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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 827 cod. proc. civile: Mezzi di impugnazione

Il lodo è soggetto all’impugnazione per nullità, per revocazione e per opposizione di terzo.
I mezzi d’impugnazione possono essere proposti indipendentemente dal deposito del lodo.
Il lodo che decide parzialmente il merito della controversia è immediatamente impugnabile, ma il lodo che risolve alcune delle questioni insorte senza definire il giudizio arbitrale è impugnabile solo unitamente al lodo definitivo.


Giurisprudenza annotata

Mezzi di impugnazione.

 

 

  1. Deposito del lodo; 2. Lodo parziale; 3. Arbitrato irrituale; 4. Casistica; 4.1. Pubblico impiego; 4.2. Sport.

 

 

  1. Deposito del lodo.

Il lodo arbitrale emesso prima dell’entrata in vigore della legge n. 25 del 1994 - che ha reso la sentenza arbitrale impugnabile indipendentemente dal suo deposito (art. 827 comma 2 c.p.c., nel testo introdotto dall’art. 19, l. cit.) - ancorché non depositato nel termine (ciò che lo rende non suscettibile d’impugnazione diretta per nullità), è vincolante tra le parti, non solo al fine della sua eventuale esecuzione all’estero, bensì anche come regolamento negoziale d’interessi, demandato a terzi incaricati di risolvere la controversia con la conseguenza che, ove il suo adempimento non avvenga spontaneamente, può essere chiesto attraverso la proposizione di un giudizio di cognizione, nel cui ambito la parte soccombente nel procedimento arbitrale può proporre sia l’azione di nullità, sia quella di annullamento, per incapacità delle parti o degli arbitri, ovvero per vizi del consenso, in particolare per l’errore essenziale attinente alla formazione della volontà degli arbitri (ricorrente quando questi abbiano deciso sulla base di una falsa rappresentazione della realtà, cioè senza aver preso visione di taluni elementi, o supponendone altri inesistenti, ovvero dando come contestati fatti pacifici o viceversa), restando per contro, esclusa ogni forma d’impugnativa per errori di giudizio o per errori di diritto. Cass. 4 ottobre 1994, n. 8046.

 

A norma dell’art. 27, comma 4, l. n. 25 del 1994 i lodi arbitrali pronunciati anteriormente alla data di entrata in vigore della predetta legge sono impugnabili ai sensi della legge precedente, pertanto, attesa l’inapplicabilità ad essi dell’art. 19, l. n. 25 del 1994 citata, deve ritenersi inammissibile l’impugnazione del lodo ancora non depositato, senza che, peraltro, possa configurarsi un contrasto del predetto art. 27 legge citata coi principi costituzionali di cui agli artt. 24, 41 e 10 Cost., atteso che la tutela dei propri diritti è possibile solo in relazione ai diritti riconosciuti dalla legge e nei limiti in cui tali diritti siano riconosciuti. Cass. 9 gennaio 1998, n. 118.

 

È inammissibile l’impugnazione per nullità del lodo arbitrale non depositato e reso esecutivo dal pretore; ma non è preclusa l’impugnazione ripresentata successivamente all’exequatur. App. Salerno, 26 gennaio 1994.

 

L’assenza di un contenzioso pendente, quale presupposto per la partecipazione ad una gara indetta dalla pubblica amministrazione, non può essere negata nell’ipotesi in cui vi sia già stato il deposito del lodo arbitrale che definisca la controversia, ma siano ancora pendenti i termini per le impugnazioni di cui all’art. 827 e ss. c.p.c. Cons. St. V, 17 febbraio 2006, n. 641.

 

 

  1. Lodo parziale.

Ai sensi dell’art. 827 c.p.c., ult. co., nel testo novellato, è consentita l’impugnabilità immediata solo del lodo che decide parzialmente il merito della controversia, precisando che il lodo che risolve alcune delle questioni insorte senza definire il giudizio arbitrale è impugnabile solo unitamente al lodo definitivo. App. Napoli, 10 marzo 2006.

