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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 823 cod. proc. civile: Deliberazione e requisiti del lodo

Il lodo è deliberato a maggioranza di voti con la partecipazione di tutti gli arbitri ed è quindi redatto per iscritto. Ciascun arbitro può chiedere che il lodo, o una parte di esso, sia deliberato dagli arbitri riuniti in conferenza personale.
Il lodo deve contenere:
1) il nome degli arbitri;
2) l’indicazione della sede dell’arbitrato;
3) l’indicazione delle parti;
4) l’indicazione della convenzione di arbitrato e delle conclusioni delle parti;
5) l’esposizione sommaria dei motivi;
6) il dispositivo;
7) la sottoscrizione degli arbitri. La sottoscrizione della maggioranza degli arbitri è sufficiente, se accompagnata dalla dichiarazione che esso è stato deliberato con la partecipazione di tutti e che gli altri non hanno voluto o non hanno potuto sottoscriverlo;
8) la data delle sottoscrizioni.


Giurisprudenza annotata

Deliberazione e requisiti del lodo.

 

 

  1. Conferenza personale degli arbitri; 2. Motivazione; 3. Dispositivo; 4. Sede; 5. Sottoscrizione; 5.1. Sottoscrizione degli arbitri; 5.2. Data della sottoscrizione; 5.3. Luogo della sottoscrizione; 6. Lodo sottoscritto dalla maggioranza degli arbitri.

 

 

  1. Conferenza personale degli arbitri.

Costituisce requisito di forma essenziale del lodo arbitrale, a pena di nullità, pur non essendo contemplato espressamente dall’art. 829, primo comma, n. 5 c.p.c., non derogabile dalle parti ai sensi del n. 7 del medesimo articolo, la conferenza personale di tutti i componenti del collegio, richiesta dall’art. 823 c.p.c., primo comma, nel medesimo luogo e in ogni fase del procedimento deliberativo del lodo, fino a quella finale in cui è adottata la decisione definitiva - salvo che l’arbitro, dopo aver partecipato alla discussione, si allontani in tale ultima fase, al momento della votazione, per astenersi dal voto - al fine di garantire alle parti medesime che le questioni oggetto di controversia siano esaminate con la massima accuratezza e completezza, da tutti gli arbitri, ai quali è conferito il relativo potere. Per la deliberazione del lodo internazionale è ammissibile anche la conferenza videotelefonica, ai sensi dell’art. 837 c.p.c. Cass. 27 aprile 2001, n. 6115; conforme Cass. 19 gennaio 2001, n. 793.

 

In tema di requisiti del lodo, ai sensi dell’art. 823, c.p.c., costituiscono causa di nullità del medesimo, deducibili come motivo di impugnazione ex art. 829, primo comma, n. 5, c.p.c., sia la sua mancata adozione in conferenza personale di tutti gli arbitri, sia la falsa attestazione in ordine alla sua adozione nell’osservanza di siffatta modalità, in quanto anche in quest’ultimo caso deve ritenersi elusa la finalità della norma, di garantire alle parti che le questioni oggetto della controversia sono state esaminate con la massima accuratezza e completezza da tutti gli arbitri, ai quali è stato conferito il relativo potere. App. Potenza, 14 gennaio 2008; conforme Cass. 27 gennaio 2004, n. 1409.

 

 

  1. Motivazione.

In tema di requisiti del lodo arbitrale, la motivazione, che rappresenta elemento indispensabile per la validità della pronuncia e per l’individuazione della sua incidenza sul rapporto dedotto in causa, non può essere costituita o sostituita dalla parte dispositiva della decisione. Cass. 13 aprile 2006, n. 8697.

 

Il difetto di motivazione della pronuncia arbitrale, come vizio riconducibile all’art. 829, comma primo, n. 5, c.p.c., in relazione al requisito di cui all’art. 823 c.p.c., è ravvisabile ove la motivazione manchi del tutto o sia a tal punto carente da non consentire di comprendere l’iter del ragionamento seguito dagli arbitri e di individuare la ratio della decisione adottata. Cass. 22 marzo 2007, n. 6986; conforme Cass. 21 settembre 2004, n. 18917; Cass. 5 giugno 2001, n. 7600; Cass. 11 aprile 2001, n. 5371.

 

Il difetto, nel lodo arbitrale, del requisito dell’esposizione sommaria dei motivi, quale causa di nullità del lodo medesimo denunciabile davanti al giudice dell’impugnazione (art. 829, n. 5, c.p.c., in relazione al precedente art. 823, n. 3, c.p.c.), va riscontrato con gli stessi criteri posti per il sindacato in sede di legittimità della motivazione della sentenza del giudice ordinario, e, pertanto, sussiste anche quando i motivi della decisione, pur non essendo del tutto mancanti, risultino insufficienti ed inadeguati rispetto ai quesiti posti agli arbitri. Cass. 25 ottobre 1986, n. 6264.

 

Costituisce parte integrante della motivazione del lodo arbitrale la tabella con cui si fornisca la dimostrazione contabile dei criteri liquidatori del debito fissato nel dispositivo, pur se non contenuta nella parte motiva del lodo ma materialmente inserita nel contesto del medesimo e dopo il dispositivo; poiché nessuna disposizione normativa prescrive che il dispositivo sia formalmente distinto dalla motivazione e che debba, a pena di nullità, costituire la parte finale del lodo, risulta in tal caso osservato il disposto dell’articolo n. 823 c.p.c. sui requisiti del lodo arbitrale. Cass. 16 marzo 2000, n. 3044.

 

In tema di impugnazione del lodo arbitrale, la deduzione relativa al difetto assoluto di motivazione (artt. 829, n. 5, e 823, n. 3, c.p.c.) integra un’autonoma causa petendi rispetto alla generale richiesta di nullità del lodo formulata in un precedente giudizio fra le stesse parti e si risolve in un autonomo capo di domanda idoneo come tale a far assumere al giudizio instaurato per ultimo un ambito maggiore, con la conseguenza che per l’individuazione del giudice competente deve trovare applicazione l’art. 39, comma 2, c.p.c. Ne deriva che ove il primo giudizio sia stato proposto davanti al Tribunale e il secondo davanti alla Corte d’Appello, funzionalmente competente ex. art. 828 c.p.c., la dichiarazione di continenza e la fissazione del termine a norma dell’art. 39 comma 2 cit. debbono essere pronunciate dal giudice adito preventivamente. Cass. 7 febbraio 1995, n. 1400.

 

In tema di impugnazione di lodo arbitrale, ai sensi dell’art. 829, n. 5, c.p.c., che richiama l’art. 823, n. 3, stesso codice - il quale nel disporre che il lodo deve contenere l’esposizione sommaria dei motivi non distingue tra lodo pronunciato secondo diritto e quello pronunciato secondo equità - anche il lodo pronunciato secondo equità può essere impugnato per la mancata esposizione sommaria dei motivi, ossia per mancanza totale di motivazione o per una motivazione che non consenta di comprendere la ratio della decisione e di apprezzare se l’iter logico seguito dagli arbitri per addivenire alla soluzione adottata sia percepibile e coerente. Cass. 22 febbraio 1993, n. 2177.

 

La motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di impugnazione per nullità del lodo, in relazione a violazione delle regole sulla interpretazione del contratto, è legittima purché il giudice della impugnazione, facendo proprie le argomentazioni degli arbitri, consenta di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio finale espresso da questi ultimi sulla interpretazione delle clausole contrattuali sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza delle censure mosse dall’impugnante in termini adeguatamente specifici, ovverosia mediante la puntuale indicazione dei criteri ermeneutici non osservati e non con la mera deduzione di un’interpretazione diversa. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.

 

L’articolo 823 c.p.c., richiamato dall’articolo 829 c.p.c., dispone che il lodo deve contenere l’esposizione sommaria dei motivi della decisione, sicché ad integrare tale requisito formale è sufficiente l’esposizione sintetica dell’iter logico seguito per pervenire alla decisione, per cui è configurabile il difetto di motivazione, solo quando gli arbitri omettano del tutto di indicare i motivi della decisione assunta o indichino motivi inconferenti, contraddittori o contrastanti con il dispositivo, tanto da non consentire di intendere quale sia l’iter logico seguito per pervenire alla decisione. App. Napoli, 9 settembre 2011.

 

 

  1. Dispositivo.

In tema di requisiti del lodo arbitrale, non sussiste alcuna specifica disposizione normativa che preveda che il dispositivo del lodo sia racchiuso in una parte formalmente distinta dalla motivazione, pertanto, quando il lodo esprima comunque la volontà degli arbitri sulle questioni sottoposte al loro esame, deve ritenersi sussistente il dispositivo della decisione e, quindi, osservato il disposto di cui all’art. 823 n. 4 c.p.c., anche se nel lodo medesimo non sia rinvenibile una parte propriamente dispositiva, come tale formalmente distinta dalla parte motiva. Cass. 15 gennaio 1998, n. 313.

 

 

  1. Sede.

La mancata indicazione nel lodo della sede dell’arbitrato, requisito prescritto ai sensi dell’art. 823, primo comma, n. 5 c.p.c., non ne determina la nullità allorché la sede stessa possa desumersi in via interpretativa, tenuto conto, da una parte, della natura sostanziale del requisito richiesto, che non richiede necessariamente, per la sua esplicazione, formule sacramentali e, dall’altra, della natura di atto di autonomia privata ascrivibile alla pronuncia arbitrale e della conseguente applicabilità delle disposizioni in materia di interpretazione negoziale dettate nel codice civile agli artt. 1362 e seg.; pertanto, in mancanza di elementi di segno contrario, sono idonei ad identificare la sede dell’arbitrato la clausola compromissoria, richiamata nel lodo, e l’indicazione del luogo di sottoscrizione dello stesso. Cass. 8 settembre 2011, n. 18452.

 

 

  1. Sottoscrizione.

 

 

5.1. Sottoscrizione degli arbitri.

Il legislatore ha dettato una disciplina particolare delle forme della sottoscrizione, solo con riferimento agli atti notarili (artt. 51 e ss., legge 89 del 1913), e tale disciplina non appare suscettibile di estensione ad atti o provvedimenti diversi, in assenza di specifiche disposizioni al riguardo. Da ciò consegue che, allorquando la legge richieda, a pena di nullità, il requisito della sottoscrizione (come accade per il lodo arbitrale, ai sensi del combinato disposto degli artt. 829, n. 5, e 823, n. 6, c.p.c.), esso deve ritenersi soddisfatto, in mancanza di una norma che disponga diversamente, quando la firma medesima risulti apposta in calce all’atto, senza alcuna necessità che figuri anche in ciascuno dei fogli che lo compongono e siano uniti in via del tutto estrinseca, poiché la sottoscrizione si riferisce all’intero atto e non al solo foglio che la contiene. Pertanto, la sentenza arbitrale formata da più fogli, la quale rechi la sottoscrizione dell’arbitro solo nell’ultimo di essi, in calce al testo della decisione, è perfettamente valida, giacché, con la sottoscrizione apposta nell’ultimo foglio, l’arbitro assume la paternità dell’atto nella sua globalità. È solo con la proposizione della querela di falso, in via incidentale o principale, che invece è possibile accertare che il suo testo è stato modificato mediante la sostituzione dei fogli privi di sottoscrizione. Cass. 14 febbraio 1997, n. 1404.

 

In tema di lodo arbitrale, l'attestazione che la deliberazione è stata adottata in conferenza personale di tutti gli arbitri e che, in ipotesi di omessa sottoscrizione da parte di arbitro dissenziente, questi non abbia voluto sottoscriverlo, benché costituisca - ai sensi del combinato disposto degli artt. 823, commi primo, secondo, n. 6, e terzo, e 829, comma primo, n. 5, cod. proc. civ., nel testo vigente "ratione temporis" - requisito di validità della pronuncia, non richiede formule particolari, essendo sufficiente che dal testo del provvedimento risulti, anche in modo implicito, l'osservanza di dette modalità di deliberazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto la validità di un lodo nel quale, pur in mancanza della espressa dichiarazione della volontà o possibilità di sottoscriverlo, si dava atto dell'avvenuta deliberazione in conferenza personale e della mancata sottoscrizione da parte di uno degli arbitri in ragione del suo dissenso rispetto alla decisione assunta e non già della sua assenza). Rigetta, App. Milano, 10/10/2008

Cassazione civile sez. I  30 aprile 2014 n. 9544

 

 

5.2. Data della sottoscrizione.

In tema di impugnazione per nullità della sentenza arbitrale, la mancata indicazione della data di sottoscrizione del lodo da parte degli arbitri determina non l’inesistenza del lodo, ma la sua nullità, ai sensi dell’art. 829, n. 5, c.p.c., in relazione al precedente art. 823, n. 6 (nel testo fissato dalla legge 9 febbraio 1983, n. 28). Tale nullità non può essere rilevata d’ufficio dal giudice dell’impugnazione del lodo, né dedotta dalla parte in un atto successivo all’impugnazione. Cass. 17 dicembre 1994, n. 10862.

 

 

5.3. Luogo della sottoscrizione.

In seguito alle modifiche apportate dalla legge n. 28 del 1983 all’art. 823 c.p.c., non è più necessaria l’indicazione del luogo di sottoscrizione del lodo, potendo avvenire le varie sottoscrizioni - nel caso di collegio arbitrale - in luoghi diversi, ed essendo necessaria, ai sensi dell’art. 825, comma secondo, c.p.c., l’indicazione del luogo solo con riferimento alla deliberazione, ai fini dell’individuazione del giudice competente per l’exequatur. Cass. 13 settembre 1997, n. 9082.

 

 

  1. Lodo sottoscritto dalla maggioranza degli arbitri.

Nel caso di lodo sottoscritto solo dalla maggioranza degli arbitri, la non veridicità della duplice dichiarazione, richiesta dal terzo comma dell’art. 823 c.p.c., che il lodo è stato deliberato «in conferenza personale di tutti» e che «gli altri non hanno voluto o non hanno potuto sottoscriverlo» deve essere fatta valere non mediante querela di falso ma con impugnazione di nullità ai sensi dell’art. 829 n. 5 c.p.c., sia perché agli arbitri sottoscrittori non può riconoscersi veste di pubblici ufficiali autorizzati dalla legge ad attribuire pubblica fede a quella dichiarazione, sia - e soprattutto - perché il terzo comma dell’art. 823 citato, nel rendere equipollente al requisito della sottoscrizione di tutti gli arbitri la sottoscrizione della maggioranza di essi, purché preceduta da quella dichiarazione, e nell’esigere quindi la stessa per la validità del lodo, sancisce la sussistenza della nullità, denunciabile con l’impugnazione predetta, anche quando la dichiarazione non sia veritiera. Cass. 19 luglio 1988, n. 4695.



 
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