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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 784 cod. proc. civile: Litisconsorzio necessario

Le domande di divisione ereditaria o di scioglimento di qualsiasi altra comunione debbono proporsi in confronto di tutti gli eredi o condomini e dei creditori opponenti se vi sono.


Giurisprudenza annotata

Litisconsorzio necessario.

 

 

  1. Litisconsorzio necessario; 1.1. Fondamento del litisconsorzio necessario; 1.2. Simulazione di atti compiuti dal de cuius; 1.3. Crediti ereditari; 1.4. Debiti ereditari; 1.5. Comunioni derivanti da titoli diversi; 1.6. Beni in comproprietà indivisa di uno dei partecipanti alla comunione e di un terzo; 1.7. Beni gravati da usufrutto; 1.8. Bene in comproprietà fra coniugi in regime di comunione legale; 1.9. Difetto di contraddittorio e rimedi; 2. Condizioni dell’azione di divisione di immobile in comunione; 3. Legittimazione; 3.1. Cessione di quota della comunione; 3.2. Atti di disposizione di un singolo bene comune o di una sua frazione; 3.3. Legittimario pretermesso; 3.4. Creditori vittoriosi nell’impugnativa della rinuncia all’eredità; 3.5. Trasferimenti a titolo particolare nel corso del processo; 4. Creditori e aventi causa; 4.1. Art. 1113 c.c. 4.2. Creditori iscritti; 4.3. Limiti di azione dei creditori intervenuti; 4.4. Spese dell’intervento; 4.5. Posizione di creditori e aventi causa nel processo; 5. Rapporto tra giudizio di divisione e di rendiconto.

 

 

  1. Litisconsorzio necessario.

 

 

1.1. Fondamento del litisconsorzio necessario.

Il giudizio di divisione ereditaria deve svolgersi necessariamente, a norma dell’art. 784 c.p.c., nei confronti di tutti coloro che partecipano alla comunione al momento della proposizione della domanda. Cass. 30 marzo 2009, n. 7626.

 

Il giudizio di divisione ereditaria, avente per oggetto lo scioglimento della comunione, con la trasformazione dei diritti dei singoli partecipanti su quote ideali in diritti di proprietà individuale su singoli beni, si deve svolgere nei confronti di tutti i partecipanti alla comunione, i quali sono tutti sul medesimo piano ed hanno tutti eguale diritto alla divisione, essendo tale divisione a carattere universale e unitario sulla base di un rapporto plurisoggettivo indivisibile. Cass. 8 luglio 1980, n. 4353.

 

Il principio del litisconsorzio necessario nel giudizio di divisione non va inteso nel senso che l’azione di divisione debba essere promossa da tutti i partecipanti alla comunione, bensì nel senso che tutti debbono partecipare al giudizio, o in veste di attori o come convenuti. Così, quando la divisione giudiziale sia stata chiesta da uno o più coeredi nei confronti degli altri condividenti, tutti litisconsorti necessari, la pronuncia sulla domanda di divisione non è subordinata alla proposizione di analoga istanza da parte dei convenuti o alla mancata opposizione dei medesimi alla divisione, in quanto ciascun partecipe ha il diritto potestativo allo scioglimento della comunione, il quale deve essere, quindi, disposto indipendentemente dalla adesione degli altri comunisti. Cass. 27 gennaio 1986, n. 543.

 

La domanda di divisione di un determinato cespite, che sia stata proposta in primo grado da uno dei comproprietari, non può essere considerata come nuova in grado d’appello per il fatto che venga sollevata da altro condividente, in quanto configura un’articolazione dell’unitaria pretesa di divisione comune a tutte le parti. Cass. 11 dicembre 1980, n. 6387.

 

Il litisconsorzio necessario nei giudizi aventi ad oggetto la divisione dei beni ereditari trova applicazione finché non sia cessato lo stato di comunione mediante l’attribuzione ai singoli coeredi delle quote ad essi spettanti. Ne consegue che, una volta operata l’attribuzione delle quote, nel giudizio di opposizione al precetto intimato da un coerede per conseguire il rilascio dei beni attribuitigli, sono litisconsorti necessari soltanto i coeredi che abbiano la detenzione di detti beni. Cass. 21 aprile 1988, n. 3098.

 

Il principio secondo cui nei giudizi di divisione ereditaria sussiste litisconsorzio necessario di tutti i partecipanti alla comunione è applicabile anche nel caso in cui il giudizio divisionale venga instaurato in via strumentale per la realizzazione della pretesa esecutiva dei creditori di uno dei coeredi. In tal caso, infatti, fra il procedimento esecutivo e la divisione si realizza un’ipotesi di pregiudizialità necessaria, che non modifica la natura giuridica della causa pregiudiziale. Cass. 19 marzo 1979, n. 1596.

 

 

1.2. Simulazione di atti compiuti dal de cuius.

La domanda tendente a fare accertare la simulazione di alcuni contratti, con conseguente rientro nell’asse ereditario dei beni fittiziamente venduti dal de cuius, e ad ottenerne la divisione, dà luogo ad una ipotesi di litisconsorzio necessario fra tutti i partecipanti alla comunione. Cass. 16 ottobre 1976, n. 3525; conforme Cass. 28 gennaio 1975, n. 349.

 

 

1.3. Crediti ereditari.

I crediti del de cuius - a differenza dei debiti - non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria; ciò consente a ciascuno dei partecipanti di agire singolarmente per far valere l’intero credito ereditario comune o anche solo la parte di credito proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi. Cass., Sez. Un., 28 novembre 2007, n. 24657.

