Arbitrato.

 

 

  1. Provvedimenti reclamabili.

Il provvedimento in Camera di consiglio, con il quale il tribunale decide, in materia di definizione delle imprese artigiane e di iscrizione nel relativo albo, sui ricorsi proposti contro le deliberazioni delle commissioni regionali per l’artigianato, ai sensi della l. 8 agosto 1985, n. 443 - abrogativa della l. 25 luglio 1956, n. 860, e del D.P.R. 23 ottobre 1956, n. 1202, anche nelle parti in cui, in relazione alla diversa struttura del procedimento in tali fonti disciplinato, prevedevano il rimedio dell’appello secondo le norme ordinarie, - è soggetto a reclamo ex art. 739 c.p.c., con conseguente esclusione della possibilità di proporre direttamente ricorso, ex art. 111 Cost., alla Corte di cassazione. Cass. 2 luglio 2004, n. 12195.

 

In tema d’immigrazione, il decreto con il quale il tribunale - adito dall’interessato avverso il provvedimento del questore di revoca del permesso di soggiorno e di diniego della conversione del permesso per motivi di famiglia a permesso per motivi di lavoro - respinga il ricorso, all’esito di un procedimento svoltosi con rito camerale, per difetto di giurisdizione del giudice ordinario, è reclamabile davanti alla corte d’appello ai sensi dell’art. 739 c.p.c., mentre ne è preclusa la diretta ricorribilità per Cassazione. Cass., Sez. Un., 11 marzo 2005, n. 5335.

 

Soltanto il provvedimento che risolve il concordato fallimentare è una sentenza, impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., mentre, in caso di rigetto della richiesta di risoluzione del concordato, il tribunale deve pronunciarsi con decreto, reclamabile alla corte d’appello ex art. 739 c.p.c.; ne consegue che ove il giudice erroneamente pronunci il rigetto con «sentenza», il mezzo di impugnazione contro la stessa esperibile non è il ricorso straordinario per cassazione (il quale, se proposto, deve essere dichiarato inammissibile), dovendo escludersi che, in relazione al detto provvedimento, possa parlarsi di definitività (di assenza, cioè, di ogni rimedio nell’ambito dell’ordinamento processuale). Cass. 7 marzo 2003, n. 3499.

 

I provvedimenti temporanei ed urgenti resi, ai sensi degli artt. 316, 336 c.c., in tema di affidamento di figli minori possono formare oggetto di impugnazione mediante reclamo alla Corte di appello esclusivamente nei limiti in cui essi risultino già idonei a produrre, ex se ed in modo autonomo, uno stabile pregiudizio nei confronti del genitore interessato (quando, cioè, sia rilevabile, all’interno del procedimento, tra provvedimento di urgenza e provvedimento definitivo, una assenza di collegamento tale da consentire al primo la produzione di effetti a tempo indeterminato, nonché la mancanza di un termine per richiedere il provvedimento definitivo a pena di caducazione di quello temporaneo), e non anche nel caso in cui la loro formulazione ne presuppone la automatica caducazione per scadenza del termine in essi contenuto, con conseguente assorbimento dei medesimi nel provvedimento (incondizionatamente reclamabile ex art. 739 c.p.c.) conclusivo del procedimento dinanzi al giudice di prima istanza. (Principio affermato in relazione ad un provvedimento di affidamento provvisorio del giudice minorile, autonomamente reclamato, adottato nel corso di un procedimento ex art. 316 e fornito di intrinseca correlazione rispetto al futuro provvedimento definitivo, apparendone manifeste tanto la provvisorietà e la modificabilità, quanto la temporaneità, essendo, nella specie, stato apposto un esplicito termine di efficacia per l’affidamento del minore alla madre). Cass. 7 maggio 1998, n. 4614.

 

Il provvedimento con il quale il tribunale revoca l’autorizzazione a contrarre concessa al curatore, dopo aver proceduto ad una nuova valutazione delle circostanze di fatto poste a base del provvedimento autorizzativo in seguito all’acquisizione di ulteriori elementi di giudizio, avendo natura amministrativa ed ordinatoria, non è reclamabile alla Corte d’appello a norma dell’art. 739 c.p.c., mentre l’eventuale lesione di diritti soggettivi che si verifichi in tale fase e le correlative pretese possono costituire oggetto di tutela in sede di cognizione ordinaria. Cass. 19 giugno 1996, n. 5672.

