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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 826 cod. proc. civile: Correzione del lodo

Ciascuna parte può chiedere agli arbitri entro un anno dalla comunicazione del lodo:
a) di correggere nel testo del lodo omissioni o errori materiali o di calcolo, anche se hanno determinato una divergenza fra i diversi originali del lodo pure se relativa alla sottoscrizione degli arbitri;
b) di integrare il lodo con uno degli elementi indicati nell’articolo 823, numeri 1), 2), 3), 4).
Gli arbitri, sentite le parti, provvedono entro il termine di sessanta giorni. Della correzione è data comunicazione alle parti a norma dell’articolo 824.
Se gli arbitri non provvedono, l’istanza di correzione è proposta al tribunale nel cui circondario ha sede l’arbitrato.
Se il lodo è stato depositato, la correzione è richiesta al tribunale del luogo in cui è stato depositato. Si applicano le disposizioni dell’articolo 288, in quanto compatibili. Alla correzione può provvedere anche il giudice di fronte al quale il lodo e’ stato impugnato o fatto valere.


Giurisprudenza annotata

 Correzione del lodo.

 

 

  1. Oggetto del provvedimento di correzione del lodo; 2. Competenza; 3. Liquidazione delle spese; 4. Impugnazione del provvedimento di correzione del lodo.

 

 

  1. Oggetto del provvedimento di correzione del lodo.

La correzione del lodo arbitrale, a norma dell’art. 826 c.p.c., è consentita soltanto in presenza di errori materiali o di calcolo, alla stregua della nozione generale di cui all’art. 287 c.p.c. Trib. Salerno, 29 novembre 1999.

 

Non può essere utilizzata la procedura di correzione di errore materiale nel caso in cui una parte richieda l’inserzione della condanna al pagamento degli interessi legali su di una somma capitale riconosciuta dalla decisione dato che il provvedimento di correzione di errore materiale ha carattere meramente ordinatorio, non esprime una statuizione diversa da quella corretta e non ha, rispetto ad essa, alcuna autonoma rilevanza, ripetendo invece da essa medesima la sua validità. Trib. Modena, 22 giugno 2000.

 

 

  1. Competenza.

Una volta proposta l’impugnazione della sentenza arbitrale, la competenza a decidere sulla richiesta di correzione del lodo spetta al giudice dell’impugnazione e non al pretore (fattispecie anteriore all’entrata in vigore dell’art. 18, legge n. 25 del 1994). Cass. 11 febbraio 1995, n. 1553.

Pendendo l’impugnazione del lodo per effetto del rinvio alla corte d’appello da parte della corte di cassazione, le correzioni del lodo spettano alla corte d’appello medesima, dovendosi ritenere preclusa, in tale situazione processuale, la competenza pretorile prevista dall’art. 826 c.p.c. Cass. 24 febbraio 1988, n. 1963.

 

La correzione dell’errore materiale non rientra nella competenza del giudice dell’impugnazione del lodo per nullità, bensì, trattandosi di lodo depositato per l’omologazione, nella competenza del giudice dell’omologazione, che provvede con decreto se le parti chiedono concordemente la correzione, con ordinanza, e previo contraddittorio tra le parti, se una sola di esse fa istanza. App. Napoli 19 ottobre 2005.

 

 

  1. Liquidazione delle spese.

L’ordinanza di correzione del lodo per errore materiale, che non sia concordemente richiesta, dirime una controversia tra le parti e, in applicazione del principio generale, comporta la liquidazione delle spese in analogia con il caso della sentenza o di qualsiasi altro provvedimento con il quale il giudice ponga fine ad una lite. Trib. Modena, 22 giugno 2000.

 

Il procedimento di correzione del lodo arbitrale depositato, previsto dall’ultimo comma dell’art. 826 c.p.c., integra un procedimento camerale in materia di volontaria giurisdizione, nel quale difettano le condizioni richieste dall’art. 91 c.p.c. per la formulazione di una pronuncia accessoria sulle spese processuali. Tuttavia, quando, anziché la correzione di omissioni, errori materiali o di calcolo, una parte invochi modificazioni del provvedimento arbitrale suscettibili di mutare il decisum, ciò determina un uso improprio dello strumento correttivo de quo in funzione di impugnazione e l’instaurazione di una vera e propria controversia sui diritti affermati (o negati) dal provvedimento interessato dal ricorso. Di conseguenza, la pronunzia che, pur nella forma di ordinanza (ex art. 288 c.p.c.), dirime il detto contrasto, costituisce il frutto di - e chiude definitivamente innanzi al giudice che la emette - un iter procedimentale di indole contenziosa: per esso devono, quindi, valere i principi di cui agli artt. 91 ss. c.p.c. con la necessità del regolamento delle spese. Trib. Salerno, 29 novembre 1999.

 

 

  1. Impugnazione del provvedimento di correzione del lodo.

I vizi che inficiano il provvedimento di correzione di una sentenza - che ha natura amministrativa e non decisoria, per cui non è suscettibile di impugnazione autonoma, nemmeno con il ricorso proposto a norma dell’art. 111 Cost. - si traducono in vizi della sentenza corretta, e ciò non può non valere anche nel caso del lodo arbitrale corretto, sicché devono essere fatti valere con l’impugnazione della sentenza medesima, nella parte corretta, con lo specifico mezzo per questo previsto. È pertanto inammissibile il ricorso per cassazione proposto ex art. 111 Cost. contro il decreto di correzione materiale di un lodo arbitrale. Cass. 29 settembre 2003, n. 14432.

 

In caso di correzione del lodo arbitrale, l’impugnazione del lodo, nel testo originario, non preclude la successiva impugnazione delle parti corrette, ai fini della quale la parte soccombente dispone dell’intero termine decorrente dalla pronuncia di correzione, anche nel caso in cui ne abbia avuto conoscenza legale in data anteriore alla notificazione della prima impugnazione. La correzione, infatti, pur non sospendendo il termine per l’impugnazione, ne provoca la riapertura, la quale, in quanto volta a consentire di impugnare le parti del lodo che risultano corrette e di far valere l’insussistenza dei presupposti o la violazione dei limiti entro i quali è ammessa la correzione, riguarda le sole parti del lodo che sono state oggetto della relativa pronuncia, le quali sono diverse, nel contenuto, dal provvedimento originario, con la conseguente inapplicabilità del principio di consumazione del potere di impugnazione, il quale opera solo in presenza di successive impugnazioni del medesimo provvedimento. (Principio enunciato dalla S.C. in una fattispecie soggetta, “ratione temporis”, alla disciplina del codice di procedura civile, come modificata dalla legge 18 aprile 1994, n. 25). Cass. 18 giugno 2009, n. 14215.



 
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