 

Il lodo parziale con il quale gli arbitri hanno escluso la propria "competenza" a pronunciarsi in ordine ad una specifica domanda, così definendo il merito della stessa, deve essere oggetto di impugnazione immediata ai sensi dell'art. 827, terzo comma, cod. proc. civ., avendo deciso una questione preliminare di merito a norma dell'art. 279, secondo comma, n. 4, in riferimento all'ipotesi di cui allo stesso art. 279, secondo comma, n. 2, cod. proc. civ. Cassa con rinvio, App. Milano, 15/01/2007

Cassazione civile sez. I  10 aprile 2014 n. 8457  

 

In tema di impugnazione del lodo arbitrale, ai sensi dell’art. 827, comma terzo, c.p.c., il lodo che pronunzi parzialmente nel merito (nella specie: la risoluzione del contratto, con condanna) è immediatamente impugnabile ma deve investire la stabilità e la tenuta dell’intero dictum arbitrale, con la conseguente devoluzione di tutte le questioni deducibili avverso la pronuncia parziale di merito, senza che sia ipotizzabile che qualcuna di esse sia tenuta in riserva per un uso successivo, atteso che la facoltà eccezionale concessa da tale terzo comma dell’art. 827 è diretta alla tutela di quella parte della vertenza incisa dal lodo parziale, in una logica di definizione immediata di quella «quota» di controversia che gli arbitri abbiano deciso di risolvere anticipatamente. Cass. 19 agosto 2004, n. 16205.

 

Il lodo con cui sia disposta la risoluzione del contratto e la condanna generica di una delle parti al risarcimento del danno, con prosecuzione del procedimento arbitrale per la determinazione del quantum debeatur, costituisce lodo parziale, immediatamente impugnabile ai sensi dell’art. 827, terzo comma, c.p.c., come sostituito dall’art. 19 della legge n. 25 del 1994. Cass. 7 febbraio 2007, n. 2715.

 

In tema di arbitrato, deve ritenersi ammissibile, a seguito delle modifiche dell’art. 827 c.p.c. introdotte dalla legge n. 25 del 1994, l’immediata impugnazione di un lodo parziale (di una decisione, cioè, che non esaurisca il mandato di decidere la controversia affidato dalle parti agli arbitri) che statuisca soltanto sull’an debeatur, statuizione che può, del tutto legittimamente, definirsi attinente ad «una parte del merito», riservando al prosieguo la decisione definitiva sul quantum debeatur. Cass. 19 maggio 2000, n. 6522.

 

Contra: Il lodo parziale, anche nella configurazione assunta dall’arbitrato per effetto delle innovazioni introdotte dalla legge n. 25 del 1994, è impugnabile solo unitamente al lodo definitivo nel termine previsto per l’impugnazione di quest’ultimo, non essendo utilizzabile, nel procedimento arbitrale, l’istituto della riserva facoltativa d’impugnazione, riserva che, essendo limitata a specifiche ipotesi normative, richiederebbe, per la sua applicazione in situazioni diverse, espressa previsione normativa, poiché il sistema processuale è informato al principio dell’impugnazione immediata di tutte le sentenze. Cass. 3 febbraio 2006, n. 2444.

 

Qualora gli arbitri emettano un lodo parziale, ossia una decisione che non esaurisca il mandato di decidere la controversia loro affidato dalle parti, l’immediata impugnazione per nullità di tale lodo, nel caso di pronunzia emessa prima dell’entrata in vigore delle modifiche all’art. 827 c.p.c. introdotte dalla l. 5 gennaio 1994, n. 25, è inammissibile. Cass., Sez. Un., 2 maggio 1997, n. 3829.

 

Anche nella disciplina dell’arbitrato successiva all’entrata in vigore della riforma di cui alla legge n. 25 del 1994, il lodo parziale può ritenersi impugnabile solo unitamente al lodo definitivo nel termine previsto per l’impugnazione di quest’ultimo, non essendo utilizzabile, nel procedimento arbitrale, l’istituto della riserva facoltativa d’impugnazione, attesa la mancanza, nell’indicato procedimento, dei presupposti pratici funzionali all’applicabilità dell’istituto predetto (quali la comunicazione della sentenza parziale da parte della cancelleria e la fissazione di un’udienza successiva al deposito di detta sentenza, utile a segnare il termine finale per la formulazione della riserva). Cass. 22 febbraio 2002, n. 2566.

 

L’accordo che contempli la devoluzione ad arbitri delle controversie inerenti a differenti e non connessi rapporti fra le medesime parti, integra compromessi distinti, ancorchè formalmente inseriti in unico documento. In tale situazione, il lodo, il quale esaurisca le questioni attinenti ad uno di detti rapporti, rinviando al prosieguo delle statuizioni sull’altro, ha natura non parziale, ma definitiva, nell’ambito del compromesso cui si correla, e, pertanto, anche nel vigore dell’originario testo dell’art. 827 c.p.c. (prima delle modifiche introdotte dall’art. 19 della l. 5 gennaio 1994, n. 25), è immediatamente ed autonomamente impugnabile ed eseguibile. Cass. 28 giugno 1994, n. 6206.

 

 

  1. Arbitrato irrituale.

L’impugnazione per nullità di un lodo dinanzi alla Corte d’appello può essere proposta, ai sensi degli articoli 827 e ss. c.p.c. (dopo le modifiche introdotte dalla legge n. 25 del 1994 e prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 387 del 1998), soltanto con riferimento agli arbitrati rituali, mentre, in caso di arbitrato irrituale, dove il provvedimento emesso risolve la controversia in via negoziale e non in funzione sostitutiva di quella del giudice, l’impugnazione predetta è inammissibile, essendo legittimamente esperibile solo l’azione per eventuali vizi del negozio, da proporre con l’osservanza delle norme ordinarie sulla competenza e del doppio grado di giurisdizione. Cass. lav., 16 marzo 2004, n. 5359; conforme Cass. lav., 17 agosto 2004, 16049; Cass. lav., 10 luglio 2002, n. 10035; Cass. 22 novembre 2000, n. 15070.

 

In tema di impugnazione del lodo irrituale, essendo il lodo libero un atto di volontà ed avendo, quindi, valore negoziale, non è impugnabile a norma dell’art. 827 c.p.c., bensí per i soli motivi previsti dalla legge come causa di nullità o annullamento del negozio: ossia per incapacità delle parti che lo hanno conferito, o per vizi del consenso (errore sostanziale o di fatto, violenza o dolo) delle parti medesime e degli arbitri loro mandatari, nonché per eccesso dai limiti dell’incarico. Il lodo irrituale non è quindi impugnabile per errores in iudicando neppure ove consistano in una erronea interpretazione dello stesso contratto stipulato dalle parti che ha dato origine al loro mandato e non è piú in generale annullabile per erronea applicazione delle norme di ermeneutica contrattuale, né a maggior ragione per un apprezzamento delle risultanze negoziali diverso da quello ritenuto dagli arbitri e comunque non conforme alle aspettative della parte impugnante. Cass. 16 maggio 2003, n. 7654; conforme Cass. lav., 10 luglio 2002, n. 10035.

 

A parte il caso di nullità per violazione di norme imperative il lodo pronunciato nell’arbitrato irrituale può essere impugnato solo per dolo, violenza od errore essenziale e riconoscibile che abbia determinato la volontà degli arbitri, con esclusione dell’errore di giudizio. Trib. Roma, 10 novembre 2001.

 

Con riguardo ad arbitrato irrituale, l’iniquità manifesta del lodo può rilevare, ai fini dell’impugnabilità del lodo per vizi della volontà contrattuale, solo in quanto costituisca espressione di dolo degli arbitri; mentre non è ad essa applicabile la disciplina dell’arbitraggio (art. 1349 c.c.), la quale è finalizzata alla tutela contro la rilevante sperequazione tra prestazioni contrattuali contrapposte. Cass. 29 agosto 1995, n. 9070.

 

Non è ammissibile l’impugnazione di un lodo irrituale per pretesi errori di interpretazione della legge in cui siano incorsi gli arbitri. Trib. Napoli, 15 febbraio 1997.

 

Qualora sia stato conferito l’incarico di emettere un arbitrato irrituale o di realizzare una perizia contrattuale, il deposito del provvedimento arbitrale, effettuato ex art. 825 c.p.c. per tuziorismo o per altra ragione, ed il decreto di esecutorietà emesso dal pretore non valgono a dar vita ad una sentenza arbitrale, con la conseguenza che avverso tale provvedimento non è ammissibile l’impugnazione per nullità ex art. 828 c.p.c., ma solo un’azione per eventuali vizi del negozio, da proporre con l’osservanza delle norme ordinarie in tema di competenza e del doppio grado di giurisdizione. Cass. lav., 26 marzo 2004, n. 6113; conforme Cass. 24 febbraio 2004, n. 3614.

 

 

  1. Casistica.

 

 

4.1. Pubblico impiego.

In tema di arbitrato nelle controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, in ragione di una interpretazione letterale delle norme imposta dal tenore delle stesse, gli artt. 412-ter e 412-quater c.p.c. vanno applicati unicamente agli arbitrati irrituali previsti dai contratti collettivi, mentre la decisione emessa dal collegio arbitrale di disciplina di cui all’art. 59, del D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, ha natura di arbitrato rituale, come tale disciplinato dagli artt. 827 e ss. c.p.c., sicché competente sull’impugnativa del lodo non è il tribunale, nella cui circoscrizione l’arbitrato ha avuto sede, ma la Corte d’appello nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitro. Conseguentemente, nella ipotesi di proposizione al tribunale, anziché alla Corte d’appello, della impugnazione per nullità del lodo arbitrale, trattandosi di incompetenza per grado, non opera il principio secondo il quale la tempestiva proposizione del gravame ad un giudice incompetente impedisce la decadenza della impugnazione, determinando la cosiddetta translatio iudicii, e l’impugnazione è inammissibile. Cass. lav., 9 agosto 2005, n. 16772; conforme Cass. lav., 24 luglio 2002, n. 10859; Cons. St. 25 maggio 2005, n. 2678.

 

Sulla base dell’ormai pacifica natura rituale dell’arbitrato previsto dall’art. 59, D.Lgs. n. 29 del 1993, è stata riconosciuta la giurisdizione del giudice ordinario sulle controversie relative alla materia del pubblico impiego privatizzato, nel caso di sanzione disciplinare impugnata dinanzi al collegio arbitrale, con obbligo di impugnazione dei lodi così resi innanzi alla Corte d’appello a tenore dell’art. 828, c.p.c., anche in fattispecie relativa all’impugnazione di decisione di collegio arbitrale di disciplina emessa prima del 1° luglio 1998).Il ricorso da parte del pubblico dipendente all’arbitrato irrituale ai sensi dell’art. 59 D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, avverso la sanzione disciplinare irrogatagli implica la rinuncia alla tutela in sede giurisdizionale e l’avvenuta pronuncia del lodo arbitrale rende improponibile la domanda in sede giurisdizionale onde ottenere la decisione di quella stessa controversia; pertanto, l’unica azione giurisdizionale esperibile a seguito della risoluzione arbitrale della controversia è costituita dall’impugnativa del lodo arbitrale ai sensi degli artt. 827, 828 e 829 c.p.c. T.A.R. Marche, 15 gennaio 1999, n. 21.

 

L’arbitrato previsto (in materia di sanzioni disciplinari nell’impiego pubblico privatizzato) dall’articolo 59-bis del D.Lgs. n. 29 del 1993, quale introdotto dall’articolo 28 del D.Lgs. n. 80 del 1998 (corrispondente all’articolo 56 del D.Lgs. n. 165 del 2001) e operante a partire dalla stipulazione del primo contratto collettivo di settore, ha natura irrituale e il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 412-quater del c.p.c. innanzi al tribunale in funzione di giudice del lavoro. In precedenza, invece, l’arbitrato previsto dall’articolo 59, commi 7 e 8, del D.Lgs. n. 29 del 1993, come sostituito dall’articolo 27 del D.Lgs. n. 546 del 1993, aveva natura rituale e il lodo era impugnabile ai sensi dell’articolo 828 del c.p.c. innanzi al tribunale quale giudice d’appello per le controversie di lavoro e, dopo l’istituzione del giudice unico di primo grado, innanzi alla Corte d’appello. Cass. lav., 7 gennaio 2003, n. 44.

 

 

4.2. Sport.

L’impugnazione del lodo rituale reso dalla Camera di Conciliazione su una controversia sportiva dinanzi al T.A.R. può avvenire, ai sensi dell’art. 827, comma 1, c.p.c., oltreché per revocazione od opposizione di terzo, nei soli casi di nullità indicati dall’art. 829 c.p.c. Pertanto, l’impugnazione del lodo per nullità non dà luogo ad un giudizio d’appello che abiliti in ogni caso il giudice amministrativo a riesaminare nel merito la decisione arbitrale, ma consente esclusivamente il c.d. iudicium rescindens, che serve ad accertare se sussista, o meno, taluna delle nullità previste dalla norma summenzionata come conseguenza di errori in procedendo o in iudicando. Solo dopo che il giudizio rescindente si sia concluso con l’accertamento della nullità del lodo, è possibile, a norma dell’art. 830 c.p.c., il riesame del merito della pronuncia arbitrale, che forma oggetto dell’eventuale successivo iudicium rescissorium. T.A.R. Lazio, 1° aprile 2004, n. 2987.



 
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