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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 828 cod. proc. civile: Impugnazione per nullità

L’impugnazione per nullità si propone, nel termine di novanta giorni dalla notificazione del lodo, davanti alla corte d’appello nel cui distretto è la sede dell’arbitrato.
L’impugnazione non è più proponibile decorso un anno dalla data dell’ultima sottoscrizione.
L’istanza per la correzione del lodo non sospende il termine per l’impugnazione; tuttavia il lodo può essere impugnato relativamente alle parti corrette nei termini ordinari, a decorrere dalla comunicazione dell’atto di correzione.


Giurisprudenza annotata

Impugnazione per nullità.

 

 

  1. Individuazione del giudice competente; 2. Oggetto 3. Notificazione del lodo; 4. Termine e modalità dell’impugnazione; 4.1. Termine; 4.2. Modalità; 4.3. Procura; 5. Legittimazione; 6. Norme che regolano il procedimento dinanzi alla Corte d’appello; 7. Intervento di terzo; 8; Impugnazione delle parti corrette.

 

 

  1. Individuazione del giudice competente.

L’impugnazione di lodi arbitrali rituali pronunciati nell’ambito di controversie riconducibili alla sfera dell’art. 6, secondo comma, della legge 21 luglio 2000, n. 205, così come quella di ogni altro lodo arbitrale rituale, deve essere proposta dinanzi alla Corte d’appello nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato, ai sensi dell’art. 828 c.p.c., costituente l’unica disposizione diretta alla determinazione del giudice cui spetta giudicare su detta impugnazione, dovendo pertanto escludersi che la giurisdizione in tali ipotesi competa al Consiglio di Stato, inteso quale giudice non solo dell’appello contro la pronuncia del giudice amministrativo di primo grado, ma anche dell’impugnazione del lodo arbitrale ad esso alternativo. Quando accoglie l’impugnazione, il giudice ordinario, siccome giudice naturale dell’impugnazione del lodo, ha anche il potere-dovere, salvo contraria volontà di tutte le parti, di decidere nel merito, ai sensi dell’art. 830, secondo comma, c.p.c., a nulla rilevando che la controversia sarebbe stata affidata, ove non fosse stata deferita in arbitri, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Cass., Sez. Un., 3 luglio 2006, n. 15204.

 

 

  1. Oggetto.

Il giudizio di impugnazione del lodo arbitrale ha ad oggetto unicamente la verifica della legittimità della decisione resa dagli arbitri, non il riesame delle questioni di merito ad essi sottoposte: pertanto l’accertamento in fatto compiuto dagli arbitri, qual è quello concernente l’interpretazione del contratto oggetto del contendere, non è censurabile nel giudizio di impugnazione del lodo, con la sola eccezione del caso in cui la motivazione del lodo stesso sia completamente mancate od assolutamente carente. App. Milano, 4 giugno 2010.

 

La valutazione dei fatti dedotti e delle prove acquisite nel corso del procedimento arbitrale non può essere contestata a mezzo dell’impugnazione per nullità del lodo arbitrale, in quanto tale valutazione è negozialmente rimessa alla competenza istituzionale degli arbitri. Cass. 24 giugno 2011, n. 13968.

 

 

  1. Notificazione del lodo.

In tema di arbitrato rituale la notificazione del lodo alla parte personalmente è idonea a far decorrere il termine breve di impugnazione anche qualora la parte sia stata assistita da un avvocato, perché nel giudizio arbitrale il rapporto tra il cliente e il suo difensore si svolge sul piano contrattuale del mandato, rendendo in tale modo inapplicabile la disciplina di cui agli articoli 170 e 285. Tale principio, peraltro, non può trovare applicazione per lo Stato e gli altri enti pubblici ammessi alla difesa erariale, perché per essi occorre la notifica del lodo presso l’avvocatura a norma dell’articolo 11, del R.D. 1611 del 1933. Cass. 7 aprile 2004, n. 6847; conforme Cass. 7 aprile 2004, n. 6847.

 

In caso di arbitrato nei confronti dello Stato o di altro ente pubblico difeso dall’avvocatura dello Stato, il termine breve di impugnazione del lodo decorre soltanto dalla data della notificazione di quest’ultimo presso l’avvocatura)In tema di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, la notificazione dell’atto di impugnazione al difensore che ha assistito la parte nel giudizio arbitrale, sia pure effettuata a mandato esaurito e in difetto di rapporto di domiciliazione, deve ritenersi non già inesistente, bensì nulla, con conseguente ammissibilità di sanatoria del vizio ex art. 156 c.p.c. Cass., Sez. Un., 6 maggio 2003, n. 6856.

