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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 825 cod. proc. civile: Deposito del lodo

La parte che intende fare eseguire il lodo nel territorio della Repubblica ne propone istanza depositando il lodo in originale, o in copia conforme, insieme con l’atto contenente la convenzione di arbitrato, in originale o in copia conforme, nella cancelleria del tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato. Il tribunale, accertata la regolarità formale del lodo, lo dichiara esecutivo con decreto. Il lodo reso esecutivo è soggetto a trascrizione o annotazione, in tutti i casi nei quali sarebbe soggetta a trascrizione o annotazione la sentenza avente il medesimo contenuto.
Del deposito e del provvedimento del tribunale è data notizia dalla cancelleria alle parti nei modi stabiliti dell’articolo 133, secondo comma.
Contro il decreto che nega o concede l’esecutorietà del lodo, è ammesso reclamo mediante ricorso alla corte d’appello, entro trenta giorni dalla comunicazione; la corte, sentite le parti, provvede in camera di consiglio con ordinanza.


Giurisprudenza annotata

Deposito del lodo.

 

 

  1. Deposito del lodo; 1.1. Effetti del mancato deposito; 1.2. Lodo irrituale; 2. Trascrizione del lodo; 3. Natura giuridica del lodo; 3.1. Effetti; 4. Impugnazione del decreto di esecutorietà; 5. Opposizione all’esecuzione; 6. Reclamo; 7. Giudizio di esecuzione.

 

 

  1. Deposito del lodo.

Non è necessario accompagnare il deposito della documentazione di cui all’art. 825 c.p.c. con una esplicita richiesta di concessione dell’efficacia esecutiva essendo tale richiesta implicita nel deposito della documentazione medesima. Trib. Potenza, 23 gennaio 1999.

 

 

1.1. Effetti del mancato deposito.

A norma dell’art. 27, comma 4, l. n. 25 del 1994, i lodi arbitrali pronunciati anteriormente alla data di entrata in vigore della predetta legge sono impugnabili ai sensi della legge precedente, pertanto, attesa l’inapplicabilità ad essi dell’art. 19, l. n. 25 del 1994 citata, deve ritenersi inammissibile l’impugnazione del lodo ancora non depositato, senza che, peraltro, possa configurarsi un contrasto del predetto art. 27 legge citata coi principi costituzionali di cui agli artt. 24, 41 e 10 Cost., atteso che la tutela dei propri diritti è possibile solo in relazione ai diritti riconosciuti dalla legge e nei limiti in cui tali diritti siano riconosciuti. Cass. 9 gennaio 1998, n. 118.

 

Con riferimento ai lodi arbitrali pronunciati anteriormente all’entrata in vigore della novella di cui alla l. 5 gennaio 1994, n. 25, il mancato deposito del lodo, prescritto dall’art. 825 c.p.c. per l’exequatur pretorile, ne implica la giuridica inesistenza, come sentenza arbitrale, e la conseguente inammissibilità dell’impugnazione per nullità di cui all’art. 828 stesso codice, senza che sia applicabile la novella del 1994, che prevede la possibilità di impugnare il lodo non ancora depositato (art. 19), poiché l’art. 27, comma 4, della legge citata ha espressamente stabilito che i lodi pronunciati anteriormente alla data di entrata in vigore della legge sono impugnabili ai sensi della legge precedente. Cass. 23 giugno 1995, n. 7134.

 

Il lodo di arbitri rituali sottoscritto nel 1985, e non depositato, nella cancelleria della pretura del luogo in cui è stato deliberato, nel termine perentorio di un anno dal suo ricevimento per l’efficacia negoziale di cui è munito tra le parti, consente a quella risultata vincitrice in base alla pronuncia arbitrale di chiederne l’adempimento mediante la instaurazione di un ordinario giudizio di cognizione, nell’ambito del quale il soccombente alla stregua della medesima pronuncia può proporre sia l’azione di nullità sia quella di annullamento per incapacità delle parti o degli arbitri, ovvero per vizi del consenso, con esclusione di qualsiasi forma di impugnazione per errori di giudizio o di diritto. Cass. 4 ottobre 1994, n. 8046.

 

 

1.2. Lodo irrituale.

Il deposito ex art. 825 c.p.c. di un lodo irrituale ed il decreto di esecutorietà erroneamente emesso dal tribunale non valgono a dar vita ad una «sentenza arbitrale», con la conseguenza che, avverso il lodo, non è ammissibile l’impugnazione di nullità ex art. 828 c.p.c., ma solo un’azione per denunciare eventuali vizi del negozio. Cass. 24 febbraio 2004, n. 3614.

 

 

  1. Trascrizione del lodo.

Il lodo reso esecutivo, con implicita valutazione della natura rituale dell’arbitrato, ove abbia contenuto identico a quello di una sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c., suscettibile di trascrizione, costituisce titolo di acquisto della proprietà. Solo il rifiuto della trascrizione fa sorgere l’interesse ad ottenere una sentenza di contenuto analogo al lodo stesso. Trib. Monza, 5 febbraio 2001.

 

 

  1. Natura giuridica del lodo.

Dopo le modifiche apportate dalla l. 5 gennaio 1994 n. 25 agli artt. 825, 826, 827, 828, 829, 830 e 831 c.p.c. - in base alle quali è venuto meno anche il nomen di sentenza arbitrale che, nel testo originario del codice, era attribuito al lodo dopo l’omologazione - non è più da dubitare che la pronuncia arbitrale sia e resti un «atto di autonomia privata i cui effetti di accertamento conseguono ad un giudizio compiuto da un soggetto il cui potere ha fonte nell’investitura conferitagli dalle parti» di modo che è da escludere che gli arbitri possano essere configurati come «organi giurisdizionali» e che, conseguentemente, al lodo possa essere attribuita natura di pronuncia giurisdizionale. T.A.R. Sardegna, 19 aprile 2001, n. 471.

 

Il lodo arbitrale, dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 825, comma quinto, c.p.c. (nel testo vigente prima dell’introduzione della legge n. 25 del 1994), perdendo la natura e l’efficacia di atto negoziale, assume il valore di sentenza, idonea a produrre gli effetti del giudicato nel caso in cui non siano stati tempestivamente esperiti i mezzi di impugnazione o siano stati infruttuosamente consumati. Ne consegue che, ove la Corte di cassazione cassi con rinvio la pronuncia della Corte di appello dichiarativa della nullità del lodo, l’eventuale estinzione del procedimento, ex art. 393 c.p.c., per mancata riassunzione, dinanzi al giudice di rinvio, comportando l’efficacia prevista dall’art. 310 c.p.c. della sentenza di nullità del lodo dichiarata dalla Corte di Appello travolge la decisione degli arbitri, che - quale provvedimento ormai di natura esclusivamente giurisdizionale - non conserva alcuna validità. Cass. 6 agosto 2003, n. 11842.

Anche il lodo arbitrale è di per sé idoneo ad acquistare l’efficacia di cosa giudicata, una volta reso esecutivo con decreto del tribunale, ex artt. 825 ss. c.p.c., costituisce titolo esecutivo nel territorio della Repubblica ai sensi dell’art. 474 c.p.c., presupposto per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ex art. 2819 c.c., e titolo per la trascrizione o l’annotazione nei registri immobiliari, e, come tale, è suscettibile anche di formare oggetto del giudizio di ottemperanza. T.A.R. Sicilia, Catania, 7 settembre 2006, n. 1392.

 

Le modifiche apportate dalla legge n. 5 del 1994 agli artt. 825 - 831 c.p.c. (con l’eliminazione anche del nomen di sentenza arbitrale) hanno inciso sulla sola natura dell’arbitrato rituale - il quale pure è e resta atto di autonomia privata - ma non hanno comportato alcuna innovazione per quanto riguarda l’arbitrato irrituale il cui persistente dato distintivo risiede nella specifica funzione non già di risoluzione di un conflitto, ma di regolamentazione negoziale degli interessi contrapposti delle parti. Cass. lav., 8 novembre 2001, n. 13840.

