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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 819 cod. proc. civile: Questioni pregiudiziali di merito

Gli arbitri risolvono senza autorità di giudicato tutte le questioni rilevanti per la decisione della controversia, anche se vertono su materie che non possono essere oggetto di convenzione di arbitrato, salvo che debbano essere decise con efficacia di giudicato per legge.
Su domanda di parte, le questioni pregiudiziali sono decise con efficacia di giudicato se vertono su materie che possono essere oggetto di convenzione di arbitrato. Se tali questioni non sono comprese nella convenzione di arbitrato, la decisione con efficacia di giudicato è subordinata alla richiesta di tutte le parti.


Giurisprudenza annotata

Questioni pregiudiziali di merito.

 

 

  1. Sospensione discrezionale del giudizio: divieto; 2. Questioni pregiudiziali; 3. Pregiudiziale penale; 4. Sospensione necessaria del giudizio: divieto; 5. Questioni di legittimità costituzionale.

 

 

  1. Sospensione discrezionale del giudizio: divieto.

Deve essere escluso che il giudice statuale abbia la facoltà di sospendere il giudizio per mere ragioni di opportunità, poiché non sussiste una discrezionale, e non sindacabile, facoltà di sospensione del processo, esercitatile dal giudice fuori dei casi tassativi di sospensione necessaria. Non è, pertanto, fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 819, comma 2, c.p.c., nella parte in cui non consente agli arbitri, come, invece, è consentito al giudice dall’art. 295 c.p.c., di disporre la sospensione del giudizio arbitrale nel caso in cui il giudice dello Stato deve risolvere una controversia dalla cui definizione dipende la decisione della controversia arbitrale, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 111, comma 1 e 2, Cost. Corte cost. 6 luglio 2004, n. 207.

 

 

  1. Questioni pregiudiziali.

La questione di nullità del contratto oggetto del procedimento non rientra tra le questioni pregiudiziali che, se eccepite in sede arbitrale e già pendenti in sede giudiziaria, impongono al collegio di sospendere il procedimento. Coll. Arb., 15 gennaio 1999.

 

Qualora sia proposta querela di falso nel giudizio davanti agli arbitri irrituali, il procedimento deve essere sospeso ai sensi dell’art. 819, comma 1, c.p.c. applicabile al procedimento di arbitrato libero, in quanto, anch’esso, come quello rituale, non può giudicare senza disporre della soluzione di questione preliminare la cui cognizione spetti inderogabilmente al giudice ordinario. Coll. Arb. 30 settembre 2002.

 

Nel vigente ordinamento non è consentito l’accertamento incidentale - senza efficacia di giudicato e con effetti limitati alla controversia principale - su una questione pregiudiziale di stato delle persone, specialmente se la controversia verta fra persone non legittimate attivamente passivamente alle azioni di stato. Ne consegue che, qualora la questione si presenti dinanzi al giudice civile, dovrà farsi applicazione dell’art. 34 c.p.c., rientrando tale questione tra quelle pregiudiziali che, per legge, non possono decidersi se non con efficacia di giudicato. In particolare, il giudice adito, nel caso in cui sussistano la sua competenza anche per le azioni di stato e le condizioni soggettive (legittimazione attiva e passiva) ed oggettive perché si possa pronunciare su di esse, può giudicare anche sulla questione di stato e la decisione avrà carattere principale ed efficacia di giudicato. Cass. 4 aprile 1980, n. 2220.

 

 

  1. Pregiudiziale penale.

In tema di giudizio arbitrale, la disciplina dettata dall’art. 819 c.p.c. (nel testo anteriore all’entrata in vigore dell’art. 10, l. n. 25 del 1994) per le questioni incidentali che non possono costituire oggetto di giudizio arbitrale, prevedendo la proposizione, a cura delle parti, di domanda davanti al giudice competente, non può riferirsi ad una pregiudiziale penale, bensì solo a pregiudiziale civile o amministrativa, potendo solo in tali casi il relativo giudizio essere introdotto da una domanda di parte, con la conseguenza che, in caso di pregiudiziale penale, deve ritenersi applicabile anche all’arbitrato rituale la disciplina dettata dagli artt. 295 c.p.c. e 3 c.p.p. Cass. 27 luglio 1998, n. 7358.

