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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 810 cod. proc. civile: Nomina degli arbitri

Quando a norma della convenzione d’arbitrato gli arbitri devono essere nominati dalle parti, ciascuna, di esse, con atto notificato per iscritto, rende noto all’altra l’arbitro o gli arbitri che essa nomina, con invito a procedere alla designazione dei propri. La parte, alla quale è rivolto l’invito, deve notificare per iscritto, nei venti giorni successivi, le generalità dell’arbitro o degli arbitri da essa nominati.
In mancanza, la parte che ha fatto l’invito può chiedere, mediante ricorso, che la nomina sia fatta dal presidente del tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato. Se le parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso è presentato al presidente del tribunale del luogo in cui è stata stipulata la convenzione di arbitrato oppure, se tale luogo è all’estero, al presidente del tribunale di Roma.
Il presidente del tribunale competente provvede alla nomina richiestagli, se la convenzione d’arbitrato non è manifestamente inesistente o non prevede manifestamente un arbitrato estero.
Le stesse disposizioni si applicano se la nomina di uno o più arbitri è demandata dalla convenzione d’arbitrato all’autorita’ giudiziaria o se, essendo demandata a un terzo, questi non vi ha provveduto.


Giurisprudenza annotata

Nomina degli arbitri.

 

 

  1. Nomina effettuata dalle parti; 1.1. Legittimazione attiva; 1.2. Nomina effettuata dal falsus procurator; 1.3. Termine per la nomina; 2. Mancata nomina della parte e nomina dell’arbitro da parte dell’autorità giudiziaria; 2.1. Ordinanza del presidente del tribunale; 3. Nomina demandata dalle parti all’autorità giudiziaria.

 

 

  1. Nomina effettuata dalle parti.

Costituisce requisito di validità della clausola compromissoria il fatto che gli arbitri vengano nominati con il concorso della volontà dei contraenti e non siano espressione della volontà di una soltanto delle parti, in quanto il concorso di entrambe le parti nella nomina degli arbitri soddisfa un insopprimibile valore di garanzia dell’imparzialità di chi è chiamato a risolvere una controversia; valore che prescinde dalla natura rituale o irrituale dell’arbitrato. Cass. 29 novembre 1999, n. 13306.

 

È valida la clausola compromissoria che prevede la partecipazione di entrambe le parti contraenti alla formazione del collegio arbitrale, a nulla rilevando che la nomina di una parte sia stata in concreto delegata dalla parte ad un terzo. Trib. Milano, 10 ottobre 1994.

 

All’arbitrato irrituale è applicabile la disciplina prevista dall’art. 810, comma 1, c.p.c. ma limitatamente alla possibilità, per il presidente del tribunale, di nominare l’arbitro ove la parte non abbia a ciò provveduto. Non si applica, invece, la disposizione nella parte in cui prevede che l’atto di nomina deve essere notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, soprattutto se tale formalità è esclusa dalla volontà delle parti (nel caso di specie esse avevano previsto che la nomina dei periti sarebbe avvenuta «con apposito atto», senza ulteriori specificazioni). Analogamente, non è applicabile la disciplina contenuta nell’art. 811 c.p.c. nella parte in cui prevede che l’atto di sostituzione debba essere notificato all’altra parte. Cass. 13 aprile 1999, n. 3609.

 

Il comportamento processuale della parte consistente nel deposito di memorie e nella formulazione di istanze istruttorie non può dar luogo a ratifica dell’illegittima costituzione degli arbitri poiché esso non può integrare una valida manifestazione di volontà laddove sia richiesta, anche in forma implicita, la forma scritta ad substantiam. Cass. 9 aprile 2002, n. 5062.

 

È illegittima, per contrasto con l’art. 32, 3° comma, l. 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modifiche, con i principi sanciti dagli artt. 809 ss. c.p.c., nonché con il principio secondo cui la scelta del presidente del collegio di un arbitrato volontario non può che essere attribuita alle parti, alla stregua del principio fondante contenuto all’art. 810 c.p.c., la norma regolamentare contenuta nell’art. 150, 3° comma, D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554, nella parte in cui sottrae alla libera determinazione delle parti la scelta del terzo arbitro con funzioni di presidente, attribuendola alla camera arbitrale (in motivazione si precisa che l’annullamento di tale disposizione comporta il venir meno di quelle relative alla formazione dell’albo degli arbitri della camera arbitrale - art. 151, 5° e 7° comma, quest’ultimo limitatamente agli arbitri -, nonché alla durata dell’iscrizione ed alle incompatibilità conseguenti all’iscrizione stessa - art. 151, 8° comma, sempre limitatamente agli arbitri; restano, invece, salve le incompatibilità previste dal successivo 9° comma, che appare legittimo in quanto meramente specificativo di ipotesi di incompatibilità già presenti nel nostro ordinamento). Cons. St. 17 ottobre 2003, n. 6335.

 

L’art. 810 c.p.c., che disciplina la nomina degli arbitri, non prevede che l’atto con il quale una parte rende noto all’altra l’arbitro o gli arbitri che essa nomina, con invito a procedere alla designazione dei propri, contenga anche la precisa formulazione dei quesiti. Pertanto, qualora il c.d. atto di accesso contenga soltanto una sommaria, ma inequivoca indicazione di quale sia la materia del contendere, ben può il collegio arbitrale fissare un temine per la precisazione dei quesiti. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201; conforme Cass. 14 giugno 2006, n. 13750.

 

In riferimento al cd. arbitrato societario, non è possibile affermare che anche il distinto atto col quale l’interessato sollecita la nomina degli arbitri ad opera del terzo, cui spetta provvedervi, debba necessariamente essere inoltrato nelle forme prescritte per la notifica. Ciò, infatti, non è stabilito né dalla normativa speciale, né dall’art. 810 c.p.c. Cass. 20 febbraio 2012, n. 2400.

 

Il meccanismo binario per la nomina degli arbitri ne esclude la giurisdizione laddove sia accertata la impossibilità di polarizzare gli interessi in gioco in due soli gruppi omogenei. Cass. 8 maggio 2009, n. 10590.

 

1.1. Legittimazione attiva.

Legittimato a nominare l’arbitro è il titolare del rapporto controverso: detta titolarità va accertata dagli arbitri (anche di equità) in sede di verifica dei loro poteri con valutazione degli atti e della clausola, che costituisce questione di merito da esaminare prima di accettare la nomina. Cass. 23 gennaio 2003, n. 995.

 

Determinatosi l’effetto della pendenza del giudizio con la notificazione della domanda di accesso all’arbitrato, il giudizio si radica fin da tale momento tra i soggetti sottoscrittori della clausola compromissoria (i soggetti, cioè, legittimati attivamente e passivamente ad agire e resistere nella procedura arbitrale fino alla sua definizione), con la conseguenza che l’eventuale subingresso di un altro soggetto nel rapporto controverso, dopo l’inizio del procedimento, non incide sulla ritualità della nomina dell’arbitro di parte effettuata dal destinatario della domanda di arbitrato nei termini e con le modalità di cui all’art. 810 c.p.c. Nella diversa ipotesi in cui l’arbitro di parte, mai nominato dal dante causa, sia stato, invece, nominato direttamente dal subentrante ex lege nel rapporto controverso - con ciò stesso intervenendo questi nella procedura - deve ritenersi, attesa la natura sostanziale e non meramente processuale dell’atto di nomina dell’arbitro (nonché la circostanza che la titolarità del rapporto controverso, e della stessa clausola compromissoria è passata al successore a titolo particolare), che sia il successore a titolo particolare stesso il soggetto legittimato alla nomina dell’arbitro, senza che tale nomina possa in alcun modo dirsi, pertanto, affetta da nullità (come erroneamente ritenuto, nella specie, dal giudice di merito). Cass. 8 aprile 2003, n. 5457.

 

 

1.2. Nomina effettuata dal falsus procurator.

In tema di procedimento arbitrale, la nomina dell’arbitro (atto di indiscutibile natura negoziale), compiuta da chi si sia dichiarato rappresentante senza averne i poteri (ovvero dal rappresentante che i limiti di quei poteri abbia ecceduto), è suscettibile di ratifica ex tunc, ai sensi dell’art. 1399 c.c., da parte dell’interessato titolare del rapporto controverso, a meno che il soggetto non legittimato non abbia attivato il giudizio arbitrale (nominando l’arbitro fiduciario) nel proprio esclusivo interesse, prospettando, cioè, una pretesa in radicale contrapposizione (o addirittura in rapporto di totale esclusione) rispetto a quella di cui risulta portatore il soggetto legittimato alla ratifica (da ritenersi, per l’effetto, del tutto inefficace, difettandone il necessario connotato di dichiarazione negoziale sanante un atto di chi, non avendone facoltà, lo compia purtuttavia nell’interesse del soggetto legittimato). Cass. 8 marzo 2001, n. 3389.

 

L’istituto della ratifica - il cui elemento caratterizzante sul piano funzionale è il recupero, nella sfera giuridica dell’interessato, del risultato dell’attività da altri compiuta senza esserne legittimato, così realizzandosi anche un’esigenza di economia giuridica - in quanto espressione di autonomia negoziale, è applicabile anche alla nomina dell’arbitro compiuta dal soggetto che non ne aveva il potere; ne consegue che, avendo la ratifica effetto retroattivo, dall’assunzione da parte dell’interessato, nella propria sfera giuridica, della precedente nomina deriva il riconoscimento di efficacia all’attività compiuta medio tempore dal collegio arbitrale. Cass. 21 febbraio 2001, n. 2490.

In considerazione della natura privatistica dell’arbitrato - che rinviene il suo fondamento nel potere delle parti di disporre liberamente dei propri diritti e che, perciò, non è riconducibile alla giurisdizione - deve ritenersi che la disciplina della procura “ad litem” contenuta nel codice di rito civile non sia estensibile automaticamente al procedimento arbitrale, salvo diversa volontà delle parti espressamente manifestata nell’atto di conferimento del potere agli arbitri; ne consegue che, ove manchi tale esplicito richiamo, l’atto introduttivo del giudizio arbitrale può essere effettuato, in conformità a quanto previsto nell’apposita clausola compromissoria, anche tramite lettera raccomandata proveniente dall’avvocato di una delle parti sfornito di procura alle liti. (Principio enunciato in riferimento ad una fattispecie regolata, “ratione temporis”, dalla legge 5 gennaio 1994, n. 25, di riforma dell’arbitrato, prima che sulla materia intervenisse la successiva riforma di cui agli artt. 20-25 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40). Cass., Sez. Un., 5 maggio 2011, n. 9839.

 

In tema di arbitrato, l’istituto della ratifica è applicabile anche alla clausola compromissoria inserita in un contratto da un soggetto che non ne aveva il potere, costituendo espressione di autonomia negoziale, in quanto tale meritevole di tutela, atteso che comporta, sul piano funzionale, la valutazione positiva da parte dell’ordinamento dell’interesse del soggetto legittimato a recuperare, nella propria sfera giuridica, il risultato dell’attività da altri compiuta senza esserne legittimato, così realizzando anche un’esigenza di economia giuridica, salvi i limiti desumibili dal sistema a tutela delle parti originarie e dei terzi. (Nella specie, la ratifica della clausola è stata desunta dal comportamento della parte che, dopo la stipula della scrittura, aveva promosso il giudizio arbitrale, provvedendo personalmente alla nomina del proprio arbitro). Cass. 4 agosto 2009, n. 17935.

 

In considerazione della natura privatistica dell’arbitrato - che rinviene il suo fondamento nel potere delle parti di disporre liberamente dei propri diritti e che, perciò, non è riconducibile alla giurisdizione - deve ritenersi che la disciplina della procura “ad litem” contenuta nel codice di rito civile non sia estensibile automaticamente al procedimento arbitrale, salvo diversa volontà delle parti espressamente manifestata nell’atto di conferimento del potere agli arbitri; ne consegue che, ove manchi tale esplicito richiamo, l’atto introduttivo del giudizio arbitrale può essere effettuato, in conformità a quanto previsto nell’apposita clausola compromissoria, anche tramite lettera raccomandata proveniente dall’avvocato di una delle parti sfornito di procura alle liti. (Principio enunciato in riferimento ad una fattispecie regolata, “ratione temporis”, dalla legge 5 gennaio 1994, n. 25, di riforma dell’arbitrato, prima che sulla materia intervenisse la successiva riforma di cui agli artt. 20-25 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40). Cass., Sez. Un., 5 maggio 2011, n. 9839.

 

 

1.3. Termine per la nomina.

Il termine di venti giorni, previsto dall’art. 810, comma 1, c.p.c. per la nomina del proprio arbitro ad opera della parte che ha ricevuto il relativo invito, non ha carattere perentorio (non essendo ciò previsto esplicitamente dalla legge, né essendo ricavabile dalla funzione del termine stesso), sicché la medesima parte può provvedere alla nomina anche successivamente alla scadenza di tale termine, sino a quando non sia intervenuta la nomina ad opera del presidente del tribunale su richiesta della controparte, ai sensi del comma 2 del richiamato art. 810 c.p.c.; dal che consegue la irregolare costituzione del collegio arbitrale (e con essa la nullità del lodo pronunciato) composto da arbitro nominato in via sostitutiva dal presidente del tribunale pur in presenza di precedente - ancorché tardiva - nomina notificata dalla parte interessata alla controparte, la quale ha l’onere di informare della nomina sopraggiunta il presidente del tribunale da essa adito, e salva la responsabilità della parte tardivamente adempiente al dovere di nominare il proprio arbitro per gli eventuali danni. Cass. 2 dicembre 2005, n. 26257.

 

 

  1. Mancata nomina della parte e nomina dell’arbitro da parte dell’autorità giudiziaria.

La norma dell’art. 810, secondo comma, c.p.c., la quale, per il caso di mancata nomina dell’arbitro, consente all’altra parte di rivolgersi al presidente del tribunale affinché egli stesso provveda alla nomina, è applicabile anche all’arbitrato irrituale; ne consegue che, qualora in un contratto di assicurazione sia previsto il previo espletamento di un arbitrato irrituale per la quantificazione dell’indennizzo e una delle parti non provveda alla nomina dell’arbitro, è onere della controparte, al fine di poter proporre la domanda in sede giudiziaria, di chiedere al presidente del tribunale la nomina dell’arbitro mancante perché si proceda alla liquidazione dell’indennizzo; ne consegue che la domanda giudiziaria proposta, in difetto di tale richiesta, è improponibile. Cass. 24 gennaio 2003, n. 1112; conforme Cass. 21 luglio 2010 n. 17114.

 

Anche dopo l’estensione al licenziamento disciplinare delle garanzie procedimentali previste dall’art. 7 della legge 20 maggio 1970, n. 300 - disposta dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 204 del 1982 - al suddetto licenziamento non è applicabile la disciplina prevista dal settimo comma del citato art. 7 per l’ipotesi di mancata adesione del datore di lavoro all’iniziativa del lavoratore di adire un collegio di conciliazione e arbitrato. Né tale inapplicabilità costituisce violazione dei diritti costituzionalmente garantiti al lavoratore in quanto, come precisato dalla stessa Corte Costituzionale nella citata sentenza, essa non sbarra al lavoratore che si sia rivolto all’Ufficio provinciale del Lavoro la via del ricorso al Presidente del Tribunale, di cui all’art. 810 c.p.c., al fine di conseguire - malgrado l’indifferenza del datore di lavoro - la integrazione del collegio di conciliazione e arbitrato. Cass. lav., 11 giugno 2004, n. 11141.

 

In caso di mancata costituzione del collegio arbitrale nella procedura avviata da un dirigente commerciale licenziato, a causa del rifiuto del datore di lavoro e dell’associazione datoriale motivato dalla mancata affiliazione del primo alla seconda, il dirigente ha azione per ottenere l’accertamento dello specifico obbligo che promana dalla clausola compromissoria con conseguente nomina autoritativa dell’arbitro ex art. 810 c.p.c. Cass. lav., 9 novembre 1985, n. 5499.

 

In tema di arbitrato, il meccanismo di nomina suppletiva da parte del Presidente del Tribunale, previsto nell’art. 810 c.p.c., sia nella formulazione antevigente che in quella in vigore dal 2 marzo 2006, si applica anche quando la convenzione arbitrale preveda la costituzione di un collegio formato da tre arbitri e le parti non raggiungano accordo sulla nomina del terzo arbitro dopo aver provveduto alla designazione unilaterale degli altri due. Ne consegue la legittimità della designazione giudiziale disposta su richiesta di una delle parti quando si determini tale evenienza. Cass. 22 luglio 2009, n. 17152.

 

 

2.1. Ordinanza del presidente del tribunale.

In tema di arbitrato, l’ordinanza di nomina dell’arbitro da parte del presidente del tribunale, ex art. 810 c.p.c., non ha contenuto decisorio, ma integra gli estremi del provvedimento di giurisdizione volontaria con funzione sostitutiva di attività manchevole delle parti, e non è quindi assoggettabile a reclamo ex articolo 739 c.p.c. Cass. 19 gennaio 2006, n. 1017.

 

L’ordinanza con la quale il presidente del tribunale, ai sensi dell’art. 810, secondo comma, c.p.c., provvede alla nomina dell’arbitro in sostituzione della parte che non vi ha provveduto, ha natura di atto di giurisdizione volontaria, è carente di carattere decisorio e non pregiudica in alcun modo le successive valutazioni e determinazioni al riguardo, sia in sede arbitrale, sia in sede di impugnazione del lodo, e pertanto, non essendo idonea a produrre effetti di giudicato, non è impugnabile con ricorso straordinario per Cassazione. Né la mancata previsione di detto mezzo suscita alcun dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 111 Cost., atteso che il ricorso per Cassazione è costituzionalizzato solo nei limiti dell’art. 111 Cost., rientrando nella discrezionalità legislativa regolare, al di fuori di tale ambito, la disciplina dei mezzi di impugnazione dei provvedimenti giudiziari. Cass. 6 giugno 2003, n. 9143.

 

In tema di arbitrato, il presidente del tribunale chiamato a designare l’arbitro in sostituzione della parte inerte svolge una funzione di volontaria giurisdizione di carattere non contenzioso e sostanzialmente suppletivo della carente attività negoziale di parte, con la conseguenza che, al provvedimento di nomina (così come a quello di revoca), non può legittimamente riconoscersi portata decisoria, giacché, se la nomina viene effettuata, ne potrà essere controllata la validità in qualsiasi sede (e, anzitutto, dallo stesso collegio arbitrale), mentre, se essa viene negata (o, una volta compiuta, viene poi revocata), sarà sempre la parte inadempiente a dover rispondere dell’eventuale pregiudizio subito dalla controparte nelle normali sedi contenziose. Cass. 5 marzo 2002, n. 3129.

 

 

  1. Nomina demandata dalle parti all’autorità giudiziaria.

Ai sensi dell’art. 810 c.p.c. la nomina di uno o più arbitri può essere demandata dal compromesso o dalla clausola compromissoria all’autorità giudiziaria, cui le parti, nella loro autonomia negoziale, possono indicare la categoria nel cui ambito la scelta debba avvenire; all’autorità giudiziaria spetta peraltro il potere - dovere di verificare se rispetto alla categoria indicata sussistano cause d’incompatibilità e, nell’ipotesi in cui le parti non abbiano previsto modalità sostitutive ai sensi dell’art. 811 c.p.c., il rinvio operato da tale norma all’art. 810 implica che l’autorità giudiziaria provveda comunque alla nomina dell’arbitro al di fuori della categoria indicata. Cass., Sez. Un., 4 dicembre 2001, n. 15290.

 

Poiché dal disposto degli artt. n. 809, comma 2, e n. 810, comma 3, c.p.c. emerge in modo univoco che le parti possono validamente pattuire l’attribuzione della nomina degli arbitri all’autorità giudiziaria, non inficia il principio della nomina diretta degli arbitri da parte dei litiganti la clausola compromissoria contenuta in un contratto plurilaterale con la quale si stabilisca che in caso di controversia tra più di due parti il collegio arbitrale sarà composto di tre membri, nominati dall’autorità giudiziaria dovendosi altresì escludere che detta clausola dia luogo (e sia per tale profilo nulla), ad un arbitrato obbligatorio o alla costituzione di una giurisdizione speciale, in quanto l’istituto dell’arbitrato obbligatorio si configura solo in presenza di una disposizione di legge che imponga il ricorso all’arbitrato quale strumento necessario ed indefettibile per la risoluzione di particolari controversie, e non anche quando siano le parti stesse a scegliere negozialmente un metodo di risoluzione delle liti diverso dalla giurisdizione ordinaria. Cass. 16 marzo 2000, n. 3044.

 

Deve essere respinto il ricorso al Presidente del tribunale proposto al fine di ottenere la nomina di un solo arbitro di parte in sostituzione di quelli nominati dalla pluralità dei convenuti in quanto portatori di interessi omogenei, ove questi ultimi contestino, non irragionevolmente, l’esistenza della pretesa omogeneità di interessi. Trib. Milano, 23 ottobre 2002.

 

Il vizio che inficia la nomina del terzo arbitro rituale, perché effettuata dagli altri due e non dal presidente del tribunale così come previsto dalla clausola compromissoria, non è deducibile come motivo di impugnazione per nullità del lodo in difetto di preventiva prospettazione in sede arbitrale. Cass. 3 giugno 2004, n. 10561.

 

In tema di arbitrato irrituale, ove la pronuncia arbitrale esplichi i suoi effetti nella sfera giuridica di un soggetto incapace, l’eccezione di annullabilità della nomina dell’arbitro conseguente alla mancanza dell’autorizzazione del tribunale di cui all’art. 375, primo comma, n. 4, c.c. - trovando corrispondenza in un diritto contrario che potrebbe essere fatto valere in via di azione autonoma - ha natura di eccezione in senso stretto e deve, pertanto, essere proposta nei termini per la costituzione delle parti o in quelli concessi dal giudice ai sensi dell’art. 183 c.p.c., nella formulazione introdotta dalla legge 26 novembre 1990, n. 353. Cass. 1 dicembre 2009, n. 25268.



 
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