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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 814 cod. proc. civile: Diritti degli arbitri

Gli arbitri hanno diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera prestata, se non vi hanno rinunciato al momento dell’accettazione o con atto scritto successivo. Le parti sono tenute solidalmente al pagamento, salvo rivalsa tra loro.
Quando gli arbitri provvedono direttamente alla liquidazione delle spese e dell’onorario, tale liquidazione non è vincolante per le parti se esse non l’accettano. In tal caso l’ammontare delle spese e dell’onorario è determinato con ordinanza dal presidente del tribunale indicato nell’articolo 810, secondo comma, su ricorso degli arbitri e sentite le parti.
L’ordinanza è titolo esecutivo contro le parti ed è soggetta a reclamo a norma dell’articolo 825, quarto comma. Si applica l’articolo 830, quarto comma.


Giurisprudenza annotata

Diritti degli arbitri.

 

 

  1. Liquidazione delle spese e degli onorari da parte degli arbitri; 1.1. Arbitrato irrituale; 2. Ricorso degli arbitri; 2.1. Notificazione del ricorso e contraddittorio; 2.2. Patrocinio legale; 2.3. Presupposto di ammissibilità; 3. Procedimento di liquidazione; 3.1. Competenza territoriale; 3.2. Giudice delegato; 3.3. Audizione delle parti; 3.4. Sospensione del giudizio arbitrale; 3.5. Ordinanza del presidente del tribunale; 3.6. Liquidazione delle spese e degli onorari; 3.6.1. Composizione del collegio; 3.6.2. Segue: Collegi composti da soli avvocati; 3.6.3. Segue: Collegi misti; 3.6.4. Segue: Nelle controversie di cui al d;m; 398/2000; 3.6.5. Criteri di valutazione; 3.7. Ripartizione delle spese tra le parti; 3.8. Spese di giudizio.

 

 

  1. Liquidazione delle spese e degli onorari da parte degli arbitri.

In caso di non accettazione il diritto al compenso, pur originando dalla legge, rimane latente e privo di efficacia giuridica fino al momento in cui il Presidente del Tribunale non lo trasformi, con l’ordinanza di liquidazione, in un vero e proprio diritto di credito. Trib. Torino 14 ottobre 2003.

L’art. 814 c.p.c. configura in primo luogo un meccanismo contrattuale di determinazione del compenso spettante agli arbitri, scandito dall’autoliquidazione, effettuata dagli stessi arbitri, avente valore di proposta contrattuale che, per essere vincolante per le parti del giudizio, deve da queste essere accettata. Tale proposta non è revocabile liberamente dai proponenti, ma rimane ferma sinché, in difetto di accettazione, ad essa succeda la determinazione giudiziale su richiesta degli stessi arbitri onde acquisire un titolo (non contrattuale ma) giurisdizionale e quindi imperativo ed esecutivo; pertanto l’accettazione delle parti del giudizio arbitrale può intervenire anche nel corso del procedimento giurisdizionale introdotto dagli arbitri e sino alla conclusione di esso con la pubblicazione dell’ordinanza finale del giudice, il quale, ove la detta accettazione effettivamente sopraggiunga nelle more del giudizio, è tenuto a dichiarare cessata la materia del contendere. Cass. 30 dicembre 2004, n. 24260.

 

L’autoliquidazione degli onorari da parte degli arbitri è fonte di obbligazione nella sola ipotesi in cui essa sia accettata da entrambe le parti compromettenti, sicché il difetto di accettazione di una sola di queste obbliga il Presidente del tribunale adito a procedere alla liquidazione anche nell’ipotesi in cui la somma richiesta sia stata corrisposta. Legittimati a proporre la domanda di liquidazione sono, peraltro, i soli arbitri, in base alla speciale procedura di cui all’art. 814 comma secondo c.p.c., con la conseguenza, da un canto, che le parti stesse (non potendo utilizzare la suddetta procedura ex art. 814 c.p.c.) devono, al fine di precostituirsi un titolo che faccia stato nei confronti di tutti i soggetti del procedimento arbitrale, fare necessariamente ricorso al giudizio ordinario da instaurarsi con atto di citazione, e, dall’altro, che le parti medesime intervenute nel procedimento dinanzi al presidente del tribunale (finalizzato a costituire un titolo giudiziario esclusivamente in favore degli arbitri) non possono, nell’ipotesi in cui la detta autorità giudiziaria abbia pronunziato un provvedimento negativo, proporre ricorso per cassazione, che va, pertanto, dichiarato inammissibile. Cass. 28 marzo 2003, n. 4743.