 

Il decreto presidenziale, che abbia pronunciato sull’istanza di definizione agevolata di cui all’art. 1 (commi 231 e ss.), l. 23 dicembre 2005 n. 266, non è reclamabile. Corte conti I, 20 novembre 2006, n. 233.

 

A seguito della riforma del concordato preventivo, il mezzo di impugnazione del provvedimento di chiusura della fase del giudizio di omologazione è il reclamo di cui all’art. 739 c.p.c., e non più l’appello. App. Milano, 12 ottobre 2006.

 

È inammissibile il reclamo alla Corte d’appello - ai sensi dell’art. 739 c.p.c. - avverso il decreto con cui il presidente del tribunale, a norma dell’art. 745 c.p.c. pronunzia sulla richiesta di trascrizione di un atto privato. Cass. 12 marzo 2008, n. 6628.

 

È reclamabile davanti alla corte d’appello il decreto emesso dal giudice monocratico di tribunale sul ricorso dell’interessato, proposto ex art. 30, comma 6, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, avverso il diniego del permesso di soggiorno per motivi familiari, mentre ne è preclusa la diretta ricorribilità per Cassazione (nella specie il giudice di merito ha ritenuto non ricorressero le condizioni di cui all’art. 19, comma 2, lett. c) del D.Lgs. 25 luglio 1998 n. 286, in quanto non sussisteva la necessaria convivenza con il coniuge). Cass. 19 agosto 2010, n. 18737.

 

Avverso il provvedimento del Tribunale in composizione monocratica che abbia provveduto sull’impugnazione contro il provvedimento di allontanamento del cittadino comunitario per motivi di pubblica sicurezza adottato dal Prefetto ai sensi dell’art. 20, secondo comma del D.Lgs. n. 30 del 2007, così come modificato dall’art. 1 del D.Lgs. n. 32 del 2008 non è ammissibile il ricorso diretto per Cassazione, essendo prevista la reclamabilità in Corte d’Appello ai sensi degli artt. 737 e 739 c.p.c. Cass. 6 agosto 2010, n. 1842.

 

 

  1. Termine.

Ai sensi del secondo comma dell’art. 739 c.p.c., nei procedimenti in camera di consiglio che si svolgono «in confronto di più parti», la notificazione del provvedimento che abbia definito il relativo procedimento è idonea a far decorrere il termine di dieci giorni per la proposizione del reclamo solo quando sia stata effettuata ad istanza di una delle parti e non, quindi, quando sia stata eseguita a ministero del cancelliere del giudice a quo o su istanza di quell’ausiliare. Ne consegue che, per effetto di tale disciplina, applicabile anche con riferimento ai procedimenti contenziosi assoggettati per legge al rito camerale (salvo che non sia diversamente disposto in modo espresso), la notifica del decreto emesso dal tribunale sul ricorso proposto, ex art. 30, sesto comma, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, avverso il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari, eseguita a cura del cancelliere del giudice, non è idonea a determinare la decorrenza del suddetto termine per il reclamo avverso il citato decreto. Cass. 18 giugno 2005, n. 13166; Cass., Sez. Un., 29 aprile 1997, n. 3670.

 

Il termine di dieci giorni per proporre reclamo avverso i provvedimenti del giudice delegato decorre dalla comunicazione ad opera della cancelleria; non può considerarsi equipollente alla comunicazione la pubblicazione del provvedimento (nella specie, ordinanza di vendita di complesso aziendale e altre attività fallimentari) su quotidiani; infatti, le comunicazioni di cancelleria ammettono la possibilità di forme equipollenti, purché da queste risulti la certezza, in forza dell’attività del cancelliere, dell’effettiva presa di conoscenza da parte del destinatario della notizia da comunicare e della data in cui la comunicazione è avvenuta, requisiti assenti nella pubblicazione su quotidiani dell’avviso di vendita di beni fallimentari. Cass. 12 ottobre 1999, n. 11441.

 

Al pari di quanto accade in tema di controversie in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale di minori, anche nel procedimento previsto dall’art. 250, comma 4, c.c., avente ad oggetto l’indagine sulla legittimità del rifiuto al secondo riconoscimento opposto dal genitore che per primo abbia riconosciuto il figlio, il termine breve per appellare è rispettato con il tempestivo deposito in cancelleria del ricorso entro trenta giorni dalla notifica della sentenza, mentre, nel caso in cui l’impugnazione sia stata proposta con citazione a udienza fissa, il gravame deve considerarsi tempestivo e validamente proposto purché il deposito della citazione avvenga entro il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza, essendo detto deposito l’atto con il quale, nei procedimenti camerali, l’impugnazione è proposta. Cass. 26 aprile 1999, n. 4148.

