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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 815 cod. proc. civile: Ricusazione degli arbitri

Un arbitro può essere ricusato:
1) se non ha le qualifiche espressamente convenute dalle parti;
2) se egli stesso, o un ente, associazione o società di cui sia amministratore, ha interesse nella causa;
3) se egli stesso o il coniuge è parente fino al quarto grado o è convivente o commensale abituale di una delle parti, di un rappresentante legale di una delle parti, o di alcuno dei difensori;
4) se egli stesso o il coniuge ha causa pendente o grave inimicizia con una delle parti, con un suo rappresentante legale, o con alcuno dei suoi difensori;
5) se è legato ad una delle parti, a una società da questa controllata, al soggetto che la controlla, o a società sottoposta a comune controllo, da un rapporto di lavoro subordinato o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera retribuita, ovvero da altri rapporti di natura patrimoniale o associativa che ne compromettono l’indipendenza; inoltre, se è tutore o curatore di una delle parti;
6) se ha prestato consulenza, assistenza o difesa ad una delle parti in una precedente fase della vicenda o vi ha deposto come testimone.
Una parte non può ricusare l’arbitro che essa ha nominato o contribuito a nominare se non per motivi conosciuti dopo la nomina.
La ricusazione è proposta mediante ricorso al presidente del tribunale indicato nell’articolo 810, secondo comma, entro il termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione della nomina o dalla sopravvenuta conoscenza della causa di ricusazione. Il presidente pronuncia con ordinanza non impugnabile, sentito l’arbitro ricusato e le parti e assunte, quando occorre, sommarie informazioni.
Con ordinanza il presidente provvede sulle spese. Nel caso di manifesta inammissibilità o manifesta infondatezza dell’istanza di ricusazione condanna la parte che l’ha proposta al pagamento, in favore dell’altra parte, di una somma equitativamente determinata non superiore al triplo del massimo del compenso spettante all’arbitro singolo in base alla tariffa forense.
La proposizione dell’istanza di ricusazione non sospende il procedimento arbitrale, salvo diversa determinazione degli arbitri. Tuttavia, se l’istanza è accolta, l’attività compiuta dall’arbitro ricusato o con il suo concorso è inefficace.


Giurisprudenza annotata

Ricusazione degli arbitri.

 

 

  1. Motivi di ricusazione; 1.1. Casistica; 1.2. Gravi ragioni di convenienza, casistica; 2. Istanza di ricusazione; 2.1. Arbitrato libero; 2.2. Termini; 2.3. Destinatario; 3. Sospensione del procedimento arbitrale; 4. Ordinanza del presidente del tribunale; 5. Liquidazione delle spese.

 

 

  1. Motivi di ricusazione.

L’arbitro rituale è ricusabile anche in relazione alle gravi ragioni di convenienza di cui al comma 2 dell’art. 51. c.p.c. Trib. Torino, 14 gennaio 2002.

 

Contra: Il rinvio dell’art. 815 c.p.c. alle ipotesi di astensione ex art. 51 c.p.c. va circoscritto alle ipotesi tassative di astensione obbligatoria, escluse quelle di astensione facoltativa per gravi ragioni di convenienza. Trib. Busto Arsizio, 18 luglio 2000.

 

 

1.1. Casistica.

La qualità di difensore della parte rivestita dall’arbitro in precedenti o distinte controversie non integra alcuna delle ipotesi di ricusazione di cui all’art. 51 c.p.c. Trib. Genova, 22 marzo 1995.

 

Nel giudizio arbitrale rituale non è ravvisabile incompatibilità - idonea a giustificare istanza di ricusazione - dell’arbitro che sia collega di studio dell’avvocato difensore d’una delle parti in lite. Trib. Busto Arsizio, 18 luglio 2000.

 

In tema di ricusazione dell’arbitro, la formula contenuta nell’art. 51 c.p.c., numero 2, che prevede tra le cause di astensione obbligatoria la situazione di convivenza o di abituale commensalità con una delle parti o con taluno dei difensori, non può essere estesa fino al punto di ricomprendere l’ipotesi dell’arbitro esercente l’attività di avvocato che condivida lo studio o comunque lo stesso ambiente con i difensori di una delle parti del procedimento arbitrale, a meno che non risulti che la condivisione del medesimo ambiente di lavoro non si sia limitata all’utilizzazione di ambienti contigui, ma abbia dato luogo ad una reciproca compenetrazione delle rispettive attività professionali dal punto di vista tecnico-organizzativo (come, ad esempio, si verifica con la abituale condivisione della difesa tecnica nei medesimi processi), ovvero anche solo dal punto di vista economico, in misura tale da potersi assimilare alla confidenza ed alla reciproca fiducia che connotano i rapporti tra conviventi o tra commensali abituali. Cass. 28 agosto 2004, n. 17192.

 

Al fine dell’accoglimento dell’istanza di ricusazione nel procedimento arbitrale, è da ritenere «commensale abituale» del difensore di una delle parti l’arbitro avvocato, che eserciti continuativamente la professione legale nella stessa unità immobiliare ove esercita la professione anche il difensore. Trib. Genova, 4 maggio 2006.

 

Rientra nella previsione dell’art. 51 n. 4 c.p.c. l’ipotesi dell’arbitro che durante la fase iniziale dell’arbitrato disponga e mostri una relazione di parte redatta con l’ausilio di uno dei due litiganti. Trib. Torino, 1° luglio 2000.

 

In relazione a procedimento arbitrale rituale instaurato dal concessionario di marchio nel settore dei prodotti cosmetici nei confronti del licenziatario dello stesso marchio per farne accertare inadempimenti contrattuali, sussistono gravi ragioni di convenienza per ricusare quale arbitro l’avvocato che abbia svolto attività di consulenza a favore non solo di soggetto in conflitto di interessi con la parte istante ma anche del medesimo destinatario della domanda di arbitrato. Trib. Alessandria, 10 settembre 2003.

 

Negli arbitrati per l’esecuzione di lavori pubblici, cui sia applicabile il d.P.R 16 luglio 1962, n. 1063, la nomina come arbitro da parte del committente di un avvocato del libero foro, invece che di un soggetto appartenente alle categorie individuate dall’art. 45 del D.P.R. citato, non configura l’ipotesi di cui al n. 3 dell’art. 829 c.p.c., la quale riguarda l’incapacità ad essere arbitro di cui all’art. 812 c.p.c., ma quella prevista dal n. 2 della stessa disposizione, per essere la nomina avvenuta in modo difforme da quanto disposto dalla norma al caso applicabile; ne deriva che tale violazione deve essere dedotta nel giudizio arbitrale e non può essere dedotta per la prima volta nel giudizio di impugnazione del lodo. Cass. 14 ottobre 2011, n. 21222.

 

 

1.2. Gravi ragioni di convenienza, casistica.

Ove nel corso del procedimento arbitrale appaia l’esistenza di un rapporto professionale tuttora in corso tra una delle parti e il figlio del presidente del Collegio arbitrale, sussistono gravi ragioni di convenienza che, a sensi del combinato disposto dell’art. 815 e dell’art. 51 c.p.c., interpretato alla luce del novellato art. 111 Cost., giustificano l’accoglimento dell’istanza di ricusazione essendosi in tal modo determinata una incompatibilità, non tanto con l’essere, quanto con l’apparire detto soggetto arbitro imparziale e indipendente rispetto alle parti contendenti e dovendosi garantire loro il pieno diritto ad un giudizio equo ed imparziale a prescindere da una effettiva lesione dello stesso. Trib. Benevento, 10 giugno 2004.

 

Sussistono gravi ragioni di convenienza per ricusare quale arbitro un avvocato dello Stato, nominato tale da un collega in una controversia tra un’impresa privata e l’università degli studi, se questi, come nel caso di specie, esercita la sua funzione notoriamente e da lunghi anni in una città dove l’avvocatura dello Stato è costituita da un numero esiguo di avvocati e dove vi è presunzione certa che tra questi e il collega siano insorti dei rapporti, se non di amicizia e di frequentazione privata, sicuramente di lunga e quotidiana frequentazione per ragioni di ufficio. Trib. Torino, 14 gennaio 2002.

 

Sussiste la grave ragione di convenienza per la ricusazione del Presidente del collegio arbitrale, nominato - in mancanza di accordo delle parti - dal Presidente del tribunale, quando il nominativo dell’arbitro medesimo era contemplato in una rosa precedentemente indicata da un contraente e sulla quale non vi era stato il consenso dell’altro contraente. Trib. Venezia, 14 dicembre 2004.

 

 

  1. Istanza di ricusazione.

 

 

2.1. Arbitrato libero.

Le disposizioni in materia di ricusazione dettate per l’arbitrato rituale dall’art. 815 c.p.c. non sono applicabili anche all’arbitrato libero, in quanto la ricusazione, quale istituto di diritto processuale, è incompatibile con il carattere sostanziale proprio di tale tipo di arbitrato, in cui gli arbitri non esercitano funzione giurisdizionale. Cass. 13 giugno 2002, n. 8472; conforme Trib. Genova, 22 marzo 1995.

 

Contra: L’esigenza di garantire il principio indeclinabile dell’imparzialità del giudicante opera pienamente anche nei confronti degli arbitri liberi: sussiste pertanto il presupposto per l’applicazione analogica, nell’ambito dell’arbitrato libero, delle norme che regolano la ricusazione nell’arbitrato rituale, applicazione che riguarda anche la disciplina temporale del ricorso in ricusazione. Trib. Venezia,16 marzo 2005; conforme Trib. Venezia 29 novembre 1989, App. Venezia, 8 maggio 1990.

 

 

2.2. Termini.

L’istanza di ricusazione dell’arbitro, rimedio esperibile qualora sussistano in concreto situazioni che possano comportare il difetto di obiettività o di imparzialità dello stesso, deve essere presentata nei termini perentori previsti dall’art. 815 c.p.c., e in ogni caso, non oltre la sottoscrizione del lodo, non potendo le eventuali ragioni di ricusazione essere fatte valere con l’impugnazione per nullità, tranne nel caso in cui la clausola compromissoria sia congegnata in modo tale da comportare necessariamente l’impossibilità di costituzione di un collegio imparziale. Cass. 30 ottobre 2002, n. 15227.

 

Nel procedimento arbitrale, la ricusazione dell’arbitro può essere fatta valere oltre il termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione della nomina, nel caso in cui la conoscenza dei motivi di ricusazione sia sopravvenuta a detto termine (principio espressamente riprodotto dall’art. 815, comma 2 c.p.c. nel testo modificato dall’art. 7 legge n. 85 del 1994, ma già in precedenza affermato dalla giurisprudenza argomentando dall’art. 820 dello stesso codice, che dispone la sospensione del termine per la pronuncia del lodo qualora sia stata presentata l’istanza di ricusazione), ma solo fino al momento in cui gli arbitri non abbiano ancora sottoscritto il lodo, in quanto, con la sottoscrizione, il lodo viene ad esistenza ed acquista efficacia vincolante per le parti, sicchè non può avere alcuna efficacia l’istanza di ricusazione proposta oltre la data dell’indicata sottoscrizione. Cass. 22 giugno 1995, n. 7044; conforme Trib. Biella, 26 luglio 1995.

 

 

2.3. Destinatario.

Nel procedimento arbitrale, la ricusazione dell’arbitro deve essere proposta mediante ricorso al presidente del tribunale, così come prescrive l’art. 815, comma 2, c.p.c.; è pertanto assolutamente inidonea ad integrare tale atto di impulso processuale, e a dar vita agli effetti che alla proposizione dello stesso si ricollegano, l’istanza di ricusazione indirizzata con telegramma al presidente del collegio arbitrale, stante la radicale irritualità dello strumento formale utilizzato e l’improprietà nell’individuazione del destinatario. Cass. 22 luglio 2004, n. 13645.

 

 

  1. Sospensione del procedimento arbitrale.

Il deposito avanti il collegio arbitrale di copia dell’istanza di ricusazione di due dei tre arbitri rituali componenti il medesimo collegio, in precedenza inoltrata al competente presidente del tribunale, non impedisce al ridetto collegio, composto anche dai ricusati, di verificare la ritualità e l’ammissibilità della ripetuta istanza e di escludere, all’esito di tale verifica, la sussistenza dei presupposti per l’adozione del provvedimento di sospensione del procedimento. Cass. 22 febbraio 2000, n. 1989; conforme Cass. 16 maggio 2000, n. 6309.

 

 

  1. Ordinanza del presidente del tribunale.

La parte, che abbia visto rigettata la propria istanza di ricusazione dell’arbitro, può chiedere il riesame di tale pronuncia attraverso l’impugnazione per nullità del lodo alla cui deliberazione abbia concorso l’arbitro invano ricusato. Cass. 28 agosto 2004, n. 17192.

 

L’ordinanza resa dal presidente del tribunale sulla istanza di ricusazione di un arbitro non è impugnabile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., così come non è impugnabile quella sulla ricusazione del giudice ordinario, trattandosi di provvedimento ordinatorio e strumentale, incidente non sull’organo giudicante o sui criteri di costituzione del medesimo, nè, quindi, sul diritto della parte alla nomina del proprio arbitro, bensì soltanto sulla designazione, in esito ad un procedimento incidentale di tipo sostanzialmente amministrativo, di una determinata persona componente di tale organo, in relazione alla corretta composizione di esso e all’interesse generale all’imparzialità e alla obbiettività della relativa funzione. Cass. 16 maggio 1998, n. 4924; conforme Cass. 6 luglio 1988, n. 4432.

 

Il provvedimento con il quale il presidente del tribunale respinge, anziché dichiarare improponibile, l’istanza di ricusazione di arbitro irrituale, è abnorme, ma, non determinando mutamenti nella situazione giuridica preesistente, è inimpugnabile con il ricorso in cassazione. Cass. 10 settembre 1990, n. 9325.

L’ordinanza del presidente del tribunale, dichiarativa della inammissibilità per tardività della ricusazione di arbitro irrituale, non è reclamabile al presidente della corte d’appello. App. Venezia, 8 maggio 1990.

 

 

  1. Liquidazione delle spese.

La natura non contenziosa del procedimento di ricusazione dell’arbitro, escludendo l’ipotizzabilità della soccombenza, non consente al giudice di pronunciarsi sulla liquidazione delle spese. App. Venezia, 8 maggio 1990.



 
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