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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 822 cod. proc. civile: Norme per la deliberazione

Gli arbitri decidono secondo le norme di diritto, salvo che le parti abbiano disposto con qualsiasi espressione che gli arbitri pronunciano secondo equità.


Giurisprudenza annotata

Norme per la deliberazione.

 

 

  1. Autorizzazione delle parti a pronunciare secondo equità; 2. Arbitrato irrituale; 3. Casistica.

 

 

  1. Autorizzazione delle parti a pronunciare secondo equità.

Gli arbitri, autorizzati a pronunciare secondo equità ai sensi dell’art. 822 c.p.c., ben possono decidere secondo diritto allorché essi ritengano che diritto ed equità coincidano, senza che sia per essi necessario affermare e spiegare tale coincidenza, che, potendosi considerare presente in via generale, può desumersi anche implicitamente. L’esistenza di un vizio riconducibile alla violazione dei limiti del compromesso nell’arbitrato rituale può configurarsi quando gli arbitri neghino a priori l’esercizio di poteri equitativi, pur se conferiti, o se, pur riscontrando ed evidenziando una difformità tra il giudizio di equità e quello di diritto, pronuncino poi secondo diritto. Cass. 7 maggio 2003, n. 6933; Cass. 8 settembre 2011, n. 18452.

 

Correttamente il giudice di merito può desumere la volontà delle parti di autorizzare gli arbitri a decidere secondo equità dall’uso dell’espressione «arbitri amichevoli compositori» giacché essa richiama la formula dell’art. 20 del codice di procedura civile del 1865 ed è rimasta nella pratica a significare la funzione degli arbitri di equità. la predetta espressione è da considerarsi, invero, idonea e sufficiente a manifestare l’autorizzazione di cui all’art. 822 c.p.c., il quale richiede che l’autorizzazione stessa sia data con qualsiasi espressione. Cass. 6 marzo 1976, n. 754.

 

 

  1. Arbitrato irrituale.

Il principio, sancito dall’art. 822 c.p.c., secondo cui gli arbitri decidono secondo le norme di diritto, salvo che le parti li abbiano autorizzati a pronunciare secondo equità, concerne l’arbitrato rituale; esso, pertanto, non è applicabile all’arbitrato irrituale, che, diversamente dal primo, mette capo ad una composizione della lite attuata mediante una decisione che le parti si impegnano a considerare come espressione della loro stessa volontà. Cass. 10 ottobre 2003, n. 15150.

 

Gli arbitri rituali, autorizzati a pronunciare secondo equità ai sensi dell'art. 822 c.p.c., ben possono decidere secondo diritto allorché essi ritengano che diritto ed equità coincidano, senza che sia per essi necessario affermare e spiegare tale coincidenza, che può desumersi anche implicitamente dal complesso delle argomentazioni svolte a sostegno della decisione, potendosi configurare l'esistenza di un vizio riconducibile alla violazione dei limiti del compromesso solo quando gli arbitri neghino «¿a priori¿» la possibilità di avvalersi dei poteri equitativi loro conferiti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, escludendo l'eccesso dai limiti del mandato per il mero fatto di non aver gli arbitri fatto espressamente cenno al carattere equitativo del giudizio e di aver, invece fatto riferimento a norme di diritto e ritenendo, altresì, non logicamente sostenibile l'incompatibilità delle ragioni di equità con l'utilizzo di criteri interpretativi del contenuto negoziale di atti giuridici).

Cassazione civile sez. I  08 settembre 2011 n. 18452  

 

  1. Casistica.

 

Le controversie fra il privato e la pubblica amministrazione, le quali, pur investendo un rapporto di concessione, riguardino diritti suscettibili di transazione anche da parte della amministrazione medesima, possono essere devolute alla cognizione di arbitri, ed il relativo compromesso (o clausola compromissoria) può legittimamente autorizzare detti arbitri a pronunciare secondo equità, ai sensi dell’art. 822 c.p.c., con la conseguenza che il lodo resta impugnabile, ai sensi dell’art. 829 c.p.c., solo per gli errores in procedendo contemplati dalla norma stessa, e non per violazione o falsa applicazione di regole di diritto sostanziale (salvo che si tratti di disposizioni inderogabili di ordine pubblico). Cass. 17 marzo 1982, n. 1724.



 
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