 

Nel procedimento in materia di ricongiungimento familiare, che si svolge secondo il rito camerale, l’acquisizione dei mezzi di prova, e segnatamente dei documenti, è ammissibile, anche in sede di reclamo, sino all’udienza di discussione in camera di consiglio, sempre che sulla produzione si possa considerare instaurato un pieno e completo contraddittorio, che costituisce esigenza irrinunziabile anche nei procedimenti camerali. Cass. 25 gennaio 2007, n. 1656.

 

Nei procedimenti camerali indicati nell’art. 38 disp. att. c.c., tra i quali rientra quello disciplinato dall’art. 262 c.c., relativo alla domanda di attribuzione del cognome paterno in via aggiuntiva o sostitutiva a quello materno, il reclamo avverso la pronuncia di primo grado del tribunale per i minorenni deve essere proposto con ricorso, sia perché tale è la forma dell’atto introduttivo dei procedimenti camerali, sia perché trova applicazione il principio secondo il quale ai procedimenti di secondo grado si applicano (salvo incompatibilità) le regole processuali proprie dei procedimenti di primo grado. Ne consegue che, ai fini dell’osservanza del termine perentorio previsto dall’art. 739 c.p.c. per la proposizione del reclamo, è sufficiente il tempestivo deposito del ricorso, potendo la nullità o l’omissione della notifica dell’atto introduttivo e del decreto di fissazione d’udienza essere sanate, in applicazione dell’art. 162, primo comma, c.p.c., mediante l’ordine di rinnovazione emesso dal giudice. (Rigetta, App. Messina, 17 marzo 2008). Cass. 5 giugno 2009, n. 12983.

 

I reclami sui provvedimenti del giudice tutelare, previsti dall’art. 45 disp. att. c.c., seguono il rito previsto dall’art. 739 c.p.c. Il termine di dieci giorni per la proposizione del reclamo avverso i provvedimenti del giudice tutelare decorre dalla notificazione del provvedimento stesso (quando il procedimento richiede la presenza necessaria di più parti, ovvero decorrente dalla comunicazione quando il provvedimento è dato nei confronti di una sola parte), ed in mancanza di notifica trova comunque applicazione analogica il termine lungo di un anno dalla pubblicazione di cui all’art. 327 c.p.c. (Nel caso di specie, il reclamo riguardava il decreto con cui il giudice tutelare aveva respinto l’istanza di rimborso somme che il reclamante stesso aveva in precedenza asseritamente speso in adempimento dell’ufficio di amministratore di sostegno svolto prima di essere sostituito da altro amministratore di sostegno). Trib. Modena, sez. II, 29 ottobre 2008.

 

Nei procedimenti camerali indicati nell’art. 38 disp. att. c.c., tra i quali rientra quello disciplinato dall’art. 262 c.c., relativo alla domanda di attribuzione del cognome paterno in via aggiuntiva o sostitutiva a quello materno, il reclamo avverso la pronuncia di primo grado del tribunale per i minorenni deve essere proposto con ricorso, sia perché tale è la forma dell’atto introduttivo dei procedimenti camerali, sia perché trova applicazione il principio secondo il quale ai procedimenti di secondo grado si applicano (salvo incompatibilità) le regole processuali proprie dei procedimenti di primo grado. Ne consegue che, ai fini dell’osservanza del termine perentorio previsto dall’art. 739 c.p.c. per la proposizione del reclamo, è sufficiente il tempestivo deposito del ricorso, potendo la nullità o l’omissione della notifica dell’atto introduttivo e del decreto di fissazione d’udienza essere sanate, in applicazione dell’art. 162, primo comma, c.p.c., mediante l’ordine di rinnovazione emesso dal giudice. Cass. 5 giugno 2009, n. 12983.