Contra: I crediti del de cuius, a differenza dei debiti (art. 752 c.c.), non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, secondo le regole dettate dagli art. 727, 757 e 760 c.c.; ne consegue che i compartecipi assumono la veste di litisconsorti necessari nei giudizi diretti all’accertamento dei crediti ereditari ed al loro soddisfacimento. Cass. 5 settembre 2006, n. 19062,.

 

 

1.4. Debiti ereditari.

In caso di successione mortis causa di più eredi nel lato passivo del rapporto obbligatorio si determina un frazionamento pro quota dell’originario debito del de cuius fra gli aventi causa, con la conseguenza che il rapporto che ne deriva non è unico ed inscindibile, e non si determina, nell’ipotesi di giudizio instaurato per il pagamento, alcun litisconsorzio necessario tra gli eredi del debitore defunto, né in primo grado, né nelle fasi di gravame, neppure sotto il profilo della dipendenza di cause. Cass. 9 marzo 2006, n. 5100.

 

 

1.5. Comunioni derivanti da titoli diversi.

In tema di comunione, quando i beni in godimento comune provengono da titoli diversi non si realizza un’unica comunione, ma tante comunioni quanti sono i titoli di provenienza dei beni, con la conseguenza che lo scioglimento di ciascuna delle comunioni comporta il compimento di distinte operazioni divisionali in ordine alle quali non sussiste il litisconsorzio necessario tra i partecipanti alle diverse comunioni, essendo quello previsto dall’art. 784 c.p.c. limitato ai compartecipanti alla comunione derivante da un determinato titolo, senza possibilità di una sua estensione a soggetti che della relativa comunione non fanno parte. Cass. 9 gennaio 2009, n. 314; conforme Cass. 30 marzo 1985, n. 2231.

 

Peraltro nulla vieta il cumulo in unico processo delle domande di divisione di masse distinte: in tal caso, però, per l’integrità del contraddittorio debbono intervenire tutti i diversi interessati, onde evitare la possibilità che la sentenza sia inutiliter data. Cass. 20 luglio 1966, n. 1962.

 

Il principio secondo il quale ciascun asse costituisce una entità patrimoniale a sé stante importa soltanto che alle varie comunioni ereditarie devono farsi corrispondere masse diverse. Cass. 7 luglio 1955, n. 2122.

 

Può procedersi ad un’unica divisione solo in presenza del consenso di tutte le parti, purché la circostanza risulti da uno specifico negozio. Cass. 9 gennaio 2009, n. 314.

 

La domanda di divisione della comunione ereditaria, proposta in via riconvenzionale nel giudizio in cui era stata chiesta dal coerede la divisione di un bene oggetto della comunione convenzionale, è inammissibile perché si fonda su di un titolo diverso da quello dedotto in giudizio con la domanda attrice. Cass. 10 aprile 1974, n. 1023.

 

 

1.6. Beni in comproprietà indivisa di uno dei partecipanti alla comunione e di un terzo.

Qualora in un giudizio divisorio venga a profilarsi una duplicità di rapporti di comunione per costituire uno dei beni proprietà indivisa di uno dei partecipanti e di un terzo e la divisione sia stata richiesta con riguardo all’equivalente della quota di comproprietà del condividente che gli altri condomini assumano di comune pertinenza, la presenza del terzo nel giudizio non è affatto necessaria, ove non sia stata chiesto anche lo scioglimento della specifica comunione tra il condividente ed il terzo. Ne deriva che la statuizione con la quale il bene in questione sia stato riconosciuto di comproprietà del condividente e del terzo non viola l’art. 784 c.p.c. qualora il terzo non abbia partecipato al giudizio e ciò in quanto tale statuizione non pregiudica alcun suo diritto limitando i suoi effetti allo scioglimento del rapporto di comunione tra determinati condomini, con esclusione del terzo. App. Trieste, 24 maggio 1962.

Qualora cadano in successione quote indivise di beni, la divisione dei beni medesimi, ove sopravvenuta nel corso del giudizio pendente per la divisione dell’eredità, spiega effetto nel giudizio stesso, nel senso che in esso vanno considerate come compresi nella successione i beni o le parti dei beni concretamente assegnati al posto delle quote indivise; ciò consegue dalla natura dichiarativa della divisione, comportante che ciascun condividente è da considerarsi fin dall’origine proprietario delle porzioni assegnategli. Cass. 13 febbraio 1976, n. 468.

 

 

1.7. Beni gravati da usufrutto.

Ove il testatore attribuisca il solo diritto di usufrutto, il beneficiario non succede in universum ius del defunto e, pertanto, non acquista la qualità di erede; nei suoi confronti, pertanto, non sussiste litisconsorzio necessario in sede di giudizio di divisione tra coeredi. Cass. 26 gennaio 2010, n. 1557.

 

Nel caso di comproprietà di beni gravati da un diritto di usufrutto, la partecipazione dell’usufruttuario al giudizio di divisione si rende necessaria nella sola ipotesi di comunione ereditaria, e sempreché l’usufruttuario rivesta, altresì, la qualità di erede (art. 713 c.c.), ma non in caso di divisione convenzionale, dovendo ritenersi consentito ai comproprietari, nell’esercizio della loro autonomia negoziale, di pattuire fra di essi lo scioglimento della comunione stessa (art. 784 c.p.c.), senza che, in tale giudizio, l’usufruttuario acquisti la veste di litisconsorte necessario. Cass. 8 giugno 2001, n. 7785; conforme Cass. 13 dicembre 2005, n. 27412.

