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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 809 cod. proc. civile: Numero degli arbitri

Gli arbitri possono essere uno o più, purché in numero dispari.
La convenzione d’arbitrato deve contenere la nomina degli arbitri oppure stabilire il numero di essi e il modo di nominarli.
In caso d’indicazione di un numero pari di arbitri, un ulteriore arbitro, se le parti non hanno diversamente convenuto, è nominato dal presidente del tribunale nei modi previsti dall’articolo 810. Se manca l’indicazione del numero degli arbitri e le parti non si accordano al riguardo, gli arbitri sono tre e, in mancanza di nomina, se le parti non hanno diversamente convenuto, provvede il presidente del tribunale nei modi previsti dall’articolo 810.


Giurisprudenza annotata

Numero degli arbitri.

 

 

  1. Numero e requisiti degli arbitri; 1.1. Numero degli arbitri; 1.2. Requisiti; 2. Modalità di nomina; 2.1. Pluralità di parti; 2.2. Arbitrato endosocietario; 2.2.1. Collegio di probiviri; 2.2.2. Collegio di sindaci; 3. Nullità in generale; 3.1. Eccezione di nullità.

 

 

  1. Numero e requisiti degli arbitri.

 

 

1.1. Numero degli arbitri.

È nulla la clausola compromissoria con la quale le parti convengono che, in caso di controversia, il giudizio verrà rimesso ad «un arbitrato amichevole compositore costituito da un arbitro nominato da ciascuna parte contendente» e cioè da due soli arbitri. Trib. Trento, 12 ottobre 1984.

 

È nulla la clausola compromissoria per arbitrato irrituale la quale non contenga l’indicazione del numero degli arbitri da nominare. App. Bologna, 2 marzo 1998.

 

 

1.2. Requisiti.

Poiché nell’arbitrato rituale gli arbitri devono essere persone fisiche, è nulla, per assoluta indeterminatezza delle persone degli arbitri, la clausola compromissoria che preveda il conferimento delle funzioni arbitrali a una persona giuridica o a un’associazione di fatto. Cass. 5 novembre 1999, n. 12336.

 

 

  1. Modalità di nomina.

Affinché sia soddisfatta l’esigenza, imposta a pena di nullità per effetto di quanto disposto dall’art. 829, comma 1, n. 2 c.p.c. in relazione al precedente art. 809, che il compromesso o la clausola compromissoria contengano la nomina degli arbitri oppure stabiliscano il numero di essi e il modo di nominarli, non è necessaria la materiale inserzione della nomina o dei criteri nello stesso documento, essendo sufficiente anche il riferimento espresso ad uno specifico regolamento già esistente, predisposto dalle stesse parti o da terzi, o comunque a specifici distinti documenti espressamente richiamati. Pertanto in una convenzione tra un comune ed un consorzio fra imprese, avente ad oggetto l’esecuzione di un opera pubblica, è valida la clausola compromissoria che rinvii per i criteri di nomina degli arbitri al capitolato speciale d’oneri, predisposto dall’ente pubblico e costituente parte integrante della convenzione stessa, per esservi espressamente richiamato. Cass., Sez. Un., 12 giugno 1997, n. 5292.

 

La clausola compromissoria che prevede la nomina del terzo arbitro mediante «accordo delle parti», non è affetta da nullità, ai sensi dell’art. 809 c.p.c., per mancata determinazione delle modalità di nomina di tale arbitro, tenuto conto che la nomina stessa non risulta di impossibile attuazione pratica, perché, in difetto di accordo, trova applicazione analogica l’art. 810 c.p.c., con conseguente possibilità per le parti di chiedere che essa venga effettuata dal presidente del tribunale. Cass. 21 ottobre 1982, n. 5489.

 

Non è affetta da nullità la clausola compromissoria con cui le parti prevedono che i due arbitri di loro rispettiva designazione non siano investiti del potere di decidere la lite (ed, in caso di disaccordo al riguardo, del potere di nominare un terzo arbitro), ma siano tenuti a compiere un’attività diretta a realizzare una intesa sostitutiva della volontà delle parti e soltanto in caso di mancato raggiungimento di siffatto accordo debbano procedere alla nomina del terzo arbitro, atteso che in tal caso quell’attività preliminare, oggetto di distinto incarico, esula dall’ambito di operatività dell’art. 809 c.p.c. e gli incaricati assumono la veste di arbitri solo con il completamento del collegio dovuto al verificarsi di quella condizione negativa. Cass. 19 agosto 1983, n. 5408.

 

L’art. 809 c.p.c., nel testo (applicabile nella specie ratione temporis) vigente anteriormente alla modifica di cui alla legge n. 25 del 1994, prevedeva, con espressa comminatoria di nullità, che il compromesso o la clausola compromissoria dovessero contenere la nomina degli arbitri o stabilirne il numero e le modalità di nomina, pur consentendo di fare riferimento, per i relativi criteri, ad un regolamento già esistente, predisposto dalle parti o da terzi, idoneo ad integrare la previsione contrattuale, sempre che attraverso tale procedimento di integrazione la volontà dei contraenti fosse compiutamente definita. Pertanto, la clausola priva di qualsiasi indicazione al riguardo non poteva essere integrata attraverso una fonte di eteroregolamentazione statuale. Cass. 20 gennaio 2006, n. 1189.

 

La clausola con la quale le parti di un appalto di opera pubblica intendano affidare ad arbitri la definizione delle controversie relative alle riserve può essere validamente integrata attraverso il mero richiamo alla fonte di eteroregolamentazione statuale, identificata nell’art. 32 della l. n. 102/1994, come sostituito dalla l. n. 216/1995, purché tale norma sia in vigore al momento della stipula del contratto e soprattutto purché il rinvio consenta l’applicazione ratione temporis dell’art. 809 c.p.c. nel testo vigente dopo la modifica di cui alla L. n. 25/1994. Tale norma prevede infatti che - espressa la volontà delle parti di definire la controversia ad un arbitrato - qualora manchi l’indicazione del numero degli arbitri e le parti non si accordino a riguardo, gli arbitri sono tre e, in mancanza di nomina, se le parti non hanno diversamente convenuto, provvede il presidente del tribunale nei modi previsti dall’art. 810 c.p.c. In tal modo viene superato il principio vigente anteriormente, che sanciva con la nullità il compromesso o la clausola compromissoria che non contenesse la nomina degli arbitri o ne stabilisse il numero e le modalità di nomina. Nel caso di specie, pertanto, la domanda della società appaltatrice di pagamento della riserva iscritta in contabilità è da ritenersi improponibile, trattandosi di controversia riservata alla cognizione arbitrale. Trib. Bari, 15 giugno 2006.

 

 

2.1. Pluralità di parti.

La clausola compromissoria, contenuta in uno statuto sociale, che devolva determinate controversie alla decisione di tre arbitri, due dei quali da nominare da ciascuna delle parti e il terzo, in caso di disaccordo, dal presidente del tribunale, può trovare applicazione anche in una lite con pluralità di parti, qualora in base ad una valutazione a posteriori risulti lo spontaneo raggruppamento degli interessi in gioco in due soli gruppi omogenei e contrapposti, cioè in due sole parti sostanziali. Trib. Milano, 10 novembre 1988.

È valida la clausola compromissoria che devolve la decisione di determinate controversie tra più parti alla competenza di un collegio arbitrale costituito di tre arbitri, ove si accerti in base al petitum e alla causa petendi che i centri di interesse sono polarizzati in due soli gruppi omogenei, ossia sostanzialmente in due parti, sì da giustificare l’applicazione di un meccanismo binario per nomina degli arbitri. Cass. 22 giugno 2007, n. 14788; conforme Cass. 9 dicembre 2000, n. 15941; Cass. 30 maggio 1997, n. 4831.

 

 

2.2. Arbitrato endosocietario.

 

 

2.2.1. Collegio di probiviri.

È valida la clausola compromissoria contenuta nell’atto costitutivo o nello statuto di una società, anche cooperativa, ove la stessa riservi la decisione di controversie insorte tra l’ente societario ed i soci, su questioni attinenti non a materia indisponibile o di ordine pubblico, ad arbitri che possono legittimamente essere designati nel collegio dei probiviri, ove in ordine alla posizione di costoro sussistono sufficienti garanzie di imparzialità, come nel caso in cui sia prevista la loro nomina tra persone estranee all’organizzazione societaria. App. Lecce, 29 novembre 1997.

 

In tema di esclusione del socio da una società cooperativa, la clausola statutaria che devolve ad un collegio di probiviri nominato dall’assemblea la risoluzione delle controversie che insorgano tra il socio e la società, senza richiedere l’unanimità o almeno il voto favorevole di detto socio, è inidonea a radicare una competenza arbitrale, per contrasto con il principio inderogabile secondo cui l’attribuzione agli arbitri, siano essi rituali o irrituali, del potere di definire la controversia postula necessariamente, a tutela del requisito dell’imparzialità, che la loro designazione abbia luogo con il contributo di entrambe le parti, dalle quali soltanto essi traggono la loro legittimazione. Tale invalidità non comporta peraltro la totale inefficacia della clausola, la quale conserva la propria operatività sul piano endosocietario, nel senso che all’intervento del collegio viene attribuito il valore di un atto volto a prevenire la lite, che completa il procedimento di esclusione, ed è quindi soggetto all’impugnazione prevista dall’art. 2527, terzo comma, c.c. Cass. 11 dicembre 2006, n. 26318.

 

La clausola compromissoria dello statuto di una società, che devolva ogni futura controversia ad un Collegio Arbitrale composto da «probiviri» eletti dall’assemblea dei soci è nulla laddove la clausola medesima non preveda che l’elezione debba avvenire all’unanimità dei soci. Trib. Desio, 19 luglio 2002.

 

La clausola compromissoria contenuta nello statuto di una cooperativa, che deferisca ogni controversia tra quest’ultima ed i soci alla cognizione di un collegio di probiviri senza prevedere che, per la relativa nomina, sia necessaria l’unanimità dei consensi, è affetta da nullità, salvo il caso di adesione, anche successiva, del socio interessato. Cass. 7 marzo 2001, n. 3316.

 

È nulla la clausola compromissoria contenuta nello statuto di una società cooperativa che preveda il deferimento di ogni controversia insorta tra quest’ultima ed i soci ad un collegio di probiviri eletto dall’assemblea a maggioranza, senza esigere l’unanimità o almeno il voto favorevole del socio in lite. App. Bologna, 20 settembre 1997; conforme Cass. lav., 12 maggio 1995, n. 5216.

 

La clausola statutaria che devolva la risoluzione di determinate controversie tra la società ed i soci ad un collegio di probiviri senza prevedere la necessità di elezione del collegio stesso anche da parte del socio in lite è nulla per contrasto con l’inderogabile principio - applicabile anche all’arbitrato libero - secondo cui gli arbitri devono essere designati con il concorso della volontà dei contraenti. Cass. 1° marzo 1995, n. 2304.

 

È nulla per violazione del principio inderogabile secondo cui gli arbitri devono essere designati con il concorso della volontà di entrambi i contraenti la clausola dello statuto di una cooperativa che devolva la risoluzione di determinate controversie fra la società e i soci ad un collegio di probiviri, senza prevedere la necessità di nomina del collegio stesso anche da parte del socio in lite, con la conseguenza della diretta operatività dell’art. 2527, comma 3, c.c., che prevede l’opposizione del socio al tribunale avverso la deliberazione assembleare di esclusione dalla società, senza che rilevi la circostanza che il collegio arbitrale sia stato già costituito al momento della proposizione dell’opposizione. Cass. 25 marzo 1998, n. 3136; conforme Cass. 5 febbraio 1997, n. 1090.

 

È nulla per contrasto con l’inderogabile principio secondo cui gli arbitri devono essere espressione della determinazione di entrambe le parti in lite, la clausola compromissoria per arbitrato che demandi la risoluzione delle controversie, fra soci o fra soci e società, ad un collegio di probiviri composto da tre membri estranei alla cooperativa e nominati due di essi dall’assemblea ed il terzo dal consiglio di amministrazione. Trib. Napoli, 11 gennaio 2002.

 

In tema di deferimento, secondo la previsione dello statuto di una cooperativa, delle controversie tra società e soci ad un collegio di probiviri in qualità di arbitri, va assicurato il requisito di ordine pubblico - non venuto meno a seguito della riforma dell’art. 809 c.p.c. ad opera della legge n. 25 del 1994 e che prescinde dalla natura rituale o irrituale dell’arbitrato - della imparzialità della decisione, derivandone la necessità che la nomina dei probiviri provenga anche dal socio in lite, a pena di nullità della contraria clausola compromissoria, che può essere fatta valere nel giudizio di opposizione intentato dal socio contro l’esclusione; in particolare, per poter considerare valida la delibera dell’assemblea che nomina i probiviri, non è sufficiente dimostrare che il socio in lite vi abbia concorso con il proprio voto favorevole né che la delibera sia stata assunta con il voto unanime dei presenti nell’assemblea, ma, semmai, che lo statuto prevedesse sin dall’origine ed in termini generali che i probiviri fossero designati soltanto con il concorso di tutti i soci (non solo dei presenti e votanti in assemblea), solo così potendosi realizzare la garanzia di imparzialità di costoro che sono chiamati a risolvere una lite tra la medesima società ed il socio. Cass. I 18 marzo 2008, n. 7262.

 

 

2.2.2. Collegio di sindaci.

La previsione statutaria che devolva la controversia insorta tra la società e un socio a un collegio composto dai sindaci nominati dall’assemblea, senza esigere la unanimità o almeno il voto favorevole di detto socio, non è valida come clausola compromissoria, per contrasto con l’inderogabile regola secondo cui il potere degli arbitri, rituali o irrituali, di definire la contesa ne postula la designazione con il contributo di entrambe le parti, e resta operante sul piano endosocietario, assegnando all’intervento dei sindaci il valore di atto che completa il procedimento di esclusione e configura il provvedimento impugnabile ai sensi dell’articolo 2527 del codice civile. Cass. 21 aprile 2004, n. 7596.

 

 

  1. Nullità in generale.

In tema di arbitrato, la clausola compromissoria che stabilisca un modo di nomina degli arbitri di impossibile attuazione pratica, è nulla ai sensi dell’art. 809, commi 2 e 3, del codice di procedura civile, ma ciò non comporta l’inesistenza del lodo arbitrale, che si verifica invece nelle sole ipotesi in cui, per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria, o per essere la materia affidata alla decisione degli arbitri estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso, viene a mancare in radice la potestas decidendi, costituendo, quindi, la pronuncia arbitrale una vera e propria usurpazione di potere. Al di fuori di tali ipotesi, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo che, una volta rilevata, non impedisce il passaggio alla fase rescissoria per l’accertamento della eventuale nullità del compromesso prevista dall’art. 829, comma 1, n. 1, del codice di procedura civile. Cass. 7 ottobre 2004, n. 19994.

 

Ad eccezione delle regole di cui all’art. 809 c.p.c., relative al numero dispari degli arbitri ed al modo di nominarli, la cui funzione è garantire l’operatività del giudizio arbitrale e l’imparzialità dell’organo giudicante, la materia non prevede nessuna altra prescrizione sanzionata da nullità, essendo contemplato il ricorso all’autorità giudiziaria ogni qualvolta sia necessario salvaguardare la volontà delle parti di devolvere ad arbitri la soluzione della controversia. Cass. 6 dicembre 1997, n. 12429.

 

 

3.1. Eccezione di nullità.

L’eccezione di nullità della clausola compromissoria, in relazione alle modalità di nomina del terzo arbitro, in quanto disciplinate in difformità da quanto previsto dall’art. 809, 2º comma, c.p.c., deve essere dedotta nel giudizio arbitrale e non può essere sollevata per la prima volta nel giudizio di impugnazione del lodo. Cass. 13 febbraio 2003, n. 2139.

 

Le questioni delle forme e dei modi della nomina degli arbitri (inclusa quella relativa al difetto di legittimazione alla nomina), se questi non ne rilevano l’invalidità d’ufficio in sede di verifica dei loro poteri, devono essere state proposte nel giudizio arbitrale per poter essere fatte valere con l’impugnazione per nullità del lodo. Cass. 2 gennaio 2003, n. 995.



 
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