 

 

2.1. Partecipazione necessaria del P.M.

Parte necessaria del procedimento instaurato ai sensi dell’art. 31, t.u. sull’immigrazione (D.Lgs. n. 286 del 1998), e legittimata a parteciparvi anche in sede di impugnazione, è esclusivamente il P.M. giacché la invocata tutela giurisdizionale è diretta alla composizione di un conflitto la cui soluzione non comporta la prevalenza di una fra due contrapposte posizioni giuridiche, una delle quali appartenente alla P.A., ma è funzionale alla salvaguardia dell’unico interesse coinvolto (quello del minore). D’altronde, la legge non prevede il previo intervento di un’autorità amministrativa, né è dato di individuare nel quadro normativo alcun’altra parte pubblica chiamata a contraddire (come, ad esempio, il prefetto, ex art. 13-bis, D.Lgs. citato, in tema di opposizione al decreto di espulsione da lui emesso); inoltre, in detto procedimento, il P.M. è pur sempre portatore dell’interesse pubblico alla corretta applicazione delle norme sull’immigrazione e, quindi, titolare del potere-dovere di contrastare eventuali tentativi di aggirarne la disciplina mediante la strumentalizzazione del minore. Cass. 2 maggio 2007, n. 10136.

 

 

  1. Competenza.

Il reclamo contro i provvedimenti resi dal giudice tutelare (nella specie, rimozione dalla carica di tutore) va proposto al tribunale in composizione collegiale e non alla Corte d’appello, in conformità alla regola generale sul reclamo dei provvedimenti cautelari di cui all’art. 669-terdecies c.p.c. Cass. 7 febbraio 2008, n. 2937.

 

In materia di procedimenti camerali, l’art. 739, comma 1, c.p.c., distingue chiaramente tra reclamo avverso i decreti del giudice tutelare e reclamo avverso i decreti pronunciati in primo grado dal tribunale, stabilendo, nel primo caso, la competenza del tribunale e, nel secondo, quella della Corte d’appello, a nulla rilevando, in senso contrario, l’art. 720-bis c.p.c., che prevede il reclamo innanzi alla Corte d’appello contro i decreti emessi dal giudice tutelare nell’ambito dell’amministrazione di sostegno, trattandosi di norma eccezionale, non suscettibile di applicazione analogica. Trib. Napoli, 4 febbraio 2005.

 

L’autorità giudiziaria investita del reclamo avverso l’inammissibilità del ricorso per la nomina dell’amministratore di sostegno non può scendere nel merito dello stesso, poiché tale materia rientra nella competenza esclusiva del giudice tutelare. App. Firenze, 11 febbraio 2005.

 

Il principio, secondo il quale il riparto di attribuzioni fra giudice di primo grado e giudice di secondo grado non investe una questione di competen-za, trova applicazione anche nell’ambito del procedimento di adozione di cui alla l. 4 maggio 1983, n. 184. Pertanto, qualora la Corte d’appello, in sede di reclamo avverso decreto di affidamento preadottivo reso dal tribunale per i minorenni, revochi il decreto medesimo e rimetta gli atti al primo giudice, deve escludersi che questi, al fine di contestare la legittimità di detta rimessione e sostenere che il giudice di secondo grado era tenuto a statuire nel merito, possa richiedere il regolamento di competenza d’ufficio (salva restando la denunciabilità del vizio ad opera delle parti in via di eventuale impugnazione di quel provvedimento). Cass. 23 maggio 1986, n. 3442.

 

 

  1. Legittimazione.

Anche nel procedimento camerale (nella specie, per l’attribuzione al coniuge divorziato di una quota della pensione spettante al coniuge superstite, ex art. 9, l. 1° dicembre 1970, n. 898, nel testo modificato dall’art. 2 della l. 1° agosto 1978, n. 436), così come nel giudizio contenzioso ordinario, la qualità di parte e quindi di soggetto legittimato al reclamo ex art. 739 c.p.c., si determina, nei gradi del procedimento successivi al primo, esclusivamente per relationem, rispetto alla qualità di parte formalmente assunta in primo grado, mentre coloro che sono rimasti indebitamente estranei al procedimento possono denunciare in sede contenziosa ordinaria, la nullità del provvedimento camerale emesso inter alios. Cass. 24 maggio 1991, n. 5877.

 

 

  1. Procedimento.

Il reclamo ex art. 739 c.p.c., benché caratterizzato dalla speditezza e dall’informalità del rito, non può risolversi nella mera riproposizione delle questioni già affrontate e risolte dal primo giudice, ma deve contenere specifiche critiche al provvedimento impugnato ed esporre le ragioni per le quali se ne chiede la riforma. Cass. 25 febbraio 2008, n. 4719.