 

 

1.1. Arbitrato irrituale.

Ai sensi dell’articolo 814 del c.p.c., stante l’identica natura dell’attività svolta dagli arbitri, rituali e irrituali, finalizzata alla soluzione di una controversia, stante anche l’identico rapporto giuridico sulla base del quale la loro attività viene svolta, anche gli onorari degli arbitri irrituali possono essere liquidati con la speciale procedura prevista nell’articolo. Cass. 3 settembre 2004, n. 17808.

 

 

  1. Ricorso degli arbitri.

La speciale procedura prevista dal secondo comma dell’art. 814 c.p.c. presuppone che la liquidazione del compenso sia richiesta da tutti gli arbitri che hanno pronunciato il lodo, dal momento che al presidente del tribunale non è attribuito altro potere che quello di determinare il quantum del compenso (oltre che del rimborso spese) complessivamente spettante a tutti gli arbitri. Ne consegue che tale procedimento speciale di liquidazione deve essere introdotto da tutti i componenti del collegio arbitrale, ben potendo, peraltro, ciascuno o alcuni soltanto di loro agire, secondo la regola generale, nelle forme dell’ordinario processo di cognizione, per l’accertamento del diritto soggettivo al compenso. Alla nullità del procedimento speciale svoltosi senza la partecipazione di tutti gli arbitri aventi diritto alla liquidazione del compenso globale, consegue, in sede di legittimità, la cassazione senza rinvio dell’impugnato provvedimento conclusivo di liquidazione, ai sensi dell’art. 382, terzo comma, c.p.c. Cass. 14 aprile 2006, n. 8872.

 

 

2.1. Notificazione del ricorso e contraddittorio.

Il procedimento camerale davanti al presidente del tribunale previsto dall’art. 814, secondo comma, c.p.c. per la determinazione dell’onorario e delle spese dovuti agli arbitri per l’opera prestata, ha completa autonomia sia rispetto alla procedura arbitrale sia rispetto alla preventiva liquidazione di detti onorario e spese da parte degli arbitri medesimi, non seguita da accettazione delle parti. Deve pertanto escludersi che nel mandato eventualmente conferito dalle parti del giudizio arbitrale ai loro difensori sia incluso anche il compito di ricevere la notificazione dell’atto introduttivo del procedimento di cui al citato art. 814, secondo comma, c.p.c., tale notificazione dovendo essere fatta personalmente alla parte, nel rispetto delle norme poste dagli artt. 138 e ss. c.p.c.; tuttavia, l’irrituale effettuazione della notificazione presso quel difensore, anziché alla parte personalmente, non implica inesistenza, ma nullità della notificazione medesima, e, dunque, un vizio sanabile per effetto della costituzione della parte cui l’atto notificato era destinato, ovvero, in difetto di tale costituzione, con la rinnovazione della notificazione medesima ai sensi dell’art. 291, primo comma, c.p.c. Cass. 9 luglio 2004, n. 12741.

 

In tema di arbitrato, l’art. 814 c.p.c. qualifica come solidale l’obbligo delle parti di corrispondere agli arbitri gli onorari e di pagare le spese del giudizio arbitrale, sicché deve escludersi che l’omessa citazione di tutte le parti interessate, nello speciale procedimento avanti al presidente del tribunale, dia luogo ad un’ipotesi di nullità del giudizio, l’omessa citazione producendo soltanto l’inopponibilità dell’ordinanza alle parti pretermesse. Cass. 3 settembre 2004, n. 17808.