 

Qualora un immobile appartenga a più persone, e su di una quota di esso non concretamente determinata un terzo vanti un diritto di usufrutto, l’immobile forma oggetto di due distinte comunioni: una, di proprietà, che intercorre soltanto tra i proprietari, ed una, di godimento, che intercorre tra i proprietari, per la quota non soggetta ad usufrutto, e l’usufruttuario, per la quota su cui grava l’usufrutto. Tali comunioni, ciascuna delle quali ha per oggetto l’intero immobile, possono essere sciolte contestualmente, mediante unica divisione convenzionale o giudiziaria; ma nulla vieta che ne sia sciolta una sola, restando in vita l’altra, giacché ciò non pregiudica i diritti dei partecipanti all’altra comunione. Cass. 4 agosto 1956, n. 3073.

 

Nel giudizio di divisione di una comunione ereditaria si deve tener conto, al fine della determinazione delle singole quote, anche del diritto di usufrutto attribuito per testamento ad uno degli eredi sulla quota spettante ad altri coeredi, in quanto la mancata capitalizzazione di tale diritto comporterebbe il permanere della comunione sui beni oggetto di usufrutto, in tal modo risultando vanificato l’obiettivo fondamentale del giudizio divisorio, che è quello di sciogliere integralmente la comunione; né tale finalità può essere preclusa dalla volontà del testatore la quale, mentre va rispettata in ordine alla determinazione delle quote, non può comportare anche l’impossibilità di una completa divisione dei beni ereditari. Cass. 13 maggio 2010, n. 11640.

 

Il coerede ha il diritto potestativo di chiedere in ogni momento la divisione dei beni ereditari. Fra le ipotesi di sospensione e di limitazione di tale diritto, espressamente previste dalla legge, non rientra quella della sussistenza di un usufrutto generale sui beni da dividere. L’esistenza dell’usufrutto non impedisce, né concettualmente, né praticamente, la divisione della nuda proprietà, la quale, anche quando si tratti di un unico bene, non pregiudica il diritto di usufrutto, che continua a gravare sul bene medesimo, salvo il suo concreto atteggiarsi per rifrazione sulle varie porzioni risultanti dalla divisione, qualora questa non abbia luogo mediante attribuzione unitaria o vendita del bene, eventualmente ritenuto indivisibile. Cass. 11 febbraio 1966, n. 429.

 

All’usufruttuario di una quota di un bene di altra persona, proprietario pieno per altre quote, deve riconoscersi il potere di chiedere che la sfera di godimento a lui spettante sia separata da quella spettante al proprietario, cioè che venga sciolta la comunione di godimento del bene con la determinazione concreta delle rispettive porzioni. Ciò va riaffermato anche in relazione all’usufrutto spettante, prima della riforma del diritto di famiglia, al coniuge superstite. Cass. 16 aprile 1981, n. 2309.

 

Il coniuge superstite è litisconsorte necessario nel giudizio di scioglimento della comunione ereditaria, anche se la successione si sia aperta nel regime anteriore a quello introdotto con la l. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma dei diritto di famiglia, nel quale egli, pur non avendo qualità di erede ma di legatario ex lege, è, investito fin dal momento dell’apertura della successione di un diritto reale che lo fa partecipe alla comunione ereditaria, e rende, di conseguenza, indispensabile la sua partecipazione al giudizio di divisione in relazione al suo interesse a far determinare esattamente la sua quota di usufrutto di fronte alle eventuali contestazioni che insorgano circa l’appartenenza all’asse ereditario di determinati beni. Cass. 28 gennaio 1987, n. 794.

 

 

1.8. Bene in comproprietà fra coniugi in regime di comunione legale.

La divisione di un bene comune va annoverata tra gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione. Pertanto, ai sensi dell’art. 180, secondo comma, c.c., come sostituito dalla legge n. 151 del 1975 sulla riforma del diritto di famiglia, qualora del bene da dividere siano comproprietari, assieme ad altri, due coniugi in regime di comunione legale, la rappresentanza spetta congiuntamente ad entrambi, con la conseguenza che entrambi sono litisconsorti necessari, ex art. 784 c.p.c., nel giudizio divisionale da chiunque promosso. Cass., 21 maggio 2008, n. 12849; conforme Cass. 21 gennaio 2000, n. 648.

 

 

1.9. Difetto di contraddittorio e rimedi.

Il giudizio di divisione ereditaria deve svolgersi necessariamente nei confronti di tutti i partecipanti alla comunione, essendo la sentenza diversamente inutiliter data. Cass. 15 novembre 1986, n. 6745.

Il ricorrente per cassazione non ha interesse a denunciare il difetto del contraddittorio nel grado d’appello per omessa citazione di alcuni partecipanti alla comunione quando la sentenza risulti pronunciata anche nei confronti di costoro e quando, a tutti notificato il successivo ricorso per cassazione, coloro che si assume essere rimasti estranei alla precedente fase, non abbiano fatto valere, in sede di legittimità e secondo l’art. 327, comma 2, c.p.c., il vizio della impugnata sentenza, la quale ha così acquistato l’astratta possibilità di passare in giudicato anche per loro. Cass. 14 marzo 1973, n. 727.

 

Qualora alcuni comproprietari siano deceduti prima della notifica della citazione, il giudizio di divisione è affetto da nullità per difetto di integrità del contraddittorio, rilevabile anche di ufficio in ogni stato e grado del processo, salvo che sulla questione si sia formato il giudicato, e tale nullità va dichiarata, in ogni caso, indipendentemente dalla soluzione delle eventuali questioni vertenti sulla validità dell’accettazione della eredità del comunista defunto, da parte dei soggetti ad essa chiamati. Cass. 19 marzo 1979, n. 1596.

 

La regola dettata dal terzo comma dell’art. 157 c.p.c., secondo cui la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, si riferisce solo ai casi in cui la nullità non possa pronunciarsi che su istanza di parte e non riguarda, perciò, i casi in cui, invece, questa debba essere rilevata d’ufficio. La regola, pertanto, non trova applicazione, quando, come nel caso di mancata integrazione del contraddittorio in un giudizio di divisione, la nullità si ricolleghi ad un difetto di attività del giudice al quale incombeva l’obbligo di adottare un provvedimento per assicurare il regolare contraddittorio del processo. Cass. 4 aprile 2001, n. 4948.

 

In tema di litisconsorzio necessario ed in ipotesi di giudizio di divisione ereditaria, la parte che eccepisce la non integrità del contraddittorio, a causa della mancata partecipazione al giudizio di un coerede, non può limitarsi ad assumere genericamente l’esistenza di litisconsorti pretermessi, ma ha l’onere di indicare le persone degli altri eredi, oltre quelli che, in tale qualità, abbiano ritualmente partecipato alle pregresse fasi del giudizio e di specificare le ragioni di fatto e di diritto della necessità di integrazione, le quali non debbono apparire prima facie pretestuose. Cass. 15 luglio 2005, n. 15086.

 

La qualità di litisconsorti necessari di tutti i condomini rispetto alla domanda di scioglimento della comunione permane in ogni e stato e grado del processo, indipendentemente dall’attività e dal comportamento di ciascuna parte, onde se, in fase d’appello, l’appellante non provvede alla citazione d’uno o più condomini, il giudice di secondo grado è obbligato a disporre l’integrazione del contraddittorio in ottemperanza al precetto dell’art. 331 c.p.c., ancorché, già disposta in primo grado la divisione ex art. 789 c.p.c., debba soltanto pronunciare sulle spese, in quanto la causa accessoria sulle spese condivide il carattere di inscindibilità della causa principale. Cass. 4 aprile 2001, n. 4948.

 

Il giudizio avente ad oggetto il riconoscimento dell’esistenza di una comunione tacita familiare, qualora si estenda alla determinazione delle quote dei partecipanti ed alla loro assegnazione in concreto, assume natura di giudizio di scioglimento di una comunione ed è inquadrabile nel disposto di cui all’art. 784 c.p.c., con la conseguenza, per tutti i condividenti, di un litisconsorzio necessario per l’inscindibilità della causa, e con l’ulteriore effetto che l’impugnazione avverso la sentenza del primo giudice, notificata ad uno o soltanto a taluni dei litisconsorti, impedisce il verificarsi della decadenza, imponendo l’onere dell’integrazione del contraddittorio, nel termine che il giudice dell’appello deve fissare, nei confronti dei contraddittori pretermessi. Cass. 7 maggio 1984, n. 2764.

 

 

  1. Condizioni dell’azione di divisione di immobile in comunione.

L’omessa rituale produzione dei certificati storici catastali e della documentazione concernente le iscrizioni e trascrizioni nel ventennio anteriore, ovvero di relazione notarile sostitutiva, è indispensabile per verificare la sussistenza di condizioni dell’azione di divisione, quali la sussistenza del diritto dominicale in capo alle parti del giudizio, e l’esistenza di altri eventuali litisconsorti necessari (creditori o aventi causa da un partecipante alla comunione) ex art. 1113 c.c. e art. 784 c.p.c.; di conseguenza, in difetto della suddetta tempestiva produzione, è inammissibile “in radice” la domanda di divisione ereditaria. App. Roma, 10 giugno 2011.

 

 

  1. Legittimazione.

 

 

3.1. Cessione di quota della comunione.

La disposizione dell’art. 784 c.p.c. secondo cui la divisione ereditaria deve essere proposta in confronto di tutti gli eredi, va coordinata all’altra previsione, contenuta nello stesso articolo, secondo cui, nell’ipotesi di comunione ordinaria, la domanda deve essere proposta nei confronti di tutti i condomini, con la conseguenza che elemento caratterizzante ai fini dei litisconsorzio è la partecipazione attuale alla comunione (contitolarità dei diritti comuni). Pertanto, litisconsorte necessario nel giudizio di divisione dell’eredità è colui che si è reso cessionario della quota ereditaria e non l’erede cedente, giacché quest’ultimo pur conservando la qualità è normalmente privo di uno specifico interesse alla divisione, non essendo più partecipe della comunione ereditaria. Cass. 6 giugno 2011, n. 12242; conforme Cass. 4 agosto 1990, n. 7862; Cass. 11 maggio 1987, n. 4322.