Nelle procedure camerali le quali si concludano con un provvedimento di natura decisoria su contrapposte posizioni di diritto soggettivo e quindi suscettibile di acquistare autorità di giudicato (e tale è senz’altro la pronuncia che, in sede di procedura ex art. 710 c.p.c., disponga la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge ), trovano piena applicazione i principi del processo di cognizione relativi all’onere dell’impugnazione ed alla conseguente delimitazione dell’ambito del riesame da parte dl giudice di II grado, alle questione a lui devolute con i motivi di gravame. Da ciò consegue fra l’altro che, qualora il provvedimento di I grado venga tempestivamente investito, ad opera di una delle parti, di reclamo innanzi alla Corte di Appello, la controparte è abilitata - sì - ad introdurre specifiche istanze di riesame e di riforma del provvedimento stesso per ragioni diverse e contrapposte, ma deve farlo con analoga tempestività e con atto scritto formale (memoria) da depositare, al più tardi, alla prima udienza, mentre non le è consentito di poi aggiungere, nell’ulteriore corso del procedimento di gravame, ulteriori motivi di impugnazione. Cass. 16 aprile 2003, n. 6011.

 

Anche nel procedimento camerale, in difetto di diversa previsione di legge, opera la regola per cui il giudice del reclamo deve decidere nel merito, pure se riscontri vizi nel procedimento, in ossequio al principio di conversione delle nullità in motivi di impugnazione, fatte salve, tuttavia, le ipotesi tassativamente previste dagli artt. 353 e 354 c.p.c., tra cui, l’ipotesi di violazione del contraddittorio. Cass. 21 marzo 2001, n. 4037; conforme Cass. lav., 26 ottobre 1999, n. 12052.

In tema di procedimento per la modificazione dell’assegno di divorzio, al giudizio di secondo grado nascente dal reclamo è applicabile, pur in difetto di un espresso richiamo all’art. 342 c.p.c., il principio della specificità dei motivi di impugnazione, da tale norma sancito per il giudizio di appello. Cass. 24 marzo 2006, n. 6671.

 

 

5.1. Atto introduttivo.

La sottoscrizione dell’atto introduttivo del giudizio (anche ove si tratti di reclamo avverso provvedimenti camerali, ex art. 739 c.p.c.) da parte del procuratore esercente extra districtum, non seguita dalla costituzione dell’altro procuratore, esercente in loco, al quale sia stata ugualmente conferita la procura, configura una nullità assoluta ed insanabile dell’atto stesso, rilevabile di ufficio in ogni stato e grado del processo, senza che in contrario rilevi l’eventuale sottoscrizione da parte di un legale che, sebbene territorialmente abilitato, non sia titolare di detta procura, ma soltanto domiciliatario, non essendo ipotizzabile - in quanto il mandato procuratorio è un negozio intuitu personae - che il procuratore nominato abbia facoltà di farsi sostituire da una altro proprio nella formazione dell’atto introduttivo di un procedimento. Cass. 28 maggio 2008, n. 8547.

 

Il provvedimento di esonero dell’esecutore testamentario per gravi irregolarità nell’adempimento dei suoi obblighi è assunto - in considerazione dell’espresso richiamo all’art. 710 c.c. contenuto nell’art. 750, comma ultimo, c.p.c. - dal Presidente del tribunale con ordinanza reclamabile davanti al Presidente della Corte d’appello; la decisione assunta da quest’ultimo in sede di reclamo non è ricorribile in cassazione, in conformità alla previsione specifica dell’art. 750 c.p.c. ed alla regola generale di cui all’art. 739 c.p.c. Cass. 28 gennaio 2008, n. 1764.

 

 

5.1.1. Appello.

Nel rito camerale in appello l’acquisizione dei mezzi di prova, e segnatamente dei documenti, è ammissibile sino all’udienza di discussione in camera di consiglio, sempre che sulla produzione si possa considerare instaurato un pieno e completo contraddittorio, che costituisce esigenza irrinunziabile anche nei procedimenti in discorso. (Nella fattispecie, la S.C. ha ritenuto la nullità, per violazione del principio del contraddittorio, della decisione del giudice di appello sulla determinazione dell’assegno di mantenimento in favore di coniuge separato, fondata sull’allegazione di un fatto nuovo documentato mediante il deposito di documenti in cancelleria oltre il termine all’uopo assegnato dal giudice e senza che, all’udienza, lo stesso giudice avesse in proposito consentito l’esplicarsi del contraddittorio nell’unico modo che lo stato del procedimento consentiva, ossia mediante il rinvio dell’udienza camerale richiesto dalla parte interessata). Cass. 13 maggio 1991, n. 5320.