 

 

3.1. Effetti.

Il principio della rilevabilità ex officio del giudicato (anche) esterno, risultante da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, rinviene la propria ratio nel particolare carattere della sentenza del giudice e nella natura pubblicistica dell’interesse al suo rispetto; tale principio, pertanto, non opera con riferimento al lodo arbitrale, essendo questo un atto negoziale riconducibile al dictum di soggetti privati, che non muta la propria originaria natura per l’attribuzione a posteriori degli effetti della sentenza. Cass. 27 novembre 2001, n. 15023.

 

 

  1. Impugnazione del decreto di esecutorietà.

Con riferimento ai lodi arbitrali pronunziati anteriormente all’entrata in vigore della novella di cui alla legge 5 gennaio 1994 n. 25, il lodo acquista valore di sentenza ed è quindi impugnabile unicamente a seguito del deposito e del decreto pretorile di esecutività. Conseguentemente è inammissibile l’impugnazione proposta prima del decreto di esecutività del pretore, a nulla rilevando che tale decreto sia successivamente intervenuto nel corso del giudizio. Cass. 24 settembre 1997, n. 9389.

 

Il decreto pretorile di esecutorietà di un lodo arbitrale, quantunque illegittimo (nella specie, per avere il pretore dichiarato esecutivo un lodo nonostante che, dalla sua comunicazione alle parti, fosse scaduto il termine perentorio di un anno previsto per il deposito in pretura), è privo tanto del requisito della decisorietà (afferendo questa alla sola sentenza arbitrale, frutto della sintesi tra lodo e decreto), quanto di quello della definitività, attesa la esistenza, nel nostro ordinamento processuale, di specifici rimedi, quale l’impugnazione per nullità dinanzi alla competente corte di appello, ex art. 829, n. 5, c.p.c. (in tale sede potendosi e dovendosi dedurre l’asserito vizio del procedimento costitutivo), ovvero l’opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi (attesa la mancanza, nel titolo, del requisito indispensabile per procedere in executivis, e, cioè, la tempestività della richiesta del decreto pretorile), con conseguente inammissibilità della proposizione, come mera alternativa a detti rimedi, del ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 19 maggio 1998, n. 4986.

 

  1. Opposizione all’esecuzione.

In un processo esecutivo in cui il titolo sia costituito da un lodo arbitrale, le ragioni che attengono alla violazione delle norme che debbono essere applicate dal giudice nel dichiarare il lodo esecutivo possono farsi valere solo a mezzo della opposizione all’esecuzione, e non possono esser prese in esame dal giudice se, ad esecuzione ormai conclusa, vengono proposte come motivo dell’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso l’ordinanza di assegnazione del credito; ne consegue che l’opposizione in tal modo proposta deve essere dichiarata inammissibile. Cass. 19 maggio 2003, n. 7761.

 

In tema di esecuzione di lodo arbitrale, l’opposizione che riflette la nullità del decreto di esecutorietà del lodo, risolvendosi nella contestazione circa la completezza del titolo esecutivo, configura non una opposizione agli atti esecutivi cui si ricorre per denunciare vizi formali che non escludono la sussistenza del titolo esecutivo nè incidono sul diritto di procedere all’esecuzione, bensì un’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. la quale è predisposta all’accertamento che il titolo posto a fondamento dell’esecuzione abbia i requisiti indispensabili per l’efficacia esecutiva. Cass. 29 maggio 2001, n. 7268; conforme Cass. 11 febbraio 1995, n. 1553.

 

Deve essere rigettata la domanda cautelare ex art. 700 c.p.c. diretta ad ottenere la revoca o la sospensione della esecutività del lodo irrituale erroneamente munito di exequatur ai sensi dell’art. 825 c.p.c., per esservi specifico rimedio processuale, ovvero l’azione di opposizione all’esecuzione, idonea a far valere la inesistenza di un valido titolo esecutivo e a paralizzare anche in via cautelare l’azione esecutiva, secondo quanto disposto dall’art. 624 c.p.c. Trib. Pisa, 26 marzo 1996.

 

 

  1. Reclamo.

Il provvedimento con il quale il tribunale, a norma dell’ultimo comma dell’art. 825 c.p.c. (come sostituito dall’art. 17 della l. 5 gennaio 1994, n. 25), respinge il reclamo avverso il decreto del pretore che nega esecutività al lodo arbitrale, in quanto non idoneo a pregiudicare con efficacia di giudicato i diritti soggettivi scaturibili dal rapporto definito con il predetto lodo, non è impugnabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 15 luglio 1996, n. 6407.

 

La procedura di deposito e di dichiarazione di esecutorietà della sentenza arbitrale, prevista dall’art. 825 c.p.c. (nel testo anteriore all’entrata in vigore dell’art. 17, legge n. 25 del 1994), pur rientrando nell’ambito della volontaria giurisdizione, costituisce un procedimento particolare, autonomamente disciplinato dalla citata norma, con la conseguenza che ad esso non sono applicabili le regole generali dettate per i procedimenti in camera di consiglio, dagli artt. 737 e ss. c.p.c., con la conseguenza che è suscettibile di reclamo ad altro giudice solo il provvedimento di diniego dell’exequatur, non quello concessivo dello stesso, il quale ultimo resta assorbito nella sentenza arbitrale, di cui segue le sorti (vedi corte cost. 4 marzo 1992, n. 80). Cass. 11 febbraio 1995, n. 1553.

 

Il Presidente del Tribunale, investito del reclamo proposto ai sensi dell’art. 825, ultimo comma, c.p.c. (nel testo in vigore prima della modifica introdotta con la legge 5 gennaio 1994, n. 25), erroneamente - ritenendo applicabile l’art. 828 c.p.c. - dichiara la propria incompetenza a decidere, atteso che nella ipotesi di decreto negativo dell’esecutorietà del lodo spetta proprio al giudice del reclamo ex art. 825, ultimo comma, c.p.c. di valutare se sussistano oppure no le condizioni richieste della legge per la concessione dell’exequatur negato dal Pretore (natura rituale del lodo, ritualità del deposito dello stesso e degli altri documenti indicati nella norma citata). Tale provvedimento va pertanto cassato con rinvio al Tribunale ai sensi del nuovo testo dell’art. 825, ultimo comma, c.p.c. - applicabile immediatamente in virtù delle disposizioni transitorie dettate dall’art. 27 della legge n. 25 del 1994 sopracitata - che ha attribuito al Tribunale, come organo collegiale, la competenza a conoscere del reclamo contro il decreto del Pretore che nega esecutorietà al lodo. Cass. 11 marzo 1995, n. 2826.

 

Contro l’ordinanza del presidente del tribunale che, ritenendo applicabile l’art. 828 c.p.c., dichiari la propria incompetenza a decidere sul reclamo proposto ai sensi dell’art. 825, ultimo comma, c.p.c. (nel testo in vigore prima della modifica introdotta con la l. 5 gennaio 1994, n. 25) contro il decreto del Pretore che nega la esecutorietà del lodo, è ammissibile il ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 2, Cost. Tale provvedimento, infatti, ha sostanzialmente carattere decisorio poichè incide sul diritto delle parti ad ottenere la decisione della controversia nella pattuita forma del giudizio ordinario. Cass. 11 marzo 1995, n. 2826.

 

 

  1. Giudizio di esecuzione.

Costituendo il lodo non più impugnabile giudicato esterno rispetto al giudizio in cui le parti chiedono l’attuazione delle sue statuizioni, l’interpretazione del contenuto e della portata del dictum arbitrale si risolve in un apprezzamento di fatto istituzionalmente riservato al giudice di merito, come tale incensurabile in sede di legittimità, salvo che per violazione delle norme e dei principi di diritto in tema di res iudicata, ovvero per vizi attinenti alla motivazione, i quali vanno specificamente dedotti, non essendo sufficiente il mero richiamo all’art. 2909 c.c. Cass. 4 marzo 2002, n. 3066.



 
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