 

In tema di arbitrato, la notificazione del lodo - dalla quale decorre, ai sensi dell’art. 828 c.p.c., il termine per proporre l’impugnazione del medesimo per nullità - che sia effettuata al difensore anziché alla parte personalmente integra una ipotesi di nullità della notificazione stessa e non di inesistenza, con conseguente sanatoria del vizio a seguito dell’avvenuta costituzione in giudizio del convenuto ovvero, in difetto, mediante la rinnovazione, anche spontanea, della notifica medesima. Cass. 29 novembre 2004, n. 22486; conforme Cass. 9 settembre 2004, n. 18196; Cass. 16 gennaio 2004, n. 544.

 

L’impugnazione per nullità del lodo arbitrale deve essere notificata alla parte personalmente, e non presso la persona che l’abbia difesa nel procedimento arbitrale, ancorché cumulando in detta sede la veste di domiciliataria. Resta al riguardo tuttavia rilevante che detto difensore sia un legale abilitato all’esercizio della professione, ovvero sia munito di procura sempre con elezione di domicilio, per la dichiarazione di esecutività del lodo (art. 825 c.p.c.) o per l’intimazione del precetto ed il promovimento dell’esecuzione forzata. Cass., Sez. Un., 3 marzo 2003, n. 3075.

 

 

  1. Termine e modalità dell’impugnazione.

 

 

4.1. Termine.

Il termine di novanta giorni stabilito dall’art. 828 c.p.c., primo comma, per l’impugnazione del lodo decorre dalla data della notifica del lodo medesimo ad istanza di parte, della quale non costituisce equipollente la comunicazione integrale, a cura degli arbitri, ai sensi dell’art. 825 c.p.c., primo comma, ancorché tale comunicazione sia eseguita (con forma più rigorosa di quella prevista della spedizione in plico raccomandato) mediante notificazione dell’Ufficiale giudiziario. Cass. 30 agosto 2004, n. 17420.

 

Anche nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale è applicabile il principio secondo cui la proposizione dell’impugnazione principale determina, nei riguardi di tutti coloro cui il relativo atto venga notificato, l’onere, a pena di decadenza, di esercitare il proprio diritto di impugnazione nei modi e nei termini previsti per l’impugnazione incidentale. Cass. 7 febbraio 2001, n. 1731.

 

In ipotesi di arbitrato collegiale, qualora il lodo non rechi tutte le sottoscrizioni ma solo una o più sottoscrizioni complete di data, non contestuali tra loro o con la redazione del documento, e si verta pertanto in una ipotesi di nullità e non di inesistenza del lodo, il termine di un anno per l’impugnazione, stabilito all’art. 828, secondo comma, c.p.c., decorre dalla data in cui è stata apposta l’unica o l’ultima sottoscrizione datata o databile, anche se anteriore ad altra sottoscrizione non datata (fattispecie precedente alla riforma di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006). Cass. 7 febbraio 2007, n. 2704.

 

Qualora, in assenza della notifica del lodo, il giudizio di impugnazione del medesimo venga erroneamente introdotto innanzi al tribunale anziché innanzi alla Corte d’appello, la notificazione del relativo atto di citazione vale a far decorrere il termine breve per l’impugnazione di cui all’art. 828 c.p.c., essendo idonea a dimostrare, col medesimo grado di certezza della notificazione del lodo, la conoscenza legale del medesimo. (Nella specie, la S.C. ha cassato senza rinvio la sentenza della Corte d’appello che aveva ritenuto tempestiva l’impugnazione del lodo prima di un anno, ma decorsi novanta giorni dalla notifica di un precedente irrituale atto di citazione innanzi al tribunale). Cass. 21 febbraio 2007, n. 4092.

 

 

4.2. Modalità.

L’impugnazione per nullità del lodo arbitrale si propone con citazione alla quale si applica l’art. 163-bis c.p.c. sulla durata del termine a comparire, compresa la disposizione di cui al comma 2 di detto articolo che consente l’abbreviazione del medesimo termine per le cause che richiedono pronta spedizione, a seguito di decreto motivato del capo dell’ufficio. La trascrizione di tale decreto nella copia notificata della citazione è sufficiente ad escludere il vizio di nullità della citazione stessa, atteso che la previsione contenuta nel citato comma 2, relativa alla stesura del decreto menzionato in calce anche alle copie dell’atto, oltreché all’originale dello stesso, non può considerarsi dettata a pena di nullità, tale conseguenza dovendo ritenersi riservata alla assenza sulla citazione notificata della copia del decreto stesso. Cass., Sez. Un., 14 ottobre 1998, n. 10155.

 

Poiché il principio di cui all’art. 50 c.p.c. - secondo il quale la tempestiva proposizione del gravame ad un giudice incompetente impedisce la decadenza dell’impugnazione (determinando la c.d. translatio iudicii) - non trova applicazione quando si tratti di incompetenza per grado, è inammissibile e non può essere riassunta davanti al giudice competente l’impugnazione per nullità del lodo arbitrale proposta al tribunale invece che alla Corte d’appello, atteso che i criteri di competenza di cui all’art. 828, comma 2, c.p.c. hanno carattere funzionale, riguardando un giudizio di secondo grado avente natura d’appello, anche se «limitato». Cass. lav., 13 aprile 2005, n. 7601.