 

 

5.1.1. Mancata comparizione del convenuto.

In tema di procedimento camerale ex art. 30, comma 6, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, in materia di ricongiungimento familiare, nell’ipotesi di mancata comparizione della parte, il giudice del reclamo, verificato che siano stati regolarmente notificati l’istanza ed il decreto di fissazione dell’udienza, deve comunque decidere sul merito della controversia, restando esclusa la declaratoria di improcedibilità per tacita rinunzia all’impugnativa, atteso che i procedimenti in camera di consiglio sono caratterizzati da particolare celerità e semplicità di forme e sono dominati, quanto allo svolgimento, dall’impulso officioso. Cass. 7 dicembre 2005, n. 27080.

 

Nel processo disciplinare a carico del notaio, la mancata comparizione del reclamante nel giudizio d’impugnazione del provvedimento sanzionatorio adottato dalla commissione disciplinare non è causa di improcedibilità del reclamo, non essendo tale conseguenza prevista da alcuna norma espressa, con la conseguenza che il giudice, verificata la ritualità degli atti finalizzata a consentire detta comparizione, deve decidere nel merito il reclamo e non dichiarare improcedibile lo stesso (o, come nella specie, “il non luogo a procedere”). Cass. 17 giugno 2011, n. 13434.

 

 

  1. Reclamo incidentale.

Nelle procedure camerali le quali si concludano con un provvedimento di natura decisoria su contrapposte posizioni di diritto soggettivo e quindi suscettibile di acquistare autorità di giudicato (e tale è senz’altro la pronuncia che, in sede di procedura ex art. 710 c.p.c., disponga la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge), trovano piena applicazione i principi del processo di cognizione relativi all’onere dell’impugnazione ed alla conseguente delimitazione dell’ambito del riesame da parte dl giudice di II grado, alle questione a lui devolute con i motivi di gravame. Da ciò consegue fra l’altro che, qualora il provvedimento di I grado venga tempestivamente investito, ad opera di una delle parti, di reclamo innanzi alla Corte di Appello, la controparte è abilitata - sì - ad introdurre specifiche istanze di riesame e di riforma del provvedimento stesso per ragioni diverse e contrapposte, ma deve farlo con analoga tempestività e con atto scritto formale (memoria) da depositare, al più tardi, alla prima udienza, mentre non le è consentito di poi aggiungere, nell’ulteriore corso del procedimento di gravame, ulteriori motivi di impugnazione. Cass. 16 aprile 2003, n. 6011.

 

 

  1. Ricorso eccezionale in cassazione.

Il decreto emesso dalla Corte d’appello, in sede di reclamo, avverso il decreto del tribunale per i minorenni che ha disposto l’affido di un figlio minore ai servizi sociali, non è impugnabile col ricorso ordinario per cassazione ai sensi dell’art. 739 c.p.c. e, non essendo stato adottato per decidere un contrasto tra contrapposti diritti soggettivi, bensì allo scopo esclusivo di tutelare l’interesse del minore, neppure col ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111 Cost., in quanto privo dei caratteri di decisorietà e definitività; né assume alcun rilievo il fatto che col ricorso sia stata denunciata anche la violazione di una norma sulla competenza, poiché la pronuncia sull’osservanza delle norme processuali ha necessariamente la medesima natura dell’atto giurisdizionale cui il processo è preordinato. Cass. 5 febbraio 2008, n. 2756.

 

In mancanza di designazione testamentaria e sussistendo disaccordo sulla successione tra i coeredi del defunto assegnatario di terreno di riforma fondiaria prima del riscatto, la designazione giudiziaria (ai sensi degli artt. 1, 5, 7, della legge 3 giugno 1940, n. 1078, 7 e ss. della legge 29 maggio 1967, n. 379, e 16 della legge 12 maggio 1950, n. 230) del coerede più idoneo a subentrare nell’assegnazione, dà luogo ad una controversia soggetta al rito camerale che investe, però, posizioni di diritto soggettivo, anche con riguardo alla facoltà di riscatto; pertanto il decreto della Corte di Appello che definisce il procedimento su reclamo avverso il provvedimento del tribunale, avendo carattere decisorio in ordine ai suddetti diritti, è impugnabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 26 giugno 1991, n. 7147.

 

Il decreto pronunciato dalla Corte d’appello in sede di reclamo avverso il provvedimento del tribunale in materia di modifica delle condizioni della separazione personale concernenti l’affidamento dei figli ed il rapporto con essi è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. unicamente per violazione di legge, mentre l’inosservanza dell’obbligo di motivazione è deducibile soltanto nelle ipotesi di mancanza assoluta della motivazione, ovvero di motivazione meramente apparente o perplessa o assolutamente illogica. Ne consegue che non può trovare ingresso il motivo di ricorso straordinario per cassazione con il quale si denunci la difettosa valutazione, da parte del giudice del merito, della prova in ordine al fatto nuovo posto a fondamento della domanda giudiziale tendente alla modifica delle condizioni della separazione personale, giacché con una tale doglianza si introduce una non consentita censura di difetto di motivazione. Cass. 28 agosto 2006, n. 18627.