 

Contra: Il procedimento speciale di liquidazione delle spese e degli onorari degli arbitri, previsto dall’art. 814 c.p.c. per l’arbitrato rituale, non è applicabile, nemmeno in via analogica, all’arbitrato irrituale, in quanto quest’ultimo è sfornito dell’elemento che caratterizza l’arbitrato rituale, ossia l’attitudine a divenire «sentenza» a seguito del deposito del lodo e posto che il compenso dovuto agli arbitri irrituali non si connota come spesa ma come debito «ex mandato» per l’adempimento coattivo del quale è attivabile un ordinario giudizio di cognizione. Cass. 31 marzo 2006, n. 7623; conforme Cass., Sez. Un., 12 agosto 2005, n. 16875.

 

 

2.2. Patrocinio legale.

In mancanza di espressa disposizione di legge che deroghi al principio generale dell’obbligatorietà del patrocinio legale stabilito dagli artt. 82 e 83 c.p.c. nel procedimento di liquidazione delle spese e degli onorari previsti dall’art. 814 c.p.c. gli arbitri debbono stare in giudizio con il ministero di un difensore. Cass. 21 gennaio 2004, n. 900; conforme Cass. 29 marzo 2006, n. 7128.

 

È inammissibile l’istanza, rivolta al presidente del tribunale e diretta alla liquidazione del compenso spettante agli arbitri, ai sensi dell’articolo 814, comma 2, del c.p.c., ove introdotta senza l’assistenza di un difensore tecnico, a norma dell’articolo 82 del c.p.c. Tale principio trova applicazione anche nell’eventualità l’istanza sia proposta, per la liquidazione del compenso del caso, da un consulente tecnico nominato dagli arbitri nel corso della procedura arbitrale che si dolga della liquidazione operata dagli arbitri. Cass. 17 marzo 2003, n. 3893.

 

 

2.3. Presupposto di ammissibilità.

In tema di liquidazione del compenso agli arbitri, lo speciale procedimento di liquidazione di cui all’art. 814 c.p.c. può essere legittimamente esperito qualora (e solo se) sia stato pronunciato un lodo a carattere definitivo (tale, cioè, da aver risolto tutte le questioni di merito, con conseguente composizione del conflitto tra le parti). Cass. 26 agosto 2002, n. 12536.

 

La speciale procedura di liquidazione del compenso agli arbitri, prevista dal secondo comma dell’art. 814 c.p.c., presuppone che il lodo sia stato pronunciato, perché soltanto da esso il Presidente del Tribunale può trarre gli elementi per liquidare il compenso secondo criteri equitativi. Di conseguenza, quando sia mancata la pronuncia del lodo, la richiesta di compenso da parte degli arbitri dà luogo ad una normale controversia sui diritti e gli obblighi reciproci delle parti, che segue il rito ordinario. Cass. 7 aprile 2006, n. 8222; conforme Cass. 31 marzo 2006, n. 7623.

Quando sia mancata la pronuncia del lodo, la richiesta degli arbitri di liquidazione del compenso dà luogo a una normale controversia, che non può essere devoluta alla cognizione dell’organo speciale previsto dall’articolo 814 del c.p.c. ma deve seguire gli ordinari criteri di competenza. Cass. 5 novembre 1999, n. 12307.

 

 

  1. Procedimento di liquidazione.

 

 

3.1. Competenza territoriale.

Per il combinato disposto del secondo comma dell’art. 814 e del secondo comma, prima ipotesi, dell’art. 810 c.p.c., la competenza in ordine alla liquidazione degli onorari e delle spese spettanti agli arbitri è attribuita al presidente del tribunale «nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato», sede che, ai sensi del successivo art. 816 c.p.c., è stabilita dalle parti ovvero, qualora queste non abbiano provveduto al riguardo, dagli stessi arbitri nella loro prima riunione. Per quanto concerne, invece, la nozione di «luogo di stipulazione del compromesso o della clausola compromissoria», di cui all’art. 810, secondo comma, seconda ipotesi, c.p.c., nella sua primitiva formulazione, ovvero di «luogo in cui è stato stipulato il compromesso o il contratto al quale si riferisce la clausola compromissoria», nell’attuale formulazione, essa non è pertinente in materia, avendo essa riguardo alla sola ipotesi di mancata determinazione della sede dell’arbitrato ad opera delle parti interessate, ed alla conseguente competenza del presidente del tribunale di quel luogo a conoscere della domanda della parte che ha preso l’iniziativa di promuovere il giudizio arbitrale, di nomina dell’arbitro per la controparte che non vi abbia provveduto in seguito a regolare invito a designare il proprio arbitro. Cass. 28 gennaio 2003, n. 1226.

 

 

3.2. Giudice delegato.

In tema di arbitrato ed in ipotesi di mancata accettazione ad opera delle parti, delle spese e dell’onorario liquidati dagli arbitri, il relativo ammontare è determinato con ordinanza non impugnabile, ai sensi dell’art. 814, secondo comma, c.p.c., dal presidente del tribunale indicato nell’art. 810, secondo comma, c.p.c. Tale competenza è funzionale e non delegabile ad altro magistrato dal presidente in questione; il quale può solo essere sostituito, in caso di mancanza o impedimento, secondo le regole dettate dall’art. 104 dell’ordinamento giudiziario. Cass. 7 luglio 2004, n. 12412.

 

In materia di liquidazione del compenso agli arbitri, ai sensi dell’art. 814 c.p.c., il Presidente del tribunale, cui spetta la competenza funzionale a provvedere, ha il potere di delegare tale attività, che la legge gli riserva, ai sensi dell’art. 104 ord. giud. Tale previsione, infatti, va interpretata in via evolutiva e cioè comprendendo nel concetto di impedimento, presupposto del potere di delegazione, anche le quotidiane ragioni di ufficio che tengono impegnato il presidente del Tribunale nelle attività di organizzazione della giurisdizione, nella direzione di unità operative complesse e nella gestione delle risorse umane e materiali funzionali all’erogazione di un servizio efficiente (art. 97 Cost.) reso in tempi ragionevoli (art. 111 Cost.). Valori costituzionali che, unitamente ai principi dell’ imparzialità e dell’indipendenza nonché del giudice naturale hanno consentito l’assorbimento delle regole di ordinamento giudiziario nell’ambito del cd. diritto tabellare, ossia nella disciplina dinamica delle designazioni dei singoli giudici in relazione agli affari giudiziari. Cass. 23 aprile 2004, n. 7764.

 

 

3.3. Audizione delle parti.

L’ordinanza con cui il presidente del tribunale provveda, ex art. 814 c.p.c., alla liquidazione dell’onorario e delle spese agli arbitri postula che le parti «siano sentite», siano, cioè, messe in condizioni di esercitare il proprio diritto di difesa, previa informazione circa l’esistenza sia di un’istanza di liquidazione, sia della fissazione di un’udienza per la sua discussione, dovendo a tal fine detta autorità giudiziaria applicare, per analogia, le norme sui procedimenti camerali (disponendo, cioè, che la parte ricorrente provveda alla notifica del ricorso e della data e luogo dell’udienza), controllando, prima di emettere il provvedimento richiesto, in caso di mancata comparizione delle parti, l’avvenuta instaurazione del contraddittorio. Cass. 9 maggio 2003, n. 7062.

 

Nei procedimenti in camera di consiglio, qual è quello ex art. 814, secondo comma, c.p.c. per la determinazione del compenso spettante agli arbitri, ove sia prevista l’audizione delle parti, tra la data di notificazione del ricorso e del pedissequo decreto di fissazione dell’udienza di comparizione e quella dell’udienza stessa non debbono necessariamente intercorrere i termini fissati dall’art. 163-bis c.p.c. per il procedimento contenzioso di primo grado; in tali procedimenti, il termine da assegnare al resistente per la comparizione resta affidato al prudente apprezzamento del giudice, con il solo limite dell’osservanza di modalità minime indispensabili per il rispetto della garanzia costituzionale del diritto di difesa, sì che il resistente stesso sia posto in grado di conoscere l’iniziativa assunta nei suoi confronti e di difendersi, in rapporto, peraltro, alle finalità ed alle particolari ragioni di speditezza ed informalità del procedimento, alle quali la fissazione del detto termine deve conformarsi, irrilevanti essendo le circostanze del caso concreto che potrebbero contrastare con quelle esigenze. Cass. 26 agosto 2002, n. 12490.

 

 

3.4. Sospensione del giudizio arbitrale.

La pronuncia sull’impugnazione per nullità del lodo non ha alcuna incidenza sul potere-dovere del presidente del tribunale di liquidare il compenso; di conseguenza, deve escludersi che sussista qualsiasi rapporto di pregiudizialità, che imponga la sospensione necessaria del processo ex articolo 295 del c.p.c., tra il giudizio di impugnazione - al quale, peraltro, gli arbitri sono del tutto estranei - rispetto al procedimento dagli stessi promosso per la liquidazione del compenso ai sensi dell’articolo 814 del codice di procedura civile. Cass. 26 novembre 1999, n. 13174.

 

 

3.5. Ordinanza del presidente del tribunale.

L’ordinanza con la quale il presidente del Tribunale provvede, ai sensi dell’art. 814 c.p.c., alla liquidazione dell’onorario e delle spese agli arbitri, avendo carattere decisorio, in quanto diretta a risolvere il conflitto di interessi tra gli arbitri e le parti del procedimento arbitrale, e non essendo soggetta agli ordinari mezzi di impugnazione, né revocabile o modificabile dal giudice che l’ha emessa, è impugnabile in cassazione, a norma dell’art. 111, settimo comma, Cost., per violazione di legge, con riferimento sia alle norme regolatrici del rapporto sostanziale controverso, sia alla legge regolatrice del processo. Cass. 15 aprile 2003, n. 5950.

 

L’ordinanza con cui il Presidente del tribunale provvede alla liquidazione degli onorari e delle spese degli arbitri a norma dell’art. 814 c.p.c. è impugnabile in Cassazione con ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111 Cost. solo per violazione di legge o per mancanza di motivazione, per tale intendendosi non solo la totale assenza testuale delle ragioni del decidere, ma altresì una così grave carenza o intrinseca incongruenza della motivazione da renderla inidonea ad essere individuata ed apprezzata quale, eventualmente erroneo, supporto logico e giuridico della motivazione. Cass. 23 aprile 2004, n. 7764.

 

Il provvedimento di liquidazione del compenso arbitrale adottato dal Presidente del tribunale ex art. 814 c.p.c. è suscettibile di autonoma e distinta impugnazione da parte di ciascuno degli arbitri, titolari di un autonomo diritto di credito per aver adempiuto, con l’espletamento dell’incarico, all’assunta obbligazione di rendere la prestazione richiesta, senza che sia, per converso, necessaria la partecipazione al gravame di tutti i componenti del collegio. Cass. 26 maggio 2004, n. 10141.

 

 

3.6. Liquidazione delle spese e degli onorari.

A norma dell’art. 814 c.p.c., la determinazione diretta da parte degli arbitri delle spese e degli onorari per l’opera da loro prestata avviene per effetto di un’apposita convenzione negoziale (che, intervenendo tra gli arbitri ed i compromettenti, si differenzia radicalmente dal contratto intercorso tra le stesse parti avente ad oggetto il conferimento dell’incarico della prestazione d’opera arbitrale), il cui processo formativo, fissato inizialmente dal provvedimento autoliquidatorio degli arbitri (con funzione di mera proposta contrattuale), può legittimamente dirsi compiuto soltanto per effetto dell’accettazione di tutti i contendenti. Ne consegue che il presidente del tribunale, richiesto di effettuare la liquidazione giudiziale di tali spese ed onorari, può provvedere in conformità a quanto liquidato direttamente dagli arbitri stessi solo nel caso in cui accerti che effettivamente esista l’accordo delle parti su tale determinazione; diversamente, deve procedere ad un’autonoma liquidazione che tenga conto (e dettagliatamente motivi) della rilevanza della controversia, del suo oggetto, della natura ed entità dei compiti attribuiti agli arbitri, dell’importanza dell’opera da questi svolta, nonché dell’istruttoria compiuta e del lodo redatto. Cass. 21 aprile 1999, n. 3945.

 

Il procedimento camerale davanti al presidente del tribunale previsto dall’art. 814, secondo comma, c.p.c. per la determinazione dell’onorario e delle spese dovuti agli arbitri per l’opera prestata, è improntato ad una completa autonomia sia rispetto alla procedura arbitrale sia rispetto alla preventiva liquidazione degli onorari e delle spese da parte degli arbitri stessi non seguita da accettazione delle parti. Conseguentemente, in tale procedimento è preclusa ogni indagine - ancorché incidentale e funzionale alla valutazione dell’opera ai fini della quantificazione del compenso - sulla validità del compromesso e del lodo, trattandosi di questioni estranee al procedimento sommario di liquidazione e riservate alla sede dell’impugnazione del lodo. Cass. 29 marzo 2006, n. 7128.

 

3.6.1. Composizione del collegio.

La competenza a conoscere del ricorso presentato dagli arbitri, a norma dell’art. 814, 2° comma, c. p. c., per la determinazione del proprio compenso, spetta al presidente del tribunale, quale organo monocratico, e non al tribunale in composizione collegiale. Cass. 12 agosto 1992, n. 9548.

 

 

3.6.2. Segue: Collegi composti da soli avvocati.

In tema di arbitrato l’onorario spettante agli arbitri che siano anche avvocati deve essere liquidato in base alla tariffa professionale senza la possibilità, in precedenza riconosciuta al presidente del tribunale che proceda alla liquidazione ai sensi dell’articolo 814 del c.p.c., di fare ricorso a criteri equitativi, atteso che il d.m. Giustizia 5 ottobre 1994, n. 585, con il quale è stata approvata la delibera del Consiglio nazionale forense 12 giugno 1993 che stabilisce i criteri per la determinazione di onorari, diritti e indennità spettanti agli avvocati a fare data dal 1° aprile 1995 per le prestazioni giudiziali, in materia civile e penale e stragiudiziali, espressamente prevede gli onorari spettanti al collegio composto da avvocati indicandone il minimo e il massimo secondo il valore della controversia. Cass. 18 aprile 2005, n. 8084; conforme Cass. 21 aprile 2004, n. 7648; Cass. 28 luglio 2004, 14182; Cass. 27 giugno 2003, n. 10249; Cass. 7 gennaio 2003, n. 53; Cass. 18 ottobre 2006, n. 22322.

 

II d.m. 5 ottobre 1994 n. 585 - che ha inserito l’attività arbitrale resa dagli avvocati fra le prestazioni stragiudiziali, prevedendo al punto 9) della citata tabella onorari da un minimo di tre ad un massimo di otto milioni di lire per controversie del valore fino a lire cinquanta milioni e onorari gradatamente superiori sul «maggior valore» delle stesse va interpretato nel senso che, per le controversie di valore superiore a lire cinquanta milioni, gli onorari previsti in relazione a cause non eccedenti tale valore debbano comunque essere corrisposti, costituendo essi la base minima di liquidazione, e debba poi essere aggiunto il solo importo previsto, entro il limite minimo e massimo, per lo scaglione corrispondente al valore della causa, sicché l’aggiuntivo deve essere applicato una sola volta in relazione al valore della pratica e quindi al corrispondente scaglione di riferimento. Cass. 18 aprile 2005, n. 8084.

 

È escluso che sia applicabile soltanto lo scaglione corrispondente al valore della controversia ovvero la sommatoria delle medie di tutti gli scaglioni successivi sino a quello corrispondente al valore della causa. Cass. 28 marzo 2006, n. 7103.

 

In tema di onorari di avvocato, sono legittimi i provvedimenti di liquidazione operati in base al disposto di cui al d.m. n. 585 del 1994, giacché l’art. 23 della Costituzione, nel prevedere una riserva relativa di legge, vieta che le prestazioni personali o patrimoniali siano imposte direttamente da una fonte secondaria, ma non esclude che il precetto legislativo possa essere da detta fonte integrato, essendo anche ammissibile il rinvio a provvedimenti amministrativi diretti a determinare elementi o presupposti della prestazione, purché risultino assicurate, mediante la previsione di adeguati parametri, le garanzie in grado di escludere un uso arbitrario della discrezionalità amministrativa. Cass. 18 ottobre 2006, n. 22322.

 

Il compenso spettante agli arbitri per la risoluzione di una controversia in materia di appalti pubblici e concessioni, qualora gli arbitri siano avvocati ed il tema del decidere verta non solo sulle riserve, ma anche su altre questioni, va determinato ai sensi degli artt. 5 e 9, d.m. 5 ottobre 1994, n. 585, che disciplinano il compenso degli avvocati che svolgono attività di arbitro, facendo riferimento al valore della controversia determinato a mente dall’art. 10 c.p.c., vale a dire sulla base degli importi richiesti. Non trova infatti applicazione, in questi casi, l’art. 32, l. 11 febbraio 1994, n. 109, come modificato dall’art. 9-bis, d.l. n. 101 del 1995, conv. con la l. 2 giugno 1995, n. 216 (poi sostituito dall’art. 10, l. 18 novembre 1998, n. 415), che determinava il compenso sulla base degli importi liquidati, facendo esclusivo riferimento alle controversie che avevano ad oggetto le «riserve» per le quali era previsto l’arbitrato obbligatorio. Cass. 12 ottobre 2005, n. 19762.

 

 

3.6.3. Segue: Collegi misti.

In tema di liquidazione del compenso applicabile ai componenti di collegi misti non è utilizzabile direttamente la tariffa forense, perché se è vero che, a partire dal 1° aprile 1995, l’onorario spettante agli arbitri, che siano anche avvocati, deve essere liquidato in base alla tariffa professionale, senza possibilità per il presidente del tribunale, che procede alla sua liquidazione, di fare ricorso a criteri equitativi, tuttavia tale disposizione, contenuta nella disciplina dei compensi per l’attività forense anche stragiudiziale e pertinente, quindi, ai soli soggetti iscritti al relativo albo e solo nei loro confronti vincolante, non può trovare applicazione con riguardo a collegi arbitrali a composizione mista, nei quali gli avvocati non rappresentino la totalità del collegio, rimanendo, in siffatta ipotesi, applicabile il disposto dell’articolo 814 del c.p.c., in base al quale il presidente del tribunale, non vincolato ad alcun parametro normativo, è libero di scegliere, secondo il suo prudente apprezzamento, i criteri equitativi di valutazione in relazione all’oggetto e al valore della controversia, nonché alla natura e all’importanza dei compiti attribuiti agli arbitri, anche attraverso il ricorso alle tariffe di alcune categorie professionali. Cass. 23 aprile 2004, n. 7764; conforme Cass. 4 aprile 2003, n. 5252; Cass. 7 gennaio 2003, n. 53; Cass. 15 maggio 2006, n. 11128.

 

 

3.6.4. Segue: Nelle controversie di cui al d.m. 398/2000.

In tema di arbitrato, le controversie demandate al giudizio arbitrale dal d.m. n. 398 del 2000, adottato in attuazione dell’art. 32 legge n. 109 del 1994, sono esclusivamente quelle in materia di lavori pubblici, tanto è vero che il collegio arbitrale previsto dal citato decreto si costituisce e svolge la sua attività secondo le modalità ivi previste procedendo (art. 9) al deposito del lodo presso la Camera Arbitrale per i lavori pubblici. Pertanto, qualora il giudizio arbitrale abbia avuto ad oggetto una controversia di natura privatistica fra il privato e la P.A. non trovano applicazione le tariffe allegate al d.m. n. 398 del 2000 per la liquidazione degli onorari spettanti agli arbitri. Cass. 15 maggio 2006, n. 11128.

 

 

3.6.5. Criteri di valutazione.

Il diritto dell’arbitro di ricevere il pagamento dell’onorario sorge per il fatto di avere effettivamente espletato l’incarico, senza che, nella sommaria procedura di liquidazione apprestata dall’art. 814 c.p.c., esperibile allorché il lodo sia stato pronunciato, al presidente del tribunale sia consentita alcuna indagine sulla validità del compromesso e del lodo e sulla regolarità della nomina degli arbitri, materie comprese nella previsione dell’art. 829 c.p.c. e riservate alla cognizione del giudice dell’impugnazione indicato dal precedente art. 828. La sussistenza del credito per l’onorario, a favore dell’arbitro che abbia espletato la propria mansione, non è quindi inficiata dai suddetti vizi, salva restando l’ammissibilità dell’azione risarcitoria nei suoi confronti, esperibile nella diversa sede competente, allorquando il lodo sia annullato per causa a lui imputabile. Cass., 17 settembre 2002, n. 13607.

 

Il Presidente del tribunale, adito a norma dell’art. 814 c.p.c. per la liquidazione degli onorari agli arbitri, ne deve adeguare il relativo importo all’importanza dell’opera effettivamente prestata (oltre che, ove essi risultino anche avvocati, commisurarlo ai parametri della tariffa professionale), restando preclusa ogni indagine, ancorché di natura incidentale e funzionale a valutarne l’opera ai fini della quantificazione del compenso, sulla validità del compromesso e del lodo, questioni estranee al procedimento sommario di liquidazione e riservate alla sede dell’impugnazione del lodo a norma degli artt. 827 ss. del codice di rito. Cass. 26 maggio 2004, n. 10141.

 

La liquidazione delle spese generali agli arbitri postula l’applicazione della norma di cui all’art. 814 c.p.c., che prevede il relativo diritto con riferimento alle sole spese c.d. «borsuali» (quelle, cioè, effettivamente sopportate e documentabili, menzionate, in sostanza, dagli artt. 90, 92 e 93 c.p.c. e 7, 8 e 9 della legge 319/1980 per consulenti tecnici), senza che possano, per converso, ritenersi applicabili tout court i principi in tema di tariffe professionali forensi quanto alle spese c.d. «forfettarie» (art. 15 della tariffa professionale forense ex d.m. 15/1985), attesa la non assoluta equiparazione dell’arbitro all’esercente la professione forense in relazione alla peculiarità dell’opera rispettivamente prestata. Cass. 5 febbraio 2003, n. 1673.

 

In tema di arbitrato, nel caso in cui il presidente del tribunale - come nella specie, con ordinanza depositata il 31 luglio 2003 -, per determinare il compenso al collegio arbitrale composto esclusivamente da avvocati in una controversia riguardante anche pagamento di somme o risarcimento danni, abbia fatto riferimento «alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata», secondo la norma dell’art. 6, primo comma, della Tariffa forense (Annesso C), approvata con d.m. 5 ottobre 1994, n. 585, sussiste vizio di violazione di legge. Infatti, la norma da applicarsi è quella dettata dall’art. 5, primo comma, delle medesime disposizioni preliminari alla tabella relativa agli onorari ed alle indennità spettanti agli avvocati in materia stragiudiziale (Annesso H), secondo cui «il valore della pratica o dell’affare si determina a norma del codice di procedura civile», e dunque facendo riferimento ai principi generali posti dagli artt. 10 e ss. c.p.c., di modo che il valore della controversia si identifica con l’entità delle richieste rivolte agli arbitri. Cass. 7 febbraio 2008, n. 2852.

 

 

3.7. Ripartizione delle spese tra le parti.

Nel procedimento di liquidazione del compenso degli arbitri, il Presidente del Tribunale, adito ai sensi dell’art. 814, secondo comma, c.p.c., deve limitarsi a determinare l’ammontare delle spese e dell’onorario e non può anche stabilire in quale misura le spese ed il compenso debbano essere ripartite tra le parti obbligate al pagamento. Cass. 8 settembre 2004, n. 18061.

 

 

3.8. Spese di giudizio.

Il procedimento camerale previsto dall’articolo 814 del c.p.c. (per la liquidazione del compenso agli arbitri) ha natura contenziosa, in quanto finalizzato a definire la controversia insorta tra gli arbitri e le parti del giudizio arbitrale per non aver queste accettato la liquidazione dei compensi effettuata dagli arbitri. Deriva da quanto precede, pertanto, che il presidente del tribunale con l’ordinanza che definisce la controversia deve, ai sensi dell’articolo 91 del c.p.c., provvedere sulle spese relative alla procedura. Cass. 3 dicembre 2002, n. 17108.



 
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