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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 81 cod. proc. civile: Sostituzione processuale

Fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui (1) (2).


Commento

(1) Appare chiara la differenza tra il rappresentante ed il sostituto processuale. Il primo, infatti, agisce in nome e per conto del rappresentato, non acquista pertanto la qualità di parte e non subisce alcun effetto se non quelli strettamente inerenti al suo potere di rappresentanza. Il sostituto, invece, agisce in nome proprio per far valere un diritto altrui ed acquista la qualità di parte anche se formale, tant’è vero che a lui spettano diritti, obblighi ed oneri processuali. Sul sostituto si producono dunque tutti gli effetti, ma poiché costui agisce per un diritto altrui, gli effetti del giudicato ricadono anche nella sfera del titolare del diritto e cioè del sostituito.

 

(2) Quando è consentito dalla legge far valere in giudizio un diritto altrui è, secondo una regola generale, richiesto che venga chiamato nel processo anche il sostituito. In effetti, tranne alcune eccezioni, tutti i casi di sostituzione processuale sono anche delle ipotesi di litisconsorzio necessario.


Giurisprudenza annotata

  1. Legittimazione ordinaria e sostituzione processuale.

La legitimatio ad causam è espressione del principio dettato dall’art. 81 c.p.c., secondo il quale nessuno può far valere nel processo un diritto altrui in nome proprio fuori dei casi espressamente previsti dalla legge. Ciò comporta - trattandosi di materia attinente al contraddittorio e mirandosi a prevenire una sentenza inutiliter data - la verifica, anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo (con il solo limite della formazione del giudicato interno sulla questione) e in via preliminare al merito, dell’astratta coincidenza dell’attore e del convenuto con i soggetti che, secondo la legge che regola il rapporto dedotto in giudizio, sono destinatari degli effetti della pronuncia richiesta. La questione relativa alla legittimazione, pertanto, si distingue nettamente dall’accertamento in concreto che l’attore e il convenuto siano, dal lato attivo e passivo, effettivamente titolari del rapporto fatto valere in giudizio; tale ultima questione, infatti, concerne il merito della causa e deve formare oggetto di specifica censura in sede di impugnazione, non potendo essere sollevata per la prima volta in cassazione. Cass. lav., 24 marzo 2004, n. 5912; conforme Cass. 26 novembre 2003, n. 18067; Cass. lav., 13 maggio 2000, n. 6160.

 

 

1.1. Legittimazione e titolarità della situazione giuridica sostanziale.

La legittimazione attiva, il cui difetto è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento, deve essere intesa come il diritto potestativo di ottenere, non già una sentenza favorevole, bensì una decisione di merito, e va quindi riscontrata mediante la comparazione tra l’allegazione di un rapporto ed il paradigma giuridico, nel profilo soggettivo, al quale il rapporto è riconducibile. Le questioni attinenti alla legitimatio ad causam restano pertanto distinte da quelle, rilevabili solo su eccezione di parte (in quanto tali soggette alle limitazioni e alle preclusioni stabilite dal codice di rito), relative all’appartenenza all’attore (o al convenuto) del diritto controverso, che ineriscono, invece, alla effettiva titolarità del rapporto sostanziale dedotto in giudizio. Cass. 29 settembre 2006, n. 21192; conforme Cass. 14 giugno 2006, n. 13756.

 

La legittimazione "ad causam" di una persona giuridica non può essere esclusa per la sola circostanza che l'attrice abbia indicato nella domanda una sede o nazionalità diverse rispetto a quelle con cui figurava nel rapporto sostanziale dedotto in giudizio, poiché la sede della persona giuridica non è elemento di identificazione della stessa come soggetto giuridico, non diversamente da come la residenza o il domicilio di una persona fisica non lo sono rispetto ad essa. Ne consegue che la mera contestazione del convenuto circa la diversità di quegli elementi, non onera la parte attrice di dimostrare di essere lo stesso soggetto del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ovvero di essere subentrato come altro soggetto nel diritto. Rigetta, App. Catanzaro, 04/10/2010.Cassazione civile sez. III  05 febbraio 2015 n. 2069  

 

Un'associazione di categoria è legittimata a difendere in sede giurisdizionale gli interessi di categoria dei soggetti di cui ha la rappresentanza istituzionale o di fatto, solo quando venga invocata la violazione di norme poste a tutela dell'intera categoria, non anche quando si verta su questioni capaci di dividere la categoria in posizioni contrastanti. Ciò in quanto l'interesse collettivo dell'associazione deve identificarsi con l'interesse di tutti gli appartenenti alla categoria unitariamente considerata e non con interessi di singoli associati o di gruppi di associati; se difatti si riconoscesse all'associazione di categoria la legittimazione ad agire anche in questi ultimi casi, si avrebbe una vera e propria sostituzione processuale in violazione dell'art. 81 c.p.c., secondo cui nessuno può far valere in giudizio in nome proprio un diritto altrui se non nei casi espressamente previsti dalla legge. Dette associazioni come non avrebbero quindi legittimazione ad agire, non possono essere ritenute soggetti controinteressati rispetto ad un atto incidente sugli interessi di solo una parte della categoria rappresentata nei confronti di un'altra parte della medesima categoria.T.A.R. Napoli (Campania) sez. IV  12 giugno 2014 n. 3242  

 

 

1.1.1. Poteri processuali del sostituto.

Il sostituto processuale che agisce in luogo del titolare del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, può disconoscere la sottoscrizione di quest’ultimo, rendendo possibile alla controparte di attivare la procedura per la relativa verificazione. Cass. 16 maggio 2006, n. 11372.

 

 

1.2. Segue: Rilievo della distinzione.

Qualora - con riferimento a sentenza del giudice di pace secondo equità - si eccepisca l’estraneità al rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, discutendosi dell’effettiva titolarità passiva del rapporto controverso, la questione attiene al merito e non alle regole procedurali, con la conseguenza che non è esperibile il ricorso per cassazione, ammesso solo - oltre che per la violazione delle regole processuali - per violazione di norme costituzionali e comunitarie e per carenza assoluta, mera apparenza o radicale ed insanabile contraddittorietà della motivazione e non per violazione o falsa applicazione di legge ex art. 360, n. 3 c.p.c. Cass. 1° marzo 2004, n. 4121.

 

 

1.3. Segue: Rilevabilità d’ufficio e poteri del giudice.

Il difetto di legittimazione attiva o passiva è rilevabile, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio - e, dunque, anche in sede di legittimità, - salvo che sul punto non si sia formato il giudicato, atteso che esso attiene alla regolare instaurazione del contraddittorio e che i principi costituzionali di incondizionato accesso alla tutela giurisdizionale dei diritti e del giusto processo risulterebbero lesi se l’osservanza delle relative disposizioni dipendesse esclusivamente dalla iniziativa di parte. Cass. 5 luglio 2004, n. 12286; conforme Cass. 30 gennaio 2003, n. 1396.

 

 

1.3.1. Questione di merito e onere deduttivo e probatorio della parte.

La legitimatio ad causam, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Da essa va tenuta distinta la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, per la quale non è consentito alcun esame d’ufficio, poiché la contestazione della titolarità del rapporto controverso si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata. Cass. 6 marzo 2006, n. 4796; conforme Cass. 23 novembre 2005, n. 24594.

 

 

  1. Litisconsorzio.

L’intervento nel processo del successore a titolo particolare nel diritto controverso - che, a norma dell’art. 111, comma 3, c.p.c., può avvenire anche in sede di rinvio - non ne comporta automaticamente l’estromissione dell’alienante (il quale, secondo la medesima norma, è legittimato in via straordinaria come sostituto processuale), producendosi tale effetto solo con il relativo provvedimento e con il consenso delle altre parti. Pertanto, finché non ne sia stato estromesso, l’alienante rimane nel processo come litisconsorte necessario, e la sua mancata partecipazione determina la non integrità del contraddittorio, la quale è rilevabile, anche d’ufficio, in sede di legittimità. Cass. 25 giugno 1998, n. 4320.

 

 

  1. Principio di tassatività.

Colui che sia convenuto in giudizio dal locatore (o dal comodante) per la restituzione dell’immobile locato (dato in comodato) non può, avvalendosi di un’eccezione de iure tertii, contestare la legittimazione dell’attore allegando la mancanza del diritto reale sul bene in capo al medesimo ovvero il trasferimento a terzi della proprietà del bene, o, ancora, la perdita da parte del medesimo della relativa disponibilità. Cass. 3 febbraio 2004, n. 1940; conforme Cass. 10 dicembre 1979, n. 6413; Cass. 14 aprile 1983, n. 2620; Cass. 20 aprile 1995, n. 4477.

 

 

3.1. Casi di sostituzione previsti dal c.p.c.: rinvio.

Sull’estromissione del garantito: v. Giurisprudenza sub art. 108.

Sulla successione nel diritto: v. Giurisprudenza sub art. 111.

 

 

3.2. Segue: Azione di dichiarazione giudiziale della paternità naturale.

In tema di dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturale, il consenso del figlio che ha compiuto l’età di sedici anni, necessario (ex art. 273 c.c.) per promuovere o proseguire validamente l’azione, è configurabile come un requisito del diritto di azione, integratore della legittimazione ad agire del genitore, sostituto processuale del figlio minorenne. Detto consenso può sopravvenire in qualsiasi momento ed è necessario e sufficiente che sussista al momento della decisione; in mancanza, il giudice deve dichiarare, anche d’ufficio, l’improseguibilità del giudizio e non può pronunciare nel merito. Cass., 14 maggio 2005, n. 10131.

 

 

3.3. Esecutore testamentario.

L’esecutore testamentario, quale titolare di un ufficio di diritto privato, nella esecuzione del suo compito di assicurare la piena attuazione della volontà testamentaria è investito di una duplice legittimazione; la prima iure proprio, quale titolare di diritti ed obblighi inerenti al suo incarico di custode e detentore dei beni ereditari; l’altra, quale sostituto processuale, con il potere di agire nel promovimento di controversie, aventi per oggetto rapporti giuridici, dei quali l’esecutore non è titolare, ma la cui tutela assicuri l’esatto adempimento dell’incarico a lui devoluto, e quindi l’accertamento giudiziale delle qualità di eredi e di legatari negli istituiti, e la determinazione dell’oggetto delle istituzioni. Trib. Roma, 1° aprile 1992.

 

 

3.4. Mandato senza rappresentanza.

Nel mandato senza rappresentanza, il mandante può agire contro il terzo in sostituzione del mandatario esclusivamente per conseguire il soddisfacimento dei crediti sorti a favore di quest’ultimo in dipendenza delle obbligazioni assunte dal terzo con la conclusione del contratto, ma non per esperire le azioni rivenienti dal contratto. Cass. 5 novembre 1998, n. 11118.

 

 

3.5. Azione revocatoria nei confronti del fallito: sostituzione del curatore.

Qualora, dopo la proposizione dell’azione revocatoria, sopravvenga il fallimento del debitore, la legittimazione alla prosecuzione del giudizio spetta esclusivamente al curatore, il quale agisce come sostituto processuale della massa dei creditori, privati della legittimazione ad iniziare o a proseguire l’azione per tutta la durata della procedura fallimentare. Pertanto, solo il curatore è legittimato a riassumere il giudizio interrotto per la dichiarazione del fallimento del debitore e a proseguire l’azione promossa dal creditore, i cui effetti, consistenti nell’inefficacia dell’atto di disposizione patrimoniale, si produrranno non più a vantaggio del singolo creditore attore, bensì di tutti i creditori del fallito. Cass. 6 agosto 2002, n. 11760; conforme Cass. 25 luglio 2002, n. 10921; Cass. 21 luglio 1998, n. 7119.

 

 

3.6. Azione surrogatoria.

Qualora un creditore agisca in surrogatoria, in relazione a controversia per la quale il debitore «surrogato» abbia stipulato una clausola compromissoria per la devoluzione della stessa ad arbitri, siffatta clausola sarà opponibile al credito surrogante (artt. 2900 c.c. e 81 c.p.c.) solo nel caso in cui l’arbitrato in questione abbia natura rituale, perché, nella diversa ipotesi di arbitrato irrituale, la natura fiduciaria e strettamente personale della designazione degli arbitri e il contenuto del mandato ad essi affidato (anche dispositivo del diritto sostanziale) precludono l’opponibilità delle indicate clausole compromissorie al creditore surrogate, il quale, pertanto, è legittimato a proporre, ricorrendone i presupposti, l’azione giudiziaria in sostituzione del proprio debitore). Cass. 25 maggio 1995, n. 572.

 

 

3.7. Azione dei componenti dell’equipaggio della nave soccorritrice.

L’azione dei componenti dell’equipaggio della nave soccorritrice, volta a conseguire la parte di compenso loro spettante per l’opera di salvataggio, è devoluta alla competenza del pretore, quale giudice del lavoro, ove esperita nei confronti dell’armatore della loro stessa nave (art. 496 c. nav.), rientrando l’attività di salvataggio nell’ambito del contratto di arruolamento, con conseguente riconducibilità alla previsione dell’art. 409 c.p.c.; la medesima azione esula, invece, dalla competenza predetta (e va quindi attribuita al giudice competente per valore) ove esperita, ai sensi dell’art. 499 c. nav. ed in ipotesi d’inerzia dell’armatore predetto, nei confronti dell’armatore della nave soccorsa, in quanto in tal caso, configurantesi come un’applicazione dell’azione surrogatoria prevista dall’art. 2900 c.c., i predetti marittimi esercitano, in veste di sostituti processuali, un’azione che è propria dell’armatore della nave soccorritrice e che non è riconducibile al contratto di arruolamento. Cass. lav., 5 luglio 1991, n. 7468.

 

 

3.7.1. Segue: Legittimazione del comandante della nave.

L’art. 309, comma 1, c. nav., che prevede la legittimazione del comandante della nave a ricorrere nell’interesse dell’armatore e, più specificamente, il potere, in caso di urgenza, «di istituire e proseguire giudizi in nome e nell’interesse dell’armatore, per quanto riguarda la nave e la spedizione», determina una rappresentanza processuale preordinata alla tutela di interessi esclusivamente civilistici e non può essere applicato allorché siano coinvolti anche interessi di carattere strettamente personale connessi con profili di responsabilità di carattere penale, quali quelli concernenti l’estraneità dell’armatore al reato in materia di sequestro di cose per cui è prevista, ex art. 240, comma 4, c.p., la confisca obbligatoria. Cass. pen., 15 gennaio 2001, n. 829.

 

 

3.8. Azione popolare.

In materia di contenzioso elettorale, l’attore popolare ha facoltà di proporre gravame anche quando non sia stato parte nella precedente fase di giudizio, stante il principio secondo cui chi sperimenta l’azione popolare agisce uti civis e non uti singulus, ossia nell’interesse generale del buon andamento della P.A., onde si giustifica la fungibilità processuale dei soggetti legittimati al gravame: in questo senso sono, per il giudizio davanti alla corte d’appello, l’art. 82, comma 1, D.P.R. 570/1960, come introdotto dall’art. 1, L. 1147/66, e, quanto al giudizio dinanzi al Consiglio di Stato, l’art. 83/12 dello stesso D.P.R. 570/1960, come introdotto dall’art. 2, L. 1147/66, tuttora in vigore per effetto del richiamo contenuto negli artt. 6 e 19, L. 1034/1971. Cass. 1° febbraio 2000, n. 1103.

 

 

3.9. Assistenza pubblica.

Nelle controversie di assistenza sociale il disposto dell’art. 37, comma 5, della legge n. 448 del 1998, nel riconoscere la legittimazione passiva del Ministero dell’economia e delle finanze, ha finito per derogare al principio generale della corrispondenza tra titolare del diritto e soggetto abilitato a farlo valere, introducendo una forma di sostituzione processuale ex, art. 81 c.p.c. dell’obbligato sostanziale che continua a rimanere l’INPS alla stregua dell’art. 130, comma 1, del D.Lgs. n. 112 del 1998. (La S.C., in forza di tale opzione ermeneutica, ha confermato la decisione di merito che, in controversia in cui si instava per il ripristino della pensione e, quindi del relativo trattamento economico, ha riconosciuto la legittimazione passiva dell’INPS e onerato il Ministero dell’economia e delle finanze delle spese di consulenza tecnica espletata nel primo grado di giudizio, sul presupposto, in adesione ai principi fissati dalle Sezioni unite, con sentenza n. 483 del 2000 e per identità di ratio, di reputare ammissibile nei confronti dell’INPS, pur dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 112 del 1998, la domanda per il riconoscimento del diritto ad una data prestazione economico-assistenziale, in conseguenza dell’accertato requisito sanitario oggetto solo di domanda incidentale). Cass. lav., 20 febbraio 2006, n. 3595.

 

3.10. Delibazione di sentenze straniere.

L’autorità intermediaria, che chieda la delibazione di sentenze straniere recanti condanna agli alimenti, si qualifica come sostituto processuale ai sensi dell’art. 81 c.p.c., ossia come soggetto che, pur non essendo titolare del diritto azionato, è, tuttavia, legittimato a farlo valere in giudizio in nome proprio, in quanto portatore di un interesse di natura pubblicistica. Ne consegue che quel soggetto non può rinunziare al soddisfacimento del credito, bensì può, tutt’al più, rinunciare al mero impulso conferito, su richiesta dell’autorità speditrice, al processo volto alla realizzazione nello Stato del credito stesso. Cass. 23 gennaio 1997, n. 701.

 

 

3.11. Custode giudiziario.

La posizione processuale del custode dei beni sottoposti a sequestro giudiziario, il quale agisca a tutela della conservazione del valore del patrimonio affidatogli, equivale a quella di un sostituto processuale; pertanto, l’eventuale cessazione del suo potere di stare in giudizio per conto di altri non fa venir meno automaticamente la legittimazione sostitutiva, né, conseguentemente, i relativi poteri d’impulso processuale conferiti al suo difensore, ove (come accade nel giudizio di cassazione) non sia possibile attuare un idoneo meccanismo d’interruzione e riassunzione del giudizio in capo al nuovo legittimato processuale. Cass. 31 marzo 2006, n. 7693.

 

 

3.12. Azione di revoca dell’amministratore di s.r.l.

Il socio di società a responsabilità limitata, nell’esercizio dell’azione sociale di responsabilità, non rappresenta la società ma agisce in nome proprio e per conto di quest’ultima. Il socio di società a responsabilità limitata è legittimato a proporre azione individuale di responsabilità nei confronti degli amministratori soltanto ove abbia subito un pregiudizio diretto dai comportamenti dolosi o colposi degli amministratori. La società a responsabilità limitata è legittimata ad esperire l’azione di responsabilità nei confronti dei propri amministratori. La società a responsabilità limitata partecipa al giudizio di responsabilità nei confronti dei propri amministratori per mezzo di un curatore speciale; tuttavia, quest’ultimo non è legittimato ad esperire l’azione di responsabilità in nome e per conto della società in mancanza di una deliberazione assembleare. Trib. Roma, 22 maggio 2007.

 

 

  1. Azioni collettive.

 

 

4.1. Repressione condotta antisindacale.

Nel nuovo sistema del pubblico impiego c.d. «privatizzato», appartengono alla cognizione del giudice ordinario le controversie riguardanti il comportamento antisindacale plurioffensivo del datore di lavoro pubblico, ancorché sia richiesta al giudice l’eliminazione del provvedimento amministrativo incidente su posizioni soggettive di singoli dipendenti e la rimozione dei relativi effetti. Cass., Sez. Un., 24 gennaio 2003, n. 1127; conforme Cass., Sez. Un., 21 novembre 2002, n. 16430; Cass., Sez. Un., 13 luglio 2001, n. 9541.

 

 

4.2. Concorrenza sleale: legittimazione delle associazioni professionali.

Perché sussista la speciale legittimazione ad agire ai sensi dell’art. 2601 c.c., occorre anzitutto la sussistenza di un’associazione di categoria e quindi la sussistenza in capo ad essa di un interesse a denunciare il fatto di concorrenza sleale ulteriore e differenziato rispetto a quello che legittima il singolo imprenditore aderente: un interesse dunque tale da consentire all’associazione di agire pur se il singolo imprenditore aderente non intenda farlo. Conseguentemente il carattere contestualmente plurioffensivo dell’illecito concorrenziale, necessario per esercitare l’azione ex art. 2601 c.c., non è legato ad una considerazione del numero dei soggetti imprenditori che sono lesi dalla concorrenza sleale ma alla sussistenza di una lesione direttamente riferibile all’interesse specifico per il quale la categoria si fa rappresentare dall’associazione ovvero per il quale l’associazione è sorta. Cass. 20 dicembre 1996, n. 11401; conforme Trib. Torino, 30 aprile 2004.

 

 

4.3. Interessi diffusi e interessi collettivi.

Il criterio della vicinitas, che legittima la proposizione del ricorso, è applicabile non soltanto nel settore edilizio, ma ad ogni attività di trasformazione del territorio rispetto alla quale i ricorrenti si pongono in una situazione di stabile e significativo collegamento, derivante dall’essere proprietari di terreni confinanti. Cons. St., 14 febbraio 2011, n. 946.

 

 

4.3.1. Legittimazione delle associazioni ambientaliste.

La legittimazione ad agire può spettare anche ad associazioni di protezione ambientale diverse da quelle riconosciute formalmente con decreto ministeriale, purché effettivamente rappresentative dell’interesse pregiudicato dall’atto impugnato. Il ricorso è cioè proponibile anche da associazioni prive di riconoscimento che perseguano statutariamente e non in maniera occasionale obiettivi di tutela ambientale, abbiano un elevato grado di stabilità e rappresentatività nonché un’area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene che si assume leso. Il mero scopo associativo non è quindi sufficiente e personificare un interesse diffuso o adespota, facente capo alla popolazione nel suo complesso, quando tale scopo si risolva, senza mediazione alcuna di altre finalità, nell’utilizzazione di tutti i mezzi leciti per non consentire la realizzazione di un determinato progetto e, quindi, in definitiva, nella stessa finalità di proporre l’azione giurisdizionale T.A.R. Lazio, Roma, 13 dicembre 2010, n. 36088.

 

La legittimazione ad agire di cui agli artt. 13 e 18, L. n. 349 del 1986, stante la sua natura eccezionale (in quanto derogatoria del principio generale di cui all’art. 81 c.p.c.), deve essere limitata alla deduzione di censure che concernono l’assetto normativo di tutela dell’ambiente o la violazione di norme poste a salvaguardia dell’ambiente, con esclusione degli atti e dei profili che abbiano una valenza meramente urbanistica. T.A.R. Liguria, Genova, 29 novembre 2010, n. 10667; conforme T.A.R. Toscana, Firenze, 2 dicembre 2010, n. 6712.

 

 

4.4. Segue: Legittimazione delle associazioni dei consumatori e degli utenti di pubblici servizi.

La legittimazione ad agire delle associazioni rappresentative degli interessi dei consumatori ai fini della declaratoria di inefficacia di clausole contrattuali vessatorie non è subordinata, per le azioni inibitorie promosse prima dell’entrata in vigore della legge n. 281 nel 1998, al possesso dei requisiti necessari per l’iscrizione nell’elenco delle Associazioni dei consumatori e degli utenti istituito presso il Ministero dell’industria. Essa è pertanto accertata incidentalmente dal giudice sulla base di indici concreti, quali l’oggetto statutario, la partecipazione ad organismi pubblici, precedenti riconoscimenti giurisdizionali. App. Roma, 24 settembre 2002.

 

 

4.4.1. Segue: Delimitazione della sfera di legittimazione.

Poiché l’autorità garante della concorrenza e del mercato non è un giudice ma un’amministrazione dello Stato ad ordinamento autonomo, l’art. 3 L. 281/1998 (richiamato dall’art. 7, comma 14, D.Lgs. 74/1992), nella parte in cui prevede che le associazioni dei consumatori iscritte nell’elenco di cui al successivo art. 5 possano tra l’altro richiedere, a tutela degli interessi collettivi dei consumatori, provvedimenti inibitori al giudice competente, non può essere inteso, in materia di pubblicità ingannevole, come facente riferimento alla tutela inibitoria demandata all’autorità garante della concorrenza e del mercato dall’art. 7, commi 2 e 3, D.Lgs. 74/1992, con la conseguenza che, per le predette associazioni, tale ultimo rimedio non va inteso come esclusivo ma come concorrente con quello ottenibile dal giudice ordinario. Non appare irragionevole che, in materia di azioni rivolte contro la pubblicità ingannevole, vi sia una diversità di trattamento tra il singolo consumatore (che può rivolgersi solo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per richiedere l’inibizione degli atti di pubblicità ingannevole, ex art. 7 D.Lgs. n. 74 del 1992, come sostituito dall’art. 5 D.Lgs. n. 67 del 2000), e le associazioni dei consumatori e degli utenti iscritte nell’apposito elenco (che, per la tutela inibitoria degli interessi collettivi, possono rivolgersi sia alla predetta autorità, ai sensi dell’art. 7 citato, sia al giudice ordinario, ex art. 3 L. n. 281 del 1998). Cass., Sez. Un., 28 marzo 2006, n. 7036.

 

 

4.4.2. Segue: Accesso ai documenti amministrativi.

Al fine di stabilire se sussiste il diritto all’accesso, occorre avere riguardo al documento cui si intende accedere, onde verificarne l’incidenza, anche potenziale, sull’interesse di cui il soggetto richiedente è portatore. In definitiva, essere titolare di una situazione giuridicamente tutelata non è condizione sufficiente perché l’interesse rivendicato possa considerarsi diretto, concreto e attuale, necessitando che la documentazione cui si chiede di accedere sia connessa a quella posizione sostanziale, impedendone od ostacolandone il soddisfacimento. Cons. St., Ad. plen., 24 aprile 2012, n. 7.

 

 

4.4.3. Tutela della privacy.

Lo statuto dei consumatori non riconosce ai consumatori in quanto tali, né a loro associazioni, il diritto alla privacy (art. 2 codice del consumo approvato con D.Lgs. n. 206/2005), proprio perché si tratta di diritto individuale del soggetto (persona fisica o anche ente giuridico), insuscettibile di una azione di categoria, e dunque di una azione da parte del CODACONS, in difetto di specifica delega o procura scritta da parte degli interessati. Cons. St., 10 febbraio 2006, n. 555.

 

 

4.4.4. Segue: Esclusione della tutela dei diritti individuali.

Un’associazione rappresentativa dei consumatori e degli utenti non è legittimata ad agire per il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione degli interessi collettivi dei consumatori e degli utenti. Trib. Torino, 20 novembre 2006.

 

Le associazioni dei consumatori e degli utenti possono agire per la restituzione ed il risarcimento dei danni conseguenti agli illeciti concorrenziali, nei limiti in cui facciano valere l’interesse comune all’intera categoria degli utenti dei servizi assicurativi ad ottenere una pronuncia di accertamento su aspetti quali l’esistenza dell’illecito, della responsabilità, del nesso causale fra l’illecito e il danno, dell’esistenza ed entità potenziale dei danni (a prescindere dalle peculiarità delle singole posizioni individuali), ed ogni altra questione idonea ad agevolare le iniziative individuali, sollevando i singoli danneggiati dai relativi oneri e rischi. Cass. 18 agosto 2011, n. 17351.

 

 

4.4.5. Segue: Class actions.

L’art. 140-bis del Codice del Consumo riconosce l’azione di classe per la tutela dei diritti individuali omogenei dei consumatori e degli utenti. L’azione, che rimane pur sempre un’azione individuale, è aperta all’adesione di una pluralità di altri soggetti che si trovino in possesso dei requisiti soggettivi ed oggettivi di uniformità. Essa non crea diritti, ma si limita ad estendere la tutela giudiziale, in presenza di determinati presupposti sostanziali e processuali, a tutti i componenti di una classe di consumatori che si trovino, nei confronti della stessa impresa in una situazione identica, in modo da offrire una più agevole tutela a tutti i consumatori che possono vantare diritti individuali omogenei L’inciso “anche mediante associazioni cui dà mandato”, contenuto nell’art. 140-bis del codice del consumo - D.Lgs. n. 206/2005, deve essere interpretato nel senso della possibilità di conferire ad associazioni di consumatori il mandato ad agire in giudizio per conto del componente della classe, ma non anche di attribuire a tali associazioni una legittimazione ulteriore, che consenta loro di far valere nel medesimo giudizio lo stesso diritto già esercitato dal mandante. Trib. Torino, 7 aprile 2011.

In ipotesi di class action il giudice chiamato a valutare se il proponente appaia in grado di curare adeguatamente gli interessi della classe dovrà tener conto, in via preliminare, anche del numero di coloro che hanno introdotto il processo, giacchè l’esiguità numerica dei proponenti può anch’essa avere un ruolo per formare il convincimento del tribunale, visto che non è dato sapere se e in che misura vi saranno ulteriori adesioni idonee a rappresentare concretamente una classe. Per agire in via collettiva, inoltre, servono risorse economiche ed organizzative ben maggiori che per agire in via individuale ecco perché l’art. 140-bis, 1° comma, del Codice del Consumo (D.Lgs. n. 206 del 2005) ben prevede la possibilità di agire mediante conferimento di mandato alle associazioni dei consumatori che, appunto, hanno una struttura e risorse economiche più idonee del singolo consumatore per un’adeguata cura degli interessi di classe. Trib. Torino, 28 aprile 2011.



 
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