 

La decisione emessa dal collegio arbitrale di disciplina per i pubblici dipendenti di cui all’art. 59 D.Lgs. n. 29 del 1993 ha natura di arbitrato rituale, sicché la sua impugnazione dev’essere proposta dinanzi alla Corte d’appello in cui ha sede il collegio, ai sensi dell’art. 829 c.p.c. Cass. lav., 13 aprile 2005, n. 7601.

 

Nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, che è giudizio a critica limitata, proponibile entro i limiti stabiliti dall’art. 829 c.p.c., trova applicazione la regola della specificità della formulazione dei motivi, in considerazione della natura rescindente di tale giudizio e del fatto che solo il rispetto di detta regola può consentire al giudice, ed alla parte convenuta, di verificare se le contestazioni formulate corrispondano esattamente ai casi di impugnabilità stabiliti dall’art. 829 cit. Pur essendo indispensabile che l’impugnazione contenga la specifica indicazione delle disposizioni di legge in ipotesi violate è necessario che dall’atto di impugnazione risulti quale sia stata la norma violata dagli arbitri ovvero il principio di diritto leso, atteso che tali oneri competono a colui che impugna il lodo. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3383.

 

Non può essere contestata a mezzo dell’impugnazione per nullità del lodo arbitrale la valutazione dei fatti dedotti e delle prove acquisite nel corso del procedimento arbitrale, in quanto tale valutazione è negozialmente rimessa alla competenza istituzionale degli arbitri. Cass. 20 marzo 2003, n. 4078.

 

 

4.3. Procura.

In tema di arbitrato, non costituisce motivo d’invalidità della procura rilasciata per l’impugnazione del lodo, ma soltanto un comportamento valutabile sotto il profilo deontologico, la circostanza che l’avvocato al quale la stessa è conferita abbia precedentemente rivestito la carica di arbitro nel procedimento che ha condotto alla pronuncia del lodo impugnato. Cass. 20 luglio 2006, n. 16718.

 

 

  1. Legittimazione.

Legittimato a proporre l’impugnazione per nullità del lodo arbitrale è soltanto colui il quale sia stato formalmente parte del giudizio arbitrale in cui è stato pronunciato il lodo da impugnare e non colui che a tale giudizio sia rimasto estraneo, anche se sia l’effettivo titolare del rapporto sostanziale oggetto della controversia decisa dagli arbitri, trattandosi, rispetto al lodo, pur sempre di un terzo il quale può far valere il suo diritto con l’opposizione di cui all’art. 404, comma 1, c.p.c. (richiamato dall’art. 831 stesso codice), a nulla rilevando che il lodo contenga un’espressa pronuncia anche nei confronti di detto terzo. Cass. 28 maggio 2003, n. 8545.

 

Il principio di libertà delle forme cui è improntato il processo arbitrale trova applicazione soltanto tra le parti che hanno sottoscritto il compromesso e nei cui confronti si svolge il giudizio arbitrale, ma non si estende a soggetti terzi. Sopravvenuto il fallimento di uno dei compromittenti nelle more del processo arbitrale, pertanto, non è idonea a far acquistare la qualità di parte alla curatela fallimentare la notificazione di un’ordinanza del collegio arbitrale con cui viene convocato il fallimento, essendo, invece, necessaria una domanda di parte. Di conseguenza, avverso il lodo pronunciato nei confronti del fallito la curatela è legittimata a proporre opposizione di terzo. Cass. 28 maggio 2003, n. 8545.

 

 

  1. Norme che regolano il procedimento dinanzi alla Corte d’appello.

Dal momento che nell’ordinamento processuale opera il principio ricavabile dagli articoli 400 e 406 del c.p.c., giusta il quale davanti al giudice adito con un mezzo di impugnazione si osservano le norme stabilite per il procedimento instaurato davanti al giudice stesso, in quanto non derogate dalla specifica disciplina del mezzo medesimo, la trattazione del giudizio di impugnazione del lodo davanti alla Corte di appello, disciplinato dagli articoli 827 e ss. del c.p.c. deve svolgersi interamente davanti al collegio, trovando applicazione la disciplina ordinaria del procedimento davanti alla Corte di appello. La violazione di tale regola, peraltro, non si traduce in un vizio di costituzione del giudice, ai sensi dell’articolo 158 del c.p.c. e non comporta la nullità assoluta della relativa pronuncia, quando l’attività in concreto svolta illegittimamente dal giudice monocratico su delega del collegio abbia rilievo meramente ordinatorio, mentre tale vizio è ravvisabile nei casi in cui il predetto giudice svolge una attività sostanzialmente istruttoria, che implichi funzioni se non decisorie, certamente valutative, le quali sono riservate per legge al collegio. Cass. 21 settembre 2004, n. 18917; Cass. 7 febbraio 2001, n. 1731.

 

In tema di arbitrato, la delega, da parte del collegio (dinanzi al quale deve avvenire la trattazione della controversia), ad uno solo dei suoi componenti del compito di assumere le prove si traduce in un vizio di costituzione del giudice solo quando l’attività (illegittimamente) svolta dal giudice monocratico abbia carattere sostanzialmente istruttorio - sia tale, cioè, da implicare lo svolgimento di funzioni, se non decisorie, certamente valutative, riservate dalla legge al collegio - e non anche quando detta attività assuma rilievo meramente ordinatorio. In tale ultima ipotesi, pertanto, il vizio è inquadrabile non nello schema della nullità di cui agli artt. 158 ss. c.p.c., ma nella disciplina generale delle nullità di cui all’art. 156 stesso codice, con conseguente sanatoria del vizio de quo, ex art. 157 c.p.c., in caso di mancata, tempestiva eccezione di esso. Cass. 23 novembre 2001, n. 14857.

Operando nell’ordinamento processuale il principio secondo cui davanti al giudice adito con un mezzo di impugnazione si osservano le norme stabilite per il procedimento davanti allo stesso, in quanto non derogate dalla specifica disciplina del mezzo d’impugnazione di cui si tratta, al giudizio d’impugnazione del lodo davanti alla Corte d’appello, disciplinato dagli artt. 827 c.p.c. e ss., non si applica - né direttamente né indirettamente - il regime delle preclusioni stabilito dall’art. 183 c.p.c. Cass. 24 aprile 2003, n. 6517.

 

La natura di giudizi di mera legittimità delle impugnazioni dei lodi arbitrali, devolute alla competenza della Corte d’appello, non esclude, ove siano denunciati errori nel procedimento, il potere-dovere di procedere all’apprezzamento dell’attività svolta nel processo dalle parti o dagli arbitri ed all’esame degli elementi di fatto risultanti dagli atti acquisiti al processo stesso, al fine di accertare la sussistenza della dedotta nullità. Infatti, in quella sede, la Corte d’appello ha il potere di apprezzare e valutare anche il fatto extraprocessuale, che abbia tuttavia rilevanza nel processo, così come acquisito dal giudice a quo. Cass. 28 marzo 2002, n. 4492.

 

In sede di giudizio di nullità di un lodo arbitrale, è inammissibile la produzione di documenti nuovi rispetto a quanto già prodotto avanti agli arbitri. App. Napoli, 23 novembre 2001.

 

 

  1. Intervento di terzo.

Alla stregua del codice di rito nel testo in vigore prima della l. n. 25 del 1994, non è consentito l’intervento del terzo, rimasto estraneo al giudizio arbitrale, nel processo di impugnazione per nullità della sentenza arbitrale, restando la tutela dei diritti di detto terzo, eventualmente pregiudicati dalla sentenza arbitrale, affidata all’esperimento di un’ordinaria azione di accertamento, svincolata dall’osservanza dei termini di cui agli artt. 404 e 326 c.p.c. e dalle regole di competenza risultanti dall’art. 828 c.p.c. Cass. 13 aprile 2005, n. 7702; conforme Cass., Sez. Un., 17 dicembre 1998, n. 12622.

 

 

  1. Impugnazione delle parti corrette.

In caso di correzione del lodo arbitrale, l’impugnazione del lodo, nel testo originario, non preclude la successiva impugnazione delle parti corrette, ai fini della quale la parte soccombente dispone dell’intero termine decorrente dalla pronuncia di correzione, anche nel caso in cui ne abbia avuto conoscenza legale in data anteriore alla notificazione della prima impugnazione. La correzione, infatti, pur non sospendendo il termine per l’impugnazione, ne provoca la riapertura, la quale, in quanto volta a consentire di impugnare le parti del lodo che risultano corrette e di far valere l’insussistenza dei presupposti o la violazione dei limiti entro i quali è ammessa la correzione, riguarda le sole parti del lodo che sono state oggetto della relativa pronuncia, le quali sono diverse, nel contenuto, dal provvedimento originario, con la conseguente inapplicabilità del principio di consumazione del potere di impugnazione, il quale opera solo in presenza di successive impugnazioni del medesimo provvedimento. (Principio enunciato dalla S.C. in una fattispecie soggetta, “ratione temporis”, alla disciplina del codice di procedura civile, come modificata dalla legge 18 aprile 1994, n. 25). Cass. 18 giugno 2009, n. 14215.



 
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