 

 

3.2. Atti di disposizione di un singolo bene comune o di una sua frazione.

In tema di divisione ereditaria, la cessione a terzi estranei di diritti su singoli beni immobili ereditari non comporta lo scioglimento - neppure parziale - della comunione, in quanto i diritti continuano a fare parte della stessa comunione, restando l’acquisto del terzo subordinato all’avveramento della condizione che essi siano in sede di divisione assegnati all’erede che li abbia ceduti. Ne consegue che, se un coerede può alienare a terzi in tutto o in parte la propria quota, tanto produce effetti reali se e in quanto l’acquirente venga immesso nella comunione ereditaria, mentre in caso diverso la vendita avrà soltanto effetti obbligatori, salvo che la vendita non abbia avuto a presupposto un atto di scioglimento della comunione ereditaria, anche implicito, in ordine a tali beni. Cass. 15 febbraio 2007, n. 3385.

 

Con riguardo alla comunione pro indiviso l’alienazione che il comproprietario faccia del suo diritto determina l’ingresso dello acquirente nella comunione soltanto nel caso in cui l’alienazione riguardi la quota o una frazione di questa, con la conseguenza che l’acquirente quale successore a titolo particolare dell’alienante è legittimato a domandare lo scioglimento della comunione a norma dell’art. 1111 c.c. nell’assunta qualità di partecipante. Qualora, invece, il comproprietario disponga di un singolo bene, o di una frazione di esso, tra quelli compresi nella comunione, l’alienazione ha efficacia non reale, bensì solo obbligatoria, con la conseguenza che della comunione continua a far parte il disponente, il quale resta pertanto titolare della azione di cui all’art. 1111 c.c., potendo l’avente causa soltanto avvalersi dei diritti accordatigli dall’art. 1113 c.c. Cass. 16 agosto 1990, n. 8315.

 

Dal principio secondo cui prima della divisione ereditaria un coerede può alienare, in tutto o pro quota, un determinato bene caduto nella massa, ma il definitivo acquisto è subordinato al verificarsi della condizione (sospensiva) che il bene sia assegnato all’alienante a seguito di divisione ereditaria, se ne deduce che, sino a quando tale evento non si verifichi, il compratore non può esercitare i suoi diritti sull’immobile, né chiederne la divisione tra lui e i coeredi. Cass. 30 giugno 1965, n. 1370.

 

Se perdurando la comunione ereditaria, un’azione di divisione degli acquirenti per la divisione di quel singolo bene, è del tutto improponibile, ben diverso è il caso in cui gli stessi acquirenti, agendo in surrogatoria dei coeredi alienanti, chiedano lo scioglimento dell’intera comunione ereditaria, salvo poi ad invocare gli effetti della compravendita con riguardo ai beni che saranno attribuiti ai loro danti causa. Anche in questo caso, l’azione di divisione ereditaria, esercitata in via surrogatoria, deve, peraltro, essere esperita nel contraddittorio di tutti i partecipanti alla comunione, compresi i danti causa degli attori. Cass. 22 luglio 1966, n. 1996.

 

Nell’ipotesi in cui il bene venduto costituisca l’unico cespite ereditario, l’effetto traslativo dell’alienazione non resta subordinato alla condizione sospensiva dell’assegnazione in sede di divisione della quota dei bene al coerede venditore, essendo quest’ultimo, al momento della conclusione dei contratto, proprietario esclusivo della quota e potendo di questa liberamente disporre ai sensi dell’art. 1103 c.c., ammettendo così il promissario acquirente nella comproprietà dei bene. Cass. 1° luglio 2002, n. 9543

 

 

3.3. Legittimario pretermesso.

La qualità di erede necessario non attribuisce di per sé titolo per promuovere l’azione di divisione quando l’erede sia stato pretermesso dal testamento ovvero quando il de cuius abbia esaurito in vita l’intero suo patrimonio mediante atti di donazione. Infatti, nel primo caso, il riservatario non entra a far parte della comunione ereditaria al cui scioglimento è rivolta l’azione di divisione, mentre, nel secondo, viene meno lo stesso presupposto oggettivo di tale azione, perché la comunione ereditaria non sorge se nulla vi sia da dividere. Pertanto, in entrambi i casi, l’erede legittimario che intenda conseguire la quota di eredità riservatagli dalla legge non ha altra via che di agire in riduzione contro le disposizioni testamentarie e le donazioni lesive dei suoi diritti. Soltanto dopo l’esperimento vittorioso di tale azione egli sarà legittimato a promuovere la divisione del patrimonio ereditario ovvero a parteciparvi per ottenere in natura la porzione che gli spetta. Cass. 8 novembre 1957, n. 4305; conforme Cass. 30 maggio 1967, n. 1192; Cass. 19 novembre 1973, n. 3098.

Le due azioni bene possono essere proposte cumulativamente nello stesso giudizio; e poiché l’azione di divisione appartiene alla competenza del giudice del luogo dell’aperta successione (art. 22, n. 1, c.p.c.) allo stesso giudice deve ritenersi devoluta anche l’azione di riduzione, proposta cumulativamente con quella di divisione, di cui costituisce giuridicamente un prius logico. Cass., 19 novembre 1962, n. 3145.

 

 

3.4. Creditori vittoriosi nell’impugnativa della rinuncia all’eredità.

L’impugnazione della rinuncia da parte dei creditori del chiamato non fa acquistare ai creditori vittoriosi la qualità di eredi o di comproprietari dei beni ereditari; conseguentemente, ove si tratti di beni in comunione, l’azione consente ai creditori di promuovere l’espropriazione forzata nelle forme previste dagli artt. 599-601 c.p.c., ma non li legittima a chiedere la divisione in via autonoma, instaurando un ordinario giudizio di cognizione nei confronti dei coeredi del rinunciante. Trib. S. Angelo dei Lombardi, 2 febbraio 2004.

 

 

3.5. Trasferimenti a titolo particolare nel corso del processo.

Il giudizio di divisione ereditaria deve svolgersi necessariamente, a norma dell’art. 784 c.p.c., nei confronti di tutti coloro che partecipano alla comunione al momento della proposizione della domanda. E qualora, nel corso del giudizio, uno degli eredi alieni la propria quota ad un terzo o ad altro dei condividenti, il processo deve proseguire, ai sensi dell’art. 111 c.p.c., nei confronti dell’alienante, a meno che il successore a titolo particolare non intervenga e l’alienante non venga estromesso; da ciò consegue che, ove sia stata disposta l’integrazione del contraddittorio nel giudizio di cassazione nei confronti dell’alienante e nessuna delle parti abbia ottemperato all’integrazione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Cass. 2 maggio 1975, n. 1685.

 

Dal principio secondo cui il trasferimento a titolo particolare del diritto controverso non opera alcun effetto sul rapporto processuale, ne discende altresì che l’acquirente di uno dei beni controversi in pendenza di un giudizio di divisione (art. 111 c.p.c.), il quale sia stato erroneamente chiamato iussu iudicis per l’integrazione del contraddittorio e si sia costituito in seguito a tale ordine, riveste una posizione processuale analoga a quella dell’interveniente volontario, al quale non è dato opporre alcunché circa la validità e l’efficacia delle prove ritualmente ammesse ed espletate prima del suo intervento. Cass. 26 aprile 1993, n. 4891.

 

La trascrizione della domanda di divisione è richiesta ai soli fini dell’osservanza dell’onere della continuità, sicché coloro che siano subentrati a titolo particolare nella quota del condividente nel corso del giudizio, pur subendo gli effetti della decisione al pari dei loro danti causa, sono legittimati ad impugnare la sentenza ove la ritengano lesiva dei loro diritti. Cass. 25 gennaio 2000, n. 821.

 

 

  1. Creditori e aventi causa.

 

 

4.1. Art. 1113 c.c.

L’art. 784, nella parte in cui contempla fra i soggetti nei cui confronti proporre la domanda di divisione, i creditori opponente, deve coordinarsi con l’art. 1113 c.c., che riconosce ai creditori e agli aventi causa da un coerede, i quali traggono i loro diritti non dal rapporto di comunione ereditaria dedotto nel giudizio di divisione ereditaria, ma da altri rapporti posti in essere da un coerede, a titolo di tali diritti (art. 1113 c.c.), la facoltà di intervenire nel giudizio di divisione, ma non il diritto di impugnare la divisione già eseguita fra i coeredi, a meno che abbiano notificato un’opposizione anteriormente alla divisione stessa e salvo sempre l’esperimento, ove ne ricorrano le condizioni, dell’azione revocatoria o dell’azione surrogatoria. Ai creditori e agli aventi causa da un singolo partecipanti, la legge conferisce la veste di parti secondarie nel giudizio di divisione ereditaria, per cui la loro assenza dal giudizio stesso non renderebbe inutiliter data la pronuncia di divisione: la quale, invero, spiegherebbe i suoi effetti fra i coeredi e gli eventuali creditori opponenti. Cass., 10 marzo 1955, n. 719.

 

L’avente causa di un comunista cui l’art. 1113 c.c. riconosce il diritto di intervenire nella divisione non è chi sia reso cessionario dell’intera quota di comunione (oramai entrato a far parte della comunione al posto dell’alienante e quindi divenuto litisconsorte necessario del giudizio di divisione, v. supra § 2.1), bensì colui che abbia acquistato dal comunista un diverso titolo, come un diritto reale di godimento sulle cose comuni o su una di esse, ovvero il diritto di comunione su uno o più immobili specifici facenti parte della comunione. Cass. 22 aprile 1981, n. 2364.

 

La cessione non comporta lo scioglimento, neppure parziale, della comunione, ma i diritti ceduti continuano a far parte della stessa comunione restando l’acquisto del terzo subordinato all’avveramento della condizione che essi in sede di divisione siano assegnati al coerede che li abbia ceduti. Cass. 10 marzo 1990, n. 1966.

 

A norma dell’art. 1113, comma 3, c.c., perché la divisione abbia effetto nei confronti dei creditori ipotecari e dei titolari di diritti reali sull’immobile comune, che abbiano rispettivamente iscritto ipoteca o trascritto il loro titolo di acquisto prima della trascrizione dell’atto di divisione o della domanda di scioglimento giudiziale della comunione, è necessario che gli uni e gli altri siano chiamati dai condividenti ad intervenire. Ora, scopo di tale norma, che è dettata a tutela di detti creditori ed aventi causa, è quello di mettere costoro in condizioni di esercitare, intervenendo, un’attività conservatrice della situazione giuridica sulla quale poggia la pretesa ch’essi vantano nei confronti del condividente loro debitore o dante causa. I creditori e gli aventi causa, infatti, pur non essendo parti nella divisione, hanno un loro personale interesse ad intervenire per non vedere in alcun modo pregiudicato il loro diritto. Cass. 24 giugno 1980, n. 3971.

 

Nei confronti di coloro che hanno acquistato diritti sull’immobile comune in virtù di atti soggetti a trascrizione (e trascritti prima della trascrizione dell’atto di divisione o della domanda giudiziale di divisione), la chiamata ad intervenire non è preordinata al solo scopo di evitare gli atti fraudolenti di disposizione del patrimonio previsti dall’art. 2901 c.c., ma è predisposta altresì ad altri fini, tra i quali è compreso quello di dare la possibilità a chi abbia acquistato un immobile ereditario (compravendita sottoposta a condizione sospensiva) di agire direttamente, in sede divisionale, affinché il bene da lui acquistato sia assegnato al suo dante causa. Cass. 14 luglio 1960, n. 1904.

 

Tra coloro che, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1113 c.c., hanno acquistato diritti su di un immobile, oggetto di un giudizio di divisione, rientra colui che, dopo aver eseguito un pignoramento sul bene, lo abbia trascritto prima del giudizio di divisione; di conseguenza, il creditore procedente deve essere chiamato ad intervenire nel giudizio di divisione. App. Roma, 14 luglio 1961.

 

4.2. Creditori iscritti.

L’interesse che giustifica la chiamata dei creditori iscritti a intervenire nella divisione è quello di evitare che venga comunque intaccata o ridotta la garanzia per il soddisfacimento del suo diritto di credito, onde, entro i limiti della tutela di tale diritto, gli è consentito intervenire alla divisione al fine di ovviare ai pericoli che potrebbero minacciare la realizzazione de suo credito qualora la divisione fosse effettuata in modo da compromettere detta realizzazione. Precisamente l’intervento, ex art. 1113 c.c. del creditore ipotecario di uno dei condividenti, nel giudizio di divisione, anche se spiegato senza alcuna specifica richiesta al riguardo, si risolve sempre in una domanda volta ad ottenere che l’immobile ipotecato venga compreso nel lotto da assegnare al condividente suo debitore o, nel caso di un unico immobile comune, che l’ipoteca venga concentrata sulla parte del bene che toccherà a costui; tale domanda rientra nel novero di quelle di cui agli artt. 2943, secondo comma, e 2945, secondo comma, c.c. con effetto interruttivo permanente della prescrizione del diritto di credito garantito dall’ipoteca. Cass. 24 giugno 1980, n. 3971.

 

Il creditore ipotecario chiamato nel giudizio di divisione a norma dell’art. 1113, comma 3, c.c. assume la posizione di litisconsorte soltanto con l’effettivo intervento, per effetto dei quale la divisione è efficace nei suoi confronti. Non ricorre pertanto la necessità d’integrazione del contraddittorio nel giudizio di appello nei confronti del creditore ipotecario che, ritualmente chiamato nel giudizio di primo grado, non vi sia intervenuto volontariamente. Cass. 6 luglio 1991, n. 7485.

 

 

4.3. Limiti di azione dei creditori intervenuti.

A norma dell’art. 1113 c.c., ogni creditore ha facoltà d’intervenire nella divisione di beni comuni al proprio debitore e ad altri. Tuttavia, il limite della sua azione, è dato dal proprio interesse, che è quello della migliore realizzazione del credito. In conseguenza, il creditore intervenuto nel giudizio di divisione non può opporsi all’assegnazione delle quote per attribuzione, invece che per sorteggio, quando non contesti che le quote siano di uguale valore. Cass. 8 luglio 1963, n. 1838.

 

In tema di divisione, non spetta al creditore del condividente alcuna facoltà di impedire, sospendere o interrompere il giudizio di divisione attivato dal proprio debitore, atteso che il diritto alla generica garanzia patrimoniale offerta dal patrimonio del debitore cede (non solo rispetto agli atti di alienazione, ma anche) nei confronti del diritto alla divisione spettante al debitore; al creditore è riconosciuto, per converso, il diritto di partecipare volontariamente al detto giudizio onde verificarne il quomodo e gli effetti, comportando il relativo procedimento peculiarità risolventesi in una serie di valutazioni di fatto potenzialmente idonee a pregiudicare il patrimonio del condividente e, di riflesso, il suo creditore. Cass. 21 maggio 2004, n. 9765.

 

Il ricorso per cassazione ex art. 111 cost. avverso il provvedimento (avente forma e contenuto di ordinanza) con il quale il giudice istruttore dichiari esecutivo il progetto di divisione ai sensi dell’art. 789 c.p.c. è ammissibile su ricorso di uno dei condividenti solo ove si contesti la mancanza del consenso di una delle parti rispetto all’accordo divisionale, mentre è in ogni caso inammissibile se proposto, come nella specie, da parte dell’avente causa di uno dei condividenti che, se è legittimato ad intervenire nel giudizio di divisione ai sensi dell’art. 1113, 1º comma, c.c., non si sostituisce in alcun modo al proprio dante causa. Cass. 24 aprile 2008, n. 10746.

 

 

4.4. Spese dell’intervento.

Nel giudizio di scioglimento di una comunione in cui non sia sorta contestazione tra i condividenti, qualora il giudice del merito dichiari cessata la materia del contendere, per effetto di una rinuncia extraprocessuale effettuata dall’istante ed accettata dagli altri comunisti, le spese processuali affrontate dal terzo creditore ipotecario, il quale sia stato chiamato in causa da detto attore al fine di rendergli opponibile la divisione, vanno poste a carico dell’attore medesimo, in quanto responsabile della chiamata e rinunciante alla prosecuzione del giudizio. Cass. 15 gennaio 1985, n. 72.

 

I creditori ipotecari di uno dei condividenti, intervenuti nel giudizio di divisione, non sono parti del processo, ma litisconsorti necessari per ragioni di opportunità processuale (non derivando la necessità della loro partecipazione al processo dalla struttura del rapporto sostanziale dedotto nel giudizio). Essi vengono sollecitati a intervenire per verificare la correttezza delle operazioni divisionali, per evitare che venga intaccata o ridotta la garanzia per il soddisfacimento del loro credito e, in ipotesi, perché il bene ipotecato venga compreso nel lotto da assegnare al condividente debitore. In relazione a tale finalità dell’intervento, le spese sostenute dai creditori chiamati a intervenire nella divisione non sono spese sostenute nell’interesse comune: conseguentemente esse non possono essere poste a carico della massa. Trib. Rieti, 18 giugno 2005.

 

Contra: Le spese di giudizio sostenute dai creditori ipotecari, qualora l’intervento sia stato sollecitato dai condividenti, vanno poste a carico della massa. Trib. Napoli, 12 novembre 2003.

 

Nella divisione che si inserisce nel procedimento di espropriazione, vanno poste a carico della massa solo le spese sostenute per condurre a termine nell’interesse comune la divisione (v. sub art. 785) mentre le spese sostenute dal creditore procedente e dagli intervenuti vanno poste a carico del condividente debitore. Trib. Torino, 3 dicembre 2002.

 

 

4.5. Posizione di creditori e aventi causa nel processo.

I creditori e gli aventi causa da un partecipante di una comunione, pur non assumendo la qualità di parti, possono intervenire a loro spese nella divisione e spiegare tutte le attività volte ad assicurare la migliore realizzazione delle loro ragioni; essi, però, perdono il potere d’impugnativa, quando, pur essendo stati sollecitati ad intervenire, si astengono dal partecipare alle operazioni di scioglimento della comunione. App. Napoli, 8 febbraio 1969.

 

Gli acquirenti di singoli beni già facenti parte della massa devono essere chiamati ad intervenire nel giudizio di divisione, a norma dell’art. 1113 c.c., se ed in quanto si voglia che la relativa decisione faccia stato anche nei loro confronti. Pertanto, ove tali acquirenti non siano stati chiamati a partecipare al giudizio divisionale, la relativa sentenza non è inutiliter data, essendo perfettamente eseguibile, ma è solamente non opponibile ai detti acquirenti. Cass. 21 luglio 1981, n. 4703.

Quindi, i terzi acquirenti, non chiamati ad intervenire nella divisione e non intervenuti, hanno il diritto di chiedere che la stessa sia considerata, ed eventualmente dichiarata, inefficace nei loro confronti. Cass. 14 luglio 1960, n. 1904.

 

Nel giudizio di divisione di una comunione di beni, il terzo acquirente di un diritto su uno degli immobili comuni, per atto trascritto anteriormente alla trascrizione della domanda giudiziale, non è parte necessaria del giudizio, ma, se non chiamato ad intervenirvi, non gli può essere opposta la sentenza che lo definisce, con la conseguenza che egli, ove danneggiato dalla ripartizione, potrà pretendere che si proceda a nuova divisione. Cass. 28 giugno 1986, n. 4330.

 

 

  1. Rapporti tra giudizio di divisione e di rendiconto.

Tra coeredi, la resa dei conti, oltre che operazione inserita nel procedimento divisorio e quindi strumentalizzata al fine di calcolare nella ripartizione dei frutti le eventuali eccedenze attive o passive della gestione e di definire conseguentemente tutti i rapporti inerenti alla comunione, può anche costituire obbligo a sè stante, fondato, al pari di quanto può avvenire in qualsiasi stato di comunione, sul presupposto della gestione di affari altrui condotta da alcuno dei partecipanti, in base ad assunzione volontaria od a mandato ad amministrare. Ne consegue che l’azione di rendiconto può presentarsi distinta ed autonoma rispetto alla domanda di scioglimento della comunione, ancorché l’una e l’altra abbiano dato luogo ad un unico giudizio, di guisa che - tranne che per la comunanza di eventuali questioni pregiudiziali, attinenti, ad esempio, all’individuazione dei beni caduti in successione o all’identità delle quote dei coeredi, da risolvere “incidenter tantum” o con efficacia di giudicato (art. 34 c.p.c.) - le due domande possono essere scisse e ciascuna può essere decisa senza reciproci condizionamenti. Cass. 13 novembre 1984, n. 5270; conforme Cass. 30 dicembre 2011, n. 30552.

 

In tema di divisione ereditaria, l’art. 723 c.c. prevede che dopo la vendita, se ha avuto luogo, dei mobili e degli immobili, si procede ai conti che i condividenti si devono rendere tra loro e, tra l’altro, ai relativi conguagli e rimborsi, ivi compresa la restituzione dei frutti; ne consegue che la domanda di restituzione dei frutti è da ritenere ricompresa in quella di resa dei conti. Cass., 30 dicembre 2011, n. 30552.

Contra: La domanda di conguaglio in relazione ai frutti prodotti dai cespiti ereditari, asseritamente percetti in misura non proporzionale alle quote da parte di alcuni dei coeredi rispetto ad altri, deve essere proposta non nell’ambito della domanda relativa alla divisione ed ai conseguenti conguagli divisionali, bensì, sia pure contestualmente, con una distinta ed autonoma domanda di rendiconto. Cass. 27 marzo 2002, n. 4364.

 



 
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