 

I provvedimenti, emessi in sede di volontaria giurisdizione, che limitino o escludano la potestà dei genitori naturali ai sensi dell’art. 317-bis c.c., che pronuncino la decadenza dalla potestà sui figli o la reintegrazione in essa, ai sensi degli artt. 330 e 332 c.c., che dettino disposizioni per ovviare ad una condotta dei genitori pregiudizievole ai figli, ai sensi dell’art. 333 c.c., o che dispongano l’affidamento contemplato dall’art. 4, secondo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, in quanto privi dei caratteri della decisorietà e definitività in senso sostanziale, non sono impugnabili con il ricorso straordinario per cassazione di cui all’art. 111, settimo comma, Cost. neppure se il ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione (nella specie, la mancanza del parere del P.M. e la mancata audizione dei genitori), in quanto la pronunzia sull’osservanza delle norme che regolano il processo, disciplinando i presupposti, i modi e i tempi con i quali la domanda può essere portata all’esame del giudice, ha necessariamente la medesima natura dell’atto giurisdizionale cui il processo è preordinato e, pertanto, non può avere autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo, se di tali caratteri quell’atto sia privo, stante la natura strumentale della problematica processuale e la sua idoneità a costituire oggetto di dibattito soltanto nella sede, e nei limiti, in cui sia aperta o possa essere riaperta la discussione sul merito. Cass. 14 maggio 2010, n. 11756.

 

Il provvedimento emesso dalla Corte d’Appello sul reclamo avverso il decreto del Tribunale in materia di modificazione dei provvedimenti temporanei e urgenti adottati nel corso del giudizio di separazione, non è ammesso il ricorso straordinario per Cassazione ex art. 111 Cost, essendo privo del carattere della definitività in senso sostanziale, neppure nel caso in cui il ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale e, in particolare, del diritto al riesame da parte di un giudice diverso. Cass. 6 novembre 2008, n. 26631.

 

In tema di adozione internazionale, il provvedimento camerale, con il quale la Corte di appello decide sul reclamo avverso il decreto del Tribunale per i minorenni, in tema di accertamento della sussistenza dei requisiti di idoneità all’adozione di minori stranieri, a norma dell’art. 3, legge n. 184 del 1983, non è impugnabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento interlocutorio e privo di forza potenziale di giudicato che, anche nel caso in cui abbia accolto l’istanza per la dichiarazione della predetta idoneità, non incide su diritti né su status dei richiedenti, né risolve un conflitto tra contrapposti interessi, ma si limita a concludere un procedimento (di volontaria giurisdizione) volto alla tutela dell’unico interesse presso in considerazione dalla legge, vale a dire, di quello del minore. Cass. 17 giugno 1996, n. 5567.

 

È ammissibile il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. contro il decreto con il quale la Corte di appello, constatata la mancata comparizione della parte ricorrente, abbia dichiarato l’improcedibilità del reclamo avverso il provvedimento del tribunale in tema di concessione del visto di ingresso per ricongiungimento familiare ai sensi dell’art. 30, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, atteso che il giudizio in materia di diritto dello straniero all’unità familiare investe la denunciata lesione di veri e propri diritti soggettivi e che la dichiarazione di improcedibilità del reclamo presenta i caratteri della decisorietà e definitività, rientrando quindi nel novero delle violazioni processuali che possono essere denunziate con il ricorso straordinario per cassazione. Cass. 7 dicembre 2005, n. 27080.

 

Avverso il provvedimento del Tribunale in composizione monocratica che abbia provveduto sull’impugnazione contro il provvedimento di allontanamento del cittadino comunitario per motivi di pubblica sicurezza adottato dal Prefetto ai sensi dell’art. 20, secondo comma del D.Lgs. n. 30 del 2007, così come modificato dall’art. 1 del D.Lgs. n. 32 del 2008 non è ammissibile il ricorso diretto per Cassazione, essendo prevista la reclamabilità in Corte d’Appello ai sensi degli artt. 737 e 739 c.p.c. Cass. 6 agosto 2010, n. 18427.