 

Nel giudizio arbitrale, gli arbitri, quando rilevano che la soluzione di una questione ad essi deferita dipenda dall’accertamento ad opera del giudice penale di un fatto costituente reato, possono sospendere il giudizio arbitrale ai sensi dell’art. 295 c.p.c. (non dell’art. 819 c.p.c., che contempla le questioni incidentali civili o amministrative). Contro il provvedimento di sospensione, sia esso emesso autonomamente o sia emesso nel lodo con il quale gli arbitri risolvano parzialmente la controversia, non è ammessa l’istanza di regolamento di competenza, che l’art. 42 c.p.c. (nel coordinato disposto con l’art. 295 c.p.c.) riserva (con una ragionevole scelta legislativa, immune da sospetti di incostituzionalità) al solo giudizio ordinario. Cass. 4 luglio 2000, n. 8936.

 

 

  1. Sospensione necessaria del giudizio: divieto.

Nel giudizio dinanzi agli arbitri e nella ipotesi di contemporanea pendenza della stessa causa dinanzi al giudice ordinario non può essere invocata la sospensione necessaria di cui all’art. 295 c.p.c., non avendo senso la sospensione del processo in una ipotesi in cui istituzionalmente la competenza di uno dei giudici esclude quella dell’altro. In tal caso la eventualità che per una medesima controversia intervengano due decisioni, che potrebbero essere contrastanti, può e deve essere ovviata con l’affermazione o negazione della competenza del giudice adito, in relazione al contenuto ed ai limiti di validità del compromesso o della clausola compromissoria, dovendosi anche escludere il fenomeno della litispendenza e l’operatività del principio della prevenzione, di cui all’art. 39 c.p.c., essendo questo configurabile con riferimento a procedimenti pendenti dinanzi a giudici parimenti muniti di competenza e non anche in ipotesi di contemporanea pendenza della medesima causa davanti all’autorità giudiziaria e ad un collegio arbitrale. Cass. 9 aprile 1998, n. 3676.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale, sollevata dall’arbitro nel corso di un giudizio per arbitrato rituale in riferimento all’art. 3 Cost., dell’art. 19 della legge 6 marzo 1987, n. 74, dell’art. 11 della legge 20 settembre 1980, n. 576, e degli artt. 17 e 18 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, nella parte in cui non estendono all’Iva e al contributo in favore della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, dovuti sui compensi per l’attività difensiva dell’avvocato, l’esenzione dai tributi prevista riguardo a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti «relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti [.] diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni di cui agli artt. 5 e 6 della legge l. dicembre 1970, n. 898», oltre che relativi ai procedimenti di separazione personale dei coniugi. Nel sollevare nuovamente la questione, già dichiarata, con l’ord. n. 298 del 2005, manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, per non avere l’arbitro dato adeguatamente conto della propria competenza a conoscere incidentalmente dei rapporti tributari e previdenziali non compromettibili in arbitri, il rimettente non ha infatti posto rimedio al difetto di motivazione sulla rilevanza allora riscontrato. Infatti, l’affermazione, contenuta in un «lodo parziale» emesso nel medesimo procedimento e richiamata dal remittente per motivare la propria competenza, secondo cui non sussistono questioni sottratte alla competenza dell’arbitro rimettente, è irrilevante, perché riguarda, in base all’ordinanza di rimessione, solo le questioni compromettibili in arbitri di natura meramente privatistica relative alla rivalsa per l’Iva e al contributo previdenziale, e non la competenza a conoscere anche delle questioni incidentali relative alle obbligazioni tributarie e previdenziali escluse dalla cognizione arbitrale ai sensi del primo comma dell’art. 819 c.p.c., e alla quale fa riferimento l’ord. n. 298 del 2005. Né l’ordinanza di rimessione è sufficientemente motivata sulla dichiarata insussistenza di questioni che impongano la sospensione del giudizio arbitrale ai sensi dell’art. 819 c.p.c., perché non chiarisce quale sia l’effettivo contenuto del «lodo parziale»: a dette carenze di motivazione, d’altra parte, la Corte costituzionale non può sopperire con l’esame del «lodo parziale» cui fa rinvio il rimettente per il principio di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione. Corte cost. 20 luglio 2006, n. 303.



 
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