 

 

7.1. Termine.

L’art. 739 c.p.c. - secondo il quale il provvedimento emesso in camera di consiglio dal tribunale, se pronunziato in confronto di più parti, è reclamabile entro dieci giorni dalla notificazione - non deroga alla regola generale dettata dall’art. 326 del codice medesimo per le impugnazioni in genere, con la conseguenza che anche il termine per proporre ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso i decreti pronunziati in camera di consiglio decorre dalla notificazione del provvedimento: ad un tal riguardo, ai fini della decorrenza del termine breve ex art. 325 c.p.c., occorre che la notificazione sia eseguita ad istanza di parte, non essendo sufficiente che la notificazione sia stata effettuata a cura della cancelleria del giudice, nel qual caso il ricorso per cassazione resta soggetto al termine annuale di cui all’art. 327 c.p.c. Cass. 4 dicembre 2003, n. 18514; conforme Cass. 17 ottobre 1995, n. 10833.

 

I provvedimenti del giudice delegato, e quelli del tribunale nell’ambito del reclamo ex art. 26 l. fall., vanno distinti a seconda che riguardino atti interni alla procedura, di carattere ordinatorio, inerenti alla gestione del patrimonio fallimentare, oppure, nei casi previsti dalla legge, abbiano le caratteristiche della definitività e della decisorietà, intese come idoneità ad incidere su diritti soggettivi. Nel primo caso, il decreto del giudice delegato è reclamabile innanzi al tribunale nel termine di tre giorni decorrente dalla data di comunicazione del provvedimento, ed il decreto successivamente emesso, dal tribunale, in sede di reclamo, non può formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure ai sensi dell’art. 111 Cost., appunto perché privo di carattere decisorio. Nella seconda ipotesi, invece, (e cioè, quando si controverta - nei casi previsti dalla legge - su situazioni incidenti su diritti soggettivi), trovano applicazione le norme generali sui procedimenti camerali (artt. 737-742 c.p.c.), con le relative conseguenze sia sul piano del termine per proporre il reclamo (dieci giorni, decorrenti dalla comunicazione del provvedimento che ne è oggetto), sia sulla possibilità di impugnare il decreto emesso dal tribunale in sede di reclamo, con ricorso straordinario per cassazione, a norma dell’art. 111 Cost. Qualora, peraltro, gli organi fallimentari (giudice delegato e tribunale in sede di reclamo ex art. 26 cit.) adottino pronunzie infirmate da radicale carenza di potere (e quindi autonomamente denunciabili con domanda o con eccezione di nullità assoluta), tali pronunzie devono ritenersi inesistenti, con la conseguenza che, contro le medesime (non suscettibili di passare in giudicato), non è esperibile il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., restando in facoltà di qualsiasi interessato, di farne valere, in ogni tempo ed in ogni sede, la radicale nullità ed inidoneità a produrre effetti giuridici. Cass. 22 maggio 1997, n. 4590.

 

Il termine per il reclamo contro il decreto di omologazione del concordato preventivo non è disciplinato dall’art. 131, R.D. n. 267/1942 - legge fallimentare), che non può essere applicato analogicamente, ma dall’art. 739 c.p.c.; di conseguenza esso è di dieci giorni e decorre dalla notificazione del decreto effettuata su istanza di parte, non essendo sufficiente a tal fine la notificazione effettuata a cura della cancelleria. App. Genova, 23 dicembre 2011.

 

 

  1. Arbitrato.

In tema di arbitrato, l’ordinanza di nomina dell’arbitro da parte del presidente del tribunale, ex art. 810 c.p.c., non ha contenuto decisorio, ma integra gli estremi del provvedimento di giurisdizione volontaria con funzione sostitutiva di attività manchevole delle parti, e non è quindi assoggettabile a reclamo ex art. 739 c.p.c. Cass. 19 gennaio 2006, n. 1017.

 

 

  1. Varie.

Il decreto emesso ai sensi dell’art. 317-bis c.c. ha natura sostanziale di sentenza, presentando il requisito della decisorietà, risolvendo una controversia tra contrapposte posizioni di diritto soggettivo, e della definitività, con efficacia assimilabile, “rebus sic stantibus” a quella del giudicato; in conseguenza, in relazione a tale decreto, debbono applicarsi i termini di impugnazione dettati dagli art. 325 e 327 c.p.c., trattandosi di appello mediante ricorso, e non di reclamo ex art. 739 c.p.c. Cass. 21 marzo 2011, n